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Salucci. Perché la classe operaia non ce l'ha fatta...
Ilario Salucci interviene su una serie di nodi importanti, spaziando nel tempo e nell'esperienza attuale, per capire perché la classe operaia non ce l'ha fatta a sfuggire al controllo di apparati politici e sindacali.
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Perchè la classe operaia non ce l'ha fatta? di Ilario Salucci Il testo che segue è lungo, molto lungo. Per abbreviare il più possibile ho cancellato da una prima versione il 90% delle note: indicazioni delle fonti delle citazioni, rinvii bibliografici, nuove citazioni esemplificative delle posizioni illustrate nel testo, divagazioni e precisazioni più o meno marginali. Salvo diversa indicazione tutte le citazioni del paragrafo 1d. sono di Engels. Per fonti delle citazioni e rinvii bibliografici sono comunque disponibile a chi eventualmente ne fosse interessato. Ogni richiesta può essermi rivolta via e-mail all'indirizzo: ilario.salucci@gmail.com La parte conclusiva del mio intervento “A che punto è la crisi?” ha incontrato un netto dissenso da parte di alcuni compagni per le sue tonalità sfacciatamente “ottimiste” riguardo alle prospettive future: l'elenco delle mille e una miserie del presente era portato a prova che il mio “ottimismo” era quanto meno fuori luogo. Altri compagni hanno invece indicato l'importanza di un'analisi del “socialismo reale” e di un progetto minimamente credibile di socialismo alternativo – sottolineando, “pessimisticamente”, che a questo compito nessuno o quasi si accinge. Queste obiezioni, pur se apparentemente diverse, si intrecciano in un insieme di problemi tra loro connessi – rispondere agli uni comporta rispondere al contempo agli altri. Ma sono arrivato alla conclusione che una replica semplice non era possibile. Questo testo è la mia replica, per nulla semplice e per nulla breve, ma spero tuttavia chiara e stimolante. Lo scorso mio intervento si chiudeva con una citazione di Engels, che nel 1883, riferendosi ai socialisti tedeschi e a delle elezioni tenute poco prima ad Amburgo, scriveva in una lettera a Bebel (il 30 agosto): “I nostri si comportano in modo più che esemplare. Una simile tenacia, costanza, elasticità, prontezza di parola e un simile umorismo, certo della vittoria, nella lotta con le piccole e grandi miserie del presente sono inediti nella più recente storia. Ciò risalta in modo particolarmente magnifico rispetto alla corruzione, alla fiacchezza e al generale imputridimento di tutte le altre classi della società. Nella misura in cui esse dimostrano la loro incapacità di esercitare il potere, in quella stessa misura risalta in modo splendido la vocazione a prendere il potere del proletariato, la sua capacità di rovesciare tutto il vecchio marciume”. Da parte mia esprimevo la convinzione che non è lontano il giorno in cui potremo esprimere simili valutazioni anche riguardo ai lavoratori italiani d'inizio XXI secolo. Engels, già in vita, veniva “accusato” di ottimismo: in modo bonario dal vecchio Harney, che gli scriveva (il 14 luglio 1892): “sei il principe degli ottimisti. Vedi sempre la rivoluzione universale dietro l'angolo della strada. La mia vista non è così buona, né la mia speranza è così viva”; e, stanco e disilluso, gli scriveva dopo un anno (il 21 luglio 1893): “Molto diversa è la valutazione che io do dei miei compatrioti – tirannici e servili allo stesso tempo; strumenti e creature del traditore Gladstone e della sua banda; e partecipanti o quanto meno vilmente sottomessi alla nuova tirannia delle Trade Unions. Non ho la minima fiducia o fede nella classe per la cui emancipazione politica e sociale ho dato i migliori anni della mia vita”. Riferendosi a Engels il giovane Kautsky era, più che bonario, velenoso, scrivendo (ad Adler, il 9 giugno 1894) che Engels “non pone freni alla sua immaginazione rivoluzionaria o al suo desiderio di predire la grande apocalisse”. Personalmente non ritengo che per Engels fosse una questione di “ottimismo”, “fiducia” o “fede”, “immaginazione rivoluzionaria” o “desiderio di predire la grande apocalisse”. Vi era uno specifico metodo di analizzare le dinamiche sociali. Cogliere alcuni aspetti di questo metodo – e valutare se questo metodo ha una qualche rilevanza per la situazione odierna – è il compito che mi ripropongo. Il mio è un tentativo di analisi, un contributo a un dossier sempre aperto. Sottoscrivo quanto diceva Roland Lew nel 1981: “Si può parlare di una realtà 'per sé' del mondo operaio? E anche se questa alterità operaia esiste ed è rilevabile, conduce a una prassi di sovversione e di costruzione di una società 'altra'? Vasto dibattito, in cui ci si deve accontentare, nel deserto odierno, di apportare elementi al dossier”. 1. I presupposti 1a. Fine del movimento operaio? In Italia la conflittualità della classe operaia – della classe dei lavoratori – è da 25 anni a dei livelli bassissimi, se confrontata al suo andamento storico nel corso del '900. Dalla metà degli anni '980 si ha una perdita per scioperi sempre inferiore (ogni anno) a 20 giornate ogni 100 1
attivi: bisogna risalire a prima del 1900 per riscontrare una situazione simile (non considero naturalmente il ventennio fascista). I famosi anni '950 videro una conflittualità ben superiore! Addirittura a partire dalla metà degli anni '990 le giornate perse per sciopero scendono a una media annuale di 5 (ad eccezione del 2002), peggio che nel decennio '890, il decennio della feroce reazione crispina. Per avere il senso delle proporzioni, le giornate perdute per sciopero nel biennio 1919-1920 furono (annualmente) 160 ogni 100 attivi (in realtà furono molto di più, in quanto non vennero conteggiati i giorni della grande occupazione delle fabbriche), e nel biennio 1969-1970 i giorni furono (annualmente) 185. Questa situazione non è limitata all'Italia: vi è una forte sincronizzazione internazionale in questo crollo della conflittualità dei lavoratori nel passato quarto di secolo. A questo “grande sonno” operaio si aggiunge – usando la odierna terminologia – la scomparsa della sua “rappresentanza” politica. Nessun partito oggi presente in parlamento dichiara di volere “rappresentare” gli interessi del lavoro contro quelli del capitale. L'identificazione della natura “di classe” di questi partiti è semplice – ma non è sempre stato così. Maitan, nel 1972, scriveva: “La definizione della natura di classe di un'organizzazione va fatta sulla base di tre criteri fondamentali da applicare non l'uno separato dall'altro, ma nella loro interdipendenza. Questi criteri sono: la composizione sociale, l'ideologia e la collocazione oggettiva nel contesto sociale e politico dato”. E aggiungeva: “Dire che le organizzazioni riformiste socialdemocratiche e comuniste [sono] strumenti diretti della borghesia, formazioni borghesi, implica una sottovalutazione del grado di coscienza di classe raggiunto dal proletariato, ne conseguirebbe che dopo oltre un secolo di lotte la classe operaia sarebbe sotto l'egemonia della classe avversa, non avrebbe raggiunto il livello più elementare di autonomia di classe. In questo caso sarebbe legittimo il dubbio 'marcusiano' sulla sua reale potenzialità rivoluzionaria”. Nel febbraio 1992, solo un anno dopo la fine del PCI e la fondazione del Pds, lo stesso Maitan ritorna sullo stesso argomento. Se da un lato si cautela affermando che “non vuole suscitare un dibattito sulla natura di quelli che tradizionalmente abbiamo definito partiti operai”, dall'altro il suo giudizio è nettissimo: “nelle sue due principali componenti [Psi e Pds], il movimento operaio non solo ha subito una involuzione ideologica completa, non solo non opera in difesa degli interessi storici e, il più delle volte, degli stessi interessi immediati della classe operaia, ma ha rinunciato addirittura, in linea di principio e nei fatti, all'affermazione della propria indipendenza politica. [Il] Pds non formula e [non] porta avanti una politica, sia pure riformista, dal punto di vista degli interessi della classe lavoratrice in contrapposizione a quelli della classe dominante. Psi e Pds hanno battuto in ritirata anche per quanto riguarda le rivendicazioni democratiche”. È ora “legittimo il dubbio 'marcusiano' sulla reale potenzialità rivoluzionaria” della classe operaia? Per molti la risposta è scontata. 1b. La vita della classe operaia. Può la classe operaia essere un concetto operativo a livello politico senza lotte e partito operaio, senza strumenti? Per alcuni analisti sì. “L'associazione tra classe e voto in Italia non è affatto sparita né sta sparendo. Il concetto di classe conta, a dispetto delle mode intellettuali” (Ballarino-Schadee-Vezzoni, 2009); secondo Paolo Feltrin (2010) non bisogna analizzare i trend elettorali aspettandosi che gli autonomi votino il centrodestra e gli operai il centrosinistra, e se così non è, concluderne che la “frattura di classe” non esiste più a livello politico. Ma come è possibile che senza lotte e senza organizzazione vi possa essere questa espressione da parte della classe operaia? Perché in primo luogo vi è un nesso tra posizione socioeconomica e interessi obiettivi. Secondo Terry Eagleton (2007) “gli interessi sociali non si aggirano attorno a noi aspettando che inciampiamo in essi. Non c'è ragione di supporre che il solo fatto di occupare un posto all'interno della società ti munisca automaticamente di una modica quantità di desideri e convinzioni politiche, come dimostra il fatto che non tutte le donne sono femministe. Gli interessi sociali non sono affatto indipendenti da ciò che facciamo o diciamo; ma è facile argomentare che esiste invece un rapporto interno tra [ad es.] essere una donna (una situazione sociale) ed essere una femminista (una posizione politica)”. 1 1
Con la sua solita verve Eagleton prosegue: “Questo naturalmente non significa affermare che tutte le donne sono spontaneamente femministe, ma piuttosto che dovrebbero esserlo, e che una conoscenza non mistificata della loro condizione di oppressione sociale le dovrebbe portare in quella direzione. Suggerire che si dovrebbe adottare una particolare posizione politica potrebbe suonare paternalistico, dittatoriale o elitario. Chi sono io per presumere di sapere cosa è negli interessi di qualcun altro? Non è proprio lo stile di discorso dei gruppi e delle classi dominanti nel corso dei secoli? Sono in pieno possesso dei miei interessi, e nessuno può dirmi cosa fare. Sono del tutto trasparente a me stesso, ho un'idea non mistificata delle mie condizioni sociali, e non accetterò suggerimenti da nessuno, per quanto dati in tono cameratesco e amichevole. Non ho bisogno che nessun tizio elitario e paternalistico mi dica quali sono i miei interessi "oggettivi", perché di fatto non mi comporto mai in modo contrario a essi. Anche se mangio cinque chili di salsiccia al giorno, fumo sessanta sigarette al giorno e mi sono proposto per un taglio 2
A differenza delle donne come aggregato sociale, in virtù della loro posizione socioeconomica gli operai sono relativamente più estranei, alieni alla società borghese. “In molte indagini sociologiche operai ben pagati forniscono risposte indistinguibili da quelle che sono espressione della mentalità della classe media. Così anche i bibliotecari. Ma se bibliotecari sottopagati tendono ad essere a disagio anche solo ad accettare un volantino sulla necessità di organizzarsi, operai membri indiscutibili dell'aristocrazia del lavoro (come i tipografi) a un picchetto devono essere trattenuti dal pestare un crumiro in un accesso di indignazione (o rompere le finestre della ditta e oltraggiare altre forme di gentilezza): questo non contraddice necessariamente il fatto che il pensare di questi operai è da “classe media” e “rispettabile”; ma evidentemente sono meno costretti dalle norme della rispettabilità borghese. La loro militanza non riflette un immediato stato di coscienza, ma il fatto che sono più estranei alla società borghese di quanto mostrino i questionari. Riflette una obiettiva posizione di classe che può, prima o poi, modellare il loro comportamento in situazioni “di classe” più di quanto possano fare le loro visioni sociali conscie – specialmente in contesti di organizzazione e di lotta” (Hal Draper, 1978). Dalla posizione socioeconomica sorge una psicologia di classe specifica. Durante la campagna elettorale del NPA alle elezioni presidenziali francesi del 2012 Alain Krivine si congratulava con Poutou per “l'insolenza di classe” di cui aveva dato prova in un dibattito televisivo (Engels l'avrebbe definito “good humour” operaio) – aggiungendo che la candidata di Lutte ouvrière, essendo una professoressa, non poteva certo fare altrettanto. 2 Oltre a tutto ciò bisogna considerare che la classe operaia non è “una semplice somma di grandezze identiche, allo stesso modo che un sacco di patate risulta dalle patate che sono in un sacco” (come Marx descriveva i contadini francesi della metà '800). La classe operaia non esiste meramente a livello statistico, è una realtà vivente, che si sviluppa soggettivamente in spazi di socialità nei posti di lavoro, dove si creano “occasioni di incontro e di scambio. Occasioni che agevolano discussioni, confronti, apertura alle più diverse questioni” (Filippo Buccarelli, 2008); “la fabbrica 'frulla' le culture di provenienza, spesso molto diverse tra di loro e crea un nuovo melting pot” (Renato Lattes, 2008). Questa soggettività di classe, composita, mutevole, “spontanea” elabora interessi e orientamenti sulla base della posizione socioeconomica degli stessi operai. La realtà dello sfruttamento, dell'imperativo del profitto, dell'oppressione necessaria a questo fine, la continua lotta del capitale “per il pieno dominio dei corpi degli operai” (Bauman, 1987) è la base su cui crescono le “soggettività” operaie, in primo luogo la “cultura della solidarietà” e l'importanza dell'unità. Per questo, pur senza lotte e senza organizzazione, “i lavoratori non sono pure 'vittime passive' delle nuove condizioni, ma sviluppano comunque – rispetto ad esse – delle strategie di pura sopravvivenza o di miglioramento, opportunistiche o di trasformazione, individuali o collettive” (Vittorio Rieser, 2008), “hanno non solo delle strategie, ma queste strategie hanno sempre come punto di riferimento il rapporto con gli altri lavoratori con cui lavorano. Sono tentativi di costruzione di forme di coalizioni elementari. Non è vero che non esista una soggettività” (Francesco Garibaldo, 2008). Questa soggettività è sostanziata da una “cultura” (subcultura) operaia, sulla base di tradizioni, sistemi di valori, idee ereditate dal passato: “La classe risulta dal modo in cui uomini e donne vivono le loro relazioni produttive e da come sperimentano le loro situazioni particolari entro l'insieme delle relazioni sociali, col loro patrimonio culturale e le loro speranze, e da come traducono queste esperienze in modi culturali” (Edward Thompson, 1969). “Una cultura, mentre viene vissuta, è sempre in parte sconosciuta, in parte incompresa” (Raymond Williams, 1968): “afferrare” queste “culture” è difficile, come dimostrano le discussioni per lo più a mezz'aria su mentalità operaie (cambiano, e ciascuno può cambiarla), identità operaie (non solo sono anch'esse volatili ma anche molteplici, in quanto relazionali – si afferma una propria identità rispetto a qualcun altro: in sé la domanda “chi sei veramente?” è solo imbarazzante per chi la pone), memorie operaie. Lo stesso concetto di “cultura” è tra i più difficili da definire. Ma se “classe operaia” (sia pur senza lotte e partito operaio, senza strumenti) è un concetto operativo a livello politico, a questo livello si potranno cogliere alcune espressioni di questa cultura. La classe operaia è una realtà viva, che fa sentire la sua voce anche nei momenti più bui. La soggettività, la cultura operaia che si forma e si ricrea, mancando di strumenti organizzativi, e in un'attività collettiva ridotta al lumicino, procede come al rallentatore, si ferma, devia, ritorna su vecchi passi, arretra, riprende.
