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L'imperialismo italiano in Africa
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SOMALIA: CONTINUITÀ DELL'IMPERIALISMO ITALIANO
di Antonio Moscato
Questo articolo è uscito sul n. 14, nuova serie, di “Marx centouno”, novembre 1993.
Nel corso degli ultimi decenni alcuni storici hanno dedicato la loro attenzione al colonialismo italiano con studi preziosi ma che hanno circolato quasi esclusivamente tra gli specialisti, anche perché il colonialismo sembrava argomento di un passato storico ormai concluso. Tra essi vanno ricordati Rochat, Santarelli, Rainero, Valabrega, ma senza dubbio il lavoro più sistematico è stato svolto da Angelo Del Boca, autore di molti libri essenziali, tra cui i quattro volumi de Gli italiani in Africa Orientale e i due de Gli italiani in Libia, (tutti editi da Laterza), che hanno il pregio di giungere fino alle vicende dell'Italia repubblicana, cogliendo quindi meglio di altri quegli elementi di continuità - di interessi, di istituzioni e anche di uomini - che rappresentano le premesse dell'attuale ritorno in Africa.
Le conseguenze di questa distorsione dell’immagine dell’Africa coloniale si riflettono anche su quella dell’Africa indipendente, col risultato che agli italiani sfugge completamente la logica che ha portato a nuove forme distruttive di presenza nei paesi che furono sotto il loro dominio coloniale e che i governi post-fascisti tentarono sterilmente di recuperare, «dando un penoso spettacolo di incapacità e imprevidenza».
Proprio nel tentativo di contrastare direttamente queste mistificazioni il libro affronta dapprima la storia della partecipazione italiana alla spartizione dell' Africa, ricostruendo i crimini spaventosi di quegli esploratori, come Giovanni Miani, Eugenio Ruspoli o Vittorio Bottego, presentati in genere come «eroi purissimi», a cui sono state dedicate vie e piazze o eretti «faraonici monumenti» (a Bottego a Parma, ad esempio), mentre essi non esitavano a descrivere nei loro diari le orrende stragi a cui si dedicavano i mercenari che avevano assoldato.
Bene ha fatto Del Boca a partire dalla ricostruzione di questa fase preparatoria, affidata prima ad avventurieri e poi a missionari che intrecciavano la diffusione del Verbo alla redazione di rapporti per il governo italiano, senza tacere il ruolo di quei sacerdoti che nel 1935 «si tolsero l'abito talare per indossare la divisa da ufficiali dell'esercito» partecipando alla campagna come cappellani militari. Esplorando una vastissima memorialistica, e soprattutto preziosi carteggi e diari inediti, viene ricostruita la nascita di una mentalità razzista («Alla vista di questi indigeni nasce in noi un orgoglio che prima non ci conoscevamo: quello di essere bianchi»), e la «banalità del male» coloniale fatto di piccole e grandi ruberie, di soprusi, di corruzione.
Il craxismo in Somalia
Naturalmente, al primo posto nelle responsabilità per la politica di ingerenza e di spoliazione mascherata da aiuti umanitari ci sono i funzionari democristiani (spesso ex fascisti, almeno nei primi anni) della Farnesina, ma la stessa sinistra non è esente da colpe. E non solo il Partito socialista, che ha raggiunto poi livelli insuperabili: nei primi anni di un Siad Barre (che secondo i suoi più coerenti e tenaci oppositori aveva rivelato fin dall'inizio le sue caratteristiche essenziali, e che ricorreva sistematicamente ad arresti arbitrari, uccisioni e stava già attizzando gli odi tribali), è il PCI che rappresenta la sua sponda principale, con giornalisti e quadri politici che tessono le lodi del regime, e le cooperative emiliane che stabiliscono legami economici.
Il rapporto tra socialisti e Somalia è oggi abbastanza noto: complicità con Barre fino all'ultimo, silenzio sui massacri e sugli arresti, aiuti militari ed economici alla cricca al potere. Meno noto che questi aiuti provocarono anche risentimenti nello stesso beneficato. Ad esempio, durante la visita di Craxi a Mogadiscio nel 1985, organizzata con fasto regale (colpi di cannone, archi trionfali, ghirlande agitate da bambini, inni, fanfare, campanacci, bandiere, parate militari e perfino una pioggia di petali mandati in aereo dall'Italia), ci furono anche polemiche aperte sulla qualità delle forniture.
