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Conoscere Livio

Materiale per l'autoformazione · pubblicato il 12 dicembre 2009 · 235 min di lettura


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Negli ultimi tempi ho pubblicato sul sito diversi scritti di Livio Maitan. Mi è stato fatto notare che molti nuovi compagni non sanno molto di lui. Per questo ho scelto un paio di capitoli dalle sue memorie, particolarmente utili per il dibattito attuale (quello sulla prima manifestazione della crisi del sistema sovietico nel 1956, e quello sui sintomi che hanno preceduto l’esplosione del ’68), tratti dal libro: Livio Maitan, La strada percorsa. Dalla resistenza ai nuovi movimenti, uscito nel 2002 da Massari editore, Bolsena, con prefazione di Fausto Bertinotti. Il libro (di ben 720 pagine) può essere ordinato all’editore sul sito http://www.enjoy.it/erre-emme/ . Inoltre ho riprodotto una “Guida alla lettura” fatta a suo tempo  per presentare la seconda parte delle sue memorie: Livio Maitan, Per una storia della IV Internazionale. La testimonianza di un comunista controcorrente, (prefazione di Daniel Bensaid), Alegre, Roma, 2006. Questo libro può essere comprato scrivendo a: redazione@edizionialegre.it

Capitolo V

LO SPARTIACQUE DEL 1956

Il contesto della crisi

 

Forse quanti ripercorrono a decenni di distanza gli avvenimenti di quel periodo, e a maggior ragione coloro che li ripercorreranno in futuro, avranno difficoltà a capire l’enorme sorpresa e l’enorme smarrimento provocati nelle file di tanta parte del movimento operaio dalle denunce di Chruscev e dagli avvenimenti di Polonia e di Ungheria. Dopo tutto, più di dieci anni erano passati dalla fine della guerra, l’esigenza di far fronte comune e le reazioni emotive non potevano più pesare come avevano pesato nel vivo del conflitto e della Resistenza, ed elementi di informazione e di conoscenza erano largamente a disposizione, anche se poco accessibili a livello di massa. Più ancora, c’era stata otto anni prima la rottura tra Mosca e Belgrado, nel 1954 impetuosi movimenti di massa erano scoppiati a Berlino Est, ed evidenti segni di cambiamento erano già emersi nell’Unione Sovietica dall’indomani della morte di Stalin.

Ebbene, la prima constatazione da fare è che tutto questo non aveva determinato mutamenti di rilievo nelle concezioni e nei metodi del PCI: nessuna riflessione autocritica di una qualche rilevanza, nessuna correzione di rotta nel funzionamento, nessuna apertura interna pluralistica, nessuna - sia pur timida - differenziazione nei confronti dell’URSS e del suo gruppo dirigente.

Non parliamo del VII Congresso del partito (aprile 1951), svoltosi in una fase di stretta repressiva nell’URSS e nei paesi della sua sfera di influenza. Basti rinviare alla relazione introduttiva di Togliatti in cui, da una parte, ai toni apologetici nei confronti dell’URSS si accompagna una denuncia della “cricca di Tito” nel più classico stile staliniano, dall’altra, si dà prova di ben scarsa comprensione degli effetti che avrebbe avuto il Piano Marshall1. Ma neppure nel 1954 erano emersi segni di novità. Che il PCI si associasse alle faraoniche celebrazioni del defunto Stalin non costituiva motivo di sorpresa. Più significative, invece, la chiusura e la insensibilità di fronte agli avvenimenti della Germania orientale e la palese sottovalutazione dei nuovi sviluppi nell’Unione Sovietica.
Per quanto riguarda il giugno tedesco, l’Unità si faceva eco della più grottesche denigrazioni ufficiali, ammettendo la fondatezza di rivendicazioni operaie solo dopo che lo avevano fatto portavoce ufficiali di Berlino-Est; e Togliatti non esitava a dichiarare al Comitato centrale che la provocazione degli imperialisti era il “fatto fondamentale”, mentre era di “secondaria importanza” che “fossero venute fuori delle zone di malcontento nella popolazione”2. Quanto alla sottovalutazione delle novità nell’URSS, l’indicazione più eloquente veniva dalla relazione dello stesso Togliatti alla Conferenza nazionale del gennaio 1955, cioè poco più di un anno prima del XX Congresso, in cui, nell’ampia parte sui problemi internazionali, i ripetuti riferimenti all’URSS erano sempre di tonalità apologetica, senza menzione dei mutamenti intervenuti nei due anni precedenti3. D’altra parte, se qualche dirigente del partito si era riferito alla critica al “culto della personalità” nel PCUS, lo aveva fatto dopo che il bollettino del Cominform, Per una pace stabile, aveva pubblicato un editoriale sull’argomento. Quel che più conta, a parte gli espliciti limiti della stessa critica sovietica, nessun effettivo mutamento interveniva nella pratica del partito, e il “culto” di Togliatti non era affatto abbandonato né attenuato4.

Queste elusioni, reticenze o sottovalutazioni si ricollegavano alla più generale impasse strategica già accennata, che si rifletteva con particolare evidenza nella vaghezza della prospettiva di governo. Il VII Congresso aveva genericamente ventilato la possibilità di rinunciare all’opposizione se il governo avesse adottato una non ben precisata politica estera di pace. Successivamente si erano usate formule vuote come “governo nuovo” e “governo italiano con una politica italiana”, e alla Conferenza del 1955 si era parlato di una “larga unione delle forze antifasciste, democratiche e popolari”.

L’evoluzione del PSI creava una ulteriore difficoltà. Questo partito non aveva abbandonato esplicitamente la politica unitaria, ma dalle elezioni del 1954 Nenni aveva messo l’accento sull’“apertura a sinistra”: impostazione ribadita nel Congresso del 1955, primo passo verso quella che sarebbe stata l’opzione di centro-sinistra5.
Per accennare infine alla situazione economica e sociale, alla metà degli anni ’50 anche l’economia italiana era entrata nella fase ascendente che avrebbe segnato l’economia mondiale per oltre due decenni. Come abbiamo già accennato, era prevalsa nel movimento operaio, sia pure per diverse ragioni e in diversi termini, una sottovalutazione delle potenzialità di rilancio del capitalismo. Anche per parte nostra, non avremmo riaggiustato il tiro prima del 19556. Ed è nel 1955 che si registrava un avvenimento di grande rilevanza: la sconfitta della FIOM nella storica roccaforte operaia della FIAT.
Questa sconfitta era sulle prime minimizzata dalla stampa del PCI, che metteva l’accento sul carattere antidemocratico della consultazione elettorale. Ma poco dopo, sulla scia di un articolo su Il lavoro di Giuseppe Di Vittorio, iniziavano le autocritiche7. Per parte nostra, non risparmiavamo le critiche ai dirigenti sindacali e ci chiedevamo se quanto accaduto alla FIAT sarebbe rimasto un episodio o, invece, sarebbe stato il preludio di una dinamica più generale. La risposta sarebbe venuta dai mesi e dagli anni successivi: bisognava ormai registrare un’evoluzione dei rapporti di forza in senso sfavorevole ai lavoratori, con inevitabile incidenza sul quadro politico complessivo.

Il terremoto del XX Congresso

 

Grazie agli sforzi di elaborazione nel quadro della IV Internazionale, la modesta organizzazione, che avevamo costruito nel corso di sette anni non era impreparata alla prospettiva di una crisi dello stalinismo8. Dopo esserci cimentati nell’analisi della rottura tra Mosca e Belgrado, dall’indomani della morte di Stalin avevamo dato ampio spazio alla riflessione sui nuovi sviluppi che si delineavano nell’URSS. Avevamo preso posizione senza incertezze o reticenze sui movimenti antiburocratici tedeschi nel giugno del 1954. E nel gennaio del 1956 avevamo pubblicato su Bandiera Rossa un articolo in cui E. Germain (Ernest Mandel) non esitava a scrivere che “bisognava risalire al 1927 per ritrovare un Congresso del PCUS che rivestisse tanto interesse quanto ne rivestirà il XX Congresso”. Nello stesso numero usciva, per la prima volta in Italia, la famosa lettera che nel 1926 Gramsci aveva proposto di inviare all’Ufficio politico del PC sovietico e sulla cui esistenza i dirigenti del PCI continuavano a tacere, ad oltre dieci anni dalla fine della guerra9.

Tuttavia, neppure noi potevamo attenderci che il Congresso segnasse una svolta così netta e rivolgesse attacchi così devastanti a Stalin, ai suoi metodi e alle sue concezioni. Abbiamo vissuto, c’è appena bisogno di dirlo, settimane di vera e propria euforia intellettuale e morale e di grande impegno per sfruttare un’occasione tanto favorevole a riflessioni critiche. Ci rendevamo subito conto del radicale mutamento che si stava producendo. Problemi che così a lungo avevamo sollevato in un quasi totale isolamento - considerati nella migliore delle ipotesi, come personaggi stravaganti, se non come idealisti al di fuori del mondo reale - si ponevano ormai all’insieme del movimento comunista e, più in particolare, a centinaia di migliaia di militanti del PCI. Che ci fossero analisi e ipotesi politiche segnate da quello che, soprattutto a decenni di distanza, può appare come un ottimismo eccessivo, è, dopotutto, abbastanza comprensibile.

Ricordiamo che il Congresso, svoltosi tra il 14 e il 25 febbraio, provocava tre ondate successive. La prima era determinata dalla relazione di apertura, soprattutto da due messe a punto teoriche di Chruscev sulla coesistenza pacifica e la “non inevitabilità delle guerre” e sulla possibilità di una “via parlamentare al socialismo”. All’origine della seconda erano le denunce di concezioni e di pratiche staliniane negli interventi di dirigenti di primo piano e di noti intellettuali come Mikojan, Scepilov, Sciolokhov e la Pankratova. La terza, la più esplosiva, era scatenata dal “Rapporto Chruscev” sui crimini di Stalin, riservato l’ultimo giorno ai soli delegati, di cui avrebbe dato notizia per la prima volta il 16 marzo il New York Times10.
I commenti sul Congresso - come poi sugli avvenimenti in Polonia e in Ungheria - occupavano grande parte delle nostre pubblicazioni di quell’anno11. Due motivi si alternavano e si combinavano: la messa in risalto della profondità della crisi dello stalinismo, che confermava in larga misura le analisi dei marxisti rivoluzionari sin dalla seconda metà degli anni ’20 (e della nostra corrente in Italia dalla fine della guerra), e la critica delle teorizzazioni chrusceviane. In realtà queste, più che innovare, rappresentavano una sistematizzazione, piuttosto sommaria nella forma e nei contenuti, di posizioni formulate più episodicamente in precedenza, in consonanza, da una parte, con le esigenze di politica estera dell’URSS dopo la morte di Stalin in particolare e, dall’altra, con la pratica dei maggiori partiti comunisti, almeno dell’Europa occidentale. E non potevamo non sottolineare le analogie tra le impostazioni chrusceviane e quelle tradizionali dei teorici del socialismo riformista12. Non arrivavamo alla conclusione che stesse per scomparire la diversità tra i partiti comunisti di ispirazione staliniana e le socialdemocrazie. Resta tuttavia che il PCI era ormai entrato in un processo che lo avrebbe portato a mutare di natura. Un processo che sarebbe stato lungo e contrastato, ma di cui il 1956 avrebbe costituito un punto di partenza.

Coloro che hanno presentato o continuano a presentare Togliatti sotto una luce favorevole, come un dirigente politico e uomo di cultura che avrebbe dato un contributo di prim’ordine alla critica dello stalinismo, mettono soprattutto in risalto il noto Memoriale di Yalta, redatto a fini interni nell’anno del Signore 1964, che non si sa se e quando sarebbe stato diffuso se Togliatti non fosse morto poco dopo; ma avrebbero fatto - o farebbero - meglio a non dimenticarne gli atteggiamenti in tutto l’arco del 1956. Cerchiamo di ricapitolare.

La prima reazione è un tentativo di sottovalutazione dell’avvenimento (nonostante Togliatti avesse già avuto conoscenza a Mosca del “Rapporto Chruscev”, impegnandosi a non farne parola), come traspare chiaramente dalla relazione tenuta in marzo al Comitato centrale del partito. In questa relazione Togliatti riferisce sulle critiche a Stalin, ma non si perita di affermare a mo’ di conclusione:

Stalin è stato un grande pensatore marxista [...] ha avuto una grande parte, una parte positiva nella grande lotta che ebbe luogo, subito dopo la morte di Lenin, per difendere il patrimonio leninista contro i trotzkisti, i destri, i nazionalisti borghesi [...] La linea del PCUS fu giusta prima della guerra, nella guerra, dopo la guerra.

E del “Rapporto Chruscev” neppure una parola: a dimostrazione che, nonostante tutto, Togliatti continuava a considerare la lealtà verso i dirigenti del PCUS prioritaria rispetto a quella verso gli organismi dirigenti del suo partito13. Qualche settimana più tardi, nella sua relazione a un Consiglio nazionale, non dedicava al XX Congresso che qualche breve accenno, mentre nella replica, in cui vi si soffermava un po’ di più, non esitava a dichiarare: “Dal XX Congresso è emerso, ancora una volta e anche più luminoso di prima, il grande quadro della società socialista in sviluppo, di un mondo socialista che si organizza dal cuore dell’Europa fino agli estremi limiti dell’Asia”. Era logico che valorizzasse, invece, le “novità” enunciate da Chruscev nella relazione introduttiva, che poteva presentare non senza fondamento come un avallo teorico di una ormai decennale pratica elettorale e parlamentare del PCI. Ed era logico che fosse soprattutto questa l’indicazione raccolta per la preparazione al Congresso previsto per la fine dell’anno in corso14.
Ci si potrebbe chiedere se Togliatti pensasse che il “Rapporto Chruscev” non sarebbe stato reso pubblico. Doveva, comunque, disilludersi: il 4 giugno il testo usciva integralmente sul quotidiano newyorkese che per primo ne aveva dato notizia. Mentre, per parte nostra, davamo a questa notizia il massimo risalto, l’organo del PCI taceva, con una irrealistica politica dello struzzo15. In una nuova sessione del Comitato centrale dello stesso mese di giugno, prevalevano ancora i tentativi di minimizzare e di giustificare. Da un lato, Togliatti esprimeva un giudizio sintetico sulla personalità di Stalin ai limiti della puerilità: “A un massimo di cose buone andava accoppiato in essa un massimo di cose cattive” (riecheggiando De Amicis, si direbbe un’abnorme commistione di Garrone e Franti!); dall’altro spiegava, immaginiamo senza arrossire: “Questi fatti non li conoscevamo e non li potevamo nemmeno immaginare”. Sembrava non rendersi conto che, se questo fosse corrisposto a verità, sarebbe stata una prova senza appello di inettitudine. Un dirigente dall’esperienza pluridecennale, che aveva trascorso lunghi periodi nell’Unione Sovietica e svolto un ruolo di primo piano nella direzione dell’Internazionale comunista, non aveva la benché minima idea di come andassero le cose e non aveva capito, per esempio, che i processi di Mosca erano una mostruosa falsificazione!
Avvertendo forse l’insostenibilità dell’atteggiamento assunto mentre il suo stesso partito era scosso da differenziazioni e contrapposizioni senza precedenti dall’epoca del Congresso di Lione, Togliatti si decideva ad avanzare una interpretazione meno restrittiva e angustamente difensiva in una intervista a Nuovi argomenti, subito divenuta punto di riferimento e largamente citata anche negli anni successivi16.
Lasciando da parte temi e argomenti cui già ci siamo riferiti e su cui ritorneremo17, notiamo innanzitutto che Togliatti non tentava più di minimizzare la portata delle critiche a Stalin, alle sue concezioni e ai suoi metodi. Ammetteva, tra l’altro, che “nel regime instaurato da Stalin in determinati periodi vi furono elementi di tirannide e furono commessi dal potere atti delittuosi e moralmente repugnanti” e si chiedeva “se nello sviluppo interno della società socialista non siano intervenuti, a un certo momento, elementi di disturbo, sbagli di ordine generale, contro i quali tutto il campo del socialismo deve essere messo in guardia”. Non esitava neppure a chiamare in causa i più direttamente interessati: “L’errore dei suoi [di Stalin] collaboratori fu di non essersene accorti a tempo, di averlo lasciato fare sino al punto in cui la correzione non era più possibile senza danno per tutti”. Pur riconoscendo i meriti dei protagonisti del XX Congresso, giudicava, d’altra parte, “non soddisfacente la posizione che è stata presa al Congresso per quanto riguarda gli errori di Stalin e le cause e le condizioni che li resero possibili”. E, per parte sua, avanzava, sia pure con cautela, una diversa interpretazione:

La meno arbitraria delle generalizzazioni è quella che vede negli errori di Stalin un progressivo sovrapporsi di un potere personale alle istanze collettive di origine e di natura democratica e, come conseguenza di questo, l’accumularsi di fenomeni di burocratizzazione, di violazione della legalità, di stagnazione e anche, parzialmente, di degenerazione, in differenti punti dell’organismo sociale. [...] Ci sembra fuori dubbio che gli errori di Stalin furono legati a un eccessivo aumento del peso degli apparati burocratici nella vita economica e politica sovietica, e forse prima di tutto nella vita del partito.

Qui Togliatti si spingeva effettivamente abbastanza avanti, riecheggiando motivi della critica trotskiana, cosa che un guardiano sovietico dell’ortodossia come Boris Ponomariov non avrebbe mancato di rimproverare a una delegazione del PCI in visita a Mosca, qualche settimana dopo. Ma neanche in questa occasione veniva meno quella prudenza estrema, che gli suggeriva di introdurre nella stessa intervista elementi di compensazione18.

Già di fronte ai fenomeni di cui aveva denunciato lui stesso la portata, l’uso del termine “errori” era del tutto inadeguato. In secondo luogo, perché precisare che “toccherebbe ai compagni sovietici affrontare alcune delle questioni poste e fornire gli elementi di una complessiva riposta”, mentre di tutta evidenza quanto era avvenuto ed era stato denunciato non poteva non riguardare il movimento operaio del mondo intero e, più in particolare, i partiti comunisti? E, di fronte alle profonde devastazioni denunciate, come limitarsi a parlare di necessità di una “rieducazione a una normale vita democratica”, e affidare, in ultima istanza, questo compito a coloro le cui responsabilità non si erano potute ignorare? Aggiungiamo che l’intervista, se sosteneva - sia pure genericamente - che “la pluralità o unicità dei partiti non poteva essere ritenuta di per sé elemento distintivo tra le società borghesi e le società socialiste”, precisava subito dopo che nell’Unione Sovietica una pluralità di partiti sarebbe apparsa irrealizzabile.

Quel che è peggio, l’intervista non conteneva il benché minimo ripensamento sul destino delle vittime del regime staliniano. Anzi, l’autore dichiarava: “La mia opinione, oggi, è che esistessero assieme entrambi gli elementi, i tentativi di cospirare contro il regime e compiere atti terroristici, e l’applicazione di metodi istruttori illegali, moralmente condannabili”. Dunque, fucilatori e fucilati egualmente responsabili! E, per non lasciare dubbi, rincarava la dose: “I dirigenti dei vecchi gruppi di opposizione (trotzkisti e di destra) non erano alieni dal proseguire la lotta con mezzi terroristici, e questo avveniva anche fuori dell’Unione Sovietica (a Parigi, nel 1934, uno dei nostri migliori militanti, Camillo Montanari, di Reggio Emilia, venne ucciso a sangue freddo da un trotzkista. Casi simili si ebbero altrove”. Rispondemmo immediatamente che Togliatti doveva fornire le prove delle sue affermazioni; tra l’altro, l’uccisore di Montanari non aveva mai fatto parte del movimento trotzkista in alcun paese. C’è appena bisogno di dire che abbiamo atteso inutilmente una risposta. Del resto, anche se Montanari fosse stato effettivamente ucciso da un trotzkista o da un militante di una qualsiasi altra organizzazione antistalinista, quale enormità mettere sullo stesso piano un singolo episodio e sanguinose repressioni che, come Togliatti non poteva non sapere, avevano colpito milioni di cittadini che non avevano commesso alcun crimine19!

Ma l’intervista di Nuovi argomenti avrebbe avuto un’eco più duratura soprattutto per un’idea, in parte anticipata in marzo, sulla ricomposizione del movimento comunista. “Il complesso del sistema - dichiarava Togliatti - diventa policentrico e nello stesso movimento comunista non si può più parlare di una guida unica, bensì di un progresso che si compie seguendo strade diverse”. A ben vedere, non si trattava di una innovazione in termini assoluti: una impostazione simile era racchiusa nella stessa dichiarazione di scioglimento del Comintern nel 1943 e in enunciazioni sulle specifiche “vie nazionali” dei partiti comunisti alla fine della guerra. Con l’inizio della guerra fredda e la costituzione del Cominform si era messa la sordina su questa problematica.

È vero che, soprattutto per il non gradimento dei dirigenti sovietici, sul tasto del policentrismo Togliatti non avrebbe insistito. All’VIII Congresso avrebbe usato una formula più vaga, pur riaffermando l’autonomia dei singoli partiti20. Ma, a più lungo termine, il PCI avrebbe messo in atto una dinamica di presa di distanze nei confronti dell’URSS e del suo partito-guida, per imboccare progressivamente la strada della trasformazione in un partito socialdemocratico. In questo senso, c’era nel Togliatti del 1956 una indicazione anticipatrice, senza però che si arrivasse a cancellare le differenze tra il PCI e i partiti della socialdemocrazia.

Alla fine di giugno Togliatti doveva fronteggiare una nuova difficoltà. Il Comitato centrale del PCUS rendeva pubblica una risoluzione che, rispondendo a interrogativi e critiche emerse in partiti comunisti, ridimensionava, in buona sostanza, le precedenti denunce sull’era staliniana. Tre sarebbero state, secondo la risoluzione, le cause dei processi involutivi: l’accerchiamento del paese, le “caratteristiche individuali” di Stalin e il prepotere dell’apparato poliziesco agli ordini di Beria. E due argomenti miravano a giustificare il comportamento dei collaboratori di Stalin divenuti suoi accusatori: “Molti fatti e azioni sbagliate di Stalin divennero note solo più tardi”, cioè dopo la sua morte e “il popolo non avrebbe capito una qualsiasi iniziativa critica nei confronti del sommo dirigente e vi si sarebbe opposto”. Infine, erano abbastanza esplicitamente criticate interpretazioni come quelle abbozzate in Nuovi Argomenti.

La presa di posizione dei dirigenti del PCUS avrebbe potuto fornire a Togliatti l’occasione non solo di rispondere alle critiche, ma di rilanciare un dibattito a tutto campo, approfondendo l’analisi storica e mettendo a fuoco il discorso sulle prospettive. Invece, si limitava a riaffermare “la diversità del proprio giudizio” (l’Unità, 4 luglio).

I movimenti in Polonia e la tragedia ungherese

 

Ma, mentre si sforzava di fare digerire il XX Congresso con operazioni gattopardesche, Togliatti non immaginava quali tempeste stessero per scoppiare in Polonia e in Ungheria. Sono proprio le sue reazioni di fronte a questi avvenimenti a fornire perentori elementi di giudizio sulle sue concezioni e sui suoi metodi.

Al momento delle manifestazioni operaie di fine giugno a Poznan, mentre Di Vittorio parla di “un malcontento diffuso e profondo nella massa degli operai”, Togliatti usa ancora una volta una chiave di interpretazione perfettamente staliniana. In un articolo dal titolo di per se stesso eloquente, “La presenza del nemico”, scrive:

Il nemico esiste. È forte, è attivo, è senza pietà. È tuttora potente fuori del nostro campo e non manca di punti di appiglio nel nostro campo stesso. Guai a dimenticarlo. I fatti accaduti a Poznan ce lo ricordano, e ce lo ricordano con particolare energia.

Giusta ricompensa: l’articolo era ripubblicato il giorno seguente dalla Pravda.

Sull’atteggiamento del PCI e di Togliatti personalmente a proposito dei “fatti di Ungheria” da chiarire non resta assolutamente nulla: il partito, seguendo il suo leader, ha approvato l’intervento militare e la dura repressione che ne è seguita, compresa l’esecuzione nel 1958 di Imre Nagy e di Paul Maleter21. Vale la pena, tuttavia, di richiamare di nuovo l’attenzione su una presa di posizione di Togliatti, non messa sufficientemente in risalto neppure da commentatori e storici non apologetici22. Ci riferiamo a un articolo comparso su Rinascita (n. 3, 1957), una stroncatura senza riserve del numero del 2 novembre 1956 di Iridalmi Ujisag (“Gazzetta letteraria”), pubblicazione degli scrittori ungheresi, alcuni dei quali vittime, mentre Togliatti scriveva, di una dura repressione23.

La falsificazione più cruda di questo articolo, pur zeppo di deformazioni di ogni sorta, consiste nel presentare indiscriminatamente come fautori di una restaurazione reazionaria e nostalgici del regime dell’ammiraglio Horty intellettuali in netta maggioranza favorevoli a una trasformazione democratica in senso socialista.

Bersaglio principale era, del resto, quel Circolo Petöfi che, al di là delle posizioni assunte da una parte di coloro che vi partecipavano, aveva avuto nei mesi cruciali un ruolo di primo piano nella presa di coscienza antiburocatica. Per di più, mentre non si perita di condannare sommariamente, facendo di ogni erba un fascio, gli intellettuali antistaliniani, Togliatti si mostra comprensivo nei confronti dei dirigenti, colpevoli, secondo lui, più di “errori” che di “crimini”. Accenna sì agli “errori più gravi che han potuto prender l’aspetto di delitti”, ma per aggiungere subito dopo che i responsabili “possono essere stati tratti in inganno essi stessi, in linea di fatto, così come possono aver agito, ingannati, con la profonda convinzione di servire principi e valori che giustamente ponevano al di sopra di tutto”. Davvero un capolavoro di giustificazionismo: Togliatti non sembra sicuro che si trattasse di delitti, ma comunque erano commessi nel rispetto di “principi al di sopra di tutto”! Peccato che le vittime di questi “errori” siano finite impiccate dopo avere subito le peggiori torture, materiali e morali, o siano marcite per anni nelle prigioni!

Forse è ancor più significativa la sua reazione alla cerimonia riparatrice dei funerali di Laszlo Rajk. Trasparente era la contraddittorietà di questa cerimonia. Se l’immensa partecipazione popolare esprimeva l’aspirazione a un profondo rinnovamento politico e sociale, il corteo era, tuttavia, composto anche da coloro che avevano assassinato Rajk e i suoi compagni: i carnefici glorificavano le loro vittime... Agli occhi di Togliatti si era assistito, invece, a una “macabra, assurda, esasperante parata”. Se non andiamo errati, espressioni simili Togliatti non le ha usate, neppure a posteriori, riferendosi all’impiccagione dello stesso Rajk. È perfettamente rivelatore della sua concezione, della sua forma mentis, che non riesca a capire che, dopo che i responsabili avevano ammesso il crimine, centinaia di migliaia di ungheresi sentissero l’esigenza morale, prima ancora che politica, di rendere omaggio alla vittima! Il fascicolo Rajk, secondo lui, avrebbe dovuto passare semplicemente dalla rubrica “traditori” alla rubrica “riabilitati”, e gli stessi che avevano infangato la vittima avrebbero dovuto ormai elogiarla. Questa sarebbe stata, per dirla con lo stesso Togliatti, “una via di uscita ragionevole”24?