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dello stipendio del cinquanta per cento, sono ancora convinto che non ho niente da imparare da nessuno. Quelli che mi dicono che sono "mistificato" solo perché passo i miei weekend a occuparmi gratis del giardino del mio capo cercano solo di impressionarmi con il loro linguaggio pretenzioso.” Nello specifico Poutou si era scusato con i telespettatori per essere impacciato, aggiungendo che era abituato piuttosto a confronti collettivi, come scioperi e prese in ostaggio di manager d'azienda. Alain Krivine nella sua dichiarazione rimpiangeva la vecchia candidata di Lutte ouvrière, Arlette Laguiller, che in quanto a “insolenza operaia” non poteva esser superata da nessuno. 3
“Un anomalo scrittore, durante una passeggiata in un'isola baltica della Prussia indica un'abitazione e dice all'amico che lo accompagna, un professore universitario della ormai ex DDR in procinto di perdere la cattedra: 'Quella casetta da strega lì appartiene sempre alla vedova di Adolf Reichwein, il socialdemocratico assassinato, con il quale mio padre, che è stato un revisionista della più bell'acqua, fu in corrispondenza negli anni Trenta. L'uno un pedagogo riformista, l'altro socio di una cooperativa. Due bernsteiniani che amavano richiamarsi al congresso di Erfurt. Roba passata da un pezzo, eppure, mio caro professore, queste storie non finiscono mai'” (Paolo Favilli, 2008, che cita Günter Grass). Quali sono queste storie, e in che senso e perché non finiscono mai? 1c. Coscienza di classe e partito nell'elaborazione di Trotsky. Roland Lew affermava nel 1981 (ma quanto ancor più valide oggi, queste affermazioni!): “al mito del proletariato redentore, sola forza di sovversione all'opera nel cuore della società capitalista, verso il quale si rivolgevano tutte le speranze, si oppone oggi in alcuni ambienti – soprattutto in quello che ha il compito, o la pretesa, di occuparsi dell'elaborazione teorica – una valutazione disillusa, talvolta sprezzante, addirittura cinica riguardo questa classe”. Per qualcuno la classe operaia “non ce l'ha fatta” a diventare “classe dirigente” perchè è “debole”, perchè non è stata all'altezza. “I limiti della capacità del proletariato di essere soggetto sono stati causa ed effetto della burocratizzazione”. Il “soggetto-classe” è solo “intermittente”, con “lungi intervalli di silenzio”. Così Lidia Cirillo (2006), per cui il proletariato oggi (“dopo venti anni di spoliazione e di smembramento”) non è neppure una classe (“o percepisce la propria posizione e la rifiuta oppure non è classe”!), figuriamo un soggetto (“o è nella coscienza ciò che è nella realtà oppure non è soggetto”!). Naturalmente interrogativi simili sulla “capacità” e “maturità” della classe operaia sorsero nel corso degli anni '930. Le sconfitte (la prima guerra mondiale, la vittoria del fascismo e del nazismo, la fine ingloriosa del Fronte popolare francese, la sconfitta della rivoluzione spagnola, la burocratizzazione dello stato sovietico, la mancata rivoluzione in Europa occidentale, ecc.) venivano spiegate con la passività, l'incapacità e l'immaturità del proletariato. Trotsky si oppose sempre a questi “razionalizzatori”, argomentando che le “responsabilità” delle sconfitte non ricadevano sulle spalle del proletariato, ma delle sue direzioni – non essendo queste ultime un mero riflesso delle prime. Invocando i limiti operai erano le direzioni stesse (“estremisti, centristi, anarchici, stalinisti e socialdemocratici”) che cercavano di disfarsi delle proprie responsabilità (Trotsky, 1969)3. “ 'È sorprendente che il proletariato sopporti passivamente simili privazioni e simili violenze'. A ogni passo si può cogliere questa frase sprezzante. La resistenza è insufficiente? Si fa ricadere la colpa sulle masse operaie” (Trotsky, 1970). Per Trotsky non solo i rapporti tra il proletariato e le sue direzioni non sono un “mero riflesso”, ma sono addirittura “antagonisti”: per cogliere i contorni e i contenuti di questo antagonismo era quindi essenziale “ascoltare” gli operai – e far sì che il partito fosse il loro partito, non quello di piccolo-borghesi, lavoratori “con il colletto bianco”, intellettuali e semi-intellettuali (gli unici due gruppi della Quarta Internazionale di cui Trotsky era fiero erano non a caso quelli largamente proletari di Minneapolis e di Charleroi). È necessario “prestare orecchio con attenzione ai sentimenti delle masse, senza idee preconcette, senza illusioni, senza ingannarsi” (Trotsky, 1978), “saper prestare orecchio all'operaio medio in fabbrica, in strada, sull'autobus, al bar, nella sua famiglia, per sapere come valuta la situazione, quali sono le sue speranze, ciò in cui crede – saper ascoltare attentamente un tale operaio –, costituisce il primo dovere di una organizzazione rivoluzionaria” (Trotsky, 1979). “Noi [dobbiamo evitare] un grande pericolo, cioè che gli intellettuali e i lavoratori con il colletto bianco sopprimano la [componente] operaia, la riducano al silenzio, trasformino il partito in un club di discussione molto intelligente, ma assolutamente inabitabile per degli operai”; “i membri del partito che non sono contenti hanno il diritto di essere 'turbolenti' – i metodi del 'terrorismo' psicologico, compreso il modo arrogante o sarcastico di rispondere o di trattare qualsiasi obiezione, critica o dubbio, è proprio questo il modo giornalistico o 'intellettualistico' che è intollerabile per gli operai e li condanna al silenzio”; “molti intellettuali o semi-intellettuali terrorizzano gli operai con delle generalità astratte. Un responsabile di un partito rivoluzionario deve avere in primo luogo un buon orecchio, e solo in secondo luogo una buona lingua” (Trotsky, 1983). Per Trotsky il proletariato, avendo costruito nel corso di un secolo di lotte organizzazioni politiche e sindacali, può condurre la lotta contro il capitale solo per il tramite di queste organizzazioni. Il problema è che questi strumenti sono stati loro “confiscati”. Il sindacato è il principale crumiro, i partiti socialdemocratici e staliniani operano come maschere della borghesia. D'altro lato, la classe operaia è disomogenea, “le idee nuove vengono assimilate anzitutto dagli elementi avanzati e, per loro tramite, 3
“Invece di mobilitare le masse, il Comitato Centrale [del PCF] fa loro un esame, dà loro un cattivo voto e giustifica così il suo opportunismo e la sua viltà” (Trotsky, 1970). 4
penetrano tra le masse” (Trotsky, 1970). Solo settori limitati, “d'avanguardia”, della classe operaia possono non solo prendere coscienza di questa situazione, ma anche passare all'azione costruendo una potenziale direzione alternativa. “Il nostro autore tratteggia la questione come se il proletariato si fosse trovato in un negozio di scarpe con vasta scelta e stesse scegliendo un paio di stivali. Anche un'operazione tanto semplice, com'è noto, non ottiene sempre buoni risultati. Riguardo a una nuova direzione, la scelta è sempre limitata. Solo gradualmente, solo sulla base dell'esperienza accumulata nelle diverse fasi ampi strati possono convincersi che una nuova direzione è più solida, più affidabile, più leale di quella precedente. Senza dubbio, in una rivoluzione, cioè quando gli eventi si evolvono in rapida successione, un partito debole può diventare forte con estrema rapidità. Ma un partito simile dev'essere preparato prima della rivoluzione”. “La molla [principale] in un processo [rivoluzionario] è il partito, [esattamente] come la direzione costituisce la molla [vitale nel meccanismo] del partito”. Da qui l'asserzione perentoria: “La crisi storica dell'umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria” (Trotsky, 2008). Un esempio concreto è dato dall'ascesa di Hitler al potere. Il 30 gennaio 1933 Hitler viene nominato cancelliere del Reich e dal 4 all'8 febbraio si tiene la “Pre-conferenza internazionale dell'Opposizione di sinistra internazionale”. Secondo il resoconto di Leonetti, “l'arrivo di Hitler al potere significa indubitabilmente per il fascismo un punto di partenza molto vantaggioso; un ulteriore aggravamento, al contrario, delle condizioni di lotta per la classe operaia. Ma la lotta è solo iniziata. Tra l'arrivo di Hitler al potere e 'l'arrivo del fascismo ai suoi fini' c'è ancora una grande distanza, che sarà riempita da lotte decisive. È per queste lotte che bisogna armarsi e prepararsi” (lettera a Trotsky, 25 febbraio). Per Tresso “la classe operaia non è ancora spezzata. Le sue organizzazioni sono in piedi. Per spezzarle Hitler dovrà impegnare un'offensiva che solleverà strati operai importanti. Una nuova fase di guerra civile è inevitabile” (La Vérité, n. 140). Il 27 febbraio il Reichstag brucia, si scatena la repressione contro il movimento operaio – i comunisti sono arrestati o costretti all'illegalità; il 5 marzo Hitler e i suoi alleati vincono le elezioni e il 23 marzo il parlamento tedesco vota i pieni poteri a Hitler. Il 2 maggio le sedi sindacali tedesche vengono occupate, e i dirigenti sindacali e socialdemocratici arrestati. Nessuna resistenza operaia si oppone all'offensiva nazista. Per Trotsky, Leonetti, Tresso e tutta l'Opposizione di sinistra non è il fallimento della classe operaia tedesca, ma quello del Partito comunista tedesco, il fallimento della direzione della classe operaia tedesca. 1d. Coscienza di classe e partito nell'elaborazione di Engels. Se per Trotsky vi è una sorta di impermeabilità tra classe operaia e le sue direzioni, per cui quelle date sono quasi intangibili e il problema è che un settore minoritario della classe crei una nuova direzione che verrà “riconosciuta” dalle masse secondo un processo accidentato e complesso, per Engels il rapporto tra classe e le sue direzioni (tra le “masse” e i “capi”) è completamento diverso, quasi opposto. Sono innumerevoli le volte in cui Engels afferma in modo perentorio che in un partito operaio, con un'effettiva base di massa, gli operai di base sono più avanzati dei capi, che i primi tengono “sotto controllo” i secondi, e che se necessario se ne disferanno senza problemi. Il vero soggetto in un partito operaio di massa sono gli operai, e i dirigenti una sorta di male necessario, ma che più di tanti guai non possono creare. Nel caso invece di partiti socialisti ancora allo stadio gruppuscolare, Engels non arretra di fronte alla speranza che vengano liquidati (anche se formalmente “marxisti”!) se costituiscono a suo avviso un ostacolo allo sviluppo reale del movimento operaio nel suo complesso; o li tratta con disprezzo da “ufficiali di un esercito senza soldati”, che con il sorgere di un movimento operaio “troveranno ben presto il proprio grado, e alquanto più basso di quello che si aspettano”. A partire dalla fine dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori – che coincide grosso modo con l'inizio della Grande Depressione -, cioè dal 1873, Engels segue assiduamente le dinamiche politiche e sociali dei maggiori paesi europei (oltre che degli Stati uniti e della Russia). Negli anni '870 solo in Germania si può dire esista un partito operaio, con cui tuttavia Marx ed Engels sono in aperta rottura politica per la maggior parte del tempo (dal 1875 al 1877 e dal 1879 al 1881). Nel decennio successivo (dal 1878 al 1890) il partito tedesco pur costretto all'illegalità (l'unica cosa che gli era consentita era la presentazione alle elezioni) conosce una eccezionale crescita. In Francia dall'inizio degli anni '880 sorgono una serie di gruppi molto minoritari, così come in Inghilterra: Engels cercherà di seguire e consigliare il piccolo Parti Ouvrier Français, mentre manterrà un atteggiamento distaccato e critico verso tutte le aggregazioni socialiste inglesi (“delle pure sette e nessun partito”). In Europa a partire dal 1879 quasi ogni anno si formano partiti operai nei vari paesi. Negli Stati uniti con un processo di fusione e aggregazione si forma nel 1877 il Socialist Labor Party, partito verso cui Engels è molto critico, mentre sarà molto attento alle esperienze dei Knight of Labor e dell'effimero United Labor Party. A partire dal 1886 negli Stati uniti e dal 1889 in Inghilterra e nell'Europa continentale un'ondata di mobilitazioni e di scioperi riporta in primo piano, a livello sociale e politico, la classe operaia nelle sue componenti più “profonde”, fino ad allora più disgregate e più sfruttate, estranee alle tradizioni politiche e organizzative precedenti; molti partiti socialisti europei passano dallo 5