Aidid socio in affari di Craxi
I libri di Del Boca sono sempre una vera miniera di preziose notizie. Ad esempio, egli ha fornito una biografia del generale Mohamed Farah Hassan detto “Aidid” (cioè il vittorioso), assai prima che fosse attaccato volgarmente dalla stampa del nostro paese per aver espresso il suo scarso gradimento per la presenza del contingente italiano, e ovviamente prima di diventare il “nuovo Saddam”, il superbandito, il mostro.
Secondo Del Boca, Aidid ha qualche ragione per diffidare degli italiani: formato alla scuola di fanteria di Cesano, era colonnello al momento del golpe di Barre, che lo spedì ben presto in carcere per sette anni. Tirato fuori alla vigilia della sciagurata offensiva nell'Ogaden, aveva conquistato sul campo il grado di generale, che aveva consolidato successivamente studiando in un'accademia militare sovietica. Era poi stato allontanato dai comandi militari con vari incarichi onorifici: nell'ultimo periodo era stato mandato da Siad Barre come ambasciatore in India per allontanarlo dal paese. Dall'India era tornato nel giugno del 1989, prendendo la direzione delle forze che hanno rovesciato il dittatore.
Le radici del conflitto attuale
In un articolo sul numero 3 (maggio-giugno 1993) de «Il passaggio», Mohamed Aden Sheikh ha chiarito che colloca Aidid sullo stesso piano del rivale Ali Mahdi, considerandoli entrambi ugualmente responsabili dello sfacelo del paese, e rimprovera all'ONU e agli italiani in particolare di delegare tutto ai due. Tuttavia i fatti sembrano confermare che si tratta di un pregiudizio, dato che nei confronti dei due rivali vengono applicati due pesi e due misure. Ad esempio, i carabinieri italiani stanno recuperando e armando gli appartenenti alla feroce polizia del vecchio regime sotto la guida del generale Ahmed Gilehow, capo dei torturatori della polizia di Siad Barre, con l'appoggio del solo Ali Mahdi, mentre Aidid accusa proprio questi poliziotti di aver innescato gli scontri del 2 luglio al pastificio.
In realtà, Mohamed Farah Aidid non è un gigante, né una figura limpida: egli si rafforza soprattutto per gli attacchi che riceve dalle forze di occupazione, che hanno come interlocutori privilegiati i suoi ricchi nemici. Contrariamente a quanto si dice spesso, tuttavia, la forza di Mohamed Farah Aidid è la meno caratterizzata in senso tribale di quelle che operano in Somalia. Il libro di Mohamed Yusuf Hassan è assai dettagliato nella ricostruzione della rottura dell'accordo che aveva unito praticamente tutti i clan somali nella lotta contro Barre (con la sola eccezione dei marehan, degli ogaden e dei dulbahante a cui appartengono Barre, sua madre e il genero e che sono stati favoriti oltre misura negli ultimi anni della dittatura). Analogamente a quel che era avvenuto durante la lotta per l'indipendenza, l'appartenenza al clan era stata messa in sordina o negata nel movimento che ha abbattuto Siad Barre, in cui il ruolo di Aidid era stato essenziale.
I conflitti attuali sono stati innescati in primo luogo dall'eredità di contrapposizioni claniche lasciata dall'ultimo Barre, e poi dalle ciniche manovre di chi ha tentato di salvare il regime sacrificando il dittatore, e ha fatto leva su vecchi pregiudizi e recenti risentimenti per spezzare il fronte di lotta. Un ruolo particolare è stato assunto in tal senso dal genero di Siad Barre, Mohamed Said Hersi “Morgan”, ma anche dallo stesso Ali Mahdi. La forza di Aidid invece è basata soprattutto sui “giovani della boscaglia”, di origine clanica assai eterogenea, che hanno abbattuto il regime di Siad Barre e che odiano ovviamente il “continuismo” dei notabili appoggiati dagli occupanti italiani.