Per parte nostra, di fronte agli avvenimenti polacchi e ungheresi, assumevano un atteggiamento assolutamente chiaro:

Dinnanzi ad uno degli episodi più grandiosi della storia contemporanea, dinnanzi ad un episodio che rivela nel modo più luminoso le inestimabili qualità del proletariato, che conferma la pienezza del suo ruolo rivoluzionario, che scopre un tesoro di inesauribili energie, vergogna a coloro che dubitano e si comportano come filistei impauriti. Gli operai di Budapest hanno bisogno della solidarietà dei proletari di tutto il mondo, hanno chiesto questa solidarietà. Compagni ungheresi, noi vi assicuriamo senza riserve la nostra solidarietà e ci impegniamo, dinnanzi a voi, a lottare strenuamente perché coloro che la rifiutano, coloro che mentono e che calunniano, espiino, sino in fondo, prima o poi, il loro ignobile crimine25!
A posteriori si potrà forse pensare che un più che legittimo sentimento di solidarietà ci suggeriva valutazioni troppo ottimistiche sul movimento nel suo insieme e sulle sue potenzialità future. Ciò non toglie, ripetiamolo, che per gli aspetti essenziali le analisi coglievano nel segno26.

Un dibattito senza precedenti

 

Sulle ripercussioni del XX Congresso e degli sviluppi successivi negli organismi di direzione del PCI, su cui non trapelavano sul momento che parziali informazioni, molto è stato scritto, sia in sede storica sia in una memorialistica di valore diseguale27. Qui ci interessa rievocare le reazioni nell’insieme del PCI che, dopo lo smarrimento iniziale per la caduta o l’offuscamento di un mito, si traducevano - si può dirlo - a livello di massa in dibattiti e riflessioni critiche, che il partito stesso non aveva mai conosciuto in tutta la sua storia. È vero che di differenziazioni e contrapposizioni ce ne erano state sin dai primi anni, anche tra coloro che avevano partecipato alla scissione di Livorno. Ma si erano prodotte in un ambito ristretto, sia per le allora modeste dimensioni del partito, sia per il contesto di vigilia e di primo avvento del fascismo. Considerazione, questa, che vale ancor di più per il dibattito prima del Congresso di Lione, quando si era ormai nella clandestinità o semiclandestinità.

Naturalmente, a seconda delle varie situazioni, della composizione delle varie organizzazioni periferiche, del diverso grado di maturità dei militanti, le reazioni erano diverse o addirittura opposte. Ma mai, dalla Liberazione in poi, si era svolto nel PCI un simile dibattito, favorito dallo stesso smarrimento dei burocrati incaricati di “spiegare” nelle sezioni il significato del Congresso.

Ciò ha corrisposto al crearsi di uno stato d’animo nuovo - era un nostro commento di allora -: un vivo desiderio di discutere e di chiarire le questioni, un’aspirazione profonda alla democrazia interna di partito, un ripudio del principio di autorità, in passato soffocante. Il tema: ora bisogna che tutti discutano, che tutti si abituino a pensare con la loro testa, basta con le direttive dall’alto, ecc.

Sulla stessa lunghezza d’onda un altro commento di poco successivo28:

Le riunioni hanno visto un’alta e animata affluenza di iscritti, non solo di attivisti, cioè, ma anche di molti di quei malcontenti che si tenevano da tempo ai margini del partito [...] La prima reazione della stragrande maggioranza degli elementi di base del partito è stata di stupore, di incredulità e di terribile disorientamento.

Nuove ondate di dibattiti con prese di posizione contrastanti seguivano la pubblicazione del “Rapporto Chruscev” e gli avvenimenti di Polonia e di Ungheria.

Diverse le ragioni per cui nel PCI le reazioni era molto più vive e più diffuse che in altri partiti comunisti, in particolare nel PC francese29. In primo luogo, influiva la formazione più recente di gran parte dei suoi quadri, che avevano aderito dopo la caduta del fascismo, senza avere quindi subito il precedente processo di “stalinizzazione”. In secondo luogo, la direzione del PCI era più duttile di altre, più preoccupata di evitare rotture o tensioni troppe aspre. In terzo luogo, era presente già allora una sensibilità più nettamente neoriformista, che esercitava una pressione sullo stesso più ristretto nucleo togliattiano. Interveniva, infine, un fattore esterno: la presenza, cioè, di un Partito socialista con cui si cercava ancora l’alleanza e in cui la discussione si sarebbe comunque sviluppata.

Le nostre reazioni e valutazioni erano, per dir così, di prima mano, sia per la presenza di molti di noi nelle file del PCI, sia per la partecipazione di altri a riunioni pubbliche delle sezioni. In pratica, approfittavamo del disgelo e delle inedite aperture, anche se la situazione non era la stessa dappertutto (per esempio, a una “liberalizzazione” a Roma corrispondeva una persistente chiusura a Milano, dove l’ondata destalinizzatrice sarebbe stata più tardiva). Nelle settimane più calde - politicamente parlando, perché dal punto di vista meteorologico la fine dell’inverno era molto fredda, con nevicate nella stessa capitale - chi scrive, spesso con la sua compagna di allora, Anna Maria Satta, passava una sera dopo l’altra in sedi del PCI, partecipando a dibattiti che si protraevano non di rado sino alle prime ore del mattino, con aggiornamenti nei giorni successivi.

Benché non fossi affatto reticente sulla mia identità politica, non ricordo un solo episodio di intolleranza, neppure da parte di quanti rimpiangevano i giorni felici del monolitismo. Di solito, alla sorpresa per la comparsa di un animale politico di una specie sconosciuta seguiva un visibile interesse per le ricostruzioni storiche e le valutazioni dei nostri interventi. I relatori, spesso non meno turbati dei comuni militanti dalle scosse di terremoto nella “patria del socialismo”, si sforzavano di rinunciare alle vecchie abitudini, replicando senza usare epiteti o etichettature e cercando di confortare gli ascoltatori e, prima ancora, se stessi con l’idea che il PCUS aveva voltato pagina e avrebbe ripreso la marcia verso il socialismo con maggiore successo. Capitava qualche volta di incontrare persone che avevano avuto qualche lettura critica e non ignoravano la problematica antistalinista di sinistra. E in più rare occasioni capitava che qualcuno, in capannelli dopo l’assemblea, si riferisse a qualche nostra pubblicazione. Inutile dire che, dopo anni vissuti con la sensazione di essere voci che gridavano nel deserto, questi episodi, pur circoscritti, e gli applausi che a volte ricevevamo, erano gratificanti e ci incoraggiavano a continuare.

Quali erano le reazioni prevalenti?

Stando ai resoconti di allora, sostanzialmente confermati dalle documentazioni successive, si delineava innanzitutto, più che una posizione, uno stato d’animo: quello di coloro che, per aver visto in Stalin il simbolo delle idee e delle realizzazioni del comunismo, oltre che l’artefice della vittoria nella guerra antinazista, si rifiutavano di rinnegarlo e ne facevano semplicemente una questione di dignità. Per alcuni questo atteggiamento aveva una connotazione più politica: sospettando che Chruscev si stesse spostando verso destra, attribuivano, per contrasto, a Stalin posizioni più intransigenti30. Si veniva così delineando, anche se in modo approssimativo, una sinistra composta da militanti che in passato avevano espresso il loro malcontento con un ripiegamento su se stessi, con un generico astensionismo o con mormorii di corridoio e che, nel nuovo contesto, cominciavano a criticare apertamente la linea togliattiana. Altri avevano una reazione diametralmente opposta: accoglievano con favore le enunciazioni chrusceviane sulla non inevitabilità delle guerre e sulla via parlamentare al socialismo, che apparivano in maggiore consonanza con la pratica del partito, e tendevano a condividere le posizioni di Togliatti in questo senso. Un tale atteggiamento era diffuso a livello di apparati e sarebbe divenuto abbastanza rapidamente maggioritario31.

Una specie di denominatore comune era rappresentato dagli interrogativi che si moltiplicavano, in particolare nelle prime settimane: Perché niente ci era stato detto prima? Perché ci troviamo di fronte a fatti compiuti? I nostri dirigenti erano davvero all’oscuro di tutto o, pur sapendo qualche cosa, preferivano tacere? Di qui non poche espressioni di sfiducia, non solo verso i dirigenti sovietici, ma anche verso gli stessi dirigenti del PCI. Non mancavano richiami polemici alla rottura con il Partito comunista jugoslavo e anche agli avvenimenti di Berlino Est. Più raramente e confusamente affioravano interrogativi sulla società sovietica e sulla sua natura socialista.

Dopo la pubblicazione del “Rapporto Chruscev” e gli avvenimenti di Poznan, il dibattito si riaccende. Un motivo conduttore diventa l’esigenza di una radicale democratizzazione del partito, mentre le critiche ai dirigenti vanno ormai al di là di questioni particolari o di natura organizzativa. Nonostante questo, la pubblicazione dei contributi alla discussione sugli organi di stampa avviene con criteri discriminatori (come denunciano anche lettere su l’Unità) e certi temi continuano a non essere toccati, mentre altri sono trattati in modo confuso, se non addirittura stravagante32.

Posizioni come quelle menzionate tendono a diventare più sistematiche. Secondo coloro che le difendono, le teorizzazioni sulla via parlamentare sono le più corrispondenti all’impostazione del PCI dalla fine della guerra. Il partito, però, non aveva battuto questa strada con la coerenza necessaria: c’erano state riserve mentali anche a livello dirigente. Accenni in questo senso sono percepibili, per esempio, in interventi di Giancarlo Pajetta e di Giorgio Amendola. I più radicali vanno oltre i motivi sulla Costituzione e sulla politica delle alleanze, proclamando superate le concezioni leniniane di Stato e rivoluzione, come pure il centralismo democratico, ed esprimendo dubbi anche su concezioni economiche di Marx. Evolvono, tra gli altri, in questa direzione - sia pure non allo stesso modo - Antonio Giolitti e Paolo Spriano. I sostenitori di punti di vista diversi, per dir così, critici di sinistra, hanno meno occasioni di farsi sentire; lo possono fare nelle sezioni e nelle cellule e non sulle colonne de l’Unità. La conseguenza è che le posizioni dei “destri” appaiono contrastate soprattutto da membri del gruppo dirigente come Longo e D’Onofrio che, pure, negli anni precedenti non si erano mai differenziati né da Togliatti né da Stalin, non interpretando certo il centralismo democratico secondo gli originari criteri leniniani. D’Onofrio, in particolare, continua a non accettare l’idea che possano esistere “compagni che mettono in forse la bontà e la giustezza della linea del partito, che lottano per cambiarla e per sostituirla”.

Già a metà marzo si era aperto, sul settimanale Il contemporaneo, un dibattito destinato a durare per molti numeri, di cui, per parte nostra, non mancavamo di sottolineare l’importanza (nonostante che a un intervento di chi scrive fosse rifiutata ospitalità, con una giustificazione di patente ipocrisia)33.

Prendevano la parola anche intellettuali non membri del PCI, tra i quali lo scrittore Carlo Cassola, allora orientato verso l’Unità popolare (il movimento di Parri e La Malfa), che prendeva di mira i crociani divenuti comunisti come Lombardo Radice, Salinari, Alicata, Trombadori e lo stesso Ingrao:

Essi - scriveva - son divenuti tutti togliattiani, vedendo nel togliattismo l’inserimento del movimento operaio nella tradizione nazionale, cioè la via italiana al socialismo; senza comprendere che il togliattismo era stalinismo puro e, se in una tradizione psicologica, culturale e politica si inseriva, non era certo nella migliore ma nella deteriore, in quella che si è alimentata dei nostri difetti tradizionali, il machiavellismo, il gesuitismo, il trasformismo, l’ammirazione dell’abilità, della forza, del successo, il disprezzo per le posizioni di coscienza e per i profeti disarmati.

A oltre quarant’anni di distanza, questo giudizio continua a sembrarci pertinente: fornisce più in particolare una chiave di interpretazione di una personalità come quella di Togliatti che, tra l’altro, non aveva fatto mistero della sua ammirazione per Giolitti. Non meno significativo l’intervento di Franco Fortini, con un lucido e appassionato auspicio conclusivo:

Se alla luce dei recenti avvenimenti sovietici, che ci rendono coraggio e fiducia e ci fanno dimenticare lunghe amarezze e ingiusti sospetti (confermandoci nella validità di una intransigenza che talvolta poté credersi soddisfatta di sé o sterile) e riflettendo sugli avvenimenti dello scorso trentennio, quelli tra gli uomini di cultura marxista che sempre più erano venuti somigliando agli auguri ciceroniani, si renderanno conto di come errori od omissioni loro, debolezze e transigenze si traducano immediatamente in sangue, in disperazione e in patimento operaio, forse la classe operaia italiana e internazionale, nel cui nome tante volte abbiamo creduto di parlare, potrà perdonarci.

Tra gli intellettuali del partito interveniva, tra gli altri, Ludovico Geymonat che, dopo avere denunciato “la scarsa fiducia dei dirigenti politici nel contributo di carattere culturale che avrebbe potuto pervenire ai giovani” e la propensione a “esaltare l’adesione ai partiti operai di qualche bonzo più o meno compromesso col fascismo”; cercava legittimamente di valorizzare la sua specifica corrente filosofica:

Gli scolastici del marxismo si trovarono alleati con i gentiliani e contribuirono notevolmente a ridar loro forza e fiducia in se stessi [...] Molti giovani marxisti, educatisi sulle opere degli idealisti nostrani del Novecento, ereditarono per intero la loro prospettiva storica, onde sembrano ancor oggi ritenere che l’interesse filosofico per la scienza sia poco meno che una ‘merce’ di importazione americana [...] Il pensiero marxista non è l’erede soltanto di Hegel, ma anche di Galileo e dell’Illuminismo

L’anno dopo, quando già si era registrato un almeno parziale riflusso, Geymonat scriveva su l’Unità (5 settembre):

Non basta dialogare con i seguaci del movimento liberale o di quello cattolico: oggi è venuto il momento di affrontare il difficile dibattito anche con quelli che professano (in buona fede) di lottare - o meglio di continuare a lottare - per il trionfo del movimento operaio pur essendo fuori del PCI.

Togliatti non gradiva questa presa di posizione, definendola un “errore” in un intervento al Comitato centrale. A Geymonat faceva eco, a suo modo, Mario Spinella:

Non è forse una ibrida mistura della boria dei crociani e del nostro settarismo l’atteggiamento, spesso superficiale, di ripudio tout court, assunto nei confronti delle correnti neo-positivistiche o esistenzialiste, sociologiche o keynesiane?

Per parte sua, Italo Calvino non evitava qualche accenno giustificazionista, aggiungendo però:

Elaborazioni profonde e moderne non ce ne sono state, neanche di termini continuamente proclamati come ‘realismo’, ‘linea Gramsci-DeSanctis’, ‘tradizione nazionale’. Abbiamo fatto del giornalismo, oppure della filologia. È mancato il resto: il pensiero

E scusate se è poco34...

Più in generale, emergevano anche in questo dibattito sensibilità che già si erano confrontate in altre sedi, con la differenza che prevaleva ancora più nettamente una inclinazione “destrista”. Da questo punto di vista, l’intervento di maggior rilievo era quello di Paolo Spriano, cui va reso atto di aver cercato già in quel periodo di porre i problemi senza girarci troppo intorno:

Tutto lo sviluppo politico e ideale del movimento operaio italiano, il suo inserimento nel corpo della vita nazionale, la sua ricerca di una via democratica del socialismo, si muovono in questa prospettiva [della lotta per la direzione intellettuale e morale della società italiana] e sempre più si muoveranno se continua internazionalmente il processo di distensione [...] La grande novità - storica e teorica - di questa ‘via’ sta nel fatto che noi cerchiamo appunto di assumere una funzione di direzione, civile oltreché politica, già prima della presa del potere, trasformando quello Stato e quella società che sono dominati con la forza del suo apparato repressivo dalla borghesia ma che essa non riesce più a guidare pacificamente.

Era questa un’anticipazione di concezioni che poi sarebbero prevalse, ma che in quel momento erano considerate troppo socialdemocratiche per essere esplicitamente accettate.

Infine, anche per il contributo che l’autrice avrebbe poi dato alla vicenda de il manifesto (rivista e quotidiano), l’intervento di Rossana Rossanda va ricordato a illustrazione dell’atteggiamento che, prima della caduta dello stalinismo, intellettuali militanti non corrosi dall’opportunismo politico o dall’arrivismo personale avevano assunto verso l’URSS e il movimento comunista. Limitiamoci alla parte conclusiva dove, rispondendo a Cassola, Rossanda scrive: “Dio benedica Cassola: che sapeva tutta la verità prima, o la sa adesso. Io, e molti compagni con me, ne eravamo più modestamente all’oscuro”. Sin troppo trasparente l’automistificazione apologetica: non aveva letto i resoconti dei processi di Mosca o di quelli più recenti nelle democrazie popolari? Non aveva letto gli scritti di Zdanov sulla filosofia, sulla poesia, sulla musica, pubblicati anche in Italia? Non aveva visto un film sovietico come “Giuramento”? Non si era accorta che nell’URSS c’era il “culto del capo”? Più plausibile - anche se non necessariamente da condividere - la spiegazione che immediatamente segue:

Eravamo, però, al chiaro dei rapporti di forza nel nostro paese e nella situazione internazionale - e questi determinano e hanno determinato la nostra posizione nei confronti dell’Unione Sovietica e delle democrazie popolari, ragionata e proprio per questo aliena da eccessivi fideismi e isteriche intemperanze35.

Il XX Congresso non poteva non avere ripercussioni sull’evoluzione già in corso nel Partito socialista. Nenni, che negli anni ’30 aveva partecipato alle vicende italiane ed europee del movimento socialista, difficilmente avrebbe potuto usare l’argomento: non sapevamo. Quindi metteva l’accento sulla critica dell’impostazione metodologica chrusceviana, che

sostituiva l’analisi dello sviluppo della rivoluzione con la demolizione del mito di Stalin, senza cercare di individuare le cause obiettive e di principio che provocarono la deviazione dal centralismo democratico al centralismo burocratico, dalla direzione collettiva alla direzione personale, dall’esaltazione della forza creatrice delle masse popolari al culto della personalità.

Al tempo stesso, sottolineava le responsabilità di quanti demolivano Stalin, ma avevano fatto parte essi pure del gruppo dirigente staliniano. L’intento preminente di Nenni e della maggioranza del suo partito era, tuttavia, di cogliere l’occasione per prendere le distanze dal PCI. Le enunciazioni chrusceviane sulla via parlamentare e sulla non inevitabilità delle guerre gli assicuravano la migliore copertura teorico-politica. Anzi, lo autorizzavano, a suo modo di vedere, a trarre la conclusione che, dopotutto, il PSI era più qualificato del PCI a battere la strada preconizzata da Chruscev. Non esitava neppure a rivendicare la giustezza della posizione sua e dei socialisti al momento della scissione di Livorno. Era ancora più esplicito in proposito in un articolo seguito alla pubblicazione del “Rapporto Chruscev”. Così il PSI avrebbe finito ormai con l’imboccare la strada verso il centro-sinistra e la prolungata spartizione del governo con la Democrazia cristiana.

Per parte nostra, in una lettera al segretario socialista, dopo avere espresso l’accordo con le critiche all’impostazione metodologica dei dirigenti sovietici, gli rimproveravamo di avere riassunto le posizioni di Trotskij “con eccessiva sommarietà e approssimazione” (tra l’altro, avanzando l’argomento peregrino del suo “individualismo esasperato”). Ancor più criticavamo “il tentativo di porre quasi sullo stesso piano Stalin e i suoi oppositori, come se le responsabilità di quello che è accaduto dovessero venire più o meno equamente distribuite”. Concludevamo con una proposta: perché il PSI e il suo segretario non prendevano l’iniziativa di una campagna per riabilitare la memoria delle vittime dei processi di Mosca?

Nenni questa volta rispondeva rivolgendosi al sottoscritto come “caro compagno” e non dimenticando i “cordiali saluti”, ma era elusivo nella sostanza. Avrebbe trasmesso la nostra proposta ai responsabili delle pubblicazioni del suo partito, ma aggiungeva: “Non vedo però cosa si possa fare per riaprire processi sui quali lo stesso XX Congresso ha messo lo spolvero. Il compito di ristabilire la verità è ormai degli storici, e la stessa storiografia sovietica difficilmente potrà evitare il tema”36.

L’VIII Congresso del PCI

 

La preparazione dell’VIII Congresso, a oltre cinque anni di distanza da quello precedente, era l’occasione per i dirigenti di cercare di ritrovare una coerenza dopo l’esplodere della crisi dello stalinismo, rielaborando le proprie concezioni e ridefinendo una strategia di fase. Sennonché, tra l’adozione dei testi preparatori e l’apertura del Congresso (l’8 dicembre) sopraggiungevano gli avvenimenti di Ungheria, che riaccendevano il dibattito, provocando nuove divisioni e rotture. Particolarmente significativa la diffusione di una lettera al Comitato centrale firmata da 101 intellettuali, che criticavano il partito per non avere espresso “una condanna aperta e conseguente dello stalinismo” e per avere definito controrivoluzionaria l’insurrezione ungherese. Antono Giolitti, Eugenio Reale e non pochi intellettuali - tra cui Italo Calvino, Fabrizio Onofri, Vezio Crisafulli e Carlo Muscetta - sarebbero poi usciti dal partito, o ne sarebbero stati espulsi. Circa duecentomila iscritti non avrebbero rinnovato l’adesione.

La fase precongressuale era aperta da un progetto di “Dichiarazione programmatica”, la cui impostazione era così sintetizzabile: 1) è possibile per il proletariato diventare classe dirigente e cominciare a costruire il socialismo entro il quadro della Costituzione esistente, la cui integrale applicazione è “il cardine di tutto il programma politico del partito”; 2) questo processo è realizzabile “con l’applicazione del metodo democratico” e per via parlamentare, con una trasformazione graduale dello Stato dall’interno e senza una rottura rivoluzionaria; 3) le riforme di struttura vanno concepite come un progressivo avviamento al socialismo, come “una fase transitoria” in cui lo Stato “non può essere ancora uno Stato socialista, ma non deve più essere lo Stato borghese, dominato dalla grande proprietà e dai monopoli capitalistici”.

Contemporaneamente, si ridefinivano, in modo a dir poco disinvolto, le ragioni della scissione di Livorno: il Partito comunista si sarebbe formato “per dare alla classe operaia e al popolo italiano una guida ideale, politica e pratica nella lotta per il benessere e per la libertà, contro l’oppressione politica e lo sfruttamento economico”. Tanto peggio per coloro che avevano appreso dalla documentazione storica fornita tradizionalmente dallo stesso partito che i comunisti avevano deciso di scindersi perché i riformisti predicavano la via parlamentare, in contrapposizione alle concezioni della III Internazionale, mentre i massimalisti si rifiutavano di rompere con i riformisti37.
Sia detto di passata, il giudizio di Aldo Agosti non differisce da quello da noi espresso allora: “L’adesione non tattica e strumentale ma di principio alla democrazia politica, ai suoi metodi e ai suoi istituti non potrebbe essere espressa in termini più chiari e rappresenta una rottura netta rispetto alla tradizione comunista”38.
Sul capitalismo, la dichiarazione riprendeva sciattamente generiche verità, con formulazioni sommarie e a volte discutibili. Più interessante era la parte sui “progressi del socialismo nel mondo”: soprattutto perché, a proposito dell’URSS, si registrava un ripiegamento rispetto a testi precedenti, in particolare all’intervista a Nuovi argomenti. Il progetto non si peritava di affermare che “il carattere democratico e socialista dello Stato non è stato intaccato [...] dalle conseguenze dei gravi errori che per alcuni periodi restrinsero i limiti della democrazia”, e spiegava subito dopo che gli errori venivano ormai “ denunciati e corretti”. Un altro testo (le Tesi) si collocava sulla stessa lunghezza d’onda. Ribadita la concezione neo-riformistica sul passaggio graduale al socialismo nel quadro costituzionale, sulla prospettiva di governo, ricorreva ancora una volta a una formulazione del tutto generica (“governo democratico delle classi lavoratrici”)39.
Il dibattito precongressuale non registrava quella effettiva democratizzazione interna che molti avevano rivendicato nei mesi precedenti. Abbiamo già visto come i dirigenti tentassero, con ondeggiamenti e operazioni trasformistiche - dal loro punto di vista non senza risultati - di ridimensionare la “ destalinizzazione”, per riprendere il controllo della situazione. A proposito della nuova fase, ecco come riecheggiavamo sul nostro giornale le critiche diffuse nelle stesse file del PCI40:

Chiediamo se si può definire democratico un congresso quando: 1) si vuole eludere la discussione sul tema fondamentale [...]; 2) il dibattito avviene su l’Unità in modo discriminatorio [...]; 3) si pretende che la preparazione precongressuale di un partito di due milioni di iscritti avvenga in meno di due mesi; 4) mentre le commissioni hanno avuto tre mesi per preparare dei documenti, si pretende che i compagni li leggano e si formino un’opinione in pochi giorni [...]; 5) si cerca di imporre le Tesi prima nei vari comitati direttivi per poi farle imporre nelle cellule; 6) si pretende che le cellule [...] discutano e votino documenti di decine di pagine in una sola sera [...]; 7) si continua a sottrarre l’apparato al controllo diretto dei Congressi delle varie istanze del partito.

L’apertura del Congresso era seguita con enorme interesse dall’intero movimento operaio e dall’opinione pubblica, in Italia e fuori d’Italia. Chi scrive constatava direttamente come qualcosa fosse cambiato. Il semplice fatto di poter partecipare per la prima volta a un Congresso del PCI come rappresentante di un giornale sul cui orientamento trotskista non esistevano dubbi, era una novità assoluta. Non meno significativa era la correttezza nei confronti di una persona che sino a poco tempo prima avrebbe avuto ben diversa accoglienza, magari con i truculenti epiteti in voga nell’era dello stalinismo. E mi colpiva soprattutto un episodio, di per sé del tutto secondario.