stadio gruppuscolare a vere organizzazioni di massa (anche se comunque di gran lunga inferiori per adesioni e peso politico alla socialdemocrazia tedesca); ma la situazione complessiva per il movimento operaio europeo rimane comunque quella della difensiva, con una crisi economica che si prolungherà fino al 1895, anno della morte di Friedrich Engels. Per Friedrich Engels la “coscienza di classe” è la consapevolezza della irriducibilità degli interessi di lavoro e capitale, determinata dalla posizione socioeconomica dei lavoratori salariati 1: la consapevolezza quindi che esistono interessi di classe generali di tutti i lavoratori salariati, che oltrepassano le frontiere della singola fabbrica, dello specifico settore (tessile, minerario, meccanico, ecc.), che sono in contrasto con quelli del capitale (di chi possiede i mezzi di produzione) – e che tra questi interessi non vi può essere un punto di equilibrio, una mediazione durevole e accettabile per entrambe le parti. L'irriducibilità di questi interessi comporta che i lavoratori salariati possono trovare una soluzione durevole e stabile (una via d'uscita dalla loro condizione di sfruttamento) solo affermandosi contro il capitale, espropriandolo, prendendo il controllo dei mezzi di produzione. Questo è sinonimo dell'abolire il rapporto del lavoro salariato: per questo per Engels il “fine ultimo”, il contenuto della coscienza di classe, è l'augurio espresso durante le riunioni degli operai francesi, “socialisti fraternitari”, negli anni '840, al momento dei brindisi: “All'abolizione del proletariato!”. Il “più alto fine” è quindi “l'abolizione – senza mezzi termini – del sistema salariale”: “ogni movimento che non miri sempre, come scopo ultimo, all'eliminazione del sistema salariato [è] destinato necessariamente a sbagliare strada e a fare fiasco”. Questo contrasto di interessi vuol dire lotta di classe; questa irriducibilità vuol dire necessità della socializzazione dei mezzi di produzione 2. Questo è il contenuto del “comunismo”: “Ma cos'è il mistero dello spettro rosso, se non la paura della borghesia per l'inevitabile lotta all'ultimo sangue tra essa e il proletariato? La paura per l'ineluttabile esito della moderna lotta di classe?”. Questa coscienza è istintiva tra i lavoratori, è “inconscia”, “nascosta”, latente, è un “oscuro presentimento”: “La gente [i lavoratori inglesi in sciopero] considera solo provvisorie le stesse richieste del momento, anche se loro stessi non sanno a quale meta finale mirano. Ma questo oscuro presentimento è tanto profondamente radicato in loro da spingerli a scegliersi come dirigenti solo socialisti dichiarati”. L'irriducibilità degli interessi di lavoro e capitale comporta che il vero terreno di scontro è quello politico, cioè quello del potere. “L'attività generale della classe operaia in quanto classe” è “l'azione politica”: gli “scioperi per il salario e per la riduzione dell'orario di lavoro come scopo ultimo” portano a una situazione “senza via d'uscita”, “scioperi, i quali, vittoriosi o no, non fanno fare nessun passo avanti al movimento”. “Trasformare l'istinto [di classe] in azione consapevole e organizzarlo in tutto il paese” è arrivare a “un consapevole socialismo”, è “costituire la classe in partito”, “un'organizzazione generale, politica, della classe operaia come un tutto”: “finché la classe oppressa, dunque nel nostro caso il proletariato, non sarà matura per la propria autoemancipazione, sino allora, nella sua maggioranza, essa riconoscerà l'ordinamento sociale esistente come il solo possibile e, dal punto di vista politico, sarà la coda della classe capitalistica, la sua estrema ala sinistra. Ma, nella misura in cui essa matura verso la propria autoemancipazione, nella stessa misura essa si costituisce in partito politico particolare ed elegge i propri rappresentanti e non quelli dei 1
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Su collocazione socioeconomica e interessi oggettivi Eagleton (2007) esemplifica in questo modo: “Immaginiamo un luogo oggettivo all'interno della formazione sociale noto come terza fila di rematori a babordo in una galea. Questa collocazione comporta alcune responsabilità, come remare senza pause per quindici ore a tutta velocità e cantare con flebile voce canzoni di lode all'imperatore allo scoccare dell'ora. Dire che in questa collocazione sociale sono inscritti una serie di interessi significa solo che chi la occupa farebbe bene a uscirne, e che farlo non sarebbe da parte sua un capriccio o un ghiribizzo. Va da sé che questo pensiero verrebbe spontaneamente a qualunque rematore di galea appena seduto al suo posto, escludendo i masochisti, che trarrebbero un tremendo piacere da tutta la faccenda e cercherebbero di remare più veloce degli altri. L'idea che lo schiavo, ceteris paribus, farebbe bene a scappare non è un'idea che nasca da una divinità al di sopra di ogni discorso sociale; al contrario, è molto più probabile che provenga dalla Lega dei Rematori Fuggiti di Galea. Non è un interesse che non si possa venire a sapere. Quando il rematore inizia a riflettere su se stesso mugugnando tra sé e sé ‘Che lavoro d'inferno’, allora possiamo ragionevolmente affermare che il suo discorso articoli un interesse oggettivo; egli intende, cioè, che si tratta di un lavoro d'inferno non solo per lui ma per chiunque altro. Non c'è garanzia divina che lo schiavo arriverà alla conclusione che ci sarebbero modi più piacevoli di trascorrere il tempo, o che non vedrà il suo compito solo come ricompensa per il crimine di esistere, o come contributo creativo al bene superiore dell'Impero. Dire che ha un interesse oggettivo a emanciparsi significa affermare che in certe condizioni ottimali (cioè delle condizioni relativamente libere da costrizioni e mistificazioni) lo schiavo potrebbe arrivare a riconoscere questo dato di fatto. Egli riconoscerebbe che in effetti era suo interesse scappare anche prima di capirlo, il che è parte di ciò che sta comprendendo adesso”. La risoluzione votata al congresso socialista internazionale di Zurigo (1893) recita: “Il Congresso riconosce come membri del partito internazionale socialista democratico rivoluzionario tutte le organizzazioni e le società che riconoscono la lotta di classe e la necessità di socializzare i mezzi di produzione”. 6
capitalisti. Il suffragio universale è dunque la misura della maturità della classe operaia”; “Il primo passo importante per ogni paese che entra nel movimento è sempre la costituzione dei lavoratori come partito politico indipendente, non importa come, basta che sia un partito operaio distinto. Le masse devono avere tempo e opportunità per svilupparsi, e hanno questa opportunità solo a partire dal momento in cui hanno un proprio movimento – non importa in quale forma, basta che sia il loro proprio movimento – in cui verranno fatti progredire dai loro propri errori: capiranno rimettendoci di persona”. Il “loro proprio movimento” - questo è l'aspetto decisivo. È quello che Marx definisce “autoattività” operaia, l' “autoattività storica [attività storica autonoma] del proletariato, il movimento politico proprio e particolare del proletariato”. “Alla fondazione dell'Internazionale abbiamo formulato espressamente il grido di battaglia: la liberazione della classe operaia deve essere opera della classe operaia stessa. Non possiamo quindi andare sottobraccio a gente che dice apertamente che gli operai sono troppo incolti per liberare se stessi e devono prima essere liberati dall'alto. Se il nuovo organo di partito assumerà un'impostazione conforme a [queste ultime] convinzioni, sarà borghese e non proletario”. Nella visione di Engels la “classe che si costituisce in partito” è la classe operaia che in prima persona sviluppa un'attività politica. E la sviluppa esprimendo una coscienza di classe socialista che non può non essere che rivoluzionaria. Nella visione di Engels non vi è opposizione tra rivoluzionari e riformisti: quello che molti decenni dopo venne definito “riformista” sarebbe stato secondo Engels un punto di vista piccolo borghese o borghese, non proletario. Engels ragionando sulla costruzione dei partiti operai e sulla dinamica della coscienza di classe non ragionava in termini di “modelli” da seguire, definiti in modo atemporale. Sviluppava invece un'analisi che analizzava le condizioni che si venivano a creare, e quelle che dovevano essere soddisfatte per poter avanzare, e cercava di includere progressivamente nel suo ragionamento le nuove variabili che emergevano. Così a proposito delle difficoltà dello sviluppo della coscienza di classe in una serie di paesi cercava di individuare gli ostacoli (tutti, comunque e sempre, temporanei) che volta a volta si frapponevano al processo di “autoattività” della classe operaia. Per quanto riguarda Gran Bretagna e Stati uniti vi erano a suo avviso degli ostacoli di natura obiettiva. Per la Gran Bretagna sarebbe stata la sua posizione di monopolio industriale a livello mondiale che consentiva una serie di concessioni da parte borghese a un settore della classe operaia, quella qualificata di vari settori industriali: questo settore costituiva un'aristocrazia operaia che monopolizzando le strutture organizzate della classe impediva l'emergere di un'azione politica autonoma della classe. Queste concessioni da parte borghese sarebbero state fatte per il terrore di una rinascita del cartismo degli anni '830 e '840, il primo movimento politico operaio indipendente, l'espressione della classe operaia allora la più rivoluzionaria d'Europa (terrore che le organizzazioni sindacali dell'aristocrazia operaia rinfocolavano intelligentemente in modo periodico). Per Engels la fine inevitabile del monopolio industriale inglese a livello internazionale avrebbe consentito lo sviluppo politico autonomo della classe operaia. Per quanto riguardava gli Stati uniti Engels enumerava una serie di fattori, tra cui primeggiava la disponibilità di terra libera, fattore che era anch'esso destinato a esaurirsi. Oltre a questi fattori temporanei, ma pur sempre obiettivi, ve n'erano altri di ordine “soggettivo”, relativi alla cultura e alle tradizioni nazionali e al sorgere di organizzazioni che rallentavano il naturale processo di sviluppo organizzativo e politico della classe operaia. Engels si occupò a lungo della tradizione rivoluzionaria in Francia, e delle sue conseguenze per la classe operaia francese. In un importante saggio del 1878 (“I lavoratori europei nel 1877”, a mia conoscenza mai tradotto in italiano) dice che i lavoratori, proclamando che il mantenimento della repubblica (la stessa che pochissimi anni prima aveva massacrato senza pietà i comunardi!) era il loro principale obiettivo immediato, avevano dato una “dimostrazione dell'alta intelligenza politica istintiva della classe operaia francese”. Ovviamente agirono al rimorchio dei repubblicani e radicali borghesi, ma altro non era possibile senza libertà di stampa, di riunione, senza club, senza società politiche: per conquistare l'indipendenza politica era necessario sostenere la frazione borghese che avrebbe garantito queste libertà. In una situazione in cui l'unico (o quasi) partito operaio esistente in Europa era quello tedesco – che aveva, proprio nel 1877, aumentato i suoi voti del 50%, ottendendo il 10% alle elezioni di gennaio, Engels afferma addirittura che “si è di nuovo dimostrato quanto la Francia sia più avanti di noi nella prassi”, una Francia dove non esisteva alcun tipo di organizzazione operaia! Alcuni anni dopo, in occasione di un pessimo risultato elettorale del Parti ouvrier français, giustifica il comportamento operaio francese: “Che i socialisti abbiano così pochi voti (cosa di cui Lafargue si lamenta terribilmente) è del tutto naturale. L'operaio francese non butta via la propria scheda elettorale. E poiché in Francia ci sono ancora dei partiti vivi non ha politicamente senso votare per un socialista senza prospettive, se in tal modo si porta un radicale nella minoranza e un opportunista [membro della maggioranza di centro] nella maggioranza. Appena lo sviluppo delle cose in Francia permetterà ai socialisti di diventare opposizione ufficiale, vale a dire quando [il radicale] Clemenceau sarà definitivamente al governo, in un batter d'occhio otterremo milioni di voti” - l'importante era sconfiggere gli opportunisti. 7
Meno di tre anni dopo scoppia il “caso Boulanger”: un leader proto-fascista che riesce a conquistarsi un seguito popolare e operaio fulminante, denunciando le malefatte e le corruzioni del regime repubblicano. Engels (a differenza di molti della sinistra francese) riconosce immediatamente la pericolosità del personaggio e della situazione (chi da sinistra appoggiava Boulanger si comportava “come chi brucia un villaggio per cuocersi una cotoletta”, e scrive brani che profetizzano in modo impressionante la prima guerra mondiale e il fascismo), ma inizialmente respinge istintivamente l'idea che il boulangismo abbia realmente una base proletaria (“non ci credo che il bonapartismo abbia radici così profonde”): “il sano buon senso dei francesi, del quale essi stessi non si rendono conto – la necessaria logica eredità di una grande, inconsapevole logica storia –, spero si riveli più potente di ogni assurdità che si accingono a compiere consapevolmente e intenzionalmente”. Deve tuttavia ricredersi: così dal febbraio 1889 a tutto il 1890 sviluppa un'analisi storica sulle “radici bonapartiste” tra i lavoratori parigini, riconoscendone l'esistenza, “il lato negativo della loro tradizione rivoluzionaria”: questo lato della tradizione francese (“la Boulange”) “è il grande ostacolo che impedisce la formazione di un partito operaio indipendente”. La forma che ha assunto il malcontento operaio, il boulangismo, ha dimostrato la poca coscienza operaia, “gli operai francesi si comportano come se l'unico fine della loro vita sia dimostrare fino a qual punto la loro reputazione rivoluzionaria sia falsa”. Ma si augura che questo “accesso di febbre” bonapartista sia l'ultimo, confidando nella salute del corpo proletario francese. Per Engels la classe operaia impara sulla base della sua esperienza, dei suoi errori, delle sue sconfitte e delle sue vittorie. Per illustrare questo concetto opera permanentemente una antropomorfizzazione della classe operaia: discute della sua costituzione (nel senso di quella “sana e robusta”), dei suoi accessi febbrili, di quando si demoralizza e di quando si eccita, dei suoi lampi di intelligenza e di quelli di stupidità, della sua crescita corporea e psicologica, di quando si incanta, o cade nella superstizione, della sua maturità, tenacia, costanza, elasticità, prontezza di parola e good humour. In questo modo la classe operaia viene analizzata in quanto classe come un organismo vivente, “la classe vive”, non è un “insieme di patate in un sacco”. Engels invoca (contro alcuni dei suoi seguaci) rispetto verso la classe operaia: non fare “come se il proletariato inglese dovesse subito accorrere non appena alcuni letterati si convertono al socialismo e suonano l'appello”, “un'intera, grande classe operaia non può essere messa in movimento con delle prediche”, “è impossibile inculcare così semplicemente dottrine e dogmi in testa a una grande nazione [classe operaia nazionale], anche se si ha la migliore delle teorie”. Engels si battè (senza successo) perchè i socialisti americani entrassero e operassero all'interno dei Knight of Labor, che pur con confusioni politiche enormi