Mohamed Yusuf Hassan (che fa parte del gruppo dirigente dell'USC di Aidid, anche se mantiene un atteggiamento abbastanza critico nei suoi confronti) sottolinea poi il ruolo unitario e di opposizione alle contrapposizioni claniche rappresentato dalle organizzazioni delle donne, che teoricamente dovrebbero fornire un terzo dei membri del Consiglio nazionale di transizione deciso a marzo nell'incontro di Addis Abeba tra i capi delle quindici fazioni.
Molte donne, oltre a partecipare alla lotta contro Barre, hanno svolto in questi anni compiti preziosi per assicurare strutture sanitarie, alimentazione, assistenza agli orfani nelle regioni devastate dalla guerra civile. Tuttavia, esse sono minacciate dall'unica altra forza effettivamente interclanica che si delinea in Somalia, quella degli integralisti islamici. La forza dei Fratelli Musulmani, che pure non hanno svolto nessuna attività politica e sociale durante la guerra civile, sta aumentando nel quadro della distruzione dello Stato e di ogni principio associativo laico, presentandosi come unica alternativa al caos. Inoltre, godono di consistenti appoggi da parte dell'Iran e del Sudan. Inutile dire che un loro successo avrebbe effetti nefasti, e non solo per le donne emancipate, che rappresentano oggi il loro principale bersaglio.
D'altra parte, ogni volta che sulla stampa italiana si fa riferimento alla morte dei 23 pakistani nello scontro del 5 giugno che ha iniziato la fase apertamente conflittuale tra Unosom e popolazione, si parla di «vile aggressione» somala, senza dire che il conflitto era stato iniziato dalle forze dell'ONU attaccando un edificio sotto il controllo di Aidid, e aveva provocato subito oltre 40 morti tra i somali, prima delle ritorsioni pakistane dei giorni successivi. Nessuno parla poi dei 200 morti provocati dai parà belgi in una sola settimana di “rastrellamenti” a Chisimaio! C'è voluto il massacro a freddo del 12 luglio da parte dei Cobra statunitensi (con la conseguente caccia al giornalista bianco da parte della popolazione esasperata) perché la stampa italiana scoprisse toni preoccupati e indignati. Rimane tuttavia il sospetto che a innescare tanta sensibilità sia stato soprattutto il contemporaneo attacco del «New York Times» al ruolo degli ufficiali italiani.
Le ragioni profonde della crisi somala
La crisi della Somalia non può essere spiegata solo con i crimini di Siad Barre e di chi lo ha sostenuto.
Certo, la scelta di risolvere i problemi interni del paese attaccando l'Etiopia “socialista” per “liberare” i somali dell'Ogaden (sperando di essere ricompensato dall'imperialismo statunitense e da quello italiano) ha innescato la crisi più acuta, provocando l'afflusso di oltre un milione di profughi, che hanno scardinato i già precari equilibri di un'economia debole e povera.
Certo, il sostegno militare accordato in primo luogo dall'Italia ha fatto incancrenire la crisi, rinviandone la soluzione e provocando lacerazioni e risentimenti non facilmente risanabili dopo la sua caduta.
Certo, gli interventi successivi, le pesanti ingerenze di Boutros Ghali [segretario generale dell’ONU, egiziano di religione cristiana-copta, molto legato agli Stati Uniti NdA] o dei diplomatici e militari italiani o americani, i riconoscimenti di fatto accordati ai vari signori della guerra e peggio ancora a “capi-clan” praticamente inventati (le vecchie strutture claniche, tranne per pochissimi casi, erano scomparse nei primi anni dopo l'indipendenza), per non parlare delle brusche svolte successive. con le taglie su Aidid e i bombardamenti di rappresaglia, hanno aggravato i conflitti anziché risolverli.
Le spese per l'agricoltura si sono ridotte dell'85% rispetto agli anni Settanta, quelle per la sanità del 78% (1989 rispetto al 1975), le spese per l'educazione primaria sono passate da 82$ nel 1982 a 4$ annui nel 1989. I salari del pubblico impiego si sono ridotti a 3$ mensili, con una caduta del 90% rispetto agli anni Settanta, accelerando così la distruzione dell'amministrazione.
Al tempo stesso gli “aiuti” alimentari, quando ci sono veramente, hanno un ulteriore effetto dirompente, perché provocano la distruzione definitiva della vecchia economia agropastorale di sussistenza e facilitano la formazione di gruppi che controllano – in genere a mano armata - la distribuzione.
La penuria assoluta che colpisce la maggior parte dei paesi dell'Africa a partire dalla metà degli anni Settanta per l’effetto combinato del crollo dei prezzi delle materie prime e dell'indebitamento (con la conseguente ingerenza del FMI e della BM), ha fatto a poco a poco perdere tutto quel che era stato conquistato nei confronti dei pregiudizi razziali, etnici, religiosi o culturali subito dopo l'indipendenza. Il senso della collettività e della comunità di interessi arretra brutalmente di fronte alla paura che venga a mancare il minimo indispensabile per la sopravvivenza, senza speranza alcuna di soccorso.
Lo Stato, costruito riproducendo il peggio del modello occidentale e di quello del “socialismo reale”, si disgrega quasi ovunque, e non rappresenta più, neppure in modo distorto, l'espressione della nazione e dello Stato ereditato dal colonialismo. La coscienza sociale arretra contemporaneamente a quella nazionale. Anche le reti tradizionali di redistribuzione dei redditi attraverso prebende e corruzione sono entrate in crisi per le drastiche restrizioni imposte da tutte le istituzioni finanziarie internazionali. Le basi sociali dello Stato così si indeboliscono o si estinguono e, anche quando non si arriva all'esplosione in mille pezzi che caratterizza oggi la Somalia (paradossalmente il meno artificiale degli Stati africani, perché monoetnico), si lascia spazio a un ritorno al clan o alla tribù o all' etnia o alla religione, secondo le specificità storiche del paese. (1993)
1In realtà, la conoscenza della Somalia da parte degli uomini che vi hanno soggiornato a lungo nel periodo coloniale e poi in quello della “cooperazione” è assai relativa, e rivela un misto di ignoranza e arroganza da parvenus del colonialismo. Ad esempio i quadri coloniali inglesi studiavano seriamente il somalo (e in genere le lingue e le culture dei paesi che dominavano), mentre gli italiani non lo hanno fatto in cento anni di presenza coloniale e neocoloniale, affidandosi costantemente a “interpreti” e mediatori di cui non potevano valutare a fondo la politica.
2Se l'Italia non è riuscita ad ottenere la fascia di Antalya che le era stata promessa nelle trattative segrete lo si deve solo alla straordinaria reazione del nazionalismo turco - sotto la guida di Kemal Ataturk - nei confronti dell'invasione greca ugualmente istigata e appoggiata dall'Inte- sa. Negli anni Trenta, d'altra parte, la pubblicistica fascista risollevava periodicamente la questione del mandato sulla Palestina, per cui l'Italia avrebbe avuto maggiori diritti dell'Inghilterra non solo in quanto potenza cattolica. ma per una presunta discendenza di Vittorio Emanuele III da un re crociato di Gerusalemme!
3Pochissimi giovani in Italia sanno ad esempio che i conflitti tra i popoli della Jugoslavia non sono stati eterni, ma sono stati attizzati dall'occupazione italiana del “Regno di Croazia”, assegnato a un Aymone di Savoia che si guardò bene dal prenderne possesso, ed affidato in gestione al capo del gruppuscolo criminale degli Ustascia, Ante Pavelic, già da anni al soldo del fascismo italiano ed esecutore di diversi crimini per suo conto. I risentimenti che hanno innescato l'attuale guerra non risalgono a un passato remotissimo, ma agli spaventosi massacri di serbi e musulmani compiuti tra il 1941 e il 1945 dagli ustascia sotto protezione italiana (con la complicità del clero cattolico, a cui erano affidati alcuni campi di sterminio da cui si poteva uscire solo convertendosi al cattolicesimo).
4Angelo Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani, Laterza, Bari-Roma 1992 (pp. XVI-486, £.55.000). L'inizio della spedizione in Somalia ha spinto l'autore a curare una rapida riedizione della parte dedicata a quel paese, integrata con alcuni articoli di quotidiani e aggiornata fino all'inizio di “Restore Hope”, e apparsa in edizione veramente economica (14.000 lire) presso lo stesso editore (dal titolo Somalia. Una sconfitta dell’intelligenza).
5Sul «vasta», forse, si può dissentire: ad esempio il prezzo del volume non lo rendeva certo accessibile a un pubblico veramente amplio, e lo stesso si può dire per i due preziosi volumi sulla Libia.
6D'altra parte Del Boca sottolinea come l'ignoranza sul passato coloniale sia stata facilitata dalla delega ai funzionari del vecchio regime coloniale del compito di tracciare la storia de L'Italia in Africa e, peggio ancora, di custodirne la documentazione, impedendo l'accesso agli studiosi indipendenti.
7Pertini fu forse ingenuo, ma non fu solo: anche “quel galantuomo di Scalfaro” si recò nel 1984 in Somalia in qualità di ministro dell'Interno per consigliare gli uomini del regime «ad organizzare la sicurezza pubblica e l'amministrazione civile». Che consigli poteva dare a una «sicurezza pubblica» che funzionava anche troppo? Proprio nei giorni in cui Luigi Scalfaro era in visita in Somalia, ad esempio, centinaia di oppositori venivano uccisi nella sola città di Hargheisa. A. Del Boca, L'Africa nella coscienza, cit., p. 304.
8Paolo Pillitteri, Somalia ’81, Sugarco, Milano 1981.
9A. Del Boca. L'Africa nella coscienza, cit., p. 307. La dichiarazione era stata riportata dal «Corriere della sera» del 22-9-1985.
10Dell'uccisione del vescovo - quasi sicuramente opera dei servizi segreti - furono accusati a torto gli integralisti islamici. Alcuni dignitari religiosi e membri influenti della comunità islamica vennero arrestati con questo pretesto, e la polizia sparò sulla folla che protestava, il 14 luglio 1989, uccidendo 450 persone e ferendone 1.000.
11Ivi, p. 335. Cfr. anche «Corriere della sera», 26-11-1991 e «l'Espresso», 1 dicembre 1991.
12Mohamed Aden Sheikh. Arrivederci a Mogadiscio, Conversazione sulla Somalia con Pietro Petrucci, Edizioni Associale, Roma 1991.
13Ivi, p. 167.
1414 Mohamed Yusuf Hassan, Somalia. Le radici del futuro, Il passaggio, Roma 1993.
15«l'Unità», 5 luglio 1993. Secondo le sue stesse dichiarazioni La Rocca sarebbe stato ferito a un occhio da una scheggia mentre si chinava per prendere altri caricatori per continuare a sparare contro la folla. Il giornale ex comunista ha riportato questa ed altre simili dichiarazioni senza una parola di dissociazione o di commento. D'altra parte, sul piano più strettamente politico, sono sempre più esplicite le difese della logica interventista dell'imperialismo italiano da parte del PDS (ma il termine “imperialismo” è ovviamente al bando da moltissimi anni).
16Si veda di Michel Chossudovsky. Dépendence alimentaire, “ingérence humanitaire en Somalie˝, in «Le monde diplomatique», juillet 1993.
17La parte dell'Africa nel commercio mondiale è caduta dall’8% del 1970 all’1% del 1989. Ciò si deve soprattutto al crollo dei prezzi delle materie prime (dal 1985 ad esempio il prezzo del caffè si è ridotto a un sesto. Quello del cacao a un quarto di quello precedente, provocando la rovina totale di paesi come la Costa d'Avorio, che avevano puntato sulle esportazioni di quei prodotto per finanziare ambiziosi e reclamizzatissimi piani di sviluppo). Il debito estero è così cresciuto in modo spaventoso, fino ad eguagliare, per molti paesi africani, l’intero prodotto interno lordo. Il 20% delle esportazioni servono solo a pagare gli interessi sul debito!