Come ho accennato, del nostro nucleo di “cospiratori” antifascisti veneziani alcuni avevano scelto dopo il 25 luglio il Partito socialista, altri il Partito comunista. Tra questi ultimi, un mio compagno di scuola alle elementari e all’Università non mi aveva perdonato l’adesione alla IV Internazionale: era arrivato una volta in un cinema veneziano a voltarmi bruscamente le spalle, rifiutandosi di stringermi la mano. Non faceva che seguire norme di comportamento staliniane, vigenti anche nel PCI. Non lo avrei più rivisto sino al Congresso cui stavo assistendo. Mi veniva a cercare dopo avermi intravisto da lontano. Stretta di mano calorosa e scambio di opinioni, sia pure in termini generici. Evidentemente, si era rapidamente riadattato ai nuovi tempi. Per dirla con il filosofo, grandeur et petitesse de l’homme... Aneddoti a parte, ho ancora vivo il ricordo del momento cruciale: l’intervento dell’unico oppositore ad avere la parola nel nobile consesso. Atmosfera di tensione estrema, silenzio tombale, inconsueto in un’assemblea di oltre un migliaio di persone. Dissentivo dal militante che saliva alla tribuna, Antonio Giolitti, che aveva opinioni diverse dalle nostre e la cui futura evoluzione era già in larga misura prevedibile. Ma non potevo non ammirare il suo perfetto autocontrollo e la sobrietà con cui esprimeva il succo della sua argomentazione: “Anche la più solenne nostra dichiarazione sul valore permanente delle libertà democratiche è parola vana se continuiamo a scrivere nel nostro programma e nelle nostre tesi che gli errori e i delitti denunciati al XX Congresso non hanno intaccato la sostanza democratica del potere socialista (dico potere, non sistema), e se definiamo legittimo, democratico e socialista un governo come quello contro il quale è insorto il popolo di Budapest il 23 ottobre”. Un appena percettibile brusio accoglieva parole che oggi possono sembrare una constatazione elementare ma, nel contesto e nell’ambiente in cui erano allora pronunciate, avevano una portata iconoclasta.

Nostro commento finale su un Congresso ormai senza sorprese:

L’operazione che Togliatti aveva delineato sin dall’indomani stesso del XX Congresso è stata portata a termine con il Congresso di Roma. Da oltre un decennio - per non parlare degli anni precedenti - egli aveva imposto ai militanti del PCI una politica sostanzialmente riformistica, che non aveva più niente di rivoluzionario; dopo il Congresso di Mosca, con il favore della nuova teorizzazione chrusceviana della ‘via democratica e parlamentare al socialismo’, il riformismo è stato imposto anche sul terreno teorico e gli attuali dirigenti del PCI possono stringere tranquillamente la mano ai vecchi Kautsky e Turati. È vero che non fanno economia di sparate contro i ‘revisionisti di destra’; ma anche Turati e Kautsky hanno sempre attaccato i loro destri, la polemica contro i quali ha sempre costituito un comodo schermo per contrabbandare la merce più avariata facendo credere alla base che si restava fedeli al marxismo41.

La sinistra critica alla luce del sole

 

Un effetto delle vicende del 1956 era l’emergere alla luce del sole, con una visibilità senza precedenti dalla fine della guerra, di correnti critiche di sinistra, alcune delle quali presenti nel movimento operaio sin dagli anni ’20. Questo era particolarmente significativo per noi, perché in fasi cruciali degli anni ’30 il trotskismo italiano era stato più attivo nell’emigrazione all’estero che non all’interno del paese.

La partecipazione ai dibattiti nelle sezioni del PCI e, in misura minore, del PSI, contribuiva, come abbiamo visto, a questo risultato. Ci permetteva, tra l’altro, di confrontarci direttamente con personaggi come Aldo Natoli, Mario Mammuccari, Fernando Di Giulio - più tardi con Pietro Ingrao - e con un intellettuale come Umberto Cerroni. Con altri intellettuali, come Ludovico Geymonat e Carlo Muscetta, avevamo incontri personali. Un rapporto più intenso e duraturo lo stabilivo personalmente con Delio Cantimori, ormai radiato e drasticamente critico, e con la sua compagna, incontrandoli a più riprese nella loro residenza fiorentina.

Devo aggiungere, facendo un piccolo passo indietro, che già prima del 1956 avevo avuto a Milano una serie di incontri con la redazione di Ragionamenti, una sorta di rivista-bollettino cui collaboravano in varie forme Franco Fortini, Roberto e Armanda Guiducci, Luciano Amodio, Gianni Scalia, Franco Momigliano, Sergio Caprioglio e Alessandro Pizzorno. Specialmente con alcuni di questi intellettuali di incontestabile valore avevamo, nel 1955-’56, un sostanziale punto in comune: la critica da sinistra dello stalinismo. Con qualcuno di loro, come Luciano Amodio - convinto lussemburghiano - e Sergio Caprioglio - più tardi rigoroso curatore di un’edizione di Gramsci seguita alla precedente serie “addomesticata” da Togliatti e da suoi collaboratori - avrei mantenuto anche più tardi ottimi rapporti, in occasione di periodiche visite alla redazione torinese della Einaudi. Ma, più in generale, discutendo con il gruppo di Ragionamenti, in primo luogo con Fortini, avevo la sensazione di trovarmi sulla stessa lunghezza d’onda. Solo mi disturbava, a volte, il fatto che qualcuno di loro, per dire cose condivisibili, ricorresse a concetti e a termini che mi sembravano involuti42.
La Conferenza nazionale del nostro movimento, la quinta dalla sua costituzione , si svolgeva in un contesto profondamente mutato. Uscivamo , per dir così, dalle catacombe, anche per quanto riguarda il luogo della Conferenza: dal teatrino di Villa Borghese, dagli scantinati del Trionfale e dalle baracche di Ponte Milvio, sedi fortunose dei primi incontri, ci trasferivamo nella elegante sede di Comunità, la fondazione olivettiana, nei pressi di Porta Pinciana43. Conferma dei progressi realizzati: dal primo novembre Bandiera Rossa sarebbe divenuto quindicinale, e sarebbe stata aperta una sede a Roma.

La Conferenza sintetizzava analisi già anticipate nei mesi precedenti, constatando come, in un contesto economico di “ristabilizzazione relativa”, la situazione del movimento operaio e la politica condotta dal PCI e dal PSI contribuissero a una conservazione dello status quo. Ma, soprattutto, ritornava sulle ripercussioni del XX Congresso nelle file del PCI, con il diffondersi di posizioni critiche. All’ordine del giorno erano di nuovo questioni di fondo, su cui avremmo dovuto intervenire per parte nostra nel modo più sistematico. Errore da evitare: non limitarsi alla difesa delle concezioni classiche del marxismo, ma insistere soprattutto sulle esperienze più recenti del movimento operaio internazionale e sull’analisi della struttura e della dinamica della società in una nuova fase. Era, in altri termini, un richiamo metodologico - contemporaneamente - contro la tentazione di arroccamenti su posizioni di principio, e contro le suggestioni di un impressionismo analitico e politico che cominciava a diffondersi assai più che in precedenza.

Per la prima volta, potevamo registrare la presenza di un contingente tutt’altro che trascurabile di nuovi aderenti, grazie a un allargamento della nostra sfera di influenza, sia nelle file del Partito comunista sia all’esterno. Più in particolare, a Torino erano entrati a far parte dell’organizzazione giovani intellettuali come Carlo Ottino e Leo Oggerino e, successivamente, sarebbero entrati il figlio di Piero Gobetti, Paolo, con la sua compagna Carla Bovero. A Roma riuscivamo a mettere radici e a reclutare nelle file del Partito comunista, in ambienti che potremmo definire pasoliniani, in borgate come il Tufello - dove aveva aderito il segretario della sezione del PCI, Alvaro Gorini - e come Valmelaina - dove avevamo alcuni quadri operai e popolari, tra cui l’allora operaio metalmeccanico Gilberto Castellani, avido di letture, e l’attivissimo Giuseppe Abiuso, più tardi emigrato in Australia. Sempre sull’onda del 1956, riuscivamo a costruire un combattivo nucleo di ferrovieri - alcuni militanti del PCI, altri del PSI - che a un certo momento assumevano un ruolo egemonico nella Commissione interna della stazione Termini (Alberto Spanò, Giorgio Graziani, Guglielmo Bianchi, Mario Pesce, Giuseppe Di Fazio, Leonardo Ascioni). Erano egualmente legati a noi un dirigente del sindacato dell’azienda del gas (Mercuri) e uno del sindacato dei lavoratori dei vagoni letto (Guidi) (di questi ultimi si è sempre rivelato difficile, per ragioni diverse, un effettivo inserimento nell’organizzazione). Sempre a Roma, aveva aderito già dagli inizi degli anni ’50 un militante molto noto nel movimento comunista romano, Franscesco Cretara, che dal 1956 avrebbe assunto compiti di primo piano anche a livello nazionale44. Nelle Puglie, rimettevamo piede per la prima volta dopo la rottura con il POC, grazie al legame con un vecchio dirigente sindacale di Andria, poi trasferitosi a Bari, Vincenzo Di Gaetano, e all’evoluzione del gruppo di Severo Mastrodonato a San Severo che, dopo aver rotto con Mangano, aveva deciso di aderire alla nostra organizzazione. Riuscivamo contemporaneamente a mettere in piedi, sia pure in forma precaria, un nucleo nel grosso centro lucano di Venosa. Mantenevamo una presenza nella zona di Cortona-Camucia - che sarebbe poi stata erosa dalle trasformazioni del tessuto socio-economico della mezzadria - estendendola, anzi, in forma meno organizzata, in una zona in prossimità del Trasimeno, tra la Toscana e l’Umbria. Oltre alle adesioni vere e proprie, si era venuta, infine, creando, per mantenersi nei mesi successivi, un’area di militanti comunisti, in misura minore socialisti, critici di sinistra, simpatizzanti in senso lato, o comunque interessati a stabilire relazioni con noi (in particolare in alcune sezioni romane e torinesi). Questi progressi politici e organizzativi comportavano mutamenti nel funzionamento, a cominciare dalla riunioni interne. Eravamo spinti, più di prima, a discutere su problemi di orientamento sindacale e, in un caso-limite, anche di dirette scelte elettorali) 45, oltre che sugli atteggiamenti da assumere all’interno del PCI o del PSI. Niente a che vedere con la vita di una setta, come immaginavano i nostri detrattori.

Tutto questo faceva, d’altronde, emergere fenomeni e tendenze che già si erano manifestati durante la Resistenza e subito dopo la fine della guerra, e che si sarebbero manifestati di nuovo a diverse scadenze. Si confermava che, in momenti cruciali socialmente, politicamente e culturalmente, trovava un’eco reale una critica di sinistra sia allo stalinismo sia al togliattismo (nella misura in cui era possibile una distinzione). Così, la tematica trotskiana sulle società di transizione burocratizzate poteva attrarre intellettuali, giovani o già maturi, se non larghi strati di intelligencija, in quanto risposta organica a problemi che si ponevano o riproponevano, mentre una critica a impostazioni riformiste o neoriformiste, a compromessi più o meno “storici”, corrispondeva a esigenze e sentimenti diffusi in strati operai e popolari, a volte nutriti di ribellismo plebeo.

Siamo convinti che sono esistite, ripetiamolo, in periodi ben definiti, potenzialità ben più vaste di quelle da noi captate con le nostre limitate antenne. Ma abbiamo, d’altra parte, constatato come tendenze e fenomeni fossero poi destinati a diluirsi, a riassorbirsi, pur senza essere irrimediabilmente cancellati. Uno degli intenti di queste nostre rimembranze è, d’altro canto, aiutare a comprendere questo andamento, per così dire, ciclico e a creare le premesse, almeno sul piano della riflessione storico-teorica, per spezzare quella che rischierebbe di apparire come una spirale perversa, assolutamente ineludibile.

Il 1956 è l’anno in cui comincia il nostro impegno sul piano editoriale. Il quadro ci è offerto da Arturo Schwarz, membro dell’organizzazione dai primi anni, dopo una militanza in un gruppo della IV Internazionale in Egitto, che aveva lanciato una casa editrice e aperto a Milano, in via della Spiga, una libreria, al tempo stesso sede della casa editrice, negozio di opere d’arte con relative mostre e punto di riferimento di intellettuali e di militanti critici di sinistra (in quel periodo vi faceva a volte visite discrete anche Pietro Secchia)46. Già nel 1954 Schwarz aveva pubblicato il mio primo saggio dato alle stampe, Attualità di Gramsci e politica comunista. Nel settembre del 1956 scoccava l’ora di Trotsky (questa era la trascrizione che usavamo allora, adattandoci al corrente uso francese e inglese): usciva per la prima volta in versione italiana La rivoluzione tradita, con una mia ampia Introduzione. Segno rivelatore dei limiti della cosiddetta destalinizzazione e dei tabù che persistevano nelle file del PCI e tra gli intellettuali sotto la sua influenza: benché da mesi si discutesse vivamente sulla storia e sulla natura dell’URSS e sulla sorte riservata da Stalin ai suoi oppositori, compresi dirigenti della rivoluzione, non si trovò quasi nessuno che recensisse sulla grande stampa, magari per criticarla, l’opera forse più importante di colui che era riapparso come il maggiore avversario dello stalinismo47. Questa cattiva abitudine - va registrato - non veniva meno con il trascorrere dei decenni e la rinuncia alle scomuniche. Molte edizioni del libro si sono succedute, in alcuni casi con forti tirature, ma tra la costante disattenzione anche di dirigenti politici e di intellettuali di sinistra ed estrema sinistra, tanto disposti a dibattiti - orali o scritti - su una qualsiasi pubblicazione sugli stessi argomenti quanto tenaci nel silenzio sul contributo trotskiano48. Un’ennesima conferma di un simile atteggiamento, che è difficile considerare casuale, la si aveva all’indomani della caduta del muro di Berlino, in occasione dell’uscita con grande tiratura negli Oscar Mondadori di quella che resta per il momento l’ultima edizione dell’opera49. Questa omissione era, a volte, almeno parzialmente compensata dall’interesse di non pochi militanti e, per quanto più direttamente mi riguarda, dall’atteggiamento di uno studioso come Ludovico Geymonat, che chiedeva di incontrarmi per manifestare il suo apprezzamento per l’opera trotskiana e per il metodo usato nella mia Prefazione.

Schwarz avrebbe continuato la pubblicazione di opere di Trotskij anche negli anni successivi, valendosi sempre della mia collaborazione come traduttore e curatore. Detto di passata, mi aiutava a superare una situazione finanziaria incresciosa, in cui mi trovavo da qualche anno. Dal 1948 avevo ricevuto dalla IV Internazionale una retribuzione parziale, che mi arrivava in pratica dalla organizzazione statunitense, il Socialist Workers Party, in una forma piuttosto rischiosa (biglietti verdi inseriti in una rivista); ma alla fine del 1954, dopo una scissione di cui era stata protagonista proprio l’organizzazione in questione, non avevo più ricevuto nulla e mi ero dovuto accontentare di compensi saltuari, integrati da qualche aiuto familiare. Con Schwarz stabilivo un accordo sui generis: m assicurava un modesto compenso, contemporaneamente per la collaborazione editoriale e per l’attività che svolgevo come piazzista, visitando un po’ dappertutto le principali librerie per presentare i libri che via via uscivano. Successivamente, quando Schwarz cominciò a trovarsi in difficoltà, avrei svolto un lavoro analogo, questa volta in ambienti universitari, per l’editore Boringhieri.

Per ritornare alle edizioni di Trotskij, nel 1957 usciva La terza internazionale dopo Lenin, un’antologia che conteneva, oltre al testo principale, cioè la critica al progetto di Programma dell’Internazionale comunista per il VI Congresso, scritti sulla questione tedesca negli anni ’30, sulla rivoluzione spagnola e sull’URSS in guerra. L’anno dopo era la volta di un’altra antologia, Letteratura, arte e libertà, con due Introduzioni , una di Arturo Schwarz ed una mia. Conteneva il lungo saggio trotskiano “Letteratura e rivoluzione”, il testo di André Breton e Diego Rivera “Per un’arte rivoluzionaria indipendente”, “Tolstoj poeta e ribelle”, “La nostra morale e la loro” e “Marxismo e scienza”. Quest’ultimo libro, c’è da supporre grazie agli argomenti trattati, aveva una migliore accoglienza dei primi due. Italo Calvino ne pubblicava in Passato e presente (gennaio-febbraio 1959) un’ampia recensione. Analizzava criticamente “La nostra morale e la loro”, riconoscendo che “Trotskij tocca il vero nocciolo della questione e si pone all’altezza di controbattere non solo i sostenitori della morale trascendente o naturale ma anche il machiavellico suo grande antagonista”. E più in generale concludeva:

Confrontando questa [di Trotskij] posizione col modo in cui in effetti si svolse la direzione culturale in Unione Sovietica nel quindicennio staliniano e oltre, non si può non restare colpiti dal modo in cui Trotskij aveva visto giusto fin dagli inizi nel formulare una linea che evitasse la soffocante burocratizzazione cui avrebbe portato il demandare al partito la decisione nelle questioni letterarie e artistiche, e che si cautelasse dalla dogmatizzazione della formula ‘partitarietà della letteratura’ dettata da Lenin in condizioni storiche tanto differenti.

Nel 1959 il mio Trotsky, oggi era ospitato nella collana molto diffusa dei “libri bianchi” Einaudi, inaugurata nel 1957 con il saggio Riforme e rivoluzione di Antonio Giolitti50., seguito subito dopo da Revisionismo nuovo e antico di Luigi Longo. Da Italo Calvino, che in quel periodo avevo occasione di incontrare nella sede dell’editrice torinese in via Biancamano, ricevevo una lettera con un commento che era lusinghiero nei miei confronti, ma contemporaneamente rivelava, in tutta onestà intellettuale, come a priori da un trotskista anche un intellettuale critico come lui si sarebbe atteso piuttosto un’“agiografia” che non una valutazione argomentata51. Lo stesso anno, nel mese di giugno, usciva in una collana di Schwarz Teoria e politica comunista nel dopoguerra52, in cui analizzavo le concezioni strategiche e gli orientamenti politici del PCI dal 1943-’44, facendo il bilancio di un quindicennio. Questa volta l’Unità interrompeva la congiura del silenzio, pubblicando, sia pure con qualche mese di ritardo, un articolo a firma p. s. (Paolo Spriano) (26 aprile 1960), che polemizzava sia con il libro sia con il nostro articolo, “PCI 1960”, comparso sul numero di marzo-aprile di Passato e presente. Era stato preceduto dall’Avanti! (29 gennaio), con una recensione di Emanuele Tortoreto, un avvocato socialista con cui avevo intrattenuto buoni rapporti per averlo incontrato alla redazione di Ragionamenti.
L’articolo di Spriano - che mi definiva “un bel tipo di dogmatico assoluto”, pur facendomi qualche dubbia concessione (“il Maitan è lettore davvero attento e serio”, che “in mezzo alla tante balzane fa anche alcune osservazioni pertinenti”) - stimolava una mia messa a punto critica53:

Solo chi non ha letto nemmeno l’Indice di Teoria e politica comunista nel dopoguerra o nemmeno i titoli dell’articolo di Passato e presente può supporre che io mi valga di un metodo così infantile [...] Negli studi di cui Paolo Spriano fa cenno, il richiamo a Marx e a Lenin e in generale ai sacri testi è veramente ridotto al minimo e in qualche caso troppo sommario. Lo scopo è soprattutto di ristabilire certe formulazioni marxiste e leniniste nella loro effettiva portata [...] Ma la mia critica alle posizioni del PCI non si limita affatto a una operazione di questo genere. Il metodo che ho cercato di applicare è stato quello di giudicare le posizioni suddette sulla base della loro logica interna, della loro corrispondenza alle esigenze attuali e dei risultati concreti che hanno dato.

Ci scusiamo per la citazione, ma l’elementare richiamo metodologico ci era suggerito da una esperienza pluridecennale: il più delle volte siamo stati bersaglio di polemiche e di stroncature che semplicemente ignoravano o relegavamo in ultimo piano le nostre analisi, preferendo il comodo esercizio di accusarci gratuitamente di ideologismo o di dogmatismo. Certo, rispetto ai tempi in cui eravamo definiti “hitlero-fascisti”, “agenti della borghesia e dell’imperialismo” (dal giugno 1948, “della Jugoslavia”) potevamo tirare il fiato. Ma persisteva il metodo di falsificare le posizioni altrui o di darne versioni arbitrarie, invece di discuterle per quelle che effettivamente erano. È eccessivo pessimismo constatare che negli stessi anni ’90 questo metodo è lungi dall’essere scomparso54?

Ma, oltre due anni prima che comparisse l’articolo di Spriano, un episodio significativo, anche se politicamente marginale, aveva confermato che, nonostante ripiegamenti e chiusure, i dirigenti del PCI, per certi aspetti almeno, avevano voltato pagina.

Nel gennaio 1958 l’Istituto Gramsci organizzava un Convegno di studi gramsciani, con relazioni di Eugenio Garin, Palmiro Togliatti, Cesare Luporini e Roberto Cessi. Chi scrive vi prendeva parte come corrispondente del giornale e, a questo titolo, chiedeva di poter prendere la parola sulla relazione di Togliatti. La richiesta suscitava palese incertezza tra i membri della presidenza, che rinviavano la risposta. Nella sala cominciava a circolare la voce che c’era una richiesta di intervento non prevista. Apprendevo per puro caso che si stava decidendo qualche cosa: ero seduto vicino ad alcune persone che fisicamente non mi conoscevano e quindi non prendevano precauzioni nel parlare. Lo storico Roberto Battaglia diceva a un certo momento al suo vicino: “C’è un problema perché ha chiesto la parola uno di cui si vorrebbe evitare l’intervento in assemblea plenaria”. La soluzione era presto trovata: si rinviavano subito i dibattiti alle commissioni e mi si comunicava che avrei potuto assistere alla commissione presieduta da Togliatti. Non era l’assemblea plenaria, ma si trattava della la commissione più importante, cui avrebbero partecipato una cinquantina di persone, tra cui il direttore dell’Istituto moscovita per il marxismo-leninismo, G. D. Obicki, e il dirigente comunista jugoslavo Boris Ziherl.

Quando entravo nella sala della sede di allora dell’Istituto ero accolto correttamente, ma in modo piuttosto freddo, tranne che da Alberto Caracciolo, con cui avevo da tempo buoni rapporti. Per avere i materiali che erano stati distribuiti mi rivolgevo a Mario Alicata, che rispondeva di non sapere se sarebbe stato possibile. Quando Togliatti prendeva posto alla presidenza notavo subito che aveva sul tavolo il mio saggio su Gramsci pubblicato da Schwarz. Mi pareva una indicazione chiara che mi avrebbero fatto parlare. Effettivamente Togliatti chiedeva subito se qualcuno volesse la parola. Silenzio, anche dopo un secondo invito. Decidevo quindi di fare il passo: la parola mi veniva subito data e potevo svolgere il mio intervento sino in fondo tra l’attenzione generale. Avevo già abbozzato un intervento sui giudizi di Gramsci su Trotskij e mi sentii tanto più autorizzato a farlo in quanto Togliatti vi aveva fatto riferimento, sia nel testo scritto sia nella relazione orale. Qualcuno mi faceva poi osservare che al professore russo non era stata fatta la traduzione, mentre gliela avrebbero fatta per altri interventi. Non sapevo se avesse una conoscenza sufficiente della nostra lingua. Alla fine Togliatti pronunciava una frase che in un convegno accademico sarebbe stata una pura formalità, ma in quella sede e nei miei confronti aveva una valore più pregnante: “Non posso che ringraziare Livio Maitan per il suo intervento. Tutti sanno che per noi il consenso ed il dissenso sono elementi, in convegni come questo, di approfondimento delle questioni per il raggiungimento più agevole della verità” (dal resoconto dattiloscritto). Mi rendevo subito conto di essere stato “riabilitato”: dalla facce e dagli atteggiamenti dei vicini, e ancor più dal sollecito avvicinarsi di Alicata con un grosso pacco di materiali. Degli altri interventi solo uno comportava critiche alla relazione: quello di Alberto Caracciolo, che sottolineava le analogie del pensiero di Gramsci con quello della III Internazionale nei primi anni e indicava le contraddizioni tra il giudizio su Gramsci che Togliatti esprimeva ora e quelle che aveva espresso nel 1938. Contrariamente a quanto era stato detto a spiegazione della mancata replica in commissione, Togliatti non prendeva più la parola neppure in assemblea plenaria. Il compito di rispondermi era affidato a Valentino Gerratana, che riprendeva l’interpretazione togliattiana di Gramsci, rispolverando la vecchia storia di un Trotskij sordo all’esigenza dell’alleanza tra gli operai e i contadini e contestando il valore universale della forma democratico-rivoluzionaria dei consigli 55.

Sempre nel 1958, una scelta di massima apertura era fatta dalla rivista del PSI, Mondo operaio, diretta allora da Panzieri. In questo quadro si sviluppava un dibattito non senza interesse neppure a oltre quarant’anni di distanza, partendo dalle “Tesi sul controllo operaio” redatte da Panzieri assieme a Libertini. Ero sollecitato a inviare un intervento, che sarebbe uscito poco tempo dopo.

Gli avvenimenti del 1956 non potevano non avere ripercussioni in altre aree della sinistra antistaliniana, quelle tradizionali come quelle di più recente formazione. C’erano anche iniziative di origine piuttosto dubbia, come quella della convocazione al teatro romano Astoria, subito dopo il XX Congresso, di un Convegno dal titolo “Democrazia comunista”, su cui la stampa sollevava un notevole clamore56. Gli organizzatori riuscivano a riempire il teatro, attirando un folto nucleo di braccianti delle Puglie, di Andria in particolare, che erano venuti a Roma con l’intento di recarsi alla Direzione del PCI per protestare contro la decisione di designare come candidato a sindaco un ex-fascista che a suo tempo aveva fatto bere l’olio di ricino a contadini comunisti. Constatato che si trattava di altra cosa, se ne andavano facendo fallire l’iniziativa. È in quella occasione che incontravamo per la prima volta Vincenzo Di Gaetano, come alcuni comunisti di sinistra di Venosa57.

Di ben diversa natura e consistenza le iniziative dell’area di formazioni di cui abbiamo parlato nel Capitolo precedente. A metà settembre, il nucleo attorno a Giulio Seniga cominciava la pubblicazione del quindicinale Azione comunista, diretto da Bruno Fortichiari (membro della Direzione del Partito comunista nei primi anni e ancora formalmente iscritto) e Luciano Raimondi (direttore del Convitto partigiano di Milano). Per parte nostra, salutavamo l’avvenimento sottolineando le larghe convergenze sulla situazione in Italia e sulle lotte sindacali di quel periodo, ma contemporaneamente criticando l’elusione dei problemi cruciali della natura dell’URSS e della destalinizzazione.

Poco dopo si formava la Sinistra comunista, una sorta di cartello con quattro componenti: oltre alla nostra organizzazione e ad Azione comunista, la Federazione comunista libertaria (in precedenza GAAP) e il Partito comunista internazionalista. Quest’ultima formazione proveniva da una rottura con quello che continuava a chiamarsi esso pure Partito comunista internazionalista e di cui faceva parte Amadeo Bordiga. La Sinistra comunista organizzava il 16 dicembre, al Cinema Dante al centro di Milano, un comizio molto affollato (presente tra gli altri Lelio Basso). Prendevano la parola, in un’atmosfera molto accesa, Onorato Damen per il Partito comunista internazionalista, Masini per i libertari, il sottoscritto per i Gruppi comunisti rivoluzionari e Bruno Fortichiari per Azione comunista. Nel pomeriggio aveva luogo alla sede dell’Umanitaria un Convegno riservato a rappresentanti delle quattro organizzazioni. Un ordine del giorno conclusivo riaffermava “l’impegno delle organizzazioni rappresentate e di tutti i militanti rivoluzionari presenti ad operare per la ricostruzione del partito di classe sulla base di una salda unità programmatica ed organizzativa”. “Constatando l’esigenza di realizzare fin da ora e nella prospettiva della riunificazione organica la più stretta unità di azione”, si dava vita a un Comitato d’azione della Sinistra comunista, con la partecipazione paritetica delle organizzazioni partecipanti.

In un commento alla manifestazione e al Convegno sostenevamo che non era di per sé negativo che, in un periodo di crisi del movimento comunista, si esprimessero tendenze diverse. Sarebbe stato, invece, negativo che queste tendenze si combattessero tra loro senza riuscire a stabilire un accordo. Per questo un’ampia discussione chiarificatrice avrebbe dovuto procedere di pari passo con l’assunzione di posizioni di lotta comuni, su cui una convergenza sembrava possibile58.
Nel breve periodo di esistenza, la Sinistra comunista conosceva vicende tormentate. Dopo il convegno milanese veniva fatto circolare un “Progetto di documento”, alla cui redazione non avevamo potuto partecipare per difficoltà di ordine pratico. Accettavamo egualmente il “Progetto” come base di discussione, esprimendo tuttavia le nostre divergenze sull’analisi dell’URSS, sulla dinamica delle lotte dei popoli coloniali e sulla formulazione sul centralismo democratico. Poco dopo, un accordo sembrava ipotizzabile su una piattaforma sindacale. Un testo in quattro punti, redatto dal libertario Parodi, membro del Comitato direttivo nazionale della CGIL, prospettava l’impegno a militare nella CGIL, il rifiuto dell’ipotesi di creazione di un nuovo sindacato, l’organizzazione nella CGIL di una corrente rivoluzionaria e il voto alla CGIL nelle elezioni per le commissioni interne59.
Ma le divergenze riemergevano nelle settimane successive, anche in due comizi comuni, a Torino e a Pesaro, sia sui problemi suaccennati, sia per il rifiuto di una proposta nostra di pubblicare un bollettino di discussione. Per colmare la misura, il Partito comunista internazionalista diffondeva un documento in cui chiedeva la nostra esclusione dal Comitato della Sinistra per “incompatibilità”. La nostra risposta non si faceva attendere: nessuno aveva il diritto di chiedere esclusioni ed era assurdo parlare di incompatibilità, considerando come acquisite posizioni su cui la discussione non era neppure iniziata. Ma due lettere in cui spiegavamo il nostro atteggiamento restavano senza risposta, Azione comunista e i libertari preferendo eludere il problema60. Nel frattempo, però, queste due organizzazioni decidevano la loro fusione e l’uso arbitrario per l’organizzazione unificata di una sigla quasi uguale a quella della formazione comune, cioè “Movimento della sinistra comunista”. Commentavamo questa fusione indicando che era avvenuta tacendo sulle divergenze radicali esistenti tra le due componenti che si unificavano. Ma, soprattutto traevamo, la conclusione che si imponeva: il Comitato della Sinistra comunista era praticamente sciolto e, per parte nostra, ci dichiaravano estranei a qualunque azione intrapresa a suo nome61.
Infine, sempre nel contesto apertosi nel 1956, merita di essere ricordata la pubblicazione di una rivista, Passato e presente, iniziativa politico-culturale di intellettuali e militanti in buona parte usciti dal PCI. La rivista intendeva stabilire un quadro dichiaratamente pluralista. “È nelle intenzioni di Passato e presente”, si leggeva nella sobria Introduzione del primo numero “di accogliere dibattiti su temi specifici, illuminando così certi argomenti da diversi angoli visuali, anche contrastanti, e arricchendone la trattazione con l’apporto di diverse esperienze”. Così, anche chi scrive era sin dall’inizio invitato a partecipare alle riunioni romane della redazione, in cui erano particolarmente attivi Antonio Giolitti e Alberto Caracciolo. Giudicando a posteriori, sulla base degli orientamenti politici e culturali di non pochi dei collaboratori nei decenni successivi, si sarebbe tentati di considerare eccessivo il pluralismo della rivista; ma sarebbe dimenticare che, in quel contesto, l’identità del movimento operaio non era posta in discussione da nessuno e che si andava da posizioni marxiste di sinistra come le nostre alle posizioni di una sinistra socialista. Fare dei nomi comporta il rischio di involontarie omissioni, se non di discriminazioni. Tuttavia, per dare un’idea, ricorderemo tra i collaboratori: Antonio Giolitti, Alberto Caracciolo, Luciano Cafagna, Franco Momigliano, Lucio Colletti, Roberto Guiducci, Italo Calvino, Carlo Ripa di Meana , Giulio Preti, Claudio Pavone, Emilio Agazzi, Vittorio Foa, Laura Conti, Luciano Vasconi, Pino Tagliazucchi, Danilo Montaldi, Alessandro Pizzorno. Per parte mia, dopo discussioni nel corpo redazionale, scrivevo quattro articoli, dal n. 4 (luglio agosto 1958) al n. 18 (novembre-dicembre 1960): “Leone Trotskij e il movimento della IV Internazionale”, “Un decennio decisivo per l’India”, “Il Partito comunista italiano. 1960” e “Romita e Morandi: due testimonianze su un biennio cruciale”62.

Nello stesso periodo - fine degli anni ’50 - grazie ai mezzi finanziari di un singolare personaggio, l’italo-venezuelano Perone, di convinzioni socialiste, usciva il settimanale Italia domani, di cui era redattore capo Gianni Rocca, uscito dal PCI dopo gli avvenimenti del 1956. Tra i collaboratori, non pochi avevano la stessa provenienza (per esempio, Gianni Puccini, Mario Socrate e Carlo Bernari), mentre altri appartenevano al PSI, o genericamente all’area socialista, come Antonio Giolitti e Raffaello Uboldi. Erano stati coinvolti anche alcuni membri della nostra vecchia banda della Federazione giovanile socialista: oltre al sottoscritto, Ruggero Mura e Giorgio Ruffolo, e il fratello di quest’ultimo, Sergio, che avrebbe curato egregiamente la messa in pagina. Nonostante i limiti (anche di durata) della pubblicazione, è stata per chi scrive una esperienza valida. Infatti, oltre a scrivere articoli su argomenti di politica nazionale e soprattutto internazionale (Cina, URSS, Francia, ecc.), che trattavo da oltre dieci anni, ero incaricato di una serie di corrispondenze su grandi fabbriche con visite sul posto. Uscivano così articoli sulla RIV a Torino (prima corrispondenza della serie, 15 febbraio 1959), sulla FIAT nella stessa città, sul Cantiere Ansaldo nell’area genovese, sui cantieri tarantini e sulla Pirelli Bicocca a Milano.

Alla fine di queste peregrinazioni, potevo dire senz’atro di avere una idea più concreta della condizione operaia in quella fase, oltre che delle innovazioni tecnologiche introdotte. Alla Bicocca avevo ritrovato Fabbrica Unita63, che continuava a essere vista con sospetto da qualche sindacalista della CGIL, benché fosse redatta da iscritti alla Confederazione. A quarant’anni di distanza, mi ha fatto piacere rileggere alcune righe di commento:

I redattori di questo foglio vogliono interessare i loro lettori sugli argomenti culturali più svariati e per un certo tempo hanno pubblicato persino una rubrica filosofica. E l’hanno fatto con un certo gusto, se hanno saputo trovare per un articolo su Hegel un titolo così indovinato come ‘L’imperiale professore covava uova socialiste’.

Forse il vecchio Engels si sarebbe commosso, lui che era convinto che la classe operaia fosse l’erede della filosofia classica tedesca!

Italia domani avrebbe fatto rumore per qualche settimana pubblicando servizi sul traffico della droga che i padrini organizzavano con iniezioni nelle arance. L’ispiratore di questi servizi era il socialista anomalo Maffeo Pantaleoni. Per parte mia, contribuivo all’iniziativa con un aiuto per dir così logistico. Pantaleoni si preoccupava di passare inosservato, almeno sino all’uscita degli articoli, e non voleva andare in albergo: era perciò ospite per qualche giorno nella mia abitazione di allora, nel quartiere di Monte Mario.

Quale spartiacque?

 

Dal febbraio al dicembre del 1956 si vive anche in Italia e nel suo movimento operaio una di quelle fasi critiche in cui: tendenze sino allora embrionali o sotterranee emergono prepotentemente alla superficie, provocando lacerazioni e ricomposizioni; tendenze già operanti si rafforzano, accentuando il delinearsi di contesti nuovi; larghi settori della società reagiscono agli avvenimenti, rimettendo in discussione gli orientamenti politici e culturali di fasi precedenti, e anche ceti o apparati politici, che accettano di cambiare qualche cosa per mantenere quello che considerano essenziale, non possono più operare come prima e sono costretti a rimodellare le loro ideologie.

Abbiamo accennato a elementi di novità sul piano socio-economico, in particolare all’inserimento dell’Italia nell’onda lunga di ascesa dell’economia capitalista e all’arretramento del sindacato più rappresentativo nel bastione operaio della FIAT. Riflettendo a decenni di distanza, appare difficilmente contestabile l’interpretazione secondo cui la destalinizzazione, le denunce chrusceviane, con l’offuscamento - se non la scomparsa - del mito dell’URSS, e le vicende polacche e ungheresi hanno contribuito a rafforzare la tendenza a una ristabilizzazione relativa e a una ulteriore evoluzione dei rapporti di forza a sfavore del movimento operaio e dei suoi settori più radicalizzati. Nel vivo degli avvenimenti era, tuttavia, plausibile non dare per scontata una simile dinamica. A voler fare un’ipotesi di scuola per chiarire meglio i termini del problema, ci si potrebbe chiedere se le cose non avrebbero potuto andare diversamente, in un contesto se non di crisi rivoluzionaria o prerivoluzionaria almeno di persistente instabilità politico-sociale, a livelli elevati di mobilitazione e di politicizzazione. Ma, appunto, parliamo di un’ipotesi di scuola: la situazione reale favoriva un’evoluzione moderata, con il prevalere di una prospettiva vagamente o moderatamente riformistica come la sola proponibile per un non breve periodo, se non come la sola possibile tout court.

I dirigenti del PCI erano stati accusati in precedenza, e lo erano ancor di più dopo il XX Congresso, di avere assunto dalla fine della guerra un atteggiamento di doppiezza: predicavano una politica di unità nazionale e di collaborazione democratica nel rispetto della Costituzione, ma a una prospettiva insurrezionale non avevano affatto rinunciato. In realtà, benché il partito applicasse con coerenza, dal suo punto di vista, la linea che proclamava, gli avversari faticavano a liberarsi dai loro timori, mentre settori di militanti continuavano a pensare che, fosse giusta o no la tattica adottata, al momento opportuno il partito sarebbe ritornato ai metodi rivoluzionari. Nel 1945 una convinzione del genere aveva indotto parte dei partigiani comunisti a non consegnare le armi e a nasconderle sotto terra. Dopo l’VIII Congresso nessun dubbio era più possibile: il PCI aveva scelto la via “democratica e parlamentare al socialismo”, cioè una impostazione strategica non dissimile da quella tradizionale della socialdemocrazia. Ripetiamolo: in questo senso, compiva un passo decisivo sulla strada che lo avrebbe portato alle ridefinizioni di identità dei decenni successivi, sino allo sbocco della Bolognina64.

Certo, per circa due decenni avrebbe mantenuto un legame caratterizzante con l’URSS e il suo partito-guida, non senza rilevanti conseguenze. La sua estraneità al quadro dell’Alleanza atlantica e della NATO era la ragione principale, anche se non la sola, che avrebbe ispirato l’impostazione discriminatoria del centro-sinistra nei suoi confronti e, più tardi, il rigetto del compromesso storico nella versione berlingueriana. Ed era proprio questa prolungata permanenza all’opposizione a permettere al PCI, per tutto un periodo, di assumere una funzione egemonica in mobilitazioni democratiche e sociali, nonostante ritardi, incongruenze e contraddizioni; ma, sul piano delle proposte alternative di governo, lo condannava a un ruolo, in ultima analisi, propagandistico. Può sembrare un paradosso per un partito di una influenza elettorale così consistente e di un radicamento sociale così vasto; ma, a ben riflettere, proprio così andavano le cose. Lo stesso VIII Congresso, al di là di tutte le correzioni di rotta, non consentiva, da questo punto di vista, di superare l’impasse degli anni precedenti. Da questa condizione obbligata il PCI sarebbe uscito, per un breve periodo, solo con la politica di “solidarietà nazionale” dopo le elezioni del 1976. Con risultati di cui, come vedremo, non avrebbe avuto motivo di rallegrarsi.

Il persistente legame con l’URSS forniva, d’altra parte, ad alcuni ex-dirigenti e a un consistente numero di intellettuali il principale argomento critico, la prova, ai loro occhi, di una incapacità organica di trarre le conclusioni delle premesse enunciate. Emblematico in proposito l’esempio di Antonio Giolitti, che sarebbe divenuto uno dei maggiori esponenti del PSI, assumendo anche, pur se per poco tempo, un incarico ministeriale. Ma era il caso egualmente di Eugenio Reale, che nel PCI aveva assunto ruoli ben più importanti di quelli di Giolitti. Era stato infatti uno dei principali dirigenti del Sud prima della liberazione di Roma, membro della prima Direzione provvisoria per l’Italia liberata e della prima Direzione nazionale provvisoria, era stato eletto al Comitato centrale al V Congresso e nel 1947 di nuovo alla Direzione, dopo essere stato ambasciatore a Varsavia. Più tardi sottosegretario agli Esteri, aveva rappresentato il partito, assieme a Longo, alla prima riunione del Cominform. Dopo la radiazione nel 1956 aveva conosciuto un’evoluzione sconcertante per rapidità e radicalità, che lo avrebbe fatto approdare ai lidi della socialdemocrazia saragattiana. Come avevo modo di rendermi conto in alcuni incontri personali, era il caso tipico di una persona che, inserita in un forte apparato di partito con una forte direzione, esprimeva (o sembrava esprimere) concezioni organiche e orientamenti ben definiti, ma una volta fuori del partito e lasciata a se stessa metteva a nudo una inconsistenza intrinseca, dando l’impressione di procedere alla cieca o di vivere alla giornata65.
Per completare il quadro delle riflessioni critiche di quell’anno, un accenno a problematiche non direttamente connesse alle vicende sovietiche e affrontate a partire dalla sconfitta alla FIAT: innovazioni tecnologiche, nuove forme di organizzazione del lavoro e orientamenti di politica economica. Ne aveva fatto cenno qualche intervento del dibattito su Il contemporaneo e vi si ritornava più ampiamente in un Convegno a Roma nel corso dell’estate, mentre per parte nostra indicavamo a più riprese portata e dinamica dei processi di automazione66.
Del dibattito su Il contemporaneo vale la pena di ricordare, in particolare, un’annotazione critica di Bruno Manzocchi, che non esitava a porre in risalto le incongruenze del Piano del lavoro proposto alla fine del 1949 al II Congresso della CGIL, più conosciuto come “Piano Di Vittorio”. Manzocchi parlava esplicitamente di “insufficiente approfondimento teorico in senso marxista del ‘Piano’” e di “una debolezza di fronte a una sua interpretazione in senso keynesiano”, e sottolineava come “i traguardi produttivi previsti dal Piano fossero stati largamente superati”, senza che si abbassasse minimamente il livello della disoccupazione. Critiche di questo tenore sarebbero state riprese, mettendo in luce limiti e contraddizioni della politica economica prospettata in anni precedenti dal PCI e dalle organizzazioni sindacali67.

Su questi e, ripetiamolo, su altri temi era possibile trovare ascolto e persino consensi nei dibattiti cui partecipavamo e in altre occasioni. Invece, su due problemi di più vitale importanza non si riusciva a stabilire un dialogo.

Il primo riguardava le prospettive per l’Unione Sovietica. Lo choc provocato dal XX Congresso era stato grande, ma dopo qualche settimana o qualche mese di smarrimento prevaleva di nuovo il whisful thinking, la speranza che fosse stata effettivamente imboccata una nuova strada. Dopotutto, i dirigenti sovietici non avevano forse dato prova di coraggio, e perché dubitare della sincerità dei loro propositi e della loro capacità di rinnovare il paese in senso democratico? Nelle ore difficili dell’intervento in Ungheria aveva pesato, d’altra parte, un altro argomento: la necessità di fare fonte unico contro la nuova offensiva imperialista, cioè l’attacco britannico e francese contro l’Egitto68. Così, se, quando sviluppavamo le nostre analisi sull’origine e sulle caratteristiche dello stalinismo, eravamo il più delle volte seguiti con interesse, quando sostenevamo che uno strato sociale privilegiato ormai cristallizzato non avrebbe potuto autoriformarsi, che sarebbe stata necessaria una rottura rivoluzionaria con un’attiva partecipazione di massa e che la prospettiva di ricostruzione di una democrazia socialista non avrebbe potuto concretizzarsi a scadenza breve, sembravamo fare un processo alle intenzioni ispirato da chiusure settarie69.
Il secondo tema scabroso era quello degli obiettivi che, secondo l’accezione tradizionale marxista rivoluzionaria, definivamo “transitori”: in altri termini, di obiettivi tali da mettere in moto una dinamica anticapitalistica, partendo da esigenze e aspirazioni di larghe masse in un contesto dato. Questa problematica era emersa in una polemica tra Palmiro Togliatti e Roger Garaudy, allora dirigente del PCF. Garaudy aveva criticato le Tesi dell’VIII Congresso del PCI come opportunistiche, ribadendo la necessità di avanzare, da un lato, rivendicazioni immediate, dall’altro obiettivi programmatici. Togliatti aveva risposto indicando l’assenza del necessario legame nella impostazione del suo interlocutore. Dal nostro punto di vista, avevano ragione e torto entrambi: l’uno effettivamente ignorava l’esigenza di parole d’ordine transitorie, l’altro ipotizzava una fase intermedia tra capitalismo e socialismo, in una prospettiva di riformismo gradualista. Era difficile spiegare questa nostra impostazione, data la formazione che i nostri interlocutori avevano ricevuto da lunga data. Il problema si sarebbe ripresentato in altre fasi, e si ripresenta ancora mentre scriviamo: non era allora - e non è oggi - di facile soluzione, soprattutto perché non si tratta solo di formulare obiettivi astrattamente giusti, bensì di avanzare questi obiettivi in momenti e in forme tali da consentirne la traduzione in pratica, cioè da favorire una effettiva mobilitazione a livello di massa70.

Tre anni dopo il 1956 richiamato, cercavamo di cogliere gli aspetti più fecondi del terremoto, rilevando al tempo stesso come fossero in larga misura riusciti i tentativi di contenimento e ridimensionamento:

Tale era la portata dell’avvenimento [il XX Congresso] e tale il contrasto rispetto alle enunciazioni propagandate in precedenza, che un’esplosione vera e propria si verificava in larghi settori del partito. Nel corso della crisi si è potuto constatare come molte cose fossero state intuite dalla base e dai quadri intermediari, che pure avevano taciuto per tutta una serie di ragioni obiettivamente più o meno valide, anche se quasi sempre rispettabili: ora che si presentava l’occasione, il pensiero critico cominciava ad affermarsi e prorompeva una profonda esigenza di rinnovamento. Ma, se questa era l’ispirazione della base e di molti quadri, lo scopo della burocrazia era anzitutto di difendere il suo operato, ricorrendo a una serie di giustificazioni più o meno peregrine, per poter mantenere le proprie posizioni e ristabilire il più presto possibile la ‘normalità’.

Chi ha vissuto da vicino quelle settimane e quei mesi densi di esperienze ha constatato le mille arti di cui si servivano i burocrati, con un’astuzia istintiva sulle prime e, successivamente, preordinata. Nel momento più acuto della crisi - subito dopo la pubblicazione del “Rapporto Chruscev” - si delineava addirittura un tentativo di delimitare la responsabilità della direzione italiana rispetto a quella dei dirigenti del PC sovietico, con la famosa intervista di Togliatti, e non si lesinavano le autocritiche parziali, accompagnate dalle promesse più solenni di rinnovamento. Solo in un secondo tempo si preparava il contrattacco, nel corso del quale il vino della critica e dell’autocritica subiva un progressivo annacquamento. E anche se il movimento comunista non potrà mai tornare veramente alla situazione anteriore al XX Congresso, qualunque possano essere le apparenze o i reali aspetti involutivi, l’operazione burocratica è riuscita. Specie a partire dalla fine del 1957, si imponeva ormai la conclusione che “il tentativo di rinnovamento, scaturito dalla reazione della base al XX Congresso, era da considerarsi chiuso, con la ripresa in mano della situazione da parte dei burocrati, riusciti a riportare il partito entro i binari di una ‘normalità’ stagnante e a ricollocare la base al suo posto subalterno”.

Nuove scosse telluriche si sarebbero successivamente prodotte nell’URSS e in altre parti del mondo, Italia compresa, e nuove fasi critiche si sarebbero aperte nei quindici anni successivi. Ma restava pertinente una considerazione più generale fatta allora71:

Esperienze di questo genere stanno a dimostrare come si debba pagare ancora, dolorosamente, lo scotto delle condizioni di arretratezza delle masse. Costrette dalla società capitalistica a un lavoro aspro e ininterrotto che concede di rado un minuto di respiro, oppresse da mille angustie quotidiane, handicappate dal basso livello culturale, le masse sono sospinte da fattori oggettivi sul terreno della lotta, ma stentano a superare gli ostacoli frapposti a questa lotta, soprattutto quelli che si creano entro il loro stesso fronte. Per raggiungere il piano dell’autonomia di classe e, a maggior ragione, della coscienza comunista, debbono compiere una sforzo straordinario, perché occorre una forza straordinaria per spezzare gli innumerevoli legami che avvincono alla società costituita, per disperdere i miasmi dell’ideologia delle classi dominanti, per affrontare a viso aperto i detentori secolari della ricchezza e del potere. Una volta pervenute al livello del movimento di classe autocosciente, le masse vedono in questo movimento, comunque sia diretto e articolato, l’espressione dei loro interessi e delle loro aspirazioni. Perciò sono portate a non avvertirne gli aspetti negativi e ad accordare ai dirigenti un credito eccessivo: e tutto ciò si accentua quando siano in questione fatti o atteggiamenti al di fuori dell’esperienza più diretta o quando si attraversino periodi di relativa stagnazione, in cui l’esperienza diretta non stimola a squarciare il velo della mistificazione opportunista. Esercitare una critica inflessibile verso il loro stesso movimento e i loro stessi dirigenti, ecco per le masse un compito sotto molti aspetti più difficile che raggiungere la loro stessa autonomia e che solo in circostanze eccezionali, in cui i nodi sono venuti al pettine, ha potuto essere assolto.

Una vecchia storia? No, una storia che periodicamente si ripete, e in forme più drammatiche nei periodi di maggiore lacerazione dei tessuti sociali e di dure sconfitte, politiche e culturali.

Capitolo VI

GLI ANNI ’60 SINO ALL’ESPLOSIONE DEL 1968

Segni anticipatori: dal luglio 1960 a Piazza Statuto

 

Alla fine degli anni ’50 si era delineata una situazione di stallo se non addirittura di regresso.

Nel contesto di boom prolungato che aveva coinvolto anche l’economia italiana e dopo le dure prove della fine degli anni ’40 e della prima metà degli anni ’50, le mobilitazioni a livello di massa avevano via via registrato un sensibile ridimensionamento, con una riduzione del peso specifico complessivo del movimento operaio, mentre alla metà del 1958 i lavoratori francesi avevano subito una grave sconfitta, con l’avvento al potere di De Gaulle. Dalla fine del 1957, il processo di destalinizzazione sembrava in via di esaurimento o, in altri termini, di “normalizzazione” rispetto ai livelli del 1956. Questo era il significato complessivo del XXI Congresso del PCUS che, se aveva ribadito orientamenti riformisti crusceviani nell’agricoltura e nell’industria come sul ruolo dei sindacati, aveva fatto passi indietro con una riaffermazione in chiave conservatrice della concezione del partito-Stato, di cui si era addirittura teorizzato il rafforzamento sulla strada del passaggio al comunismo .

Una funzione analoga era spettata, fatte le debite proporzioni, al IX Congresso del PCI, che non aveva fatto passi avanti verso un ripudio più sistematico dello stalinismo, pur senza ritornare al punto di partenza pre-1956. Contemporaneamente, era persistita una sostanziale assenza di strategia, non compensata certo dalla vaga formula “nuova maggioranza democratica”, che non escludeva l’appoggio a un eventuale governo DC-PSI72.. Questo, nel quadro di una situazione in cui si diffondeva sempre più la convinzione che non esistesse la possibilità di cambiare le cose nel prossimo avvenire. Ne derivava una diffusa tendenza alla passività, all’assenteismo o addirittura a un adattamento più o meno consapevole allo status quo.
Considerazioni sulla stessa lunghezza d’onda, di fronte a tendenze in atto in altri paesi industrializzati, avevano via via stimolato il diffondersi di concezioni pessimistiche sul ruolo stesso della classe operaia come forza motrice di una trasformazione rivoluzionaria. È in quel periodo e negli anni successivi che, al di là di pur significative differenze, esprimevano concezioni o stati d’animo del genere intellettuali, a giusto titolo apprezzati per loro scritti e loro prese di posizione, come Paul Sweezy, Jean-Paul Sartre, Herbert Marcuse e Frantz Fanon. E si faceva strada l’idea che il rovesciamento del sistema capitalista sarebbe stato soprattutto lo sbocco delle lotte contro il colonialismo o neocolonialismo dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. D’altra parte, sull’onda dell’entusiasmo per il lancio dello Sputnik e il viaggio spaziale di Gagarin, e partendo da valutazioni frettolose e unilaterali di realizzazioni economiche dell’URSS e della stessa Cina, era ritenuta plausibile l’ipotesi che, nel giro di qualche decennio, fossero superati da paesi “socialisti” i livelli produttivi degli stessi paesi capitalisti industrializzati. Conclusione: i processi nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti non avrebbero avuto una incidenza decisiva sulla dinamica mondiale, che sarebbe stata invece determinata soprattutto dai processi in altri settori della realtà mondiale73.
Questa problematica trovava un’eco anche nelle file della IV Internazionale. Nessuno vi sosteneva tesi come quelle adombrate da Sweezy e c’è stato sempre un consenso nel respingere l’idea secondo cui la lotta tra i due sistemi si sarebbe decisa sul piano dei livelli produttivi. Tuttavia, a partire dal 1959, orientamenti che andavano in questa direzione erano prospettati da una corrente latino-americana, rappresentata dagli argentini Homero Cristali (J. Posadas) e Adolfo Gilly (H. Lucero) e dall’uruguayano Alberto Sendic, fratello di Raúl, divenuto poi il principale dirigente dei Tupamaros. Lo stesso segretario di allora dell’Internazionale, Michel Raptis (M. Pablo) tendeva a privilegiare in quel periodo l’attività in direzione dei paesi coloniali e neocoloniali sottovalutando le potenzialità del movimento operaio dei paesi industrializzati della stessa Europa occidentale. Era proprio questa impostazione a provocare tra Raptis, da una parte, e dall’altra Ernest Mandel, Pierre Frank e chi scrive una differenziazione, che si sarebbe approfondita in vicende successive74.