erano tuttavia diventati la organizzazione degli operai americani, raggiungendo nel 1887 700mila membri; così si battè (in gran parte senza successo) perché i socialisti americani operassero per la valorizzazione e la continuazione dell'esperienza dell'United Labor Party di New York. In questa situazione una frazione socialista poteva essere (con una corretta politica) di enorme aiuto nel garantire e nell'accelerare la maturazione di questa esperienza: questo intervento non si concretizzò e sia l'apogeo dei Knight, sia quello dell'ULP furono effimeri. Contro i dogmatici che in Inghilterra e negli Stati uniti si proclamavano marxisti Engels ha parole di fuoco: “[i tedeschi del SLP] in gran parte, non capiscono la teoria e la trattano in maniera dottrinaria e dogmatica come qualche cosa che deve essere imparata a memoria, ma che è anche senz'altro sufficiente per tutte le necessità. Per loro è un credo, non una guida per l'azione. Inoltre per principio non imparano l'inglese” [!]; “qui da noi si impadronisce sempre più delle masse un socialismo istintivo, che per fortuna in tutte le sue formulazioni precise va ancora in senso contrario al dogma dell'una e dell'altra organizzazione socialista”; “La Social Democratic Federation divide con i vostri socialisti tedesco-americani l'onore di esser il solo partito che sia riuscito a svilire la teoria marxiana dello sviluppo ad una rigida ortodossia cui gli operai non devono cercare di elevarsi partendo dal loro senso di classe, ma che devono ingoiare a forza, subito e senza sviluppo, come un articolo di fede. Quindi, rimangono entrambi delle pure sette e vengono, come dice Hegel, dal niente attraverso il niente al niente”. Ma dove è più sprezzante è quando i dogmatici sono “intellettuali”, e non operai: i “signori studenti potrebbero anche scoprire che l' 'istruzione', in virtù della quale si sentono superiori agli operai, lascia ancora moltissimo a desiderare e che gli operai possiedono in modo istintivo 'immediato', à la Hegel, quello per cui essi devono prima faticosamente affannarsi. La [loro] figuraccia al [congresso di] Erfurt fu anche pietosa”; “il partito può benissimo fare a meno di quegli elementi di educazione [gli intellettuali] il cui principio primo consiste nell'insegnare ciò che non si è imparato”. Un ulteriore ostacolo soggettivo alla naturale dinamica della coscienza di classe era data dall'influenza di quelli che noi definiremmo riformisti, e che Engels invece definisce piccolo borghesi. Così nel 1879 si scagliò contro il settore di “intellettuali” moderati del partito tedesco: “[per costoro] il programma non deve essere abbandonato, bensì soltanto procrastinato... a tempo indeterminato. Il crollo dell'ordinamento capitalistico è collocato ad una distanza irraggiungibile, non ha quindi assolutamente nessun significato per 8
la prassi politica del presente; si può mediare, fare compromessi, filantropizzare a piacimento. La stessa cosa vale per la lotta di classe tra proletariato e borghesia. Sulla carta la si riconosce, però essa viene soffocata, annacquata, attenuata. [Vengono usate] forza ed energia per quelle riforme-rattoppo piccolo borghesi che offrono al vecchio ordinamento sociale nuovi sostegni e, così, potrebbero trasformare forse la catastrofe finale in un processo di dissoluzione lento, graduale e possibilmente pacifico. Sono le stesse persone che non solo non fanno nulla loro stessi, ma cercano anche di impedire che in generale succeda qualche cosa di più delle chiacchiere; gli stessi che non vedono mai la reazione e sono poi tutti sorpresi di trovarsi alla fine in una strada senza sbocco, dove non sono possibili né la resistenza né la fuga; gli stessi che vogliono rinchiudere la storia nel loro orizzonte piccolo borghese e che vengono ogni volta superati dall'ordine del giorno della storia”. Di nuovo, nel 1885, si delinea una forte tendenza moderata nel partito tedesco, in specifico nella frazione parlamentare: “in un paese piccolo borghese come la Germania il partito deve avere anche un'ala destra 'colta' piccolo borghese che si scuoterà di dosso nel momento decisivo”, “ho un'incondizionata fiducia nel nostro proletariato, pari all'illimitata sfiducia verso la piccola borghesia tedesca, totalmente corrotta. Quando i tempi si faranno un po' più vivaci anche la lotta si acuirà in modo tale che la si potrà condurre con amore”. Contro i dogmatici e certi “intellettuali” piccolo borghesi, Engels sosteneva la necessità della “scienza socialista”3, da studiare e aggiornare permanentemente, e della conoscenza delle “leggi della lotta di classe” 4. “Il carattere scientifico del marxismo consiste in una triplice dimostrazione: 1) quella delle contraddizioni del capitalismo, insolubili nel loro proprio sviluppo; 2) quella dell'unica possibilità di soluzione positiva di queste contraddizioni, nel passaggio a una economia socialista collettivista; 3) quella che una sola classe ha al contempo l'interesse e la forza sufficienti per realizzare questo passaggio: il proletariato, che vi tende per mezzo della sua spontanea organizzazione di opposizione al suo sfruttamento, in cui trova la coscienza della sua realtà di classe e della sua forza come classe” (Lequenne, 1984). Come ha efficacemente illustrato Hal Draper non c'è bisogno di credere alla legge di Newton per cadere in virtù della forza di gravità, e così non c'è bisogno di credere alle leggi della lotta di classe per farla: ma il compito degli “uomini di scienza” è trovare la legge di Newton e quelle della lotta di classe 5. L'autoattività politica della classe operaia poteva 3
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Qui “scienza socialista” non è tanto contrapposta a “ideologia socialista” - dipende dal senso che si dà al termine ideologia (si veda Eagleton, 2007). Per Joseph McCarney (2005) tutta la querelle sulla “falsa coscienza”, se riferita a Marx ed Engels, è un puro “mito”, è una “leggenda”. Engels oppone “scienza socialista” a “socialismo utopico” nel volume “L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza”, un estratto, rielaborato, dall'Antidühring. “L'evoluzione...” è un testo affascinante, che meriterebbe di essere riletto, e non solo citato per il titolo; anche la prefazione scritta da Engels nel 1892 è uno dei suoi scritti migliori (confessava che in questa prefazione aveva dato libero sfogo all'astio contro la borghesia inglese accumulato nel corso dei decenni). Engels in questo testo difendeva il “socialismo utopistico”, e ne riconosceva gli eccezionali meriti e i debiti che i socialisti alla fine del XIX secolo avevano nei suoi confronti, ma “il socialismo precedente criticava il vigente modo di produzione capitalistico e le sue conseguenze, ma non poteva darne una spiegazione né quindi venirne a capo: non poteva che respingerlo semplicemente come un male. Si tratta invece da una parte di presentare questo modo di produzione capitalistico nel suo nesso storico e nella sua necessità nell'ambito di un determinato periodo storico, e quindi anche la necessità del suo tramonto, dall'altra, invece, di svelare anche il suo carattere interno, che ancora era rimasto celato. Questo si ebbe con la scoperta del plusvalore. Con queste due grandi scoperte: la concezione materialistica della storia e la rivelazione del segreto della produzione capitalistica mediante il plusvalore, il socialismo è diventato una scienza che ora occorre anzitutto elaborare ulteriormente in tutti i suoi particolari e nessi”. Il compito del “socialismo scientifico” è così illustrato da Engels: “Compiere quest'azione di liberazione universale è la missione storica del proletariato moderno. Studiarne a fondo le condizioni storiche e conseguentemente la natura stessa e dare così alla classe, oggi oppressa e chiamata all'azione, la coscienza delle condizioni e della natura della sua propria azione è il compito del socialismo scientifico, espressione teorica del movimento proletario”. La forza retorica di questo passo nell'originale tedesco (con tonalità millenaristiche) viene persa nella traduzione italiana. Una versione inglese che cerca di ricreare questa forza recita: “To carry out this world-freeing deed – this is the historical calling of the modern proletariat. The task of the theoretical expression of the proletarian movement – scientific socialism – is to solidly explicate the deed's historical conditions and therefore its very nature. By so doing, scientific socialism will bring the conditions and the nature of the proletariat's own act into the awareness of a class that, although oppressed today, is called to this great action”. Si veda Lih, 2006. “Quando si è 'uomo di scienza', della scienza economica, non si hanno ideali, si elaborano dei risultati scientifici, e quando, oltre a ciò, si è uomo di partito, si combatte per tradurli nella pratica. Ma quando si ha un ideale [l'ideale politico e sociale], non si può essere un uomo di scienza, perché si ha un'idea preconcetta” (lettera a Lafargue, 11.8.1884). Le “leggi della lotta di classe” trovano la loro espressione più sintetica nei programmi socialisti d'allora. Così la socialdemocrazia austriaca nel 1888: “La trasformazione dei mezzi di lavoro in possesso sociale dell'intero popolo lavoratore significa non solo la liberazione della classe operaia, ma anche la realizzazione di un necessario sviluppo 9
percorrere vie diverse, a secondo dei paesi, dei momenti, delle situazioni. Poteva esprimersi in un partito operaio indipendente, politicamente molto confuso (sui “fini ultimi” e come arrivarci), ma fin da subito espressione di larghe masse operaie, oppure poteva esprimersi come partito operaio socialista, verso cui convergevano progressivamente i vari spezzoni della classe operaia, con ritmi e modalità specifici in ogni paese. In entrambi i casi il partito doveva costituire il canale di discussione e confronto della classe operaia per elaborare e imparare dalla propria esperienza. La prima via sembrò concretizzarsi per alcuni anni negli Stati uniti; la seconda via fu quella classica dell'Europa continentale, con la formazione di partiti operai dove convergevano varie tradizioni socialiste; a seconda delle circostanze Engels sostenne la prima, la seconda, o una combinazione delle due vie, per l'Inghilterra – Engels da questo punto di vista fu sempre molto realista, e cercò di capire le peculiarità nazionalità che imprimevano un corso piuttosto che un altro alla lotta di classe. Lo studio della “scienza socialista” e la conoscenza delle “leggi della lotta di classe” erano per Engels essenziali per un corretto approccio alla situazione concreta. Il compito degli intellettuali al servizio della classe operaia doveva essere quello di trovare la via pratica per aiutare, per accelerare il “naturale sviluppo” della classe operaia, senza “chiasso”, “spacconate” e “frasi altisonanti”, ma offrendo un quadro di comprensione complessivo dell'esperienza pratica che veniva fatta dalle masse e chiarendo sempre gli interessi irriducibilmente contrastanti di lavoro e capitale nelle varie congiunture specifiche6. È questo il senso dell'affermazione di Engels per cui il partito socialista doveva
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storico. Il soggetto di questa missione può essere solo il proletariato con coscienza di classe organizzato come partito politico”. In modo ineguagliabile da Marx, che scrisse il preambolo del partito operaio francese nel 1880: “Considerando, che l'emancipazione della classe produttiva è quella di tutti gli esseri umani senza distinzione di sesso e di razza; che i produttori non potranno essere liberi finché non saranno in possesso dei mezzi di produzione (terra, fabbriche, navi, banche, crediti, ecc.); che non vi sono che due forme sotto le quali i mezzi di produzione possono appartenere loro: 1. la forma individuale, che non è mai esistita allo stato dei fatti in modo generale e che è diminuita sempre più a causa del progresso industriale; 2. la forma collettiva, i cui elementi materiali e intellettuali sono costituiti dallo sviluppo stesso della classe capitalista; considerando, che questa appropriazione collettiva non può provenire che dall'azione rivoluzionaria della classe produttiva – o proletariato – organizzata in un proprio partito; che una simile organizzazione deve essere perseguita con tutti i mezzi di cui dispone il proletariato, compreso il suffragio universale, trasformato così da strumento di inganno quale è stato fin qui, in strumento di emancipazione [“il suffragio universale come strumento di emancipazione” è un'affermazione estremamente sintetica travisata mille volte dai riformisti – quelli rigorosamente piccolo borghesi: vi ritornerò nelle conclusioni]; i lavoratori socialisti francesi, dandosi come obiettivo dei loro sforzi rispetto all'ordine economico il ritorno alla collettività di tutti i mezzi di produzione, hanno deciso, come mezzo di organizzazione e di lotta, di partecipare alle elezioni con il seguente programma minimo”. È stato talvolta utilizzato contro la visione “partitista” il seguente brano di Engels, 1885: “Oggi si deve sottoporre tutto il proletariato tedesco a leggi eccezionali, solo per allentare un po' il processo della sua evoluzione verso la piena consapevolezza della sua situazione di classe oppressa. Oggi il proletariato tedesco non ha più bisogno di alcuna organizzazione ufficiale, né pubblica né segreta; il semplice, naturale legame fra compagni di una stessa classe basta, senza statuti, organi direttivi, deliberazioni di nessun genere, senza altre forme tangibili, per scuotere tutto l'impero tedesco. E non basta. Il movimento internazionale del proletariato europeo ed americano è ora talmente rafforzato che non soltanto la sua prima forma angusta - la Lega segreta - ma anche la sua seconda forma, infinitamente più ampia - l'Associazione Internazionale degli Operai - è diventata per esso un ceppo e che il semplice sentimento di solidarietà basato sulla comprensione dell'identità della situazione di classe, basta a creare e a mantenere fra gli operai di tutti i paesi e di tutte le lingue uno stesso grande partito del proletariato”. Questo brano deve molto alla situazione di illegalità in cui versava il partito tedesco: era cioè pensato e scritto come una sfida al regime di Bismarck. Quanto centrale fosse invece la preoccupazione di Engels per il partito tedesco proprio quell'anno lo si deduce dal suo carteggio dove affrontò la crisi al vertice del partito, dove emerse un'ala moderata (la frazione parlamentare) contro cui Engels si battè duramente. Engels considerò anche i passi concreti, organizzativi (stampa, finanze del partito, ecc.), per gestire una loro eventuale scissione. Sull'organizzazione socialista durante il periodo delle leggi antisocialiste il riferimento d'obbligo è Lidtke, 1966. Sono stati versati oceani di inchiostro sulla presunta visione élitista del partito in Lenin, secondo cui la “coscienza” verrebbe portata dall'esterno alla classe operaia: così il partito operaio sarebbe un affaire di intellettuali, o di burocrati estranei alla classe operaia. Il testo incriminato è naturalmente il Che fare? del 1903. Oceani di inchiostro versati solo grazie all'ignoranza di ciò che scriveva Lenin, del contesto del movimento socialista d'allora, e della polemica condotta in specifico da Lenin nel 1903 (contro la corrente cosiddetta economicista, secondo la quale gli operai russi erano troppo ignoranti per parlare con loro di politica, e che bisognava quindi, come socialdemocratici, limitarsi a parlare con gli operai di questioni sindacali). Per Lenin la “scienza socialista” sorgeva all'esterno della classe operaia, come d'altronde ogni sviluppo scientifico, e lo sviluppo della socialdemocrazia era dato dall'unione tra “scienza socialista” (e non “scienziati”, o intellettuali, socialisti! - c'è una bella differenza) e “movimento operaio”. Per Lenin gli operai russi erano perfettamente in grado di appropiarsi della “scienza socialista”. Su questi aspetti, sul socialismo degli anni '890 e inizio '900, fondamentale è il monumentale e affascinante studio di Lih, 10
essere “il partito economico” per eccellenza: contare gli interessi operai da un lato e borghesi dall'altro, smascherando imbrogli e raggiri, “facendo riferimento alle condizioni immediate e reali” di ogni specifico paese. Con queste concezioni è ovvio che Engels si battè sempre (nelle situazioni di legalità) per un partito socialista dove la democrazia fosse massima, sia in termini di libertà di discussione, sia in termini di libertà di stampa (consigliò il partito tedesco a creare lui stesso una stampa realmente indipendente dal partito): condizioni senza le quali la “scienza socialista” non poteva prosperare e le masse non potevano imparare dalla propria esperienza7. Dal punto di vista organizzativo la sua (e di Marx) battaglia contro partiti ipercentralizzati risaliva fin dalla fondazione dell'organizzazione lassalliana, nel 1864: la “dittatura” nel partito (di un Lassalle, di un Hyndman, ecc.), un marchio indelebile delle sette, doveva essere esclusa ad ogni costo. Solo contava la “fedeltà ai principi” e alle deliberazioni democraticamente adottate a livello congressuale (la prima contava evidentemente più delle seconde): essendo l'autoemancipazione un atto creativo dei lavoratori, era impensabile l'imposizione di una stretta disciplina nella costruzione del partito. Per questo si oppose a misure disciplinari di espulsione (eccetto nel 1892 contro la cosiddetta “ala sinistra” del partito tedesco, ma fece successivamente autocritica). L'organizzazione eisanachiana che Marx ed Engels sostennero dalla sua fondazione nel 1869 era estremamente decentralizzata; e il partito tedesco riorganizzato dopo le leggi antisocialiste fu un'organizzazione “informe”, dove praticamente nessun confine separava l'elettore dal membro del partito. Dagli inizi del '900 il partito tedesco subì un processo progressivo di centralizzazione, ma l'esistenza parallela e intrecciata al partito di un enorme associazionismo operaio della più varia natura neutralizzò in buona misura le tendenze autocratiche di dirigenti locali e nazionali. Nel 1910 un osservatore attento definì il Partito socialdemocratico tedesco un “partito mollusco”. La garanzia che il partito fosse l'espressione della classe operaia fu per Engels una preoccupazione permanente: per questo si battè così duramente contro le tendenze “intellettuali” piccolo borghesi, contro i “burocrati dirigenti di partito” (che non potevano essere “trattati con i guanti” come si fa con un semplice membro del partito, ma devono essere trattati rudemente per quello che si meritano) e i lavoratori che passando alle dipendenze del partito (“i pensionati di partito”) non possono più essere considerati lavoratori, e si adattano alle tendenze piccolo borghesi e burocratiche (consigliava una loro rotazione) (Engels sapeva che non se poteva fare a meno, e criticava gli operai inglesi che volevano che i dirigenti lavorassero per loro per tutto il tempo, ma poi non tiravano fuori un soldo, gettandoli in braccio alla corruzione); contro avventurieri, carrieristi, mascalzoni e corrotti che inevitabilmente vengono attirati da un grande partito di massa. Ma rimaneva comunque convinto che un partito operaio di massa sarebbe riuscito comunque a digerire tutti questi elementi estranei. Penso quindi che sia ora chiaro in che cosa consisteva l' “ottimismo” di Engels, e la sua incondizionata fiducia nelle “masse”, nella classe operaia. Era l'ottimismo di chi era convinto di aver decifrato la dialettica tra dinamica capitalista (e del sistema internazionale degli stati) e la inevitabile autoattività storica, politica della classe operaia. 1e. Un secolo di burocrazia operaia? Il secolo venti sembra aver dimostrato esattamente l'opposto della convinzione di Engels: che cioè un partito operaio di massa sarebbe riuscito comunque a digerire piccolo borghesi, burocrati e quant'altri elementi estranei alla classe operaia. Fin dal 1911 Roberto Michels teorizza esattamente l'opposto: “Il partito, come formazione esteriore, come meccanismo, non si identifica automaticamente con l'insieme dei membri o addirittura con la classe. Il partito deve essere solo un mezzo per conseguire un fine ulteriore. Se esso diventa fine a se stesso [e questo per Michels è inevitabile], con propri scopi ed interessi, allora si scinde teleologicamente dalla classe che rappresenta1. Non è detto che in un partito gli interessi delle masse in esso organizzate coincidano sempre con quelli del gruppo di funzionari che rappresentano il partito. L'interesse – conservatore – del corpo dei funzionari può esigere, in determinate situazioni politiche, una linea di condotta difensiva o addirittura regressiva, mentre gli interessi della classe operaia vorrebbero una politica audace ed aggressiva; oppure, ma molto più raramente, può anche accadere il contrario. È legge sociale immutabile che in ogni organo di una collettività nato da una divisione del lavoro, sorga, non appena esso si è consolidato, un interesse proprio, un interesse in sé e per sé”. Per Michels la burocratizzazione di ogni partito di massa è inevitabile: “alle decisioni di partito prende parte soltanto una minoranza, per di più esigua. Anche le decisioni della massima importanza, che vengono prese in nome di un
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2006. Il partito socialdemocratico tedesco non ebbe dibattiti interni nel senso di riservati – tutti i contributi ai dibattiti (anche quelli per caratteristiche proprie più interni) erano pubblicati sulla stampa. Michels cita un proverbio operaio francese: “Homme élu, homme foutu” (“Uomo eletto, uomo fottuto”). 11
partito dichiaratamente democratico, sono in effetti prese da un pugno di membri 2. Il potere di decisione e di direzione sta in rapporto inversamente proporzionale al numero. Il bisogno di essere guidati è illimitato nelle masse”. Ernest Mandel (1992) chiarisce la posta in gioco: se la degenerazione burocratica dei partiti operai di massa fosse inevitabile, l'attività e l'auto-organizzazione di massa sarebbero impossibili (o permarrebbero a livelli molto bassi). Senza autoemancipazione non sarebbe possibile alcun futuro socialista, ma solo una politica di riforme del capitalismo – ma mere riforme del capitalismo non hanno ieri prevenuto la presa del potere da parte di Hitler, o bloccato la via che ha portato ad Auschwitz e Hiroshima. Né rimuoveranno simili pericoli domani: la barbarie sarebbe inevitabile. Mandel riconosce “la relativa passività dei lavoratori nelle organizzazioni di massa”, e aggiunge: “che risulta largamente dalla pratica e dalle politiche della burocrazia”. La burocrazia sorge dal fatto che che “intellettuali a tempo pieno piccolo-borghesi arrivano a occupare le funzioni intermedie e quelle al vertice di un apparato permanente”, apparato senza cui un partito di massa sarebbe inconcepibile. Ma “in ultima analisi, il problema può essere correttamente posto e risolto solo se la semplicistica contrapposizione di 'nero' (burocratizzazione) e 'bianco' (autogoverno dei lavoratori) è rimpiazzata da una comprensione dialettica di processi contraddittori e combinati. Una incipiente tendenza alla burocratizzazione delle organizzazioni di massa dei lavoratori è in verità inevitabile, come lo sono periodici declini nell'attività di massa. Ma periodiche ascese nel livello dell'attività di massa sono altrettanto inevitabili prodotti delle contraddizioni interne del capitalismo e della società borghese: spesso hanno assunto la forma di azioni rivoluzionarie. Più questo processo si dispiega, più la tendenza alla burocratizzazione può essere arrestata, ribaltando i risultati a cui si era precedentemente arrivati”. Ragionando su un aspetto collegato a quello della burocratizzazione delle organizzazioni di massa, cioè all' “influenza riformista sulla classe operaia”, Mandel (1978) riprende lo stesso concetto, affermando che “non si può render conto della realtà della lotta di classe nei paesi a capitalismo avanzato, dalla Prima guerra mondiale..., riconducendola o alla formula 'il riformismo domina' , o alla formula opposta ' la classe operaia è spontaneamente rivoluzionaria e i traditori riformisti le impediscono di fare la rivoluzione'. Le due formule sono analiticamente assurde. La prima porta all'impossibilità del socialismo. La seconda porta a una concezione demonologica della storia. Né l'una né l'altra possono render conto della realtà storica”, che è fatta di alternanza tra periodi di funzionamento normale e periodi di crisi, di situazioni prerivoluzionarie e rivoluzionarie. Quando c'è “business as usual”, l'influenza riformista è assicurata dalla “dialettica delle conquiste parziali” - la salvaguardia delle conquiste passate (che possono essere anche forti organizzazioni operaie, oltre che un certo livello di vita e di diritti) porta al rigetto di azioni più “audaci” che potrebbero metterle in pericolo. Ma, senza considerare lo sviluppo di situazioni prerivoluzionarie in periodi di relativo benessere operaio (come alla fine degli anni '60 in alcuni paesi dell'Europa occidentale), questa fattore viene comunque a decadere in periodi che non sono di “business as usual”, di periodi di profonda crisi o di prolungata stagnazione che annullano “i margini di manovra” del riformismo. Ma quello a cui si è assistito almeno dal 1914 è davvero un fenomeno di burocratizzazione e di egemonia riformista nella classe operaia, assicurata sia dalla socialdemocrazia che dai partiti stalinisti? In altri termini: socialdemocrazia e stalinismo sono riducibili a burocrazia operaia e riformismo? Un dubbio è possibile andando a rileggere quanto scriveva Tresso nel 1938: “Oggi, è chiaro a tutti che la vergognosa capitolazione, senza lotta, dello stalinismo tedesco di fronte all'hitlerismo, faceva parte del 'piano' politico di Stalin che, con il genio che lo contraddistingue, pensava con questo mezzo di avere come alleata una Germania più forte contro l'imperialismo anglo-francese. Come nel 1927 aveva offerto a Chiang-Kai-shek la testa della rivoluzione cinese per guadagnarsi la sua alleanza, nel 1932 Stalin sacrificò la rivoluzione tedesca per comprare l'alleanza di Hitler. È proprio per la politica seguita dagli staliniani in Cina e in Germania che il fascismo rappresenta oggi un pericolo mortale per tutti i paesi del mondo. Non meno chiaro ormai è il significato reale del Fronte Popolare perseguito dagli staliniani in Francia, in Spagna e in altri paesi. La lotta contro il fascismo non è stata e non è ancora che un pretesto. Lo scopo reale è un altro e consiste nel trovare nuovi alleati alla burocrazia sovietica. Importa poco se questi alleati sono dei 'democratici' o dei reazionari di prim'ordine o dei fascisti. Infatti, la linea di demarcazione effettiva stabilita dagli staliniani tra 'amici' e 'nemici' non è affatto quella che corre tra fascisti e antifascisti. Tale demarcazione è basata ancor meno su criteri di classe. No, gli 'amici' sono quelli che accettano – nel senso più largo della parola – la politica del 2
Michels fa seguire alcuni esempi gustosi: la sezione socialista di Roma (700 iscritti) il 5 novembre 1905 procedette all'espulsione di Leonida Bissolati. I partecipanti alla riunione furono 100, di cui 55 a favore dell'espulsione. La stessa sezione, nel maggio 1910 (con 600 iscritti) votò una mozione di condanna della frazione parlamentare con 41 voti contro 24. In Germania sezioni sindacali con 5.000 iscritti riuscivano a malapena a riunire 500 lavoratori nelle assemble generali. Inarrivabile però il partito repubblicano statunitense: in un mass-meeting in Oregon 3 presenti votarono 11 delegati. 12
governo di Mosca; i 'nemici' sono quelli che non la accettano. I primi sono considerati come 'amici della Pace', uomini 'probi', 'onesti' e tutti i tralalà, anche se sono reazionari o fascisti; i secondi sono dichiarati 'banditi', 'spie' e 'fascisti', anche se per tutta la loro vita – e talvolta con la loro morte – si sono dimostrati i nemici più implacabili del fascismo”. Qui non si tratta di burocrazie operaie conservatrici e riformiste: secondo Tresso i partiti stalinizzati sono partiti di fatto estranei al movimento operaio, non espressione di una dinamica interna al movimento operaio stesso: sono partiti che hanno come esclusivo interesse quello della politica estera statale di Mosca. Un caso di stalinofobia? In realtà un approccio simile si ritrova nel “Manifesto ai lavoratori del mondo intero” adottato dal Comitato esecutivo internazionale della IV Internazionale all'indomani del congresso di fondazione della stessa IV Internazionale (settembre 1938), che allarga il discorso anche ai partiti socialdemocratici: “I capi della II Internazionale agiscono come agenti diretti dell'imperialismo 'democratico', aiutandolo ad attenuare i colpi della lotta di classe, sperando così di preservare la propria posizione nella democrazia capitalista in declino. Quelli della III Internazionale, tradendo tutti i loro principi e ideali tradizionali, sono stati convertiti in strumenti della burocrazia sovietica. Le due vecchie Internazionali differiscono soprattutto nella misura in cui differiscono la borghesia anglo-franco-americana e la cricca staliniana dirigente. Entrambe hanno da lungo tempo abbandonato la lotta di classe. La burocrazia reazionaria ha stabilito in Urss un regime totalitario3 odioso grazie a un regime sanguinario di terrore continuo, completato dagli attacchi gangsteristici contro i rivoluzionari all'estero e la corruzione del movimento operaio e intellettuale. Questo regime discredita il nome del socialismo. I pretesi partiti comunisti non sono nient'altro che delle agenzie prezzolate di questo regime totalitario, il cui solo fine a livello mondiale è il mantenimento della statu quo imperialista”. 2. Un tentativo di interpretazione storica e alcune modeste proposte 2a. Le considerazioni che seguono sono fatte pensando a un minuscolo angolo del nostro pianeta, l'Europa occidentale; quanto segue è quindi un tentativo d'analisi, un contributo a un dossier ben più ampio. Il mio tentativo è quello di “riscattare dall'enorme condiscenza dei posteri” il tardo Engels, l'Engels politico. Secondo la visione più diffusa Engels, molto semplicemente, non potè vedere da vivo gli sviluppi decisivi, e quindi la sua “teoria politica” rimase di conseguenza a uno stadio infantile. In una minuscola fetta dell'odierna estrema sinistra (quella che si autodefinisce “leninista”) è diffusa l'immagine di un Lenin che, innovando radicalmente fin dai primi del '900 la tradizione socialista, fece diventare adulta questa “teoria politica”. Quanto questa ultima lettura debba a una scarsa frequentazione dell'universo socialista tra l'890 e il '914 (incluso il variegato mondo socialista russo) è per fortuna oggi chiarito da molteplici studi storici – la cui influenza non oltrepassa, è obbligo riconoscerlo, stretti circoli accademici. Sempre secondo la visione più diffusa Engels inclinò, in tarda età, se non al revisionismo (come pretese Bernstein), quantomeno a un legalitarismo, a un'ipotesi di via parlamentare al potere, che lo fece vedere di cattivo occhio ai rivoluzionari. Questo mito, in cui caddero anche, a suo tempo, Rosa Luxemburg e Lev Trotsky, è semplicemente una leggenda: Engels anche nel suo cosiddetto “testamento politico” (che testamento non fu, in quanto era completamente ignaro della malattia che l'aveva colpito), l'Introduzione del 1895 a “Le lotte di classe in Francia” di Marx, non propugnava una via parlamentare al socialismo (50% più 1 dei voti) ma sosteneva che il progresso elettorale socialdemocratico permetteva esclusivamente di misurare le forze del “proletariato conscio”1 (e sempre ripetè che ben prima del fatidico 50% più 1 dei voti si sarebbe arrivati alla lotta a morte con la borghesia e la reazione prussiana degli junkers). Engels ipotizzava addirittura, in questo testo, una sollevazione militare (di un esercito conquistato almeno a 1/3 alle idee socialiste) come ipotesi rivoluzionaria. Per Engels obiettivo della classe operaia poteva essere solo l'abbattimento del capitalismo – sui mezzi amava sostenere che appoggiava tutti quelli che facevano avanzare la classe operaia verso questo fine, fossero il più violento 2, o il più pacifico; ma sosteneva anche 3 1
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“L'URSS meno la struttura sociale creata dalla rivoluzione d'Ottobre sarebbe un regime fascista” (Trotsky, 1969). Questo è il senso dell'affermazione di Marx sul suffragio universale “strumento di emancipazione”. Una lettura attenta del periodo di Marx già lo rivela: “una simile organizzazione [il proletariato organizzato in un proprio partito] deve essere perseguita con tutti i mezzi di cui dispone il proletariato, compreso il suffragio universale, trasformato così da strumento di inganno quale è stato fin qui, in strumento di emancipazione” (sottolineature mie): il suffragio universale serve all'emancipazione del proletariato nella misura in cui costituisce un mezzo per costruire il partito operaio. Niente a che vedere con il “cretinismo parlamentare”. Engels non arretrava neppure di fronte al “terrorismo individuale”: fu lui, nel 1891, a salvare, trovandogli un nascondiglio sicuro, un polacco che uccise a Parigi un generale russo. Gli storici parlano di “socialista polacco” 13
che un redde rationem militare era inevitabile (da qui il suo interesse, anche nel testo 1895, per il peso del socialismo nelle regioni tedesche dove veniva reclutato il maggior numero dei soldati del Reich). Secondo Engels era possibile – era addirittura inevitabile – che la classe operaia si costituisse in un partito i cui contorni noi oggi definiremmo rivoluzionari. Questo partito sarebbe stato forzatamente di massa, tendenzialmente maggioritario in un paese a capitalismo avanzato (quanto meno maggioritario tra le fila del proletariato), e sarebbe stato il canale dell'autoattività politica proletaria. Per Engels un tale partito, una volta raggiunta una determinata soglia quantitativa, avrebbe potuto “tenere a bada” tendenze piccolo-borghesi (riformiste e moderate) e degenerazioni burocratiche, in quanto il soggetto attivo di questo partito non sarebbe stato tanto la sua direzione quanto il settore di classe operaia che lo costituiva. Per chi è della nostra generazione tutto ciò appartiene a un mondo fatato: la nostra esperienza è stata di partiti di massa dove le masse se ne stanno regolarmente a casa (se non qualche giorno all'anno, non per politica, ma ai turni agli stand e alla griglia delle salamine); partiti di massa il cui orientamento riformista era tale che addirittura Bernstein e Turati se ne sarebbero allontanati con disgusto. Partiti di massa che potevano solo dare ragione al Michels e al Pareto, per cui la politica è affare di élites, sia pur operaie. Eppure questo “mondo fatato” fu una realtà, prima del fatidico 4 agosto 1914. Nel partito socialdemocratico tedesco – che raggiunse nel 1913 un milione e 200mila aderenti – la partecipazione degli iscritti alla vita di partito fu mediamente del 75% (di contro a un 10% nei sindacati), cioè subito prima della guerra furono politicamente attivi 900.000 lavoratori! L'attività di simili masse di lavoratori pose un limite invalicabile al potere della burocrazia (e dei piccoloborghesi “revisionisti”) nel partito tedesco – e sommandosi ai cicli di mobilitazione sociale portò la socialdemocrazia tedesca a caratterizzarsi in modo radicale nelle congiunture politiche decisive. Il “tono” (reale e non di facciata) della socialdemocrazia tedesca era nelle parole di Bebel (1903), scagliate nel Reichstag5: “Io rimango il nemico mortale di questa società e di questo sistema sociale, alfine di indebolire la sua vera vita, e, se mi sarà possibile, per eliminarla senza mezzi termini”. E non erano parole vuote quelle di Liebknecht, che dieci anni prima affermava, nella stessa sede: “i dirigenti non sono nient'altro che soldati semplici, che marciano con le larghe masse in ogni e ciascuna occasione”. Bebel, nelle stesse sedute parlamentari in cui così s'era espresso Liebknecht, aggiungeva: “Non c'è nessun partito in cui le tendenze tiranniche siano combattute in modo tanto energico quanto lo sono nel partito socialdemocratico, che nella sua vera essenza e nella sua vera natura è un partito totalmente democratico ed è obbligato ad esserlo se vuole realizzare i suoi fini”. L' “autoattività” politica operaia prese in Germania come canale il partito socialdemocratico (e l'enorme associazionismo che si intrecciava all'attività di partito), e non i sindacati, dove la partecipazione fu a livelli molto più consoni a quelli a cui noi ci siamo abituati. In altri paesi, e in periodi diversi, questa “autoattività” politica prese strade diverse – soprattutto il sindacalismo rivoluzionario, in alcune parti d'Italia, in Francia, e altrove 8. Secondo invece la visione corrente il fenomeno burocratico, di sua natura “conservatore”, divenne l'elemento centrale nel movimento operaio al più tardi dal 1905, e a questo deve essere ascritto tradimento del 4 agosto e successivi disastri a catena. Secondo questa visione i fenomeni di degenerazione burocratica sono l'asse su cui ricostruire le vicende del movimento operaio novecentesco, da quelli di dimensioni planetarie (la degenerazione dell'Urss) a realtà micro, come la degenerazione di piccole sette pseudorivoluzionarie. L'andamento ciclico dell'attività operaia serve per taluni a salvare l'ipotesi socialista dell'autoemancipazione contro l'onnipresente cappa burocratica, per altri serve a condannare (senza appello, almeno in questa lunga fase odierna che dura da una generazione) il “soggetto classe operaia”. L'errore di questa visione è nell'essere ben poco storica, leggendo con occhi troppo contemporanei realtà ben diverse. La situazione a mio avviso mutò dopo il 1914. Il collasso della II Internazionale fu un collasso dovuto alle debolezze, alle contraddizioni politiche, ai nodi teorici e politici irrisolti dell'Internazionale (per questo l'ala rivoluzionaria proclamò la sua fine e la necessità di una nuova Internazionale). La dinamica di scatenamento della guerra si consumò in una manciata di giorni (dal 1° al 4 agosto 1914): le masse operaie, per definizione impotenti una volta che la mobilitazione militare aveva inizio, subirono in aggiunta la profonda demoralizzazione del collasso socialista internazionale. Ma non vi fu solo questo: nel corso della guerra si realizzò l'integrazione nell'apparato statale borghese della socialdemocrazia, integrazione che si accrebbe nel dopoguerra nei paesi a regime democratico. Questo comportò il cambiamento della natura di classe di questi partiti, che divennero (a livello ideologico) “piccolo-borghesi”, secondo la terminologia di Marx e Engels 1879, perdendo il loro carattere proletario. Divennero una sorta di riedizione del vecchio partito liberale inglese di fine '800, o della sua ala sinistra. Il seguito proletario lo mantennero inizialmente 5
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avvenisse oggi, a livello politico e giornalistico penso verrebbe descritto come “terrorista polacco”. Al tempo i dibattiti parlamentari suscitavano un interesse di massa (non solo in Germania) all'opposto della situazione odierna. Per cui risultano chiari i gustosi esempi citati da Michels, e da me riportati in una nota del paragrafo precedente. 14
perché furono questi partiti a vantare la vittoria della repubblica sui vecchi regimi antidemocratici, e a vantare effettive conquiste sui diritti democratici (il suffragio) e nei livelli di vita dei lavoratori (in Italia la vicenda fu diversa, per l'opposizione alla guerra mantenuta dal PSI). Questo spiega la natura antagonista (per ciò che riguarda la socialdemocrazia) del rapporto tra direzione e masse sostenuta da Trotsky – rispondendo a interessi di classe divergenti. Questo seguito proletario era di per sé transitorio, soggetto a cambiamenti repentini, una volta che l'attività politica operaia fosse tornata a esprimersi autonomamente per il tramite delle nuove formazioni politiche operaie della III Internazionale. Di qui la tattica del fronte unico, e i ricchissimi dibattiti svoltisi al IV congresso dell'Internazionale comunista. La situazione venne però “congelata” con il cambiamento della natura di classe delle nuove formazioni politiche operaie della III Internazionale, e il loro divenire degli strumenti finalizzati esclusivamente agli interessi statali di Mosca sullo scacchiere internazionale. Se negli anni '920 il seguito di un partito operaio poteva subire esplosioni nelle adesioni e tracolli, in funzione della sua politica effettiva (il Partito comunista tedesco dopo il disastroso “ottobre tedesco” del 1923 passò da 300mila membri a 100mila; il Partito comunista jugoslavo passò, anche a causa di una ferocissima repressione, da 100mila membri a 3-4mila nel volgere di pochi mesi), la situazione cambiò radicalmente negli anni '930: di fronte all'ascesa del nazismo la catastrofica politica della socialdemocrazia e dello stalinismo non provocò veri terremoti all'interno di questi due partiti. La situazione dell' “universo operaio” era cambiata radicalmente – niente a che vedere né con la situazione degli anni '920, né tantomeno con quella precedente la prima guerra mondiale. Inizia una storia che ci è più familiare, quella in cui si collocano le riflessioni di Trotsky – quando tra direzioni (sia socialdemocratiche che staliniane) e masse vi sono, dal punto di vista degli interessi, rapporti antagonisti. In quest'ottica tra il 1914 e il 1933 si è realizzata una cesura storica. La classe operaia sarebbe stata totalmente espropriata dal punto di vista politico. La sua autoattività politica sorta tra gli anni '870 e '890, dopo circa un cinquantennio si sarebbe interrotta, grazie all'integrazione borghese socialdemocratica e alla degenerazione del primo stato operaio. Situazione che nella mia ottica si sarebbe poi protratta per oltre un altro cinquantennio, fino agli anni '980. In questa mia ottica l'analisi di Maitan (1972) riportata all'inizio di questa mia lettera era errata: davvero la classe operaia non aveva propri strumenti politici. Come è possibile che ciò sia avvenuto? Come è possibile che la classe operaia, italiana ed europea, non si sia scrollata di dosso per oltre un cinquantennio queste direzioni espressione di interessi diversi dai propri, riallacciando il filo della sua autoattività storica? Davvero erano fondati i dubbi “marcusiani” sulle potenzialità rivoluzionarie del proletariato? La mia ipotesi è che vi siano stati degli ostacoli oggettivi, nel senso in cui Engels li intendeva, allo sviluppo della coscienza di classe. Questi ostacoli furono dati dalla situazione di guerra fredda a partire dal 1948, preceduta dalla effettiva seconda guerra mondiale e dai suoi preparativi negli anni '930 13. I partiti socialdemocratici e staliniani si basavano su una base prevalentemente proletaria, conquistata dagli uni grazie ad anni di equivoci14 e al mito dell'Urss, dagli altri grazie a effettive conquiste democratiche e di migliori livelli di vita (resi possibili dal boom economico). Ma il fattore fondamentale fu un altro: il contesto 13
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In modo completamente opposto alla prima guerra mondiale, il cui scatenarsi fu subitaneo, la seconda prese anni di preparativi, e la coscienza del suo approssimarsi era diffusa a livello di massa. La seconda guerra mondiale provocò sconvolgimenti di tali dimensioni che delle rivoluzioni furono effettivamente all'ordine del giorno tra il 1943 e il 1948 in vari paesi europei: su questo condivido appieno le considerazioni di Mandel (1978) relative soprattutto alla situazione tedesca. Così Montaldi, 1976: la classe operaia italiana per oltre un decennio avrebbe “saputo fare un uso di classe dello stalinismo”, ricavando “un quadro di riferimento che può essere configurato entro questi termini: innanzi tutto, l'unità del movimento, dei partiti operai e del sindacato; la centralizzazione del partito necessaria sia da un punto di vista organizzativo sia per replicare con coesione al disordinato sistema borghese; la tradizione della Resistenza, intesa come prova delle armi nel divenire della rivoluzione; il collegamento culturale e politico con la teoria rivoluzionaria del proletariato, in ascesa in tanta parte del mondo. Nello stalinismo, la classe operaia italiana ha letto, soprattutto, questo, recuperando pienamente il leninismo”. La realtà dello stalinismo era naturalmente tutt'altra, “l'unità del movimento era completamente artificiale; la centralizzazione del partito serviva unicamente per mantenere disciplinata la massa degli aderenti, mentre il partito tendeva, all'opposto, a dissolversi in un sistema di alleanze basate sul compromesso, che allora nemmeno pretendeva di essere storico ma viveva di piccolo cabotaggio; che la Resistenza serviva soltanto per sorreggere la formula interclassista; che di teoria rivoluzionaria non se ne parlava nemmeno più, mentre tornava di scena il nazionalismo culturale”. Fu un periodo di equivoci. Più che un “uso di classe dello stalinismo” si può dire che vi fu un vissuto operaio che doveva ritradurre in termini classisti, rivoluzionari, lo stalinismo (burocratico e riformista) perché fosse fatto proprio – ritraduzione, a lungo andare, senza conseguenze a livello politico effettivo, vista la sua natura illusoria, ma che ci permette di capire l'adesione di masse operaie e popolari al PCI all'indomani della guerra. 15
della guerra fredda comportò una polarizzazione obiettiva per cui ciascuna opzione politica veniva arruolata in un o nell'altro campo – se sei contro un campo sei automaticamente con l'altro. Ma con al fondo una sostanziale complicità di fondo tra le due parti, come nel bipartitismo politico statunitense (ma con una forza coercitiva ben maggiore!): “Nel quadro politico statunitense c'è una complicità di fondo tra i due partiti coinvolti, comparabile all'approccio 'poliziotto buono/poliziotto cattivo' usato negli interrogatori. Così, la dinamica elettorale si sviluppa in una situazione in cui l'assunzione ideologica di base viene condivisa dalle due parti, qualsiasi differenza vi sia nelle rispettive posture retoriche (e dei corrispondenti elettorati popolari). Il risultato finale è che un voto per il “male minore” serve principalmente come meccanismo di legittimazione, con pochi effetti sulla politica. I settori sociali che sono in questo modo confermati al potere diventano allora sempre più immuni a ogni restrizione legale - gli strumenti necessari alla loro responsabilizzazione non funzionano più” (Wallis, 2010). Nel contesto della guerra fredda naturalmente ciascuno aveva la sua visione su chi fosse il poliziotto buono e chi il poliziotto cattivo e in questo contesto la “assunzione ideologica di base condivisa dalle due parti” fu il terrore della rivoluzione proletaria, il terrore di uno sviluppo autonomo della classe operaia. Vi è quindi chi (Lew, 2000) ha riconosciuto a negativo il potere enorme di questo sviluppo potenziale: “La forza della spinta emancipatrice [della classe operaia] è stata tale che progetti di cambiamento molto diversi hanno dovuto riferirsi a lei, anche quando si trattava di restringerne il campo d'azione, di modificarne l'orientamento e talvolta di negarne i principi e gli appelli fondatori. Come nella celebre massima sull'ipocrisia, si trattava dell'omaggio del vizio alla virtù: di riconoscere che si trattava di un fenomeno semplicemente inaggirabile, di una energia sociale così considerevole e così profondamente attiva nel mondo moderno che doveva essere utilizzata o canalizzata da chiunque voleva agire in un qualsiasi modo in questo mondo”. Dopo il 1956, ma soprattutto dopo gli inizi degli anni '960, con la “coesistenza pacifica” e l' “eurocomunismo”, i dati di questa situazione mutarono parzialmente, ma senza intaccare la logica di fondo: competizione da “fratelli nemici” di partiti “socialdemocratici” e partiti “comunisti”; dipendenza dei primi dalle rispettive borghesie nazionali e dei secondi (in ultima analisi) da Mosca. In questa situazione solo delle enormi sollevazioni operaie potevano aprire dei varchi in questi ostacoli oggettivi e innestare un meccanismo à la Trotsky, facendo propria la parola d'ordine “né Washington né Mosca”: “in una rivoluzione, cioè quando gli eventi si evolvono in rapida successione, un partito debole può diventare forte con estrema rapidità: ampi strati [operai] [si convincono] che una nuova direzione è più solida, più affidabile, più leale di quella precedente. Ma un partito simile dev'essere preparato prima della rivoluzione”. Le enormi sollevazioni operaie in Europa, di qua e di là della cortina di ferro, tra gli anni '956 e '981 (non casualmente con l'importante eccezione tedesca, divisa dalla frontiera della guerra fredda) non trovarono un simile partito. In quest'ottica il problema delle “burocrazie operaie” viene largamente ridimensionato. Il fattore determinante nella cesura storica del 1914/1933 fu da un lato l'integrazione nello stato borghese delle socialdemocrazie, dall'altro la riduzione dei partiti comunisti a meri strumenti della politica estera moscovita. La burocrazia operaia fu certo lo strato sociale che fu soggetto e oggetto di queste trasformazioni, e ne assicurò la riproduzione nel corso degli anni: ma in quanto veicolo nella classe operaia di interessi socialmente estranei alla classe (non propri, autonomi della burocrazia stessa, ma della borghesia nazionale o di Mosca). Inoltre, dal punto di vista dell'estrazione sociale, a partire almeno dall'inizio degli anni '970 la direzione dei vari partiti comunisti (per i partiti socialisti ancor prima) si costituì sempre più di elementi provenienti dalla piccola borghesia e dalle classi medie, non dalla classe operaia. In quest'ottica la “socialdemocrazia” borghese e il “comunismo” russo, sostenendosi l'un l'altro come “fratelli nemici” nel contesto della guerra fredda, attuarono un inquadramento politicamente passivo della classe operaia finalizzato agli interessi borghesi e a quelli moscoviti (fu questo “inquadramento” che li fece scambiare per “partiti operai”). Il contesto della guerra fredda (dopo quella latente e quella aperta) fu decisivo a mantenere questo inquadramento: se fosse esistita solo l'una o l'altra organizzazione dedicata a inquadrare la classe operaia, non sarebbe tardato il momento in cui sarebbe sorta un'alternativa. Questo sia negli anni '930, nel secondo dopoguerra, tra la fine degli anni '960 e metà degli anni '970, naturalmente con ritmi specifici in funzione di cosa queste organizzazioni potevano vantare agli occhi della classe operaia – l'abbattimento del vecchio regime, o del fascismo, la repubblica, diritti democratici essenziali, un miglior livello di vita, ecc. Questo inquadramento politicamente passivo ebbe comunque ruolo positivo sia pure in subordine? Certo, dal punto di vista interessi immediati della classe (l'abbattimento del vecchio regime, o del fascismo, la repubblica, diritti democratici essenziali, un miglior livello di vita, ecc.), ma sacrificando il futuro agli interessi del presente: “ogni movimento che non miri sempre, come scopo ultimo, all'eliminazione del sistema salariato [è] destinato necessariamente a sbagliare strada e a fare fiasco”. La fine del “socialismo reale”, tra la metà degli anni '980 e il 1991 (quando si ebbe il crollo dell'Urss), segna la fine di questo mondo. È la prova che nessun “socialismo burocratico” può esistere dal punto di vista 16
storico (la sua vita fu di sessant'anni, ma sopravvivendo a sé stesso almeno per quindici-venti anni). “Se esistesse un cervello universale, descritto dalla fantasia intellettuale di un Laplace, potrebbe evidentemente costruire a priori un piano economico definitivo, senza errori, cominciando col calcolare gli ettari di foraggio e finendo con i bottoni da panciotto. In verità, la burocrazia si immagina spesso di avere proprio lei un simile cervello: per questo si libera così facilmente dal controllo del mercato e della democrazia sovietica. In realtà, la burocrazia si sbaglia profondamente nella valutazione delle sue risorse intellettuali” (Trotsky, 1968). La (storicamente) breve vita del "socialismo burocratico" sorse dall'annientamento fisico del proletariato che, con un eccezionale livello di coscienza e di organizzazione, fece la rivoluzione nel '917. La guerra civile russa e la guerra dichiarata dalla Coalizione di paesi vincitrice della prima guerra mondiale contro la Russia rivoluzionaria nel 1918-1921, se pur vide alla fine la vittoria militare dell'Armata rossa, distrusse questo proletariato18 e questa distruzione fu la culla della controrivoluzione staliniana. L'unico socialismo storicamente possibile è quello dell'autogoverno, della cooperazione dei produttori - questo è il senso profondo della fine del “socialismo reale”. Di contro, il socialismo reale – senza virgolette – sarà realizzato dalle masse di lavoratori: solo la “lotta presente” crea le condizioni, in termini di coscienza, di organizzazione, di esperienza, che permetteranno di sperimentare l'autogoverno dei produttori – perché un “modello socialista” da realizzare è esattamente la negazione del socialismo. “Ciò che si dovrà fare, e fare immediatamente, in un dato e particolare momento del futuro dipenderà naturalmente in tutto e per tutto dalle reali condizioni storiche in cui si dovrà agire. La questione, allora, posta così in astratto, crea infatti un falso problema al quale si può rispondere solo con la critica della questione stessa. Non possiamo risolvere un'equazione che non racchiuda nei suoi termini gli elementi della sua soluzione. L'anticipazione dottrinaria e necessariamente fantasiosa del programma d'azione di una futura rivoluzione serve solo a distrarre dalla lotta presente. Il sogno dell'imminente fine del mondo ispirò la lotta dei primi cristiani contro l'impero romano e fornì loro la fiducia nella vittoria. La visione scientifica dell'inevitabile disgregazione, che continuamente si produce sotto i nostri occhi, dell'ordine sociale dominante; le masse stesse, con la loro furia che monta sotto le sferzate dei vecchi fantasmi al governo; e, contemporaneamente, lo sviluppo gigantesco e perentorio dei mezzi di produzione: ciò basta a garantire che al momento dello scoppio di una vera rivoluzione proletaria saranno presenti anche le condizioni del suo primo e immediato (seppur sicuramente non idilliaco) modus operandi” (Marx a Domela Nieuwenhuis, 22.2.1881). “Sino a quando le classi dominanti restano al potere, ogni nazionalizzazione non è una soppressione, ma solo un mutamento di forma dello sfruttamento. E per estromettere dal potere le classi possidenti dobbiamo prima operare una rivoluzione nelle teste delle masse operaie; e per riuscire a far questo, abbiamo bisogno di un ritmo ancor più rapido nella rivoluzione dei mezzi di produzione, più macchinari, più licenziamenti, rovina crescente di contadini e piccoli borghesi, maggiore evidenza e consistenza dei risultati inevitabili della grande industria moderna. Nella misura in cui questa rivoluzione economica si compirà in modo rapido e radicale, in quella misura si imporranno necessariamente dei provvedimenti che, adottati apparentemente solo come sostegno di fronte alla gravità e insopportabilità degli inconvenienti crescenti, nelle loro conseguenze mineranno le basi del modo di produzione sinora attuato. Quali misure si imporranno per prime dipende dalle situazioni locali e momentanee e su questo, in anticipo e in generale, non ci si può esprimere. Ma passi realmente liberatori saranno possibili solo quando la rivoluzione economica avrà condotto le grandi masse dei lavoratori a prendere coscienza della propria situazione e avrà aperto loro, con questo, la via alla conquista del potere politico” (Engels a Oppenheim, 24.3.1891). Come scriveva Mandel (1990): “In realtà, il modo più efficace e più umano di costruire una società senza classi resta la sperimentazione. Si tratta di trovare dei miglioramenti per approssimazioni successive. Non esiste un buon 'libro delle ricette' da realizzare – né sulla 'pianificazione completa', né sul 'socialismo di mercato'”19. Con la fine della guerra fredda, un processo che si estese dalla metà del '980 al 1991, anno del collasso 18
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Si veda l’interruzione, solo in parte ironica, da parte di Shlyapnikov di un intervento di Lenin nel 1921: “Mi congratulo con te, compagno Lenin, per l’esercizio della dittatura del proletariato in assenza di un proletariato”. Nello stesso articolo Mandel argomentava in modo apparentemente non ortodosso: “Il dibattito non è sapere se sì o no si possano sempre utilizzare i meccanismi di mercato durante il lungo periodo di transizione tra il capitalismo e il socialismo... Il dibattito riguarda un altro problema: le scelte fondamentali a proposito della distribuzione di risorse rare devono essere prese dal mercato o no? Non c'è nessuna ragione di limitare la libera scelta dei consumatori. Tutto questo dovrebbe essere ampliato e non limitato... Non c'è nessuna ragione di supporre che nel periodo di transizione dal capitalismo al socialismo il ricorso al denaro (che necessita una valuta stabile) e ai meccanismi di mercato, sostanzialmente con l'obiettivo di accrescere la soddisfazione dei consumatori, dovrebbe essere escluso o anche solo ridotto. L'unica condizione è che questo non dovrebbe generare una determinazione da parte del mercato delle scelte sociali ed economiche”. 17
dell'Urss, una serie di processi sono venuti confermando la dinamica precedente: i partiti “comunisti” sono scomparsi dalla scena, o sciogliendosi, o trasformandosi in partiti “socialdemocratici” o “democratici”, o sopravvivendo come piccole sette; mentre i partiti “socialdemocratici” hanno rinunciato a qualsiasi inquadramento operaio: in quanto formazioni borghesi la scomparsa del “fratello nemico” comportava il rischio che potessero diventare loro malgrado il canale della ripresa dell'autoattività operaia, eventualità da scongiurare sopra ogni altra cosa. La classe operaia si trova senza falsi strumenti che “classi” avverse le avevano dato per controllarla, silenziarla; per la ripresa della sua autoattività politica dovrà reimparare a “camminare eretta” da sola, rifacendo (in un contesto ovviamente ben diverso) il cammino che iniziò negli anni '870 e '880. I terremoti sociali indotti progressivamente dalla “grande crisi” che sta colpendo da cinque anni il mondo capitalista sono il fattore che, come più di un secolo fa, obbligherà la classe operaia a fare questo cammino. Il compito di una “scienza socialista” è oggi, come allora, chiarire il percorso passato, aiutare a elaborare gli interessi operai (che i diretti interessati percepiscono in modo “immediato” à la Hegel) in interessi che sono collettivi (di classe), storici e internazionali, la sfida dell'oggi e del domani (la “missione” del proletariato) – che il contrasto di interessi tra lavoratori e borghesia è generale ed è irriducibile. La via della ripresa sarà probabilmente come allora specifico per ogni paese: partito socialista in progressiva crescita o partito operaio di massa inizialmente non socialista o una qualche combinazione tra le due vie, e l'avvio dovrà molto a quando la classe si metterà in movimento (per azioni industriali, per campagne politiche e/o elettorali, ecc. - le sorprese della storia sono infinite). L'importante è che il partito sia, per la classe, uno strumento suo proprio, con cui possa fare esperienza e imparare dai suoi errori. 2b. Dati i presupposti e il quadro di riferimento storico, gli spunti di analisi e di “modeste proposte” relativi alla situazione italiana possono essere enumerati schematicamente, rinviando, nei loro giustificativi, a quanto precede. a) La classe operaia italiana si è espressa politicamente nel corso degli ultimi vent'anni nelle sue scelte elettorali. Il dato fondamentale è che, nella sua maggioranza, non segue più un voto di “appartenenza”: il periodo degli “ideali” è finito (cosa che avrebbe rallegrato Engels, come si è visto). La maggioranza operaia vota in Italia, volta a volta, per “interesse”, secondo quello che la classe percepisce come proprio interesse. Questo fa sì che il comportamento operaio elettorale sia in certa misura fluttuante, a sanzione di chi ha promesso e non ha mantenuto, o a sanzione di chi comunque ha operato nei fatti contro i suoi interessi. Ma un dato emerge in questi vent'anni: la maggioranza operaia ha votato a destra, mentre la minoranza che ha stabilmente votato a sinistra è quella che ha mantenuto un voto per “appartenenza”, il settore iscritto alla Cgil. b) Questo voto a destra ha più volti: quello a Forza Italia e quello (in alcune province d'Italia) alla Lega Nord. Entrambi hanno a mio avviso due elementi razionali che lo spiegano – ai quali se ne aggiunge un terzo relativo alla Lega Nord. In primo luogo il fatto che la destra italiana ha sempre avuto un orientamento “euroscettico”, implementando programmi di austerità e attaccando i diritti dei lavoratori ma relativamente meno di quanto abbia fatto la cosiddetta sinistra “europeista”. In assenza di un progetto e di una battaglia per un'Europa dei lavoratori, l'unica Europa che oggi viene pensata è quella iperliberista e iper-antidemocratica di Bruxelles. I governi del centrosinistra, o appoggiati dal centrosinistra, sono sempre stati finora i peggiori per i lavoratori. Il secondo razionale è il profilo “antistatalista” della destra italiana: gli operai odiano la burocrazia statale. La odiano perché trasforma l'Italia in uno dei paesi più antidemocratici. La odiano perché assorbe risorse che dovrebbero andare altrove, alla produzione, al lavoro, ai lavoratori. A mio avviso questo odio è giustificato ed è “progressista”: stato non è solo servizi sociali, ma ministeri, esercito, amministrazioni sconfinate, monopoli che mantengono i prezzi alti, e svuotano le tasche. La burocrazia è il potere delle circolari, che reggono tutta la nostra “democrazia” in ogni campo – il parlamento è divenuto un simulacro di potere legislativo. La destra ha preso in mano questa bandiera – ma poi si è rivelata per le sue vere intenzioni. Anziché lotta alla burocrazia, allo stato, ha “puntato” sui servizi sociali – stato e burocrazia sono ancora lì, più potenti di prima. Ma anche in questo il centrosinistra si è dimostrato peggio. Il terzo razionale – che spiega il voto alla Lega Nord – è il razzismo. I lavoratori immigrati sono in concorrenza con quelli italiani – direttamente in alcuni settori produttivi specifici, come l'edilizia; in generale per le scarse risorse del welfare; e ancora più in generale perché abbassa il livello generale dei salari. Il razzismo è, da sempre, una connotazione delle classi operaie nei vari paesi (lo sanno i vecchi lavoratori emigrati italiani!). All'origine del razzismo c'è odio, e furia, giustificata e giustificabile, per come si lavora, per la miseria del welfare, per i pochi soldi a fronte di tanto lavoro. Per debolezza, arretratezza, confusione, questo sano odio anziché abbattersi sul suo vero obiettivo sociale (il padronato, la borghesia) viene deviato verso i lavoratori immigrati. 18
c) Dei tre “razionali operai” sopra enumerati quello critico (e contraddittorio) è quello relativo allo stato. La tradizione “socialdemocratica” e “comunista” ha sempre visto nello stato lo strumento della soluzione a ogni problema. L'allargamento delle competenze, e conseguentemente, del potere dello stato (in antitesi a quello del mercato) è sempre stato visto non come un problema ma come uno sviluppo desiderabile, la soluzione ricercata. Il fatto che istintivamente la classe operaia rompa con questa tradizione è uno sviluppo positivo, che si riallaccia alla vecchia tradizione socialista. Tuttavia questa rottura è ancora parziale. In situazioni di crisi aziendale l'unico orizzonte esistente è ancora quello statale - sia con una copertura la più estesa possibile degli ammortizzatori sociali, sia con un intervento che consenta alla vecchia proprietà di uscire dalla fase di crisi o che consenta il subentro di una nuova proprietà. L'ipotesi di cooperative di produzione (almeno per imprese piccole e medie) è ancora al di fuori dell'orizzonte operaio odierno. La questione statale è sinonimo di questione di potere, e potrà essere pienamente affrontata quando la classe operaia italiana costruirà un proprio strumento politico, con cui agire autonomamente. Ma fin da oggi penso possa avere risonanza un approccio che consenta di “contare” gli interessi di classe. A mio avviso dei tre grandi gettiti in entrata nel bilancio statale quello contributivo è sicuramente una quota di salario operaio (il valore della forza lavoro deve consentire la riproduzione della razza operaia nel suo complesso, e quindi deve includere la voce che viene accantonata a fronte di futura, possibile o certa, mancanza di lavoro – per vecchiaia, disoccupazione, ecc.); le imposte sul reddito, grosso modo e in ultima analisi, sono invece a carico di borghesia e piccola borghesia, una deduzione dalla quota del plusvalore della prima e dei redditi della seconda; le tasse indirette colpiscono, in via definitiva o per un certo lasso di tempo che consenta il riaggiustamento dei valori (prezzi di produzione) delle merci, tutti i cittadini, di qualsiasi classe. “Contare” gli interessi di classe significa, per es., non essere “a favore” della patrimoniale in sé: se venisse usata per sovvenziare un particolare settore di borghesia sarebbe una partita di giro tra un settore e l'altro della borghesia, a cui la classe operaia dovrebbe essere indifferente; se venisse usata per mantenere (o rafforzare) la burocrazia statale la classe operaia dovrebbe essere assolutamente contraria. Altro discorso se la patrimoniale fosse utilizzata come uno strumento per togliere soldi dalle tasche della borghesia e metterli in quelle dei lavoratori (come ad es. una integrazione permanente dei fondi Inps che consenta di modificare a favore dei lavoratori pensioni e ammortizzatori). Quindi l'approccio corretto sarebbe a mio avviso “facciamo la patrimoniale per fare la cosa x”. Nelle mille situazioni in cui si concretizza la vita politica italiana questo approccio è sicuramente di difficile applicazione (come difendere ad es. i servizi sociali battendosi contemporaneamente contro la loro burocratizzazione?), ma sarebbe profondamente in sintonia con il “sentire” operaio. d) Dall'inizio degli anni '990 è finito il vecchio mondo iniziato nel 1914/1933. La classe operaia ha dovuto “assorbire” la nuova situazione internazionale e sociale. Lentamente, contraddittoriamente, l'ha fatto per quindici anni in cui comunque le cose (economicamente, nella vita quotidiana) non andavano troppo male. Questo ha rallentato i processi all'opera, i processi di individuazione, elaborazione, e organizzazione dei propri interessi. Da cinque anni le cose hanno iniziato a correre – la crisi sta sconvolgendo milioni di vite dei lavoratori, e non si intravede un'uscita. La (falsa) credenza nell'eternità del lavoro salariato è ancora generale, ma l'operare della crisi scuote alla fondamenta questa credenza, destinata in futuro a spezzarsi per forza della realtà. La crisi verticale della destra e l'ascesa dal nulla del grillismo (che elettoralmente capta voti operai prima orientati alla destra, pur essendo molto piccolo borghese nella composizione dei suoi circoli e nel modo in cui si presenta a livello di massa) sono il primo terremoto politico risultante dal sottostante, e ben più vasto, terremoto sociale. Un eventuale governo di centrosinistra permetterà di far fare agli operai l'esperienza di quanto vale quest'ala borghese alle prese con la crisi. Altri terremoti politici sono prossimi, e con una forza ben più dirompente del grillismo: le vie che verranno prese saranno altrettanto, se non più, inedite del “grillismo” stesso. e) Dal punto di vista storico la cosa essenziale è la ripresa dell'autoattività politica della classe operaia. Questo può avvenire solo con la formazione di un “partito”. Tuttavia accanto al discredito dei partiti borghesi, che è un'ottima cosa per la classe operaia, vi è anche un discredito della parola “partito” in sé, identificato ai “partiti operai” di inquadramento passivo dei lavoratori che hanno segnato per decenni il movimento operaio. Lo strumento nuovo sarà qualitativamente diverso da quei partiti perché sarà il canale della creatività dei lavoratori (e non il terreno di ascesa e affermazione di qualche capo fuori tempo): è quindi corretto (anche se molto, molto confuso) l'odio corrente verso i “partiti”. Lo strumento è funzionale al cosa – e il livello politico più immediato per chiunque è quello municipale. Un intervento che permetta a ciascun lavoratore di “impratichirsi” con l'esercizio del potere a livello comunale (cosa potrebbe e cosa dovrebbe fare il comune x nella fase y se fosse in mano ai lavoratori?) avrebbe un effetto chiarificatore, permettendo di rintracciare nel posto in cui si vive e si lavora l'operare generale delle classi e dei loro interessi conflittuali. 19
f) I socialisti dovrebbero concentrarsi sulla “lotta presente”, concentrandosi sulle “condizioni immediate e reali” del nostro paese e della classe operaia, individuando e aiutando i processi in atto – compito difficile che richiede di essere preparati all'inedito. Per questo, se si vuole essere realisti, non bisogna mettere freni alla nostra “immaginazione rivoluzionaria”, come fece il vecchio Engels.
Ilario Salucci Brescia, 26 gennaio 2013.
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