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Programma di transizione
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Gli obiettivi transitori
appunti dalla relazione di Antonio Moscato al seminario giovani di Santa Severa (4/1/98)
Cosa sono gli obiettivi transitori?
Nel “Programma di transizione” scritto da Leone Trotskij per la conferenza di fondazione della Quarta internazionale si diceva che “il compito storico della prossima fase […] consiste nel superare la contraddizione tra la maturità delle condizioni oggettive della rivoluzione e l’immaturità del proletariato e della sua avanguardia (smarrimento e demoralizzazione della vecchia generazione, inesperienza della nuova). Bisogna aitrare le masse a trovare, nel processo della loro lotta quotidiana, il ponte tra le rivendicazioni attuali e il programma della rivoluzione socialista. Questo ponte deve consistere in un sistema di rivendicazioni transitorie che partano dalle condizioni attuali e dal livello di coscienza attuale di larghi strati della classe operaia” per farli arrivare a comprendere la necessità della rivoluzione socialista.
Questa formulazione era in polemica esplicita con la socialdemocrazia che ha sempre concepito un programma minimo fatto di rivendicazioni modestissime, nel migliore dei casi riforme nel quadro della società borghese, e un programma massimo “che prometteva la sostituzione del capitalismo in un futuro non definito”. Tra i due programmi non esisteva nessun ponte, dato che la “socialdemocrazia non ne aveva bisogno in quanto di socialismo parlava solo nei giorni di festa”. Trotskij scriveva nel 1938, quando l’Internazionale comunista aveva ormai “imboccato la strada della socialdemocrazia” a partire dalla metà degli anni Trenta, cioè “nell’epoca del capitalismo in putrefazione, in un momento in cui la borghesia riprende ogni volta con la mano destra il doppio di quello che ha dato con la sinistra (tasse, diritti doganali, inflazione, ‘deflazione’, carovita, disoccupazione, misure poliziesche contro gli scioperi, ecc.).”.
Le parole di Trotskij possono apparire troppo severe a chi non riflette sul bilancio delle scelte del movimento comunista ormai subordinato alle esigenze più contingenti della burocrazia sovietica, soprattutto perché per anni circolava solo una specie di agiografia che giustificava tutto. Ma ora, dopo il crollo del sistema sorto intorno all’URSS staliniana è più facile riflettere e capire che occasioni straordinarie furono perdute con i Fronti Popolari, che nel 1938 avevano già fatto un fallimento totale: il partito comunista era stato già cacciato dalla maggioranza in Francia e sarebbe stato messo fuori legge l’anno successivo, mentre in Spagna la repressione staliniana nei confronti dei settori rivoluzionari in Catalogna e in Aragona aveva aperto la strada a Franco.
Ma quello che va sottolineato, al di là di un bilancio della politica di collaborazione di classe che non fu fatto e provocò tante altre sconfitte, e ora va fatto assolutamente, è che il momento non era certo favorevole ai rivoluzionari. Trotskij sapeva bene che erano ridotti a una piccola minoranza con grandi difficoltà a contrastare l’influenza dei riformisti, divenuta ben più forte che nel primo dopoguerra perché al ruolo apertamente traditore della socialdemocrazia si sommava l’enorme influenza del movimento comunista che ammantava di frasi rivoluzionarie e copriva col prestigio della rivoluzione d’ottobre la stessa politica. Tuttavia riteneva che occorreva armare quella minoranza di un programma generale ricavato dalle esperienze precedenti e dalle elaborazioni dei primi anni dell’Internazionale ormai dimenticate e rimosse.
In una conversazione con alcuni giovani militanti del SWP degli Stati Uniti Trotskij ammetteva che “per noi, piccola minoranza, l’insieme è oggettivo, compresa la mentalità degli operai”. Normalmente si considera un fattore soggettivo, ma Trotskijvoleva dire che in quella fase era fuori portata modificarlo, e proseguiva: “ma noi dobbiamo analizzare e classificare gli elementi della situazione oggettiva che possono esser modificati dalla nostra propaganda e quelli che non possono esserlo”. Il programma di transizione, pur non essendo un programma completo, ed anzi solo “una prima approssimazione” è tuttavia “adeguato agli elementi fondamentali e stabili della situazione oggettiva”. Il nostro compito, precisava, è quello di ricondurre la mentalità delle masse a questi fattori oggettivi, con un lavoro di tipo pedagogico, paziente: “La crisi è la base della nostra attività. La mentalità è l’arena della nostra attività. Noi dobbiamo dare alle masse una spiegazione della società e spiegarla chiaramente. E’ questa la differenza tra il marxismo e il riformismo”.
E Trotskij considera questo lavoro pedagogico frutto della saldatura del prosaico lavoro di tutti i giorni (che raccomanda di non disprezzare) con i compiti della rivoluzione. La IV internazionale, scrive, “non respinge le rivendicazioni del vecchio programma ‘minimo’ nella misura in cui conservino tuttora una qualche vitalità. Difende instancabilmente i diritti democratici degli operai e le loro conquiste sociali. Ma sviluppa questo lavoro di tutti i giorni nel quadro di una prospettiva corretta, reale, cioè rivoluzionaria”.
Trotskij precisava dunque che non era una proprietà intrinseca di questo o quell’obiettivo a dargli la caratteristica di rivendicazione transitoria. Quando le stesse rivendicazioni parziali ‘minime’ degli operai “si scontrano con le tendenze disgregatrici e distruttrici del capitalismo decadente – e ciò avviene a ogni istante – la IV internazionale avanza un complesso di rivendicazioni transitorie, il cui senso è di essere dirette sempre più apertamente e decisamente contro le basi stesse del regime borghese. Il vecchio ‘programma minimo’ è costantemente superato dal programma transitorio, che ha come funzione una mobilitazione sistematica delle masse per la rivoluzione proletaria”.
Il Programma di transizione indica un metodo e fornisce degli esempi concreti riferiti alla situazione data. Come per gli obiettivi indicati da Marx alla fine della seconda parte del Manifesto del partito comunista, alcuni sono certamente strettamente legati a una fase determinata, almeno nella formulazione. Ma nel leggere questo testo che ha ormai sessanta anni, ci si sorprende per la sua attualità straordinaria, esattamente come per il Manifesto. Ci sono testi scritti tre mesi o tre anni fa che nessuno rilegge, e che se letti oggi appaiono banali e superati. Questo no.
La formulazione sintetica usata per gli obiettivi centrali di ogni autodifesa operaia nei confronti della crisi, scala mobile dei salari e delle ore di lavoro può essere oggi non immediatamente comprensibile, ma il concetto è attualissimo, e molto più convincente di ogni formulazione “tecnica” di riduzione d’orario (magari con una perfetta suddivisione del calendario dei giorni di riposo per far risultare alla fine la media delle 35 ore). Ed la tematica – politica e non tecnica - della ridistribuzione del lavoro esistente tra tutti è strettamente collegata a quella della scala mobile dei salari, perché nessuna riduzione d’orario può essere proposta credibilmente ai lavoratori in cambio di decurtazioni dei loro modesti salari.
E ci sono gli argomenti politici per rispondere ai capitalisti e ai “loro avvocati” sindacalisti e riformisti quando evocano la crisi per giustificare i sacrifici: “Né l’inflazione monetaria né la stabilizzazione possono servire da parola d’ordine per il proletariato: sono le due estremità dello stesso bastone”. Certamente i capitalisti e i loro agenti nel movimento operaio sosterranno che “queste rivendicazioni [scala mobile e riduzione d’orario] sono ‘irrealizzabili’. I capitalisti minori, soprattutto quelli che stanno andando alla rovina, invocheranno i loro bilanci. Gli operai dovranno respingere categoricamente questi argomenti e questi riferimenti. Non si tratta di uno scontro ‘normale’ tra opposti interessi materiali. Si tratta di difendere il proletariato dalla decadenza, dalla demoralizzazione e dalla rovina”.
Trotskij sottolineava che si trattava di una questione di vita e di morte per il proletariato, e quindi per lo stesso futuro dell’umanità. In ogni caso, “se il capitalismo è incapace di soddisfare le rivendicazioni che derivano inevitabilmente dai mali che esso stesso ha generato, non gli resta che perire. La ‘possibilità’ o la ‘impossibilità’ di soddisfare queste rivendicazioni è, nel caso concreto, una questione di rapporti di forza che può essere risolta solo con la lotta. Sulla base di questa lotta, quali che siano i successi pratici immediati, gli operai comprenderanno nel modo migliore la necessità di liquidare la schiavitu capitalista.”
In decenni di lotte anche importanti del movimento operaio italiano, non è stato scritto nessun testo così chiaro ed efficace. Un testo che d’altra parte non enuncia solo rivendicazioni, ma affronta il problema degli strumenti. In primo luogo, i sindacati. Si polemizza con chi li considera superati, o con chi si inventa “piccoli sindacati ‘rivoluzionari’ come una seconda edizione del partito”, ma si denuncia ben più duramente “ogni tentativo di sottomettere i sindacati allo Stato borghese e di legare il proletariato con ‘l’arbitrato obbligatorio’ e con tutte le altre forme di intervento poliziesco non solo fasciste ma anche ‘democratiche’.” A quanto pare la commissione Giugni non è una novità…
Per combattere meglio la burocrazia, i rivoluzionari devono essere pronti a proporre e soprattutto organizzare – nei momenti di particolare slancio del movimento operaio, quando entrano in scena la masse più oppresse e meno organizzate - comitati o consigli di fabbrica che comprendano tutta la massa e non solo gli iscritti ai sindacati.
Trotskij osserva anche che da tempo tutte o quasi le tendenze del pensiero borghese, dal fascismo alla socialdemocrazia, parlano della necessità di un “controllo” sull’economia, di una “programmazione”, ecc. Ma tutti i “riformatori” esitano e “si arrestano alla soglia dei trust, dei loro ‘segreti’ commerciali e industriali. Qui regna il principio di ‘non intervento’. I conti tra il singolo capitalista e la società costituiscono un segreto del capitalista: la società non deve metterci il naso”. Il pretesto per il segreto è la tutela della concorrenza, che in realtà non esiste da tempo immemorabile: “Di fatto i trust non hanno segreti tra loro. Il segreto commerciale dell’epoca attuale è un continuo complotto del capitalismo monopolistico contro la società”.
Gli operai non hanno meno diritto dei capitalisti di conoscere i “segreti” dell’azienda e dell’intera economia nazionale, tanto più che quando vanno male, chi paga non è il responsabile ma i lavoratori. L’obiettivo è chiarire i redditi effettivi, colpire l’evasione fiscale, smascherare le truffe e gli intrighi ai danni dell’intera società, denunciare davanti a tutti lo spaventoso sperpero di lavoro umano che è il risultato dell’anarchia capitalista e della pura caccia al profitto”.
Trotskij osserva – sessant’anni fa – quello che abbiamo di fronte: “nessun funzionario dei uno Stato borghese può portare a termine un simile lavoro, quali che siano i poteri di cui è investito”. E osserva che anche due riformatori del suo tempo come il presidente Roosevelt e il primo ministro socialista francese Léon Blum si sono rivelati impotenti di fronte ai “complotti” delle grandi famiglie che controllavano l’economia degli Stati Uniti e della Francia. “Per spezzare la resistenza degli sfruttatori, occorre la pressione del proletariato. I comitati di fabbrica e solo i comitati di fabbrica possono assicurare un effettivo controllo sulla produzione, facendo appello agli specialisti onesti e legati al popolo, a contabili, studiosi di statistica, ingegneri, scienziati, ecc. come consiglieri e non come tecnocrati”.
Senza entrare nel merito di tutte le altre indicazioni, ci sembra ci siano abbastanza elementi per stimolare una lettura o una rilettura di questo testo, ignorato dal movimento operaio per decenni in base a un ostracismo preconcetto e fazioso, poi in nome di un nuovo che in genere è vecchissimo, e non è altro che la riproposizione più o meno abbellita delle esigenze padronali.
Ma questi “obiettivi transitori” sono un’invenzione di Trotskij?
Le formulazioni di Trotskij non sono il frutto di una elaborazione solo individuale. Si potrebbe dire di lui quello che Marx scrive di sé nel Manifesto del partito comunista: “le posizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto sopra idee, sopra princìpi che siano stati inventati o scoperti da questo o quel rinnovatore del mondo. Esse sono soltanto espressioni generali dei rapporti effettivi di una lotta di classe che già esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi” (Marx-Engels, Opere, VI, Editori riuniti, Roma, 1973, pp. 498-499).
L’identificazione con Trotskij della tematica degli obiettivi di transizione, deriva solo dal fatto che al momento della fondazione della Quarta internazionale questa era l’unica corrente del movimento operaio a proporli: la maggior parte dei partiti socialdemocratici li avevano sempre ignorati, ma l’internazionale comunista che pure li aveva sistematizzati nei suoi primi congressi, li aveva abbandonati perché non aveva nessuna più intenzione di portare le masse a una vera rivoluzione; i partiti stalinisti, erano divenuti subalterni alle esigenze della burocrazia sovietica di mantenere lo status quo o al massimo di usare come moneta di scambio con la borghesia i processi rivoluzionari che si producevano indipendentemente dalla sua volontà. E’ il caso della Spagna e della Francia appunto, dove la dinamica rivoluzionaria viene deviata e ricondotta con le buone o le cattive nel solco della collaborazione di classe, per dimostrare all’imperialismo francese e a quello britannico, suo stretto alleato, che potevano fidarsi dell’URSS non solo per combattere l’imperialismo tedesco ma anche per tenere a bada i processi rivoluzionari meglio di chiunque altro.
Alcune possibili letture
Le formulazioni di un programma basato su obiettivi che facessero da “ponte” tra il livello politico delle masse non influenzate dalle idee comuniste ma sospinte verso la lotta dalla durezza dell’attacco padronale erano presenti in vari scritti di Lenin già nel 1917, in particolare nell’opuscolo La catastrofe imminente e come lottare contro di essa, scritto nell’estate del 1917, contemporaneamente a Stato e rivoluzione. Era tutto un testo semplicissimo, che rispondeva ai problemi concreti delle masse (il carovita, la penuria di merci dovuta all’imboscamento speculativo, la disoccupazione). Non si limitava a indicare obiettivi concreti, a partire dal controllo operaio, la nazionalizzazione delle banche e dei trust, l’abolizione del segreto commerciale, ma spiegava come non ci si potesse attendere nulla da un governo borghese anche se di centrosinistra come era quello di Kerenski. Non parlava molto di riduzione d’orario: non ce n’era bisogno, dato che quando esce l’opuscolo, in ottobre, già gli operai avevano imposto le otto ore (e partivano da 10 e più spesso 12) semplicemente suonando la sirena dopo otto ore e imponendo ai capitalisti che volevano sfruttare le macchine su tutte le 24 ore di assumere altri operai lavorando su tre turni anziché due…[è pubblicato nel vol. 25 delle Opere di Lenin, Editori riuniti, Roma, 1967, pp. 307-347]
Quando la III Internazionale a partire dal 1920-1921 si rese conto che in quasi tutta l’Europa c’erano state sconfitte significative e soprattutto che la maggior parte degli operai erano lontani dal movimento comunista, si sviluppò un intenso dibattito e furono formulati dei documenti che conservano ancor oggi una grande attualità. Si tratta in primo luogo delle Tesi sulla tattica del III Congresso (luglio 1921), pubblicate nella raccolta curata da Aldo Agosti, La Terza Internazionale. Stoia documentaria, Editori riuniti, Roma, 1974, vol. I, tomo II, pp. 413-433, e nella Storia dell’Internazionale comunista attraverso i documenti ufficiali, a cura di Jane Degras, Feltrinelli, Milano, 1973, tomo I, pp. 260-276. (entrambe le raccolte sono purtroppo incomplete ed effettuano, per evidenti ragioni di spazio, vari tagli all’interno di quasi tutti i documenti).
Altre proposte nello stesso senso erano contenute nelle Tesi sull’Internazionale comunista e l’Internazionale sindacale rossa approvate nello stesso congresso. Il Programma d’azione da proporre all’interno del movimento sindacale è pubblicato alle pp. 298-301 dalla Degras, e alle pp. 440-445 da Agosti.
Si tratta di testi utilissimi e ricchi, che sfatano il pregiudizio consolidatosi nei luoghi comuni della nuova sinistra (specialista Lucio Magri…) ma passato poi largamente anche nella vecchia, che liquida in blocco il “terzinternazionalismo” come una bruttissima cosa, appiattendo dunque nella stessa definizione il Comintern divenuto pedina di un cinico gioco di Stalin con quello dei primi anni di appassionati e vivacissimi dibattiti.
Che non avevano ancora preso l’abitudine di proclamare l’infallibilità dei dirigenti e dei partiti, tanto è vero che affrontano francamente i mutamenti della situazione politica dovuti alle nuove sconfitte operaie. A questo proposito vanno letti altri documenti successivi, dalle Tesi del Comitato Esecutivo dell’IC sul fonte unico dei lavoratori del dicembre 1921 (Agosti pp. 521-531, Degras pp. 327-336), alle nuove Tesi sulla tattica del IV Congresso del dicembre 1922 Agosti pp. 643-657, Degras, pp. 440-453).
Trotskij si è riallacciato dunque a una tradizione preziosa e criminalmente abbandonata (si pensi alla trasformazione del “fronte unico proletario” prima in folle attacco al “socialfascismo”, poi in “Fronte popolare” interclassista e quindi subalterno alla borghesia, che ne ha ricavato tutti i vantaggi. Il “Programma di transizione” va considerato anche un tramite prezioso per recuperare un’indicazione metodologica di fondo (stata ripresa utilmente dai marxisti rivoluzionari in molti momenti del periodo successivo al 1968 anche in Italia), che era patrimonio di tutto il movimento comunista prima della sua involuzione stalinista.