Era il convergere o il susseguirsi di avvenimenti nazionali e internazionali - dai movimenti del luglio del 1960 in Italia all’acutizzarsi della lotta in Algeria e alla svolta in senso socialista della rivoluzione a Cuba, dall’esplodere del conflitto tra sovietici e cinesi al rilancio delle denunce antistaliniane al XXII Congresso del PCUS - a determinare il delinearsi di una fase nuova, per dir così, di incubazione e di progressiva maturazione della crisi socio-politica della fine del decennio.

Il quadro politico in Italia dopo le elezioni del 1953 è sintetizzato da Enzo Santarelli75:

Dalla caduta di De Gasperi, per quasi un decennio, la DC reiterò il tentativo di governare dal centro. I vincoli di natura internazionale e ideologica impedivano ogni ‘apertura a sinistra’ anche solo nei confronti del PSI, che pure stava maturando nuove, autonome posizioni. I vincoli della decenza e dell’opportunità impedivano di appoggiarsi alla destra neofascista, anche se in questo caso più di una volta si finì con l’accoglierne i voti, ma in sordina e quasi furtivamente (Zoli nel 1957 li definì ‘né graditi né richiesti’) [...] La stabilità politica diminuì notevolmente, la leadership dei governi passò da un presidente all’altro e in dieci anni si ebbero ben undici compagini diverse [...] Molto dipendeva dall’incertezza strategica sulle prospettive e dall’irrisolutezza nelle alleanze sociali, come dall’eterogeneità e squilibrio delle forze presenti nel ristretto perimetro del centro [...] Il decennio di transizione dal centrismo classico al centro-sinistra fu caratterizzato da un’intensa rivalità dei contrapposti gruppi e schieramenti economici, a cui corrispondevano altrettanti gruppi e schieramenti politico-ideali.

Di fatto, mentre si delineano atteggiamenti che preludono alla scelta di centro-sinistra, ostacoli su questa strada continuano a essere frapposti da settori sociali e gruppi politici che un riequilibrio lo vogliono in una direzione conservatrice.

Nel marzo del 1960, Fernando Tambroni, con l’appoggio di Giovanni Gronchi - la cui elezione alla presidenza era stata salutata dalle sinistre come una vittoria - forma un governo monocolore democristiano, che dipende dai voti del MSI. Pagando il prezzo di questo appoggio, il nuovo governo autorizza la convocazione di un Congresso nazionale neofascista a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Proprio questa decisione provoca (il 30 giugno) nel capoluogo ligure una vera e propria sollevazione, con la proclamazione di uno sciopero generale e, per riprendere Santarelli, “con la mobilitazione, parte spontanea, parte organizzata di larghe avanguardie popolari e giovanili”. Scioperi generali sono proclamati nei giorni successivi anche in altre città : Milano, Livorno e Ferrara. I neofascisti affluiti per il Congresso sono costretti a lasciare Genova sotto scorta della polizia. Il 6 luglio un corteo a Porta San Paolo a Roma è caricato da carabinieri a cavallo, mentre il giorno successivo l’intervento delle forze repressive provoca 5 morti e 21 feriti a Reggio Emilia. In Sicilia, nel corso di manifestazioni per il lavoro a Licata, Palermo e Catania, si registrano altri 6 morti. Scioperi di protesta si diffondono un po’ dovunque. Dopo tentativi di resistenza accompagnati da demagogiche minacce, Tambroni è costretto a dimettersi. La sua sostituzione con Fanfani, a capo di un governo definito di “convergenza democratica” e appoggiato dall’esterno da socialdemocratici, liberali e repubblicani, rappresenta una soluzione interlocutoria, ma segna comunque una sconfitta dei fautori di opzioni di centro-destra.

Ai nostri occhi, questi avvenimenti erano una conferma della persistente instabilità della situazione, pur in un contesto complessivo di ristagno. Ma - più ancora - ci interessava constatare l’emergere di potenzialità nuove, con il coinvolgimento di settori di quelle giovani generazioni la cui pretesa spoliticizzazione costituiva un motivo conduttore delle analisi più diffuse76. Lo sottolineavamo con toni che, a posteriori, possono sembrare enfatici, ma erano suggeriti dal ruolo assunto da nuclei consistenti di giovani operai77.
Nel giugno-luglio del 1962 nuovi avvenimenti, di diversa origine e motivazione, confermano le tendenze emerse due anni prima. Dopo che già si è registrato un aumento consistente delle ore di sciopero (da 42.289.000 nel 1960 a 79.120.000 nel 1961), il 1962, in cui le ore sarebbero state alla fine 181.732.000, vede una ripresa di mobilitazioni alla FIAT, con la partecipazione (allora inusuale) di migliaia di impiegati. Quando poi la FIAT realizza un accordo separato con la UIL e con il sindacato filopadronale SIDA, c’è una vera e propria rivolta, che si traduce in un massiccio sciopero di rifiuto dell’accordo. Nel pomeriggio del 7 luglio, migliaia di operai affluiscono in Piazza Statuto e gruppi di dimostranti danno l’assalto alla sede provinciale della UIL. Come nel 1960, hanno parte attiva numerosi giovani, tra cui immigrati meridionali non organizzati (dal loro abbigliamento prevalente, sono descritti come “quelli delle magliette a strisce”)78.

Questi episodi dell’estate 1962 non rappresentavano di per se stessi una complessiva inversione di tendenza (basti pensare che già ai primi di agosto falliva uno sciopero alla FIAT), ma fornivano indicazioni su nuove dinamiche conflittuali, su nuovi protagonisti e su una tendenza, sia pure parziale o embrionale, alla rottura del quadro fissato dalle organizzazioni operaie egemoniche. Per questo, da un punto di vista storico, è legittimo cogliervi anticipazioni delle ben più esplosive vicende del 1968-1969.

Conflitto cino-sovietico e XXII Congresso del PCUS

 

Come abbiamo visto, già nel 1948 la rottura tra Mosca e Belgrado aveva fatto emergere dinamiche conflittuali e forze centrifughe in seno al “mondo socialista”, o - per usare una terminologia più rigorosa - nell’area delle società di transizione burocratizzate. Dieci anni dopo, divergenze non meno significative cominciavano ad apparire alla luce del sole tra il PCUS e il PC cinese. Focalizzate all’inizio su alcuni temi, tendevano rapidamente a estendersi a tutto campo, per sfociare in una rottura che non sarebbe stata più sanata. Per parte nostra, attiravamo l’attenzione su questi sviluppi sin dalla fine degli anni ’50, illustrando, sulla base della documentazione disponibile, gli oggetti del contendere.

La polemica tra i sovietici e i cinesi, nonostante le reticenze in fondo ridicole e le argomentazioni spesso bizantine,- scrivevamo nell’ottobre del 1960 - riveste un così vivo interesse, perché pone sul tappeto le questioni essenziali dell’orientamento del movimento comunista internazionale in questa fase: 1) come si realizzerà la transizione storica dal capitalismo al socialismo, o per quali vie l’imperialismo sarà battuto completamente e il socialismo vincerà su scala mondiale? 2) quale è il ruolo della rivoluzione coloniale nella fase attuale? 3) per quali vie il proletariato potrà battere l’avversario e conquistare il potere?

E poiché le due parti contrapposte si lanciavano reciprocamente l’accusa di trotskismo, eravamo ancor più stimolati a definire il nostro atteggiamento. Sinteticamente, la valutazione della portata storica della vittoria della rivoluzione in Cina non ci aveva impedito di analizzare i processi di burocratizzazione delineatisi sin dall’inizio nella società postrivoluzionaria e le conseguenze della identificazione del partito con lo Stato. Nelle stesse polemiche contro il PCUS coglievamo impostazioni dogmatiche come argomentazioni irresponsabilmente minimizzatrici delle conseguenze di una eventuale guerra nucleare. Ci sembravano, invece, pertinenti le critiche cinesi alla concezione crusceviana della coesistenza, con le scelte di politica internazionale che ne derivavano, e alle teorizzazioni del XX Congresso sulla via parlamentare al socialismo. Più in generale, poi, certe formulazione sulla rivoluzione ininterrotta a proposito della dinamica antimperialista in paesi coloniali o neocoloniali ci sembravano avvicinarsi alle concezioni trotskiane sulla rivoluzione permanente79.
Nell’ottobre 1961, dalla tribuna di un nuovo Congresso del PCUS, il XXII, Chruscev rilanciava la denuncia delle responsabilità e dei crimini di Stalin, arrivando ad auspicare che fosse eretto un monumento alle vittime delle persecuzioni degli anni ’30 (auspicio destinato a rimanere tale)80. Nel PCI l’avvenimento provocava di nuovo accesi dibattiti, anche se in forme meno drammatiche che nel 1956, e obbligava il gruppo dirigente ad accentuare il suo mutamento di rotta rispetto alle impostazioni dell’era staliniana. Togliatti esprimeva, anche questa volta, un giudizio riduttivo, se non addirittura reticente. Ma tra gli stessi membri del Comitato centrale questo atteggiamento provocava reazioni tali da indurlo a una replica così polemica da non essere neppure pubblicata su l’Unità. In una contemporanea riunione della Direzione, non esitava ad adombrare una minaccia: “Volete dar vita a una tendenza antisovietica? Allora dico che io do vita a una tendenza filosovietica e la capeggerò: personalmente”81.
Ben diverse le ripercussioni nella FGCI, che già in precedenza aveva aperto le colonne del suo organo, Nuova generazione, a un dibattito nel corso del quale erano emersi i temi più scottanti. Si era posto anche il problema di un riesame del ruolo di Trotskij, di cui il settimanale pubblicava in prima pagina una fotografia. Questi atteggiamenti inducevano qualche commentatore a chiedersi se i giovani di Nuova generazione fossero trotskisti. Alessandro Bandelli (Giuseppe Paolo Samonà), in una nota intitolata appunto “A Nuova generazione sono davvero trotskisti?”, dava ovviamente una risposta negativa, aggiungendo, però, subito dopo82:

Ci interessa cogliere la tendenza comune affiorante nella grande maggioranza degli articoli sia dei partecipanti al dibattito che della redazione e che può essere così riassunta: lo stalinismo, non solo come metodo di governo all’interno di uno Stato operaio, ma anche come interpretazione del leninismo, è in via di liquidazione; bisogna sostituirlo con qualcosa d’altro al più presto; perché ogni ritardo sarebbe esiziale per la rivoluzione socialista in Italia.

Le impostazioni di Chruscev, prima e dopo il XXII Congresso, erano per molti aspetti contrapposte a quelle dei cinesi, che persistevano nel fissare alla critica a Stalin limiti piuttosto angusti83. Ciò non toglie che denuncie crusceviane e polemiche cinesi sortivano un effetto convergente: stimolavano reazioni critiche e differenziazioni crescenti su scala internazionale, con inevitabili riflessi anche in Italia. Così i militanti delle nuove generazioni iniziavano le loro battaglie in un contesto ben diverso da quello in cui si era formata la generazione precedente, negli ultimi anni della guerra e nell’immediato dopoguerra. Non esisteva più un riferimento univoco, dalle connotazioni fideistiche, a una “patria del socialismo” e a un capo incontestato: di fronte a differenziazioni e a contrapposizioni aspramente conflittuali, si era costretti a riflettere e a definirsi. Di qui i primi germi di processi esplosi negli anni successivi.

Guerra in Algeria e rivoluzione a Cuba

 

Sulle vicende del movimento operaio italiano hanno influito, prima ancora del conflitto vietnamita, lotte in Asia, in Africa e in America Latina e, più in particolare, la guerra di liberazione del popolo algerino e la rivoluzione a Cuba.

La lotta armata in Algeria era iniziata nel novembre del 1954. Doveva passare qualche anno prima che divenisse un problema cruciale per la stessa Francia, dove per un periodo non breve - non dimentichiamolo - la responsabilità della repressione era ricaduta su ministri del Partito socialista, a cominciare da Guy Mollet. Proprio questa circostanza, e la corresponsabilizzazione del Partito comunista che votava per i poteri speciali richiesti dal governo, erano all’origine di prime contestazioni e differenziazioni critiche in settori del movimento operaio o, più genericamente, di orientamento democratico. In Italia l’interesse era inevitabilmente più tardivo, tanto più che i partiti maggioritari della sinistra erano ben poco inclini a impegnarsi su un simile terreno. Per parte nostra, seguivamo da vicino la vicenda, per il prioritario impegno di solidarietà della sezione francese della IV Internazionale, i cui militanti, proprio per questo impegno, erano a più riprese vittime di misure repressive. I delegati italiani al V Congresso mondiale (ottobre 1957) erano rimasti fortemente scossi dal discorso, appassionato e radicale nei contenuti, di un rappresentante del FLN.

L’interesse diveniva preminente anche per noi, dal momento in cui due tra i più noti dirigenti di allora della IV Internazionale, il greco Michel Raptis, già ricordato, e l’olandese Sal Santen, venivano arrestati ad Amsterdam per la loro attività di collaborazione con gli algerini. Sarebbero stati processati nel luglio del 1961, dopo un anno di detenzione, e condannati a quindici mesi di carcere. La campagna di solidarietà diveniva un motivo ricorrente delle nostre pubblicazioni e dei nostri interventi; anche in Italia dirigenti politici, sindacalisti e intellettuali vi si associavano significativamente84.

Dopo la fine della guerra, nell’estate del 1962, l’evoluzione, in una prima fase positiva, del processo rivoluzionario era seguita e analizzata da vicino, con la speranza che l’Algeria imboccasse la via cubana. La speranza era di breve durata, perché il governo di Ben Bella si scontrava quasi subito con ogni sorta di resistenze e di difficoltà e sceglieva abbastanza presto il ripiegamento. Il colpo di Stato di Boumedienne nel giugno del 1965 segnava, comunque, la fine traumatica dell’esperienza di Ben Bella, aprendo la lunga fase di involuzione che avrebbe segnato profondamente le vicende algerine nei decenni successivi.

Non abbiamo bisogno di troppe parole per rievocare il corso diametralmente opposto della rivoluzione cubana. A dire il vero, sia per l’insufficienza di notizie a disposizione sia perché il PCI non aveva interesse a dare risalto a un processo che contraddiceva le concezioni e gli orientamenti tradizionali del partito fratello a Cuba, la lotta di guerriglia contro Batista non aveva avuto in Italia grande eco. Neppure il primo anno della rivoluzione era stato seguito con l’attenzione che avrebbe meritato per la radicalità di una serie di misure e per le differenziazioni socio-politiche che si erano prodotte nello stesso schieramento antibatistiano.

Così, solo dall’estate del 1960, cioè dall’esplodere del conflitto con gli Stati Uniti, preludio a decisive misure di segno rivoluzionario, la vicenda cubana cominciava a divenire un punto di riferimento e un motivo di ispirazione. Nello stesso periodo, i cubani organizzavano un riuscito Congresso della gioventù latino-americana, cui prendevano parte delegazioni giovanili delle organizzazioni trotskiste del continente, che distribuivano ai partecipanti un documento di analisi sulla dinamica della rivoluzione85. Alla fine dell’anno, la trasformazione sociale raggiungeva il punto di non ritorno: uno sbocco rivoluzionario socialista86.

La solidarietà con Cuba era destinata a estendersi e a rafforzarsi negli anni successivi, via via che movimenti di lotta armata, ispirati dall’esperienza cubana, si sviluppavano in altri paesi dell’America Latina. C’è appena bisogno di ricordare che il punto culminante era raggiunto alla metà del decennio e durante il tentativo guerrigliero di Guevara in Bolivia. L’influenza di queste vicende era molto forte anche in Italia: non solo in settori giovanili in via di radicalizzazione, ma anche in aree critiche del Partito comunista.

IL PCI di fronte alla svolta del centro-sinistra

 

L’avvenimento incontestabilmente più rilevante degli anni ‘60, prima del 1968, è stata la svolta a livello di governo e di blocco politico egemonico. Dal centrismo - sempre più tormentato e inquinato da aperture a destra, con i governi Zoli eTambroni -si passava al centro-sinistra, di cui il governo di “convergenza democratica” di Fanfani dopo il luglio del 1960 era stato un preludio e il governo dello stesso Fanfani, con La Malfa al ministero del Bilancio e l’astensione socialista, un primo avvio. Il successivo governo Moro-Nenni avrebbe dovuto rappresentarne la compiuta realizzazione, ma in realtà, cedendo a pressioni sociali e politiche molteplici, avrebbe ridimensionato sin dall’inizio i suoi obiettivi, in particolare con lo svuotamento della progettata riforma urbanistica87.
Sulla genesi e sugli obiettivi, espliciti e impliciti, del centro-sinistra qualche richiamo e qualche sintetica valutazione. Punto di partenza era l’esigenza di assicurare il proseguimento dell’ascesa economica, il superamento di persistenti strozzature strutturali, un allargamento del mercato interno con una crescita del potere d’acquisto di ceti medi e strati popolari, la formazione e il consolidamento di un blocco di governo, con l’inserimento del Partito socialista e l’isolamento del Partito comunista88.

La preparazione e la concretizzazione della svolta avevano effetti rilevanti su un Partito socialista che, subendo una progressiva involuzione moderata, avrebbe finito con il costituire per oltre un quarto di secolo il principale puntello del regime politico a egemonia democristiana. Ma sorgevano problemi per lo stesso Partito comunista, che al di là di congiunturali correzioni di rotta, non aveva mai rinunciato alla sua strategia di trasformazione democratica, senza rimessa in discussione del sistema in quanto tale.

Abbiamo rievocato la formula “nuova maggioranza democratica” del IX Congresso (fine gennaio-febbraio 1960), che di per sé non escludeva un atteggiamento favorevole di fronte a una eventuale coalizione DC-PSI. Poco più tardi (ottobre 1961) Togliatti spiegava che il centro-sinistra poteva “essere due cose diverse: un’operazione del vecchio tipo trasformistico, oppure l’inizio di un rinnovamento”. Il X Congresso (dicembre 1962) riaffermava esplicitamente una continuità strategica rispetto al periodo del CLN e dei governi tripartiti, formulando i concetti di democrazia di tipo nuovo e di “nuovo blocco storico”, peraltro non bene precisato. Sulla situazione del momento suggeriva poi una valutazione quasi di buon senso: “La formazione politica di centro-sinistra è sorta come cosa eterogenea, dove il positivo e il negativo si intrecciano e si confondono”. Nell’ottobre dell’anno successivo, in una replica al Comitato centrale, Luciano Barca, se vogliamo concederci un gioco di parole, si barcamenava spiegando: “Mentre dobbiamo battere il piano doroteo, non dobbiamo accedere all’idea di un crollo totale della esperienza di centro-sinistra, il che creerebbe un vuoto che con tutta probabilità sarebbe riempito da una linea conservatrice”.

Tutto sommato, di queste esitazioni, oscillazioni e ambiguità non era difficile cogliere l’origine: da un lato, le concezioni avanzate con sostanziale continuità per oltre un quindicennio avrebbero dovuto indurre a percepire il centro-sinistra come un mutamento di rotta positivo; dall’altro, non si poteva ignorare la palese finalità politica di isolare i comunisti. La difficoltà a definire un atteggiamento era tanto maggiore in quanto, dalla metà del decennio precedente, il PCI aveva preso atto dei mutamenti intervenuti nella società italiana, in concomitanza con le tendenze in atto su scala internazionale.

Lo sforzo più significativo in questa direzione era stato fatto nel marzo del 1962 con un Convegno dell’Istituto Gramsci sulle “Tendenze del capitalismo”. Al di là di contributi analitici anche di notevole livello, il Convegno era stato teatro di differenziazioni e contrapposizioni che avrebbero segnato, nello stesso anno e negli anni successivi, due congressi del Partito comunista, gli sviluppi interni del Partito socialista culminati con la scissione e la formazione del PSIUP, e vicende delle organizzazioni sindacali.

Santarelli coglie l’importanza dell’avvenimento e il suo contenuto politico, riferendosi sia alle relazioni di Pesenti, Trentin e Amendola (peraltro non convergenti), sia alla “variante di sinistra (Foa, Parlato, Magri, Libertini, Maitan), che aveva posto l’accento sui rischi dell’“integrazione neocapitalistica”. Si poteva effettivamente parlare della presenza di “due linee fondamentali”: quella di Amendola, Sereni e Chiaromonte in consonanza con i motivi della “democrazia progressiva”, della “programmazione democratica” e delle “larghe” alleanze in funzione antimonopolistica; e quella dei loro critici, secondo i quali il processo di “unificazione capitalistica” - con la penetrazione crescente del capitalismo sia nel Mezzogiorno sia, più in generale, nelle campagne - accentuava la contrapposizione tra borghesia capitalistica e proletariato, imponendo una diversa concezione delle alleanze89.
In forme diverse e con diversi accenti, queste differenziazioni sarebbero, in parte, riemerse al X Congresso e, ancor più al, a quello successivo, uno dei punti più alti del confronto interno del partito90.

Un momento cruciale: l’XI Congresso

 

L’XI Congresso (gennaio 1966) si svolge in un quadro nazionale e internazionale che nei due anni precedenti aveva subito rilevanti mutamenti. Sul piano internazionale, a di là dell’ulteriore aggravarsi del conflitto cino-sovietico e del diffondersi di lotte rivoluzionarie nell’America Latina, le tensioni si erano acuite dall’agosto 1964, con l’inizio dell’attacco degli Stati Uniti contro il Vietnam, mentre due mesi dopo Chruscev veniva destituito. All’interno, erano continuate le divergenze in seno al centro-sinistra mentre, dopo il ridimensionamento degli obiettivi del governo, il PCI aveva teso a radicalizzare la propria critica. Infine, nell’agosto era sopraggiunta la morte improvvisa di Togliatti, con tutte le implicazioni per gli equilibri interni del gruppo dirigente e del partito nel suo insieme.

Pochi mesi dopo, era Amendola ad assumere l’iniziativa, con un articolo su Rinascita. Prendendo atto del ristagno strategico in cui, a suo dire, si erano venuti a trovare in Europa, nonostante la persistente influenza elettorale, sia i partiti comunisti sia i partiti socialdemocratici, affermava l’esigenza di un rimescolamento delle carte, che consentisse di superare le divisioni su una base nuova che non fosse né quella tradizionale socialdemocratica né quella comunista. Se, a oltre quarant’anni di distanza, può apparire come una timida premessa degli sviluppi successivi, sul momento la sortita di Amendola non poteva non provocare le reazioni più vivaci, da diversi punti di vista: da parte, cioè, sia dei dirigenti e dei militanti più conservatori, sia di quanti avrebbero auspicato un rinnovamento in direzione diametralmente opposta.

Per questo, il gruppo dirigente fedele al centrismo togliattiano si sforzava subito di ridimensionare il discorso amendoliano. Varava per il Comitato centrale di giugno un documento che, pur esprimendo genericamente l’esigenza di un partito unificato, affrontava più concretamente il problema della prospettata fusione tra PSI e PSDI, cercando di offrire una diversa alternativa alle correnti socialiste avverse a Nenni e al suo progetto. Il partito nuovo, secondo l’ispirazione di questo documento, avrebbe dovuto comprendere, oltre al PCI, il PSIUP, i lombardiani e la nuova sinistra socialista. La piattaforma ventilata non si discostava - e non avrebbe potuto essere altrimenti - dalle concezioni e dagli orientamenti che il PCI aveva elaborato soprattutto dal 1956, riprendendo al tempo stesso idee avanzate da Lombardi, in rottura con Nenni dopo il ridimensionamento del centro-sinistra.

Risultato di questo rimescolamento delle carte, per la verità più apparente che reale: la problematica proposta non aveva incidenza a livello di massa, ma alimentava divergenze e contrapposizioni a livello di dirigenti e di quadri e nei settori più politicizzati. Nel PSIUP tendeva a prevalere la diffidenza, mentre gli oppositori socialisti di Nenni assumevano un atteggiamento esplicitamente negativo. Tutto questo non poteva non ripercuotersi nello stesso PCI, dove per la prima volta emergevano ai vertici posizioni apertamente contrapposte. Di fatto, il tema del partito unificato si stemperava in un dibattito più generale, basato su un progetto di Tesi che richiamava - in buona sostanza . impostazioni e orientamenti espressi a più riprese in precedenza91.

Al Comitato centrale di giugno si arrivava addirittura a votazioni differenziate: si schieravano all’opposizione, da una parte, personaggi rappresentativi come Luigi Pintor, Aniello Coppola e Aldo Natoli, oltre al segretario della FGCI, Achille Occhetto, dall’altra, membri della vecchia guardia come Arturo Colombi e Umberto Terracini. Lo stesso Amendola era superato a destra da esponenti della Federazione romana e da un gruppo emiliano, mentre a sinistra Pintor assumeva posizioni abbastanza nette sulla necessità di un atteggiamento di rottura nei confronti del sistema e di un rifiuto della concezione crusceviana della coesistenza, e Coppola, Occhetto, Milani e qualche altro si muovevano su una linea analoga.

Le differenziazioni si acuivano qualche mese dopo. In una sessione del Comitato centrale di fine ottobre gli amendoliani si allineavano con il centro, mentre l’opposizione raccoglieva forze abbastanza disparate. Continuavano la loro battaglia, in toni più polemici, critici di sinistra come Pintor, Garavini, Natoli, Paolicchi e la Zandigiacomo, oltre ai rappresentanti della Federazione giovanile, Occhetto e Petruccioli. Tra i “vecchi” si verificava una frattura: mentre alcuni come Secchia, Roasio e, per paradossale che possa sembrare, Vidali attaccavano di nuovo, altri, come Colombi, ripiegavano, con trasparenti rigurgiti staliniani. Ma il fatto nuovo più rilevante era l’atteggiamento di Ingrao. A giugno, Ingrao aveva avallato il documento sul partito unico e, dopo essere entrato in conflitto con la Federazione giovanile, si era visto superare da una parte di coloro che erano considerati suoi sostenitori. A ottobre, si qualificava nettamente su punti cruciali, come la valutazione del centro-sinistra, l’esigenza di un controllo dal basso nei luoghi di lavoro e la concezione della democrazia interna di partito. Le contrapposizioni erano più nette e le critiche più radicali a livello di federazioni e sezioni, con rimessa in discussione di impostazioni strategiche e non solo di valutazioni congiunturali e di orientamenti tattici.

Sui problemi culturali differenziazioni emergevano, tra l’altro, in un numero speciale di Rinascita-Il Contemporaneo, dedicato al primo anniversario della morte di Togliatti. Si contrapponevano in particolare Rossana Rossanda, che ricordava la lettera di Gramsci a Togliatti del 1926, e Mario Alicata, che non si peritava di attaccare “i traditori dello storicismo rivoluzionario” e che, in seguito, avrebbe ottenuto l’esautoramento della sua interlocutrice da responsabile del settore culturale.

È in questo contesto che si inseriva un dibattito nelle sezioni e nei congressi provinciali, per vari aspetti meglio definito di quello del 1956 e destinato a essere, per le implicazioni e le differenziazioni emerse, il più significativo, sino al Congresso che avrebbe sancito all’inizio degli anni ’90 la radicale trasformazione del partito. Tutto questo, nonostante gli espedienti - procedurali o meno - cui ricorrevano i burocrati centrali e periferici per circoscrivere il confronto, restringere gli spazi agli interventi critici e ridurre la rappresentanza della sinistra, in particolare del settore più capace di sviluppare un’azione concertata92.
Per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno, ricordiamo innanzitutto che, a Roma, passavano in vari congressi di sezione mozioni di sinistra93. Al congresso provinciale, la sinistra, che contava su più di un centinaio di delegati, era protagonista, con suoi esponenti nazionali come Pintor; Natoli e Gerratana, di una vivace battaglia su temi come la coesistenza pacifica, la valutazione del centro-sinistra, il programma di transizione al socialismo, la politica delle alleanze, l’atteggiamento verso il PSI e la democrazia interna, oltre alla critica senza mezzi termini degli atteggiamenti e dei metodi di dirigenti locali come Modica, Di Giulio e Trivelli. Clamoroso lo scontro sulla politica internazionale tra Maurizio Ferrara, sostenitore di Alicata e allora vice-direttore de l’Unità, e il responsabile del servizio esteri dello stesso quotidiano, Alberto Jacoviello. I maggiori consensi li otteneva Luigi Pintor che, nel definire il concetto di “obiettivi avanzati”, sosteneva che dovevano essere considerati tali solo obiettivi di riforma che, sotto la spinta della stessa logica di sviluppo del capitalismo, si collocassero sulla via del socialismo. Per parte sua, Felice Piersanti, segretario nazionale del sindacato medici CGIL, criticava il programma del partito, in quanto interpretabile in chiave di una strategia democratico-borghese. Lo stesso delegato sollevava in termini critici il tema della democrazia interna, evocato anche da Lucio Lommbardo Radice, un cui emendamento non passava per pochi voti94.

Interventi di sensibilità ingraiana, polemici con il segretario Ugo Pecchioli, si registravano anche nella Federazione di Torino, da parte di Sergio Garavini, allora segretario della Camera del lavoro, di Emilio Pugno, segretario della FIOM e del segretario dei giovani, Casadei. Era accolto con particolare favore l’intervento del delegato della sezione universitaria, che affrontava il tema delle nazionalizzazioni e delle riforme di struttura. L’opposizione, soprattutto gli ingraiani più giovani, dava poi battaglia aperta nella commissione elettorale, ottenendo il voto segreto.

Anche a Venezia il Congresso era stato proceduto da vivaci dibattiti nelle sezioni, con l’emergere di posizioni di sinistra sia nelle zone operaie di Mestre sia in qualche sezione del centro storico. Peraltro, lo stesso segretario della Federazione, Cesco Chinello, con cui chi scrive aveva avuto - lo si ricorderà - un comune impegno di lotta antifascista, non aveva fatto mistero delle sue simpatie ingraiane. Vari interventi sottolineavano la necessità che le piattaforme non si limitassero agli aumenti salariali, ma rivendicassero forme di potere operaio all’interno delle fabbriche. Il segretario della Federazione giovanile sollevava il tema del controllo operaio, mentre era molto applaudito un operaio della Edison, Sbrogiò, fortemente qualificato a sinistra. Un duro scontro aveva luogo sulla questione del voto segreto, che alla fine era accettato nonostante l’intervento in senso contrario, con relativa denuncia di “frazionismo”, del rappresentante della Direzione nazionale, Emanuele Macaluso, in accordo con il deputato locale Vianello, nostra vecchia conoscenza.

A Napoli, i congressi delle sezioni più attive del centro cittadino erano caratterizzati da vivaci discussioni e da molti interventi critici. Meno significativo di quelli di Roma e Torino il congresso provinciale, in cui si registravano pure interventi critici, ma per lo più confusi e nelle direzioni più disparate, con prese di posizione apertamente filocinesi in contrasto con la burocrazia locale. Un nostalgico arrivava ad accusare il partito di avere insozzato la memoria di Stalin, provocando nella sala una confusione indescrivibile. Le posizioni ingraiane, o ingraiane di sinistra, erano difese da Cozzolino e da Faiella, oltre che da Lidia Cirillo e dal segretario dei giovani, Donise.

Anche in una cittadella operaia ed elettorale comunista come Livorno, i burocrati avevano difficoltà a imporre le loro scelte. Le posizioni critiche provenivano in particolare dalle sezioni operaie e popolari e, nonostante il filtraggio, finivano per essere rappresentate, anche se in misura insufficiente, al congresso provinciale. I delegati di sinistra non esitavano ad affrontare temi di fondo: non solo era criticata la politica dell’URSS, ma venivano egualmente rimesse in discussione l’idea di programmazione democratica e la stessa via italiana al socialismo. Posizioni favorevoli a Ingrao si manifestavano anche nel gruppo dirigente federale.

In altri casi, le impostazioni e i metodi dei gruppi dirigenti burocratici pesavano di più, con conseguenze negative sull’andamento dei congressi. Valga l’esempio di Milano, dove in molti congressi di sezione affioravano posizioni critiche di sinistra nettamente caratterizzate, che però non si rispecchiavano affatto nelle delegazioni al congresso provinciale. Scopo principale dei burocrati sembrava essere quello di una rigida omogeneizzazione del gruppo dirigente locale e, allo scopo, il fuoco era concentrato contro la sinistra, con toni da crociata contro gli intellettuali. Aldo Tortorella, segretario federale, in precedenza vicino a posizioni ingraiane, ripiegava in buon ordine, avallando l’operazione. L’ambasciatore del centro, Mario Alicata, fedele al suo stile, non andava troppo per il sottile, combinando una virulenta polemica anticinese e l’esaltazione del dirigente esemplare che lavorava senza nutrire dubbi o perplessità o, se li aveva, non li manifestava nelle discussioni per evitare problemi al partito. Ancora meno brillante la situazione a Catania, dove i pochi elementi critici erano stati setacciati già a livello di sezione, anche se a volte erano eletti negli organismi direttivi giovani della FGCI su posizioni critiche e rinnovatrici. Il congresso provinciale era a tal punto rituale che lo stesso rappresentante del centro, Armando Cossutta, pur interpretando, con molta buona volontà, la sostanziale unanimità dell’assise come una “saldatura tra le vecchia generazione e le nuove leve”, non risparmiava una considerazione almeno in parte negativa: il consenso sulle tesi era così generale da risultare troppo generico95.

Complessivamente, la sinistra prevaleva in congressi provinciali del Veneto, della Toscana, dell’Umbria, delle Puglie, raccogliendo in molti altri casi un numero non trascurabile di delegati. Otteneva nazionalmente una rappresentanza tra il 15 e il 20%, ma i rapporti di forza erano più favorevoli (presumibilmente tra il 25 e il 30%) a livello provinciale e, a maggior ragione, di sezione.

Secondo il nostro commento di allora, al Congresso nazionale, cui chi scrive ha potuto assistere personalmente, conversando con molti delegati anche non in relazione con noi, si realizzava una convergenza tra la destra e il nucleo centrale più fedele all’eredità di Togliatti, addirittura con una votazione unanime delle Tesi, della relazione di Longo e della risoluzione conclusiva. La linea che ne usciva si basava su analisi di tipo amendoliano (alla Sereni sulle campagne); prospettava l’ipotesi di una nuova maggioranza di governo, anche nel quadro dei rapporti parlamentari esistenti (ma con l’esclusione dell’ala scelbiana della DC); manteneva un’apertura complessiva verso il PSI, alla cui sinistra si suggeriva, in pratica, di non uscire per confluire nel PSIUP; avallava in politica internazionale gli orientamenti sovietici. In materia di democrazia interna si registravano passi indietro rispetto a formule più aperte enunciate in precedenza, chiudendo sulla problematica della pubblicità del dibattito, motivo conduttore di Ingrao e dei suoi più prossimi sostenitori. Tuttavia, mai come in questa occasione l’unanimità nel voto era stata un’apparenza. In realtà, per parafrasare un commento di allora, il fatto nuovo del Congresso era stato il chiaro emergere di una tendenza di sinistra, con un leader di incontestabile levatura. Pur con i limiti indicati e con incertezze ed errori tattici nel corso stesso del Congresso, la sinistra era riuscita a dimostrare non solo a tutto il partito, ma anche all’opinione pubblica più politicizzata, che esisteva ai diversi livelli una forza non trascurabile che non condivideva gli orientamenti della maggioranza congressuale96.
L’influenza della sinistra si era espressa soprattutto con l’ovazione alla fine dell’intervento di Ingrao, che aveva ripreso i temi centrali della sua differenziazione, ribadendo il rifiuto del centro-sinistra in una prospettiva di lotta di opposizione per il movimento operaio nel suo complesso e sottolineando l’esigenza - pur di per sé non priva di ambiguità - di un nuovo modello di sviluppo97. Molto meno incisivi gli interventi dei suoi sostenitori (Barca, Trentin, Luporini, Rossana Rossanda, Garavini e lo stesso Reichlin), troppo centrati su temi più particolari. Unica eccezione l’intervento di Chinello, segretario della Federazione di Venezia, classificabile tra gli ingraiani di sinistra98.
Il definirsi della sinistra nel partito aveva comportato un ridimensionamento del ruolo critico della FGCI che, tra l’altro per certe prese di posizione delle sue pubblicazioni (Nuova generazione e Città futura) era stata il bersaglio di pesanti attacchi burocratici, culminati nel rinvio del suo Congresso99. Di fatto, si verificava un progressivo arretramento, culminato al Congresso con una rinuncia a dare battaglia, che provocava frizioni con l’ala ingraiana. Prevalevano di fatto esasperato tatticismo, propensione manovriera, spirito angusto di conventicola e diffuso arrivismo100.

Infine, l’XI Congresso comportava una stretta di freni sul piano della vita interna. La manifestazione più visibile era il restringimento della rappresentanza della sinistra negli organismi centrali: una diminuita presenza nel Comitato centrale; una presenza mantenuta (Ingrao e Reichlin) nella Direzione, che tuttavia vedeva aumentare il numero dei suoi membri; l’isolamento di Ingrao nell’Ufficio politico (nessun membro in Segreteria). Va aggiunto che, già verso la metà dell’anno precedente, l’apparato aveva fatto ricorso ripetutamente a metodi di altri tempi nei confronti sia di settori critici sia di gruppi di sinistra esterni al partito. Per esempio, a Milano, alla conclusione di una manifestazione di solidarietà con il Vietnam venivano attaccati al grido di “fascisti” nuclei di giovani filocinesi o presunti tali; nella mischia erano coinvolti anche militanti della FGCI e giovani del PSIUP. Nello stesso periodo, il segretario della Federazione (Tortorella) aveva invitato esplicitamente all’azione contro i gruppi “estremisti”, tra cui quelli dei Quaderni rossi, alla cui influenza attribuiva difficoltà nel reclutamento. A Roma, azioni analoghe erano intraprese, per esempio, in manifestazioni contro l’aumento de prezzi dei trasporti e contro l’invasione statunitense della Repubblica domenicana. Queste azioni erano accompagnate da dure critiche contro la FGCI. A Torino, gli organismi dirigenti provinciali diffondevano una circolare in cui si denunciavano, mettendoli nello stesso sacco, i gruppi di sinistra e i diffusori di fogli di destra o estrema destra come Pace e Libertà e Ordine Nuovo, si criticavano “certi atteggiamenti di bonomia o di tolleranza verso chi diffonde materiale che si propone intenti scissionisti” e si denunciavano “persone (iscritte o non iscritte al PCI) che diffondevano in modo organizzato, e con chiari intenti frazionistici, opuscoli o altro materiale di polemica contro il PCI, sia pure pubblicati da altri partiti comunisti”.

Nei mesi successivi, la stretta di freni si sarebbe accentuata con repressioni ed epurazioni sia a livello centrale sia a livello federale101. Ciò contribuiva a provocare le prime rotture con settori di giovani che, quando non venivano espulsi o sospesi, erano di fatto emarginati o indotti ad andarsene, per impegnarsi in attività dei primi gruppi di estrema sinistra che si venivano formando.
Il Congresso della FGCI doveva svolgersi a distanza di circa sei mesi da quello del partito. Le Tesi preparatorie rappresentavano un passo indietro rispetto a elaborazioni precedenti, in particolare sulle questioni di un programma di transizione e del controllo operaio, che erano state al centro di vari articoli e dibattiti e che ormai tendevano a scomparire. Era ripresa dai testi del partito la formula di “nuova maggioranza”, aperta a interpretazioni diverse e, quindi, accettabile sia per chi auspicasse un centro-sinistra “più avanzato”, sia per chi puntasse su un mutamento del quadro grazie a lotte condotte dall’opposizione. Si prospettava, infine, come obiettivo la formazione di una “Confederazione delle organizzazioni giovanili socialiste”102.

Nonostante i limiti di tempo imposti alla fase preparatoria, la sinistra otteneva risultati soddisfacenti in vari congressi provinciali. Il Congresso di Roma rivestiva un particolare interesse, per le contrapposizioni che vi emergevano e per le prese di posizione di militanti che si apprestavano a lasciare l’organizzazione, se non lo avevano già fatto. Tra gli interventi di maggiore eco, quelli dei rappresentanti della sinistra: Franco Russo, membro della segreteria uscente; Nino Briganti, assistente alla facoltà di Fisica; e Paolo Flores D’Arcais. Sulle posizioni del periodico Classe operaia, sorto dalla rottura con i Quaderni rossi, interveniva Franco Piperno, fautore di concezioni spontaneistiche e presentatore di una mozione che avrebbe ottenuto 27 voti su un totale di 110, mentre un sostenitore delle posizioni cinesi concludeva il suo intervento invitando ad aderire alla Lega marxista-leninista. Infine, Pietro Ingrao, inviato a rappresentare la Direzione del partito, si ricollegava esplicitamente agli interventi più significativi della sinistra, criticando le posizioni della destra. Nelle elezioni per il nuovo Comitato federale e per la delegazione al congresso gli elementi di destra subivano molte cancellature e poche meno ne subiva il segretario uscente Pio Marconi, considerato, non senza ragione, un transfuga da tutti i settori critici.

Nonostante le manovre per distorcere i reali rapporti di forza, una consistente incidenza della sinistra si manifestava anche a Milano, dove il circolo universitario aveva respinto la mozione ufficiale votandone una di sinistra ed eleggendo un direttivo espressione di questi orientamenti. Al congresso provinciale il relatore, Ugo Finetti ,sferrava un violento attacco al giornale Falcemartello uscito di recente e, più in generale, alla sinistra, usando il sempiterno cliché del frazionismo. Ciò non impediva a circa un terzo dei delegati di schierarsi su posizioni critiche e a un testo alternativo della sinistra di ottenere 59 voti su un totale di 250 delegati (9 gli astenuti).

Mentre si stavano ormai delineando processi di sfaldamento e tendenze centrifughe in diverse direzioni, il Congresso nazionale si svolgeva in tono minore con una propensione a sostituire alla formula un po’ logora della “nuova maggioranza” quella ancor più vaga di “nuovi rapporti tra governo e opposizione”. Quanto alla prospettiva di confederazione giovanile, il fatto che fosse ribadita nella risoluzione finale, benché Longo avesse fatto capire di non esserne entusiasta, non serviva molto a renderla praticabile. Restava sulla carta, mentre Nuova sinistra (che avrebbe dovuto diventarne uno strumento) sostituendo Città futura, non andava al di là del secondo numero.

Altri congressi, altre differenziazioni

 

Press’a poco nello stesso periodo dell’XI Congresso se ne svolgevano altri due, senza dubbio di minore interesse: quello del PSI e quello del PSIUP.

Il primo era una conferma della scelta di organica partecipazione governativa nel quadro del centro-sinistra; della ferma intenzione di rinunciare a ogni tentativo, anche modesto, di riforme strutturali e a qualsiasi iniziativa suscettibile di mettere in discussione gli equilibri raggiunti e di turbare i rapporti con la Democrazia cristiana; della volontà di realizzare, a scadenza ravvicinata, l’unificazione con i socialdemocratici. In altri termini, si trattava di un congresso di “normalizzazione”, a circa due anni dalla scissione del PSIUP, con emarginazione delle residue dissidenze di sinistra e liquidazione degli stessi tentativi “autonomistici” di De Martino. Il fatto che, tutto sommato, Nenni potesse contare su un larghissimo consenso da parte della base costituiva una riprova dei mutamenti prodottisi nella composizione del partito. Questa trasformazione era ulteriormente accentuata dal fatto che il deflusso di iscritti verso il PSIUP era compensato dall’afflusso di nuovi iscritti provenienti dalla piccola borghesia e di estrazione burocratico-impiegatizia. Tutto questo confermava, se ce ne fosse stato bisogno, che il progetto di partito unificato avanzato da Amendola e ripreso - è vero - in forma diluita dal nucleo dirigente di ispirazione togliattiana era un auspicio retorico, di cui non esisteva alcuna premessa programmatica e strategica.

A suo modo, il Congresso del PSIUP apportava un elemento ulteriore a favore di una simile valutazione: perché coloro che avevano dato vita al nuovo partito non solo non potevano essere attratti dall’idea di ritrovarsi insieme con coloro da cui si erano separati per ragioni di fondo, ma in larga misura erano pure su una lunghezza d’onda diversa da quella della maggioranza del PCI. Il documento preparatorio del Congresso era, rispetto ai testi del PCI, più incisivo nell’analisi del capitalismo, della fase politica e degli orientamenti del centro-sinistra e più avanzato nelle prospettive. Comportava, d’altra parte, critiche alla politica del movimento operaio dalla Liberazione in poi.. Ma, se era giusto sottolineare l’esigenza di una “rinnovata politica unitaria”, risultava incomprensibile il silenzio sulla politica del PCI. Analogamente, sui problemi internazionali, se erano condivisibili le critiche a una serie di posizioni dei Cinesi, non lo era, invece, l’assoluta reticenza sulla politica di Chruscev e dei suoi successori. D’altra parte, il PSIUP sembrava voler continuare a percorrere vecchie strade, parlando genericamente di controllo pubblico sui “centri strategici di produzione e di sviluppo”, senza porre concretamente il problema della natura e dei modi di funzionamento dello Stato, o riprendendo formule elusive sulla necessità di “dislocare l’equilibrio del sistema”. In realtà, il PSIUP aveva registrato la convergenza di militanti di diversa origine e di diverse sensibilità e il documento congressuale era, in ultima analisi, frutto di un compromesso realizzato ai vertici. L’andamento della fase precongressuale e del Congresso ne era una conferma. Anche se l’apparato del nuovo partito era meno coeso e molto più debole di quello del PCI, non rinunciava a imporre metodi verticistici, tra l’altro, limitando a meno di due mesi il periodo di un dibattito cui non veniva dato spazio sulla stampa dell’organizzazione. Al Congresso i dirigenti parlavano tutti senza limitazione di tempo, mentre quasi la metà degli iscritti finivano depennati. Per l’assegnazione dei posti di direzione, si svolgeva una sorda lotta dietro le quinte, senza che l’assemblea potesse influirvi in qualche modo103.

Nel marzo del 1965 si svolgeva il Congresso della CGIL, che doveva trarre un bilancio dei risultati raggiunti negli anni precedenti con le lotte e i contratti firmati dalle principali categorie, dai metalmeccanici ai tessili, e determinare la sua posizione di fronte alla politica economica del centro-sinistra, i cui motivi ispiratori di fondo erano sintetizzati nel cosiddetto “Piano Pieraccini” (dal nome del ministro del Bilancio socialista succeduto a un altro socialista, Antonio Giolitti, dopo il ridimensionamento del progetto).

Sul primo punto, le insoddisfazioni e le critiche emergevano quasi esclusivamente a livello di base, visto che il gruppo dirigente, al di là delle diversità in corso d’opera, si presentava piuttosto compatto nella difesa del proprio operato. Le voci critiche, tra cui quelle di militanti sindacali della sinistra del PCI e del PSIUP, oltre che della nostra organizzazione, si sforzavano di far constatare come i risultati fossero stati inferiori non solo alle aspettative, ma anche alle reali possibilità. Sul piano salariale non erano state sfruttate a pieno le condizioni relativamente favorevoli esistenti sul mercato del lavoro: nella sostanza, ci si era limitati a contrastare il logorio del potere d’acquisto con una redistribuzione in misura modesta a vantaggio dei lavoratori (peraltro pagata con una intensificazione dei ritmi, con un aumento degli straordinari, ecc.). Non si era affatto riusciti, d’altra parte, a introdurre nei contratti quegli elementi qualitativi nuovi che, pure, erano costantemente evocati nei dibattiti di quel periodo.

Quanto al Piano Pieraccini, costituiva inevitabilmente un motivo di contrasto tra la corrente di un PSI impegnato a fondo nel governo, e le correnti del PCI e del PSIUP, partiti all’opposizione. Si registravano così alternativamente contrapposizioni e convergenze, in un quadro complessivo di incertezze e oscillazioni. La corrente del PSI si batteva perché la CGIL appoggiasse esplicitamente il Piano, anche con un voto dei parlamentari ad essa appartenenti (non esistevano ancora le incompatibilità). I sindacalisti del PSIUP erano tendenzialmente contrari. La corrente comunista era in una situazione incontestabilmente difficile: da un lato, subiva le pressioni ricattatorie dei socialisti; dall’altro, rifletteva le incertezze verso il centro-sinistra che avevano caratterizzato lo stesso PCI. Non ritorniamo sulle vicende che si sono susseguite, non senza aspetti paradossali104.Basti dire che al congresso il segretario Agostino Novella dichiarava che la CGIL si considerava “dentro il piano” ribadendo la posizione secondo cui la confederazione ne condivideva le finalità ma era critica rispetto alle indicazioni concrete per la sua realizzazione. Questa posizione era stata già assunta dai rappresentanti della CGIL al CNEL, dove peraltro questi rappresentanti avevano votato un documento sulla congiuntura sottoscritto da una serie di alti dignitari del sistema. Per parte sua, il settimanale del PSIUP Mondo nuovo (14 febbraio 1965) aveva pubblicato un articolo di Antonio Lettieri - allora su posizioni di sinistra - in cui si leggeva: “Il piano Pieraccini risponde in pieno al modello della programmazione capitalistica” e questo giudizio appariva anche in un documento economico della Direzione nazionale. Poco dopo la corrente del PSIUP, compreso Vittorio Foa, votava al congresso della CGIL la summenzionata relazione di Novella con l’approvazione della condotta dei sindacalisti al CNEL. Il punto di arrivo era la votazione del piano alla Camera dei deputati, avvenuto ben due anni più tardi (come si vede, neppure allora i tempi erano rapidi!). Mentre i sindacalisti della CISL e della UIL votavano a favore, quelli della CGIL si dividevano: il comunista Novella e il socialista Mosca si astenevano mentre Foa votava contro.

Ma un’altra decisione del congresso di Bologna merita di essere ricordata: era approvato un testo in cui, ribadita l’adesione “all’ordinamento politico-giuridico definito dalla Costituzione repubblicana”, si concludeva: “Da ciò consegue che la CGIL, mentre non può e non deve darsi come suo proprio fine quello del rovesciamento dell’attuale sistema sociale, d’altra parte non può accettarlo come un limite invalicabile”. Di fatto, era un’accettazione a tempo indeterminato e senza riserve del quadro del sistema. Ci si può chiedere perché, se si trattava di una logica conseguenza del rispetto della Costituzione, ci fossero voluti quasi venti’ anni per esplicitarla. La realtà è che la CGIL introduceva per parte sua un altro tassello nella ricomposizione ideologica involutiva del movimento operaio nel suo complesso.

Abbiamo analizzato criticamente i meccanismi messi in opera dai gruppi dirigenti in occasione dei congressi del PCI e del PSIUP. Nella preparazione e durante lo svolgimento del congresso confederale, il ricorso a metodi burocratici per sbarrare la strada alla contestazione ed evitare il formarsi di opposizioni assumeva forme ancora più perverse. Un nucleo ristretto di vertice aveva elaborato i testi sulla base di un compromesso tra i massimi esponenti delle varie correnti di partito, che poi imponevano la decisioni prese ai componenti delle correnti stesse. I socialisti esercitavano, implicitamente ed esplicitamente, un ricatto minacciando la scissione e con ciò imponevano certe formulazioni nei testi e un dosaggio predeterminato nelle rappresentanze ai congressi ai vari livelli e nella composizione dei nuovi organismi di direzione. Le riunioni di corrente, anche quando tutto non filava liscio, non affrontavano, se non per aspetti del tutto secondari, questioni di orientamento, concentrandosi per lo più sulle scelte degli organigrammi.

Nelle riunioni di base, in cui la partecipazione era in genere molto scarsa, si svolgevano a volte discussioni anche vivaci. Ma niente poteva rimettere in discussione gli accordi prestabiliti a livello di gruppi dirigenti. Nelle delegazioni era massiccia la presenza dei funzionari, ovviamente ben più malleabili dei semplici militanti di base. Ai congressi provinciali, salvo eccezioni, operavano analoghi meccanismi. E non parliamo neppure del Congresso nazionale, cui non arrivava un solo delegato che non avesse accettato i documenti e gli orientamenti del gruppo dirigente uscente. La parola era riservata quasi esclusivamente ai massimi esponenti confederali e categoriali. Contrariamente a quanto avveniva in precedenza, la corrente comunista, nettamente maggioritaria, non teneva alcuna riunione: le consultazioni avvenivano in riunioni limitate ai maggiori esponenti federali e a un delegato per regione (tranne in un caso, in cui c’era un delegato per provincia). Siccome, ripetiamolo, si era raggiunto dall’origine un compromesso tra comunisti e socialisti, la proclamata autonomia dei sindacati si riduceva a una presa in giro.

Nonostante lo sbarramento burocratico, in alcuni congressi provinciali si erano levate voci discordanti - anche all’interno della corrente comunista -, alcune di aperta opposizione. A Roma, uno dei responsabili dell’Ufficio studi, Claudio Di Toro, svolgeva una serrata e applaudita critica della politica economica padronale e governativa. Chi scrive, delegato della FIARVEP (rappresentanti, viaggiatori e piazzisti), accolto a sua volta con larghi consensi, criticava la frammentazione sistematica delle lotte e i motivi ispiratori del Piano Pieraccini, chiedendo che il Congresso lo respingesse. Successivamente, si alternavano delegati socialisti in difesa del Piano e delegati del PSIUP contrari. A un certo momento, si poteva valutare che una maggioranza (oltre all’estrema sinistra , al PSIUP, a una buona parte di delegati del PCI) fosse orientata a sinistra. Se ne preoccupava Novella - incaricato di trarre le conclusioni - che attaccava gli interventi critici, difendendo il Piano Pieraccini., e riusciva a riprendere in mano la situazione. Una risoluzione presentata da chi scrive otteneva solo il suo voto, con 15 astenuti, e una mozione di sindacalisti del PSIUP 23, con 2 astensioni. Ma molti delegati della corrente comunista non partecipavano alla votazione.

A Torino, si verificava uno scontro tra l’apparato nel suo complesso e alcuni militanti che erano riusciti a farsi delegare difendendo posizioni critiche. Ad assumere il ruolo di opposizione erano soprattutto quattro delegati di Ivrea, lavoratori della Olivetti, nella cui assemblea una mozione critica era passata a maggioranza. Altri delegati sostenevano la necessità di una generalizzazione delle lotte, tema ripreso anche da un militante del nostro movimento, Renzo Gambino, delegato della FILCAMS. Foa, che rappresentava la Segreteria nazionale, polemizzava quasi esclusivamente contro la sinistra in un intervento di oltre due ore (c’è appena bisogno di dire che, come di consueto, per i comuni mortali il tempo era stato rigidamente razionato). Molto peggio di Foa faceva il segretario locale (Garavini) che, forse per farsi perdonare un effimero flirt con i Quaderni rossi, si lanciava in una vera e propria caccia alle streghe, accusando i delegati della Olivetti di “provocazione”.

Voci critiche si levavano anche a Verona, in particolare con l’intervento di un delegato chimico, membro della nostra organizzazione. Caso limite di ottusità burocratica: la presidenza rifiutava di mettere ai voti un testo di critica al Piano Pieraccini e si adoperava per far respingere (soli 26 voti favorevoli) un ordine del giorno di condanna dell’aggressione al Vietnam e della passività del governo italiano.

Tenendo conto che voti critici di indirizzo analogo si erano espressi in almeno quattro congressi provinciali - oltre che a Roma, Torino e Verona, anche a Venezia - chi scrive chiedeva alla Segreteria confederale che, in applicazione dell’articolo 14 dello Statuto, fosse ammesso a Bologna un delegato rappresentativo della minoranza che si era delineata. Sei delegati del congresso torinese si associavano alla richiesta. Nonostante assicurazioni date verbalmente, non solo veniva negato un elementare diritto statutario, ma non ci si degnava neppure di dare una risposta. Un solo delegato di una modestissima corrente non avrebbe guastato la festa; ma non si voleva probabilmente creare un precedente105.

Già prima del Congresso di Bologna - in realtà dalla nascita stessa dell’organizzazione - ci eravamo impegnati a fondo nelle lotte sindacali e nelle vicende della CGIL e di alcune federazioni di categoria. Abbiamo accennato in particolare all’attività nel sindacato ferrovieri - prima soprattutto con Giorgio Modolo, dirigente sindacale a Venezia, poi con una più ampia presenza a Roma, a partire dalla stazione Termini - e al ruolo avuto alla Pirelli Bicocca di Milano da un nucleo attorno a Gianni Ravotti, che aveva animato il foglio aziendale Fabbrica unita. In occasione del Congresso confederale del 1955, avevamo sintetizzato le nostre analisi critiche in un opuscoletto, diffuso nel novembre a firma della corrente sindacale comunista rivoluzionaria, sigla che corrispondeva molto più a un progetto che non a una realtà organizzativa.

Un’analoga critica avevamo sviluppato sui temi per il congresso successivo (1960), sottolineando gli spunti più interessanti emersi nel dibattito sulla pubblicazione confederale Rassegna sindacale e in una tavola rotonda di Rinascita. Chi scrive era stato per la prima volta delegato al Congresso della Camera del lavoro di Roma, dove aveva potuto fare approvare un ordine del giorno di condanna della guerra colonialista in Algeria106. Sempre come rappresentante della FIARVEP, della cui Segreteria romana e del cui Comitato nazionale avrei fatto parte per diversi anni, avevo l’occasione di partecipare nel marzo del 1962 a una sessione del Consiglio nazionale della CGIL, in cui emergevano i contrasti tra comunisti e socialisti sul governo Fanfani.
A partire dall’inizio degli anni ’60, l’attenzione era stata rivolta prioritariamente verso i metallurgici, sia per l’accresciuta importanza della categoria sia per la presenza in alcune grandi fabbriche di qualche quadro comunista legato a noi. Dal punto di vista di una conoscenza dei problemi del settore economico e della categoria coinvolta, come delle informazioni sulle vicende interne della FIOM, ci era per alcuni anni di aiuto la presenza di Paolo Santi, figlio del dirigente confederale socialista Fernando e assiduo collaboratore di Bandiera Rossa (con lo pseudonimo di Gian Piero Vaglieri), oltre che di pubblicazioni della FGCI e, più tardi, de La Sinistra107. All’inizio del 1964 avevamo seguito da vicino il congresso della FIOM, analizzandone le Tesi, sottolineando il significato di dibattiti che avevano luogo in sede provinciale a Milano, dove erano affiorati contrasti tra comunisti e socialisti sull’atteggiamento verso il centro-sinistra, e facendo alla fine un bilancio complessivo108. L’anno successivo seguivamo la fase di elaborazione della piattaforma per il rinnovo contrattuale, riferendoci a dirette esperienze di Genova (Ansaldo), di Torino (FIAT) e, soprattutto, di Milano (Magneti Marelli, Alfa Romeo).
A Milano prendevamo anche l’iniziativa di inviare come organizzazione locale lettere aperte ai quadri della FIOM provinciale, con osservazioni puntuali sulla preparazione lo svolgimento delle lotte e indicazioni sugli obiettivi che, a nostro avviso, si sarebbero dovuti fissare. L’accento era posto con particolare forza sulla democrazia interna109. Il metodo della lettera aperta l’avevamo adottato anche anno prima a Roma durante la lotta della Icar-Leo, occupata per 36 giorni con una calorosa solidarietà popolare110.

Che quelli che abbiamo ricordato non fossero commenti per così dire letterari, dall’esterno, ma corrispondessero a informazioni e analisi provenienti da militanti direttamente impegnati nelle lotte, nelle assemblee di fabbrica e in istanze sindacali, appare chiaro da una semplice lettura, oltre che dai resoconti delle nostre riunioni. Di fatto, anche su questo terreno era possibile cogliere elementi anticipatori di quelle che sarebbero state lotte e contestazioni del 1968-’69 e che l’azione tenace di nuclei ancora assai ristretti, se non addirittura di singoli quadri - ma gli uni e gli altri in grado di cogliere esigenze e stati d’animo dei loro ambienti di lavoro - avrebbe contribuito a fare maturare.

Nella sinistra del PCI e nell’area del PSI e del PSIUP

 

Tra la fine degli anni ’50 e la vigilia del 1968, la corrente teorico-politica legata alla IV Internazionale che rappresentavamo ha esercitato una influenza effettiva e persistente nella dialettica interna e, in misura minore, nel quadro di iniziative del Partito comunista, contribuendo così all’emergere e all’articolarsi di una sua sinistra. Va da sé che l’evoluzione complessiva di questo partito e le sue differenziazioni erano determinate, direttamente o indirettamente, dalle vicende interne e internazionali sommariamente ricordate. Ma i fenomeni che si sono più concretamente e precisamente delineati in questo contesto non sono stati il frutto di reazioni più o meno spontanee, come poi alcuni avrebbero teorizzato, ma sono stati possibili perché - almeno dal 1960, per non risalire più indietro - nuclei di militanti avevano cominciato a riallacciare faticosamente i fili delle migliori tradizioni del movimento operaio, a collegarsi, in forme diverse e su diversi piani, con correnti o movimenti rivoluzionari nazionali e internazionali, e si erano sforzati di agire in forma collettiva, sia pure, il più delle volte, settorialmente e in modo frammentario. Siamo convinti che ricerche storiche scrupolose non potranno che confermare, nella sostanza, questa valutazione, riconoscendo il ruolo più specifico della nostra corrente, che abbiamo sempre preferito presentare come marxista rivoluzionaria più che come trotskista. Il fatto che non pochi dei protagonisti delle contese di quegli anni siano poi emigrati verso altri lidi, o siano semplicemente scomparsi dalla scena, ci pone degli interrogativi, ma non può indurre a ignorare la portata intrinseca di processi cui ci siamo riferiti.

Abbiamo insistito sulle vicende interne del PCI e della FGCI, sottolineandone l’importanza. Ora, in molte di queste vicende, prima e dopo il cruciale XI Congresso e nell’ambito della FGCI, erano attivi, anche con ruoli da protagonisti, militanti, uomini e donne, legati alla IV Internazionale. I primi contatti e le prime adesioni risalivano al periodo subito dopo il XX Congresso. Il primo a stabilire un rapporto con il sottoscritto era un giovane intellettuale siciliano, Giuseppe Paolo Samonà, impegnato nelle battaglie interne del PCI e legato alla redazione di Mondo operaio, da quando Raniero Panzieri ne era diventato responsabile. Samonà, che sarebbe poi divenuto giornalista a l’Unità, oltre a solide conoscenze storiche e teoriche, aveva una esperienza di organizzazione e le conversazioni con lui, ancor prima della formale adesione, vertevano spesso sul che fare, sul come prospettare iniziative critiche nel PCI e nel PSI e intraprendere azioni concordate. Aveva doti non consuete di reclutatore. Proprio per questo, dopo essere stato il primo della nuova generazione a raggiungere le nostre file, era lui a tessere nuovi contatti nell’ambiente della FGCI e a contribuire in modo decisivo a nuove adesioni. Per fare qualche nome, in una prima fase si univano a noi giovani militanti come Antonio Moscato, Augusto Illuminati ed Eugenio Rizzi. Illuminati sarebbe presto divenuto segretario della Federazione giovanile a Roma e avrebbe fatto parte di quel gruppo di giovani la cui prima e significativa esperienza di lotta sarebbe stata la partecipazione agli scontri di Porta San Paolo nel luglio del 1960.

Nella capitale, il gruppo si sarebbe abbastanza rapidamente esteso, con l’afflusso di quadri contemporaneamente attivi nella pratica di tutti i giorni e animati da vivi interessi culturali. Ricordiamo, non necessariamente nell’ordine cronologico di adesione, Claudio Di Toro, Edy Arnaud, Franco Bonifazi, Pio Marconi, Andreina De Clementi, Paolo Santi. Successivamente, dopo un periodo di rapporti dall’esterno, aveva aderito anche un giovane giornalista di Paese sera, Edgardo Pellegrini. Nel 1962, la nostra influenza si estendeva anche a Milano, dove entrava nell’organizzazione un intero gruppo di giovani, tra cui Luigi Vinci, Silvana Barbieri, Piero Bolchini. Già prima avevamo guadagnato due militanti, che avrebbe avuto un ruolo importante per diversi anni: Giuliano Boaretto e Massimo Gorla (quest’ultimo con funzioni dirigenti anche nella IV Internazionale). Sempre tramite Samonà avevo modo di conoscere un giovane di penetrante intelligenza, figlio di un vecchio comunista emigrato in Russia in epoca fascista, Ezio Ferrero, che sino alla scomparsa prematura per un incidente stradale avrebbe dato un contributo insostituibile alle nostre analisi dell’URSS, paese dove aveva studiato e dove, per ragioni professionali, avrebbe continuato a recarsi di frequente111. Per completare il quadro, a Roma aderiva un altro giovane giornalista de l’Unità, Silverio Corvisieri. A Torino sarebbero entrati nelle nostre file, oltre a Paolo Gobetti e alla sua compagna, Clara Bovero, Massimo Negarville, nipote di Celeste, “storico” membro del gruppo dirigente nazionale e locale del PCI, ed Emilio Soave, collaboratore della Einaudi e della redazione dei Quaderni Rossi. Conferma della diffusa influenza conquistata: la partecipazione alla redazione di Nuova Generazione prima di Pio Marconi e poi di Edgardo Pellegrini, e ancor più la presenza in Città futura, prima periodico degli studenti comunisti e dal gennaio 1965 mensile della FGCI, nella cui redazione sarebbero figurati nostri militanti, come Liana Cellerino, Massimo Loche, Pio Marconi ed Eugenio Rizzi e cui avrebbero collaborato anche Paolo Santi, Maria Novella Pierini, Claudio Di Toro, Silvana Barbieri (allora operaia alla Siemens di Milano), Ezio Ferrero, Silverio Corvisieri, Eugenio Rizzi, Franco Russo e Nino Briganti, tutti in quel periodo membri della IV Internazionale. Non meno significativo che tre nostri compagni - Augusto Illuminati, Andreina De Clementi e Pio Marconi - fossero successivamente segretari della FGCI romana, con un largo, anche se formalmente non maggioritario, appoggio negli organismi direttivi.
C’è appena bisogno di aggiungere che, se già all’VIII Congresso avevamo avuto un ruolo in congressi di sezione e federali di varie città, ciò si ripeteva in forme più consistenti a scadenze successive. Molti dei militanti e delle militanti su posizioni, per dir così, ingraiane di sinistra, appartenevano alla nostra organizzazione o ne erano simpatizzanti. Prima del congresso aveva aderito anche Silvio Paolicchi, comandante partigiano, segretario della Federazione pisana e poi segretario nazionale della Lega delle cooperative, nonché membro del Comitato centrale del partito112.
Detto tra parentesi, forse alcune delle persone che abbiamo menzionato potranno non gradire, se mai ne verranno a conoscenza, la rievocazione dei loro trascorsi giovanili, tanto più che qualcuno si è insediato in alto loco (casi-limite quelli di Pio Marconi, divenuto membro del Consiglio superiore della magistratura, e di Giorgio Ruffolo, prima direttore dell’ENI, poi a più riprese ministro e parlamentare, nazionale ed europeo e, mentre scriviamo, tra i dirigenti e gli ispiratori ideologici dei Democratici di sinistra113). Tanto peggio per loro, ma non si può cancellare quello che è stato, a meno di adottare i criteri della defunta Enciclopedia sovietica, sottoposta a continui aggiornamenti in funzione delle alterne fortune di chi vi trovava - o vi aveva trovato - posto.

Dopo le vicende del 1947-’48, non avevamo più avuto legami con aree del Partito socialista. Per la verità, nel periodo successivo al 18 aprile avevamo stabilito contatti con un ’area che si contrapponeva a Nernni su posizioni autonomiste di sinistra. C’era stato qualche incontro a Montecitorio, nella sede del gruppo parlamentare, con Alberto Jacometti, Giovanni Pieraccini e Giuseppe Petronio, che avevano mostrato interesse alle nostre analisi sull’URSS e sullo stalinismo, ma non erano certo d’accordo su problemi strategici di fondo. I rapporti non erano, quindi, durati a lungo.

Un congresso socialista del 1961 doveva attirare l’attenzione per un dibattito tra Basso, Lombardi e Foa, che analizzavano sinteticamente strutture e meccanismi del capitalismo italiano alla vigilia del centro-sinistra. Il primo sosteneva che il governo era ormai diretta espressione degli interessi capitalistici prevalenti e che lo Stato, dotato di facoltà di intervento assai maggiori che in passato, agiva come elemento equilibratore del sistema nel suo insieme. Il secondo replicava che lo Stato, anche tenendo conto del carattere socialmente avanzato della Costituzione, non poteva più essere considerato come espressione esclusiva degli interessi della borghesia, né come elemento semplicemente sovrastrutturale: per questo, bisognava mirare a condizionarlo oggi e conquistarlo domani democraticamente. Sul piano politico, Basso considerava il centro-sinistra come una manovra trasformistica del personale politico borghese e prospettava una politica di alternativa democratica, mentre secondo Lombardi il centro-sinistra rappresentava l’unica alternativa al centrismo e avrebbe favorito l’autonomia politica delle masse popolari cattoliche. L’intervento di Foa segnava uno dei punti più alti dell’elaborazione di questo singolare personaggio che, dopo essersi schierato negli anni ’70 all’estrema sinistra, avrebbe negli anni ’90 poco gloriosamente ingrossato le file dei “pentiti”, con la sponsorizzazione della grande stampa. Partiva dalla constatazione del carattere contraddittorio della Costituzione per trarre la conclusione che la lotta per il socialismo non poteva che infrangerne il quadro. Impostava il problema dei rapporti con le masse cattoliche sul piano dell’unità nella lotta di classe, ponendo in secondo piano il confronto con le gerarchie cattoliche, politiche e sindacali. Infine, quel che è ancora più importante, alla impostazione prevalente secondo cui, prima di passare all’edificazione socialista, era all’ordine del giorno la realizzazione delle libertà democratiche costituzionali, contrapponeva l’idea che i compiti genericamente democratici dovevano saldarsi con quelli specifici di una rivoluzione socialista. Proprio per questo, solo il progressivo rafforzamento di centri di potere antagonistici avrebbe rappresentato per il movimento operaio un reale successo114.
Va da sé che, dopo la scissione che avrebbe dato vita al PSIUP, veniva meno il nostro interesse per il PSI. Ci saremmo limitati a contatti con settori della FGS, con cui da qualche tempo avevamo stabilito rapporti come organizzazione indipendente115.

La nascita del PSIUP, avvenuta dopo molte esitazioni e in contrasto con gli auspici di Togliatti e del gruppo dirigente del PCI, era uno sviluppo positivo, per il semplice fatto che Nenni non era riuscito a coinvolgere nella sua operazione di integrazione nell’area governativa che un settore di classe lavoratrice relativamente più ristretto di quello che aveva rappresentato sino allora. Ma il nuovo partito si sarebbe trovato subito di fronte a un’alternativa: sviluppare conseguentemente la contestazione del centro-sinistra e del riformismo moderato nenniano, riprendendo temi già affiorati su Mondo nuovo, e analizzare criticamente la politica e le concezioni dello stesso PCI; oppure cercare, meno ambiziosamente, di esercitare una funzione di mediazione o di collegamento tra PCI e PSI?. L’incapacità del PSIUP di scegliere l’una o l’altra impostazione ne faceva un partito di una “natura duplice”, che non sarebbe stata superata in tutto il corso - non lungo - della sua esistenza.

Nel PSIUP erano ovviamente presenti tutti i nostri militanti e simpatizzanti che avevano appartenuto prima al Partito socialista, e altri ne avremmo guadagnati. Al di là delle sue reticenza e contraddizioni e del persistere di concezioni staliniane in una parte del suo gruppo dirigente e dei suoi quadri, l’esistenza stessa del PSIUP apriva degli spazi, come li avrebbe successivamente aperti ai gruppi della nuova sinistra116.

Emerge una nuova sinistra: le tendenze filocinesi

 

Al di là delle reazioni del gruppo dirigente del PCI, il conflitto tra il PCUS e il PC cinese non poteva non avere ripercussioni nel movimento operaio anche in Italia. Ci riferiamo qui non all’influenza ideologica maoista, che avrebbe assunto ampie dimensioni nel 1968 e negli anni successivi, ma a un fenomeno ben più circoscritto, non senza analogia con quanto era avvenuto dopo la rottura tra URSS e Jugoslavia. Nei primi anni ’60 cominciavano a emergere, nella sfera del PCI, nuclei che condividevano le critiche cinesi, entravano in conflitto con il partito, andandosene o essendone espulsi, e si impegnavano nella costruzione di nuove organizzazioni, alla ricerca - almeno in certi casi - di un riconoscimento di Pechino.

Per parte nostra, usavamo un criterio di comportamento analogo a quello usato nei confronti dei gruppi filo-jugoslavi: nella misura in cui ci poteva essere una convergenza sui temi della polemica in corso internazionalmente, o sulla critica ai dirigenti dei partiti operai italiani, cercavamo una collaborazione. La difficoltà risiedeva anzitutto nel disaccordo su una serie di posizioni dei cinesi, in particolare sull’atteggiamento nei confronti di Stalin e dello stalinismo e sulla concezione del partito. In secondo luogo, i militanti filomaoisti tendevano a porsi rapidamente in una dinamica di rottura, mentre la nostra prospettiva continuava a essere quella di un’attività prioritaria nell’ambito del Partito comunista, senza fissare artificialmente scadenze di rottura.

Era logico, quindi, che un tentativo di azione comune si facesse soprattutto tramite un’associazione come Italia-Cina, sorta nel 1962 su iniziativa di Franco Mencaroni, con prima sede centrale provvisoria a Perugia e con nuclei a Roma, Milano, Torino, Padova, Palermo e in qualche altra città . L’associazione, che riceveva un telegramma di saluto dall’Associazione cinese per le relazioni culturali con i paesi stranieri e che si manifestava inizialmente con la pubblicazione di due numeri di un bollettino, era costituita da militanti del PCI e del PSI, oltre che da indipendenti, e dichiarava di avere come prima finalità la diffusione di testi cinesi che non comparivano su l’Unità o su Rinascita. I burocrati consideravano subito questa attività come incompatibile con l’appartenenza al PCI: ne seguivano una serie di espulsioni, già nel corso del 1963. Nostri militanti, tra cui anche chi scrive, svolgevano, per un periodo limitato, un’attività nell’associazione, soprattutto in collaborazione con Franco Molfese, funzionario alla biblioteca della Camera e già membro del PCI, divenuto il principale responsabile. Partecipavamo anche a qualche iniziativa pubblica comune, per la verità modesta. Abbastanza presto Molfese finiva sotto processo nel partito e, nonostante la solidarietà della sua cellula, nella quale intervenivano criticando le posizioni cinesi Longo e Ingrao, veniva poi espulso dalla Federazione romana. Subivano la stessa sorte altri militanti attivi nell’associazione, tra cui un insegnante di scuola media, Giorgio Meucci, da tempo membro della nostra organizzazione117.
Per accennare ai gruppi politici veri e propri, verso la fine dell’anno si costituiva formalmente l’organizzazione Nuova Unità, con la convergenza di un settore proveniente da Italia-Cina e di un altro proveniente dalle Edizioni oriente118. Vi si delineavano due orientamenti: uno per la costituzione immediata di un partito; l’altro per una tattica su due fronti, dentro e fuori il PCI. In un’incontro di fine 1964 a Milano prevaleva il secondo indirizzo, sostenuto dal relatore Duse e da Regis. Persisteva un antitrotskimo di vecchia data119. Nel gennaio 1966 aveva luogo un Convegno nazionale di quello che si denominava ormai Movimento marxista-leninista d’Italia.
Nel frattempo, si era prodotta nel movimento filocinese in senso lato una rottura tra il gruppo di Nuova Unità e il gruppo del Comunista, secondo il quale l’asse politico principale avrebbe dovuto essere la formazione di un fronte contro la colonizzazione dell’Italia da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti. La prima iniziativa concreta di questo fronte in un cinema di Milano aveva scarso successo, benché vi partecipassero, oltre al gruppo suaccennato, quel poco che restava di Azione comunista, la Lega dei giovani marxisti-leninisti e una sezione milanese del PSIUP. Poco dopo, una parte del gruppo del Comunista, seguita da alcuni giovani marxisi-leninisti, rompeva con la redazione del giornale stesso (Duse-Quaranta)120.
Quando, nello stesso anno, veniva proclamata a Livorno la fondazione di un nuovo Partito comunista, con un atto che avrebbe voluto essere solenne e impegnativo e, invece, era semplicemente artificioso, il nostro dissenso era espresso senza mezzi termini. Il dissenso non ci impediva tuttavia di denunciare aspramente gli attacchi apparsi contro il Convegno di Livorno su l’Unità, che parlava di “gruppetto di gaglioffi” e di “teppisti” e via di seguito, confermando che anche il PCI dopo Togliatti stentava a liberarsi dal fardello di una intolleranza tipicamente staliniana121.

Su un altro piano si era posta poco prima la rivista Vento dell’est, che aveva nella sua redazione conoscitori di problemi cinesi e si dichiarava aperta al dibattito. In realtà, di apertura, almeno nei nostri confronti, non si sarebbe vista l’ombra, nonostante l’esplicita richiesta da parte di chi scrive di poter rispondere a un articolo che l’aveva criticato. Autore dell’articolo era stato Vittorio Rieser, che aveva sviluppato un’ampia ma unilaterale e scarsamente informata analisi delle nostre posizioni, dichiarandosi d’accordo con le idee del gruppo promotore della “Rivoluzione culturale”. Era la prima manifestazione di quella infatuazione di cui sarebbero stati vittime negli anni successivi non pochi intellettuali, anche di notevole livello culturale e critici di sinistra delle organizzazioni maggioritarie .

Quaderni rossi: tavola rotonda con Panzieri

 

Un discorso ben diverso, c’è appena bisogno di dirlo, va fatto sui Quaderni rossi che, pur non volendo essere un gruppo politico, avrebbero rappresentato una delle anticipazioni più significative della nuova sinistra della fine del decennio.

Prima di tutto, un’annotazione personale. Avevo avuto modo di conoscere Raniero Panzieri subito dopo la guerra, durante la comune militanza nel PSIUP. Ci eravamo però visti solo di sfuggita: non c’erano molte occasioni di incontro, tanto più abitando in città diverse, tra chi come me apparteneva a Iniziativa socialista e chi seguiva, come Panzieri, i più accaniti fautori della fusione con il PCI (Oreste Lizzadri e Giusto Tolloy). Dovevamo, però, reincontrarci, pronubo Giuseppe Paolo Samonà, dopo il XX Congresso, quando Raniero era divenuto responsabile di Mondo operaio. Il rapporto diventava subito così caloroso che era Raniero stesso a sollecitare un mio intervento nel dibattito sul controllo operaio, promosso sulla rivista da un testo suo e di Lucio Libertini. Il caso voleva che in quel periodo abitassimo non solo nella stessa città, ma anche nello stesso quartiere, a poche centinaia di metri di distanza. Così diventavo un frequentatore della sua casa di Viale Medaglie d’Oro, stabilendo un legame a livello familiare. Potevo perciò via via rendermi conto di come Raniero fosse sempre più estraneo al Partito socialista e sempre più radicalmente critico anche nei confronti del Partito comunista. Questa era l’origine del suo pratico distacco da Lucio Libertini, che considerava troppo influenzato da considerazioni tattiche e troppo proclive a manovre interne.

Quando Raniero si trasferiva a Torino per lavorare alla editrice Einaudi, allora vero e proprio “covo” intellettuale di sinistra, continuavo a incontrarlo in occasione dei miei frequenti viaggi in quella città, qualche volta pernottando a casa sua. Tramite lui, oltre che tramite Daniele Ponchiroli che ritrovavo quasi vent’anni dopo, cominciavo a frequentare a mia volta la redazione della casa editrice, di cui sarei poi divenuto collaboratore (era uscito, nella collana bianca, il mio Trotsky, oggi). Ed era proprio con Panzieri che concordavo la pubblicazione di un volume di scritti di Trotskij, che sarebbe uscito nel 1962. Di questo volume (Scritti 1929-’36) avremmo fatto, assieme a Colletti, la presentazione a Roma, in un affollatissimo dibattito con la partecipazione anche di Paolo Spriano. Parte dell’intervento di Raniero e una mia intervista erano trasmessi alla radio. Particolare curioso: qualcuno trovava che Panzieri era apparso un sostenitore di Trotskij più ortodosso del sottoscritto!

Grazie a questi rapporti e alle periodiche conversazioni, avevo potuto seguire, anche se dall’esterno, il percorso di preparazione dei Quaderni rossi, il cui primo numero usciva nell’autunno del 1961, con articoli di Foa (contributo di apertura), di Sergio Garavini, di Emilio Pugno e di Gianni Alasia, oltre che dei membri della redazione Panzieri e Rieser. La gamma dei collaboratori era destinata ad allargarsi, ma sotto gli attacchi delle burocrazie partitiche e sindacali alcuni dei firmatari del primo numero, tra cui Garavini e Foa, facevano marcia indietro e i loro nomi non sarebbero più comparsi. Il nostro giornale pubblicava un’ampia recensione del primo numero, sottolineando l’importanza della nuova rivista122.
Il punto culminante del nostro rapporto con i Quaderni rossi era una tavola rotonda tra Raniero Panzieri e Vittorio Rieser da una parte e Renzo Gambino e chi scrive dall’altra123. Il nostro giornale aveva aperto un dibattito sulla problematica della costruzione di un partito rivoluzionario, in cui già c’erano stati interventi di diverso orientamento. Alcuni si erano dichiarati favorevoli alla impostazione di impegno nell’area del Partito comunista, che noi continuavamo a considerare valida, pur con i necessari aggiustamenti; altri si erano espressi a favore della formazione di un movimento indipendente, attorno a un giornale di battaglia ideologica e politica; altri ancora avevano suggerito di concentrare gli sforzi nel PSIUP, per farvi emergere una tendenza rivoluzionaria, suscettibile di influire sulle vicende dello stesso PCI. Alla richiesta di un intervento in rappresentanza dei Quaderni rossi, ci era stato risposto proponendo una tavola rotonda (proposta subito accettata). Lo scambio di idee e di progetti, buona occasione per gli uni e per gli altri di fare il punto sul cruciale problema della dinamica interna del movimento operaio, avrebbe rivestito tanto maggiore interesse in quanto avrebbe costituito il punto di arrivo delle riflessioni di Panzieri. C’è davvero da rammaricarsi che questo episodio sia sfuggito all’attenzione di coloro che si sono sinora occupati della vicenda dei Quaderni Rossi.

Chi scrive introduceva il dibattito, sintetizzando la nostra valutazione di allora:

Da un lato, i fermenti critici verso la linea delle organizzazioni ufficiali non solo si diffondono, ma si sviluppano in misura crescente su posizioni di sinistra, anche abbastanza omogenee nelle loro linee generali. Dall’altro, queste forze non si sono cristallizzate in una struttura veramente efficiente: l’incidenza sul movimento di massa, anche da parte dei gruppi che hanno fatto più strada, è molto scarsa.

In una prima risposta Panzieri precisava:

L’ipotesi da cui partire è che le condizioni oggettive per un partito rivoluzionario della classe operaia non ci sono: si può quindi fare soltanto un lavoro preparatorio [...] La discussione - scartando tutti i problemi organizzativi e di piattaforma nel senso classico - si sposta sul terreno di analisi e di ricerca: dove sono le lacune da colmare; su quali problemi dobbiamo concentrare il nostro lavoro.

Rieser sottolineava come le esperienze degli ultimi anni, pur segnati da forti lotte, avessero “demolito alcune illusioni, che molti di noi avevamo, bene o male, avuto. Si è visto che non ha senso fondare una linea politica su certi comportamenti ‘oggettivamente politici’ della classe operaia”. E precisava:

Il peso dei partiti non è consistito nell’orientare la lotta e utilizzarla per obiettivi politici riformistici e integrati nel sistema; ma è consistito semplicemente nel lasciarla a se stessa e ai suoi limiti sindacali ‘spontanei’. Il peso negativo dei partiti non si è quindi esercitato attivamente, ma soprattutto attraverso l’assenza di una linea che utilizzasse (anche in modo riformistico) la spinta operaia.

Replica mia:

C’è una divergenza nella valutazione dei partiti, e in particolare del PCI [...] e del peso che esso esercita nella lotta di classe. Il PCI ha una sua strategia e il più delle volte riesce ad imporla al movimento sindacale. Che questa strategia sia contraddittoria, perché caratterizzata da esigenze contraddittorie, è un’altra cosa [...] I quadri che contano tra le masse sono ancora i quadri del PCI; e anche i quadri più critici hanno ancora questo punto di riferimento [...] Si tratta di cercare le basi oggettive della tattica da seguire nel nostro lavoro. Non pensiamo quindi di poter ‘mutare dal di fuori’ una situazione: pensiamo di poterci inserire in modo critico, e oggettivamente rilevante, in un processo determinato da altri fattori [...] L’obiettivo principale, immediato del nostro lavoro - sul piano politico - consiste nella formazione di quadri. Ma anche dal punto di vista della realizzazione di questo obiettivo [...] dobbiamo apparire a determinati settori di classe operaia come gruppi che sono anche capaci di prospettare determinate azioni concrete di lotta, per quanto ristrette.

Dopo che Gambino si era chiesto se le diverse valutazioni della politica del PCI fossero di terminologia o esprimessero una divergenza più profonda, Panzieri chiariva ulteriormente il suo pensiero:

Una volta constatato l’accordo su alcuni più evidenti aspetti di ‘integrazione nel sistema’ della linea del PCI, vi è invece una divergenza, sia nell’individuare il carattere del peso che essa esercita nella lotta di classe, sia nell’individuare il carattere particolare del riformismo del PCI. Per parte nostra, consideriamo meno rilevante la significativi della linea del PCI, e contestiamo che essa costituisca anche solo una linea effettivamente riformistica (nel caso italiano, neghiamo che essa delinei la prospettiva di un centro-sinistra più avanzato) [...] Voi riconoscete nella linea riformistica del PCI (‘un centro-sinistra più avanzato’) importanti contraddizioni, ma di alcune sottolineate il carattere secondario, [...] mentre altre e più fondamentali vengono ricondotte [...] al fatto che nel capitalismo attuale lo ‘spazio oggettivo’ per il riformismo del movimento operaio risulterebbe progressivamente ridotto [...] Quali sono nella fase attuale del capitalismo i rapporti tra capitalismo e riformismo del movimento operaio? Cioè, quali tipi di ‘politiche riformistiche’ sono storicamente possibili, oggi, e da parte di quali forze è possibile la loro attuazione? [...] Seconda questione [...]: che cosa ha significato la ‘rottura storica’ prodotta nella storia del movimento operaio dalla sconfitta della linea di rivoluzione internazionale dopo la Prima guerra mondiale: in particolare, quali conseguenze ha avuto sugli attuali partiti comunisti?

Nuovo intervento di chi scrive:

Non dobbiamo dimenticare che anche le socialdemocrazie difficilmente sono riuscite a incidere effettivamente su questo terreno, a meno che non si risalga al loro periodo d’oro, prima della Prima guerra mondiale. [...] Si può convenire che la politica del PCI non ha dato risultati effettivi neppure sul piano riformistico; ciò è dovuto, in ultima analisi, al fatto che lo spazio obiettivo per un riformismo reale, organico, non esiste più. Oggi constatiamo che ogni volta che si delinea una stretta politica, ogni volta che si pongono problemi economici [...] in fondo si pone il problema di un salto qualitativo, di una scelta tra il rimanere nel sistema o infrangerlo [...] Questo rende difficile la lotta, obiettivamente e naturalmente sterilizza o rende contraddittoria la politica di chi non intende affatto orientare la lotta verso la rottura del sistema.

Su questo Rieser non era d’accordo:

Non mi sembra che lo ‘spazio oggettivo’ per il riformismo sia scomparso o anche solo fortemente ridotto [...] Per lo scarso peso che hanno in Occidente le forze politiche rivoluzionarie, spesso le alternative che oggettivamente si presentano sono proprio quelle tra le varie linee interne al sistema [...] Le riforme non sono incompatibili con il sistema, ma vengono realizzate attraverso una lotta tra le stesse forze politiche interne al sistema; la linea riformistica è una delle componenti di questa lotta. La scarsa efficacia riformistica del PCI dipende anche da una sua incapacità a sfruttare questo stesso ‘spazio oggettivo’ che gli si offre (oltre che dai residui di discriminazione anticomunista ereditati dalla guerra fredda).

Interveniva Gambino:

La caratteristica essenziale della politica attuale del PCI non risiede nella mancanza di una linea, ma invece nell’adozione di una linea riformista. Certo si tratta di un particolare tipo di riformismo, con origini diverse da quello tradizionale della socialdemocrazia [...] È vero che il PCI non riesce a dare alle masse una prospettiva socialista; ma questa mi pare appunto una caratteristica del riformismo e non deriva dall’assenza di una linea.

Nuovo intervento di Rieser: “C’è una tendenza ben chiara a una diminuzione di incidenza e di iniziativa del PCI nelle lotte operaie, che la tendenza all’aumento in termini elettorali non vale a compensare”. Chi scrive concludeva con l’auspicio che la discussione che avevamo avuto potesse “servire di indicazione del tipo di rapporti che si possono istituire tra gruppi rivoluzionari, ognuno dei quali può mantenere la propria identità e i propri punti di vista, ma sempre disposto a discutere senza apriorismi e deciso a bandire quei metodi di ‘concorrenza sleale’ che, oltretutto, risultano ridicoli”124.

Ritorneremo più avanti su aspetti della problematica affrontata in questa tavola rotonda che, a decenni di distanza, pur ponendosi in termini decisamente diversi, per aspetti cruciali resta pertinente.

Nessuno di noi si sarebbe immaginato che, due mesi dopo questo dibattito, avremmo dovuto dedicare uno dei nostri più tristi editoriali alla improvvisa scomparsa di Raniero. Rievocavamo il suo percorso di intellettuale militante, sottolineando in particolare il contributo degli anni di Mondo operaio e dei Quaderni rossi, e concludendo:

Di Panzieri ricorderemo, oltre alla penetrante intelligenza, che neppure gli avversari osavano contestargli, l’assoluta dirittura morale, il totale disinteresse, l’assenza completa di ambizioni personali, la cristallina lealtà . Era un intellettuale di grandissime capacità e un militante esemplare. Con la sua prematura e sconvolgente scomparsa il marxismo rivoluzionario in Italia perde uno dei suoi esponenti migliori. È una perdita grave per tutto il movimento operaio.

Già prima della morte di Panzieri, la sua rivista aveva subito una scissione: dopo il terzo numero erano usciti dalla redazione Alquati, Asor Rosa, Greppi, Gasparotto, De Caro e Toni Negri. Qualche mese dopo iniziava le pubblicazioni Classe operaia, che sarebbe uscita per circa tre anni. Vladimiro Bernieri (Augusto Illuminati) recensiva un editoriale di Mario Tronti, forse con eccessiva durezza nei toni e nel titolo (“Un foglio menscevico”), ma, a nostro avviso, cogliendo sostanzialmente nel segno. Un giudizio non meno polemico sarebbe stato espresso alla sospensione della pubblicazione125.

Si determinava più tardi una nuova divaricazione: mentre Asor Rosa dava vita a Classe e partito, il gruppo trontiano, partendo - secondo il nostro giudizio di allora - da una intuizione grosso modo giusta, cioè la necessità di operare nell’ambito dei partiti e dei sindacati operai, ne traeva una conclusione unilateralmente estremizzata, prospettando un entrismo troppo simile a un passivo adattamento.

Sarebbe stucchevole rievocare altre polemiche nell’area della nuova sinistra che cominciava ad emergere nel periodo di incubazione del 1968. Limitiamoci a segnalare che, nei nostri confronti, prevaleva la propensione a non prendere atto delle nostre reali posizioni, di quello che effettivamente scrivevamo e facevamo, e a costruire artificialmente un bersaglio di comodo. Una cattiva abitudine, che, lungi dall’essere abbandonata, si sarebbe generalizzata negli anni successivi126.

Fermenti nuovi tra gli studenti

 

A partire dalle manifestazioni del 1960 e del 1962, fermenti nuovi erano emersi tra gli studenti, soprattutto di alcuni atenei. Per noi, un segnale era venuto dall’avvicinamento e poi dall’adesione a Roma di un gruppo di universitari animato da Raffaele Chiarelli, figlio di un noto giurista, divenuto più tardi membro della Corte costituzionale. Questo gruppo era protagonista di azioni di solidarietà con lotte antimperialiste, ed era per suo tramite che stabilivamo duraturi legami con un’ala del movimento eritreo (più tardi si sarebbe impegnato a lungo in questa direzione Edgardo Pellegrini). Alcuni di questi militanti erano attivi anche in mobilitazioni di settori universitari, per esempio, nel 1962, in un’agitazione per l’autogestione alla Casa dello studente, cui si era associato con uno sciopero di solidarietà il personale dipendente127.
Più in generale, oltre all’esistenza di questo gruppo, erano i legami con settori della FGCI e, dal 1964, con giovani del PSIUP che ci permettevano di individuare i cambiamenti che cominciavano a delinearsi nell’Unione goliardica italiana (UGI). In occasione di un Congresso dell’Unione nel 1964, alla propensione degli universitari del PSI (prevalenti a livello dirigente) e di una parte del PCI ad accogliere “un progetto di integrazione più organica della scuola nel sistema”, gli studenti del PSIUP e la sinistra della FGCI contrapponevano “il tema di una ‘alternativa integrale’, che impegnasse le forze operaie in una chiara battaglia tesa a smascherare il significato capitalistico dell’attuale riformismo scolastico”128.
Nella primavera del 1966, una svolta era rappresentata dall’occupazione dell’ateneo romano dopo la morte del giovane Paolo Rossi, in risposta alle violenze delle squadre fasciste, per le dimissioni del rettore Papi e per un rinnovamento delle vecchie strutture universitarie. Nell’occupazione svolgevano un ruolo preponderante sia militanti delle organizzazioni giovanili della sinistra, in primo luogo comunisti, sia altri giovani, pure orientati a sinistra, a volte con tendenze più radicali. Significativo era che gli studenti si rifacessero a esperienze passate, introducendo forme di democrazia diretta che conferivano poteri decisionali alle assemblee, in cui potevano esprimersi posizioni contrapposte. La conclusione della vicenda era, tuttavia, considerata deludente dai protagonisti, soprattutto perché era stata contrattata alle loro spalle con delega a parlamentari ed era stata fatta passare una mozione che accomunava sotto l’etichetta antifascista partiti di sinistra e partiti di governo, compresa la DC129.
Non rievochiamo qui le successive vicende dell’UGI e dei Goliardi autonomi (GA), associazione degli studenti di sinistra aderente nazionalmente all’UGI130. Ma non è senza interesse menzionarle, perché è nel quadro di queste organizzazioni che emergevano limiti intrinseci e contraddizioni delle organizzazioni giovanili dei partiti tradizionali e si delineavano nuove tendenze e nuovi orientamenti, destinati ad occupare sempre maggiori spazi dal 1968 in poi.
La crisi dell’UGI, come sarebbe apparso ancora più chiaramente a posteriori, era provocata, in ultima analisi, dalla sfasatura sempre più stridente tra i metodi di gestione verticistico-burocratici di cui i gruppi dirigenti continuavano ad avvalersi e le pressioni rinnovatrici dal basso, progressivamente alimentate da lotte studentesche in senso stretto e da movimenti di solidarietà antimperialista di crescente ampiezza che, spesso, l’UGI stessa stimolava131. Questa contraddizione, acuita dall’involuzione del gruppo dirigente della FGCI, esplodeva letteralmente al Congresso della primavera del 1967. L’ala, per dir così, rinnovatrice, rappresentata dalla maggioranza dei delegati membri della FGCI e da militanti o simpatizzanti del PSIUP, riusciva, a un certo momento, a conquistare la maggioranza: una mozione presentata dall’allora segretario della FGCI, Claudio Petruccioli, contro “l’estremismo di sinistra” era nettamente battuta da una mozione alternativa, che proponeva un confronto politico unitario, partendo dalle posizioni emerse in lotte recenti a Roma, Torino, Napoli e Venezia. Petruccioli e i suoi facevano appello a tutte le loro risorse manovriere in sede di verifica dei poteri, alterando i rapporti di forza in modo fraudolento132. Ai delegati della sinistra, 39 rappresentanti di sedi universitarie, non restava che contestare la validità del Congresso. Un loro rappresentante, il torinese Luigi Bobbio, figlio di Norberto, annunciava la costituzione di una corrente a livello nazionale, con il fine di dirigere le lotte su una linea alternativa in tutte le sedi in cui erano in maggioranza. Conclusione: usciva vincitrice a maggioranza relativa la corrente socialista (dell’allora PSU) di orientamento lombardiano, e Valdo Spini diventava presidente dell’Unione.

Un aneddoto a conferma della incomprensione di quello che stava maturando da parte di dirigenti di primo piano delle organizzazioni giovanili di sinistra e della mentalità che avevano acquisito. Nell’estate del 1967 chi scrive, come gli capitava da una decina d’anni, partecipava nel golfo dell’Asinara ad alcune veleggiate, cui prendevano parte anche Claudio Petruccioli e il dirigente giovanile socialista Claudio Signorile. Quando il discorso scivolava sulle vicende dell’UGI e dei GA e il sottoscritto avanzava sommessamente l’ipotesi che le cose stessero cambiando tra i giovani, con ripercussioni inevitabili sulle organizzazioni universitarie, i due soci di veleggiata ridacchiavano furbescamente, facendo intendere che sarebbero stati perfettamente in grado di controllare la situazione. È vero che in passato le manovre, dal loro punto di vista, di risultati ne avevano ottenuti. Ma di fronte ai movimenti del 1968 - di cui non avevano il benché minimo presentimento - la sapienza manovriera non sarebbe servita a molto.

Alcune settimane prima del Congresso aveva avuto luogo all’Università di Roma, su iniziativa dei Goliardi autonomi, un teach-in di solidarietà con i rivoluzionari vietnamiti e cubani, un’altra anticipazione di avvenimenti successivi . Cinquecento persone riempivano la sala e più del doppio restavano all’esterno. Gli interventi erano raggruppati, grosso modo, in tre categorie: studenti, rappresentanti di partiti politici e intellettuali di sinistra, rappresentanti di pubblicazioni. Parlavano, tra gli altri, il musicista Luigi Nono, il chirurgo francese Jean-Michel Krivine, fratello di Alain e anche lui trotskista, reduce da un viaggio nel Vietnam, Aldo Natoli e Lelio Basso. Per La sinistra, che, come vedremo più avanti, aveva cominciato da qualche mese le pubblicazioni, interveniva Giulio Savelli, mentre il sottoscritto parlava per la redazione di Bandiera Rossa. Intervenivano egualmente rappresentanti dei Quaderni piacentini, dell’Astrolabio, di Testimonianze, di Rinascita, di Classe e partito e di Rivoluzione proletaria. Particolare significativo: il solo a parlare per la FGCI era Franco Russo, allora membro della nostra organizzazione, mentre il segretario provinciale preferiva tacere. Il giorno dopo, 13 aprile, l’Unità pubblicava un resoconto del tutto unilaterale e deformante. Tra l’altro, non riportava una sola parola dell’intervento del cubano David Alexander, clou dell’assemblea, accolto dal pubblico in piedi per una decina di minuti.

Una analoga assemblea di solidarietà con il Vietnam era organizzata il 27 maggio dall’UGI pisana. In assenza del PCI, che aveva esplicitamente rifiutato l’adesione, si sviluppava un vivace dibattito, con la partecipazione del segretario del PSIUP locale, Silvano Miniati, e dei rappresentanti di vari gruppi e giornali di sinistra o estrema sinistra (tra cui La sinistra, Bandiera Rossa e Potere operaio). E in occasioni come queste che si toccava con mano l’influenza che cominciavano ad avere le idee maoiste.

Dibattiti, conferenze e una nuova casa editrice

 

Dall’inizio degli anni ’60, l’organizzazione di conferenze e dibattiti e la nostra partecipazione a iniziative di circoli politico-culturali e anche di sezioni di partito assumevano un ritmo abbastanza sostenuto: questo, nonostante gli ostacoli frapposti da chi, nel PCI, non aveva ancora digerito il XX Congresso133.
Per fare qualche esempio, nel maggio del 1960, a Roma, una sezione socialista e una comunista del centro storico organizzavano in comune un dibattito sulla via italiana al socialismo, che si sarebbe protratto per ben quattro serate. Differenziazioni emergevano chiaramente negli interventi di rappresentanti sia del PSI sia del PCI, e posizioni di sinistra erano avanzate da militanti della FGS. Per il nostro movimento intervenivano a più riprese Sirio Digiuliomaria e il sottoscritto. Per dare un’idea del clima, alla fine dell’ultima riunione il presidente socialista concludeva con un “Evviva i compagni del PCI e i compagni della IV Internazionale’”134.
L’11 novembre del 1961 organizzavamo una conferenza-stampa a Palazzo Marignoli, al centro di Roma, per rendere note le valutazioni della IV Internazionale sul XXII Congresso del PCUS. Chi scrive sottolineava nella sua introduzione l’importanza del rilancio del processo di destalinizzazione, ribadendo, tuttavia, la convinzione che Chruscev, pur sempre esponente della burocrazia al potere, non sarebbe mai arrivato alla rifondazione di una democrazia socialista. Sarebbero state inevitabili in futuro nuove contraddizioni e nuovi conflitti con vaste ripercussioni nell’intero movimento operaio. Alcuni giornalisti, tra cui Marcello Lucini de Il tempo, un collaboratore dell’Ufficio stampa del PSI e altri dei presenti, ponevano domande sul giudizio da dare, più in generale, su Chruscev, sull’atteggiamento verso il PC cinese e sulle riabilitazioni delle vittime dello stalinismo. Ovviamente, ribadivamo le nostre posizioni, riaffermando l’esigenza politica e morale, prima ancora che giuridica, di una esplicita condanna non solo dei processi di Mosca ma anche dei processi degli anni ’50 nei paesi dell’Europa orientale. Il successo della conferenza era confermato dalla spazio che vi riservavano l’indomani alcuni dei principali quotidiani135, da Il tempo e Il Messaggero allo stesso Corriere della sera. Quest’ultimo notava:

alla conferenza erano presenti molti giovani della Federazione giovanile comunista romana, che hanno palesemente approvato, applaudendo, le analisi e le richieste dell’oratore. Il fatto presenta un certo interesse, in quanto conferma che, alla base del Partito comunista, negli ambienti giovanili è in atto un notevole fermento contro la linea politica di Togliatti e dell’attuale gruppo dirigente del PCI. Erano presenti anche molti giovani aderenti all’ala sinistra del movimento giovanile del PSI.

Qualche giorno dopo, la sezione socialista di un quartiere romano, il Flaminio, ospitava un altro dibattito, anche questo molto affollato, sempre sul XXII Congresso: protagonisti Pietro Ingrao e Lelio Basso. Secondo il resoconto che ne dava il quotidiano allora fiancheggiatore del PCI, Paese sera (16-17 novembre), il primo, dopo aver ricordato come trent’anni di storia sovietica fossero “un intreccio di errori e di grandi vittorie”, aveva affermato che “il XXII Congresso e già il XX, dando mano alla demolizione del potere burocratico e del mito dello stalinismo, dovevano tradursi per il movimento comunista ed in particolare per il PCI, in una spinta verso la critica e l’autocritica degli errori e verso una maggiore democrazia di partito”. Stando al secondo, “la demolizione dello stalinismo era la garanzia del balzo in avanti della società sovietica”. Il quotidiano segnalava anche un mio intervento, in cui - secondo il cronista - mi ero definito “forse ex-eretico”, perché consenziente con le tesi del XXII Congresso, ma avevo ribadito la necessità di riandare alle origini dello stalinismo, ricollegandosi alle analisi delineate da Trotskij già nel corso degli anni ’20. Nelle conclusioni Ingrao aveva rilevato “che la polemica di Trotskij con Stalin investiva soprattutto il socialismo in un paese solo, scelta storica che trent’anni di successi, anche se oscurati dagli errori, hanno dimostrato essere stata giusta”. Come si vede, persino un uomo come Ingrao era ben lungi dall’avere compiuto una riflessione critica complessiva sulle tormentate vicende della prima società di transizione postrivoluzionaria.

La consuetudine del PCI romano di promuovere dibattiti aperti su questioni di attualità non sarebbe venuta meno negli anni successivi. Così, subito dopo l’XI Congresso, cioè nei primi mesi del 1966, in molte sezioni del partito erano organizzati dibattiti sul tema dell’unificazione socialdemocratica, cui partecipavano personaggi come Amendola, Ingrao, Alicata, Berlinguer e Di Giulio. Non di rado intervenivano, oltre a membri del nostro movimento, militanti socialisti e, con posizioni molto critiche, militanti del PSIUP. In una sezione del centro, mentre Antonio Landolfi (del Comitato centrale del PSI) commentava favorevolmente la proposta di Amendola sul partito unificato, un militante del PSIUP criticava sia la proposta di Amendola sia la politica del PCI verso il centro-sinistra (non risparmiava critiche neppure al PCF per l’appoggio elettorale a Mitterrand). Un socialista lombardiano rimproverava alla sinistra di essersi troppo poco impegnata sul terreno programmatico. Le nostre posizioni erano sostenute da Sirio Digiuliomaria. Particolare non anodino: mentre Amendola assumeva nei confronti di Digiuliomaria un atteggiamento corretto, affermando - tra l’altro - che la IV Internazionale faceva parte del movimento operaio, il resoconto comparso su l’Unità il giorno successivo menzionava l’intervento ma, contrariamente al trattamento usato per gli altri intervenuti, non riferiva una sola parola su quello che il nostro compagno aveva detto.

Un dibattito analogo aveva luogo, sempre nello stesso periodo, alla sezione dei ferrovieri, con relazione di Ingrao e interventi di militanti del PSIUP, alcuni dei quali essi pure ferrovieri (legati a noi) e di Marco Pannella. Alla sezione della Balduina il presentatore era Franco Calamandrei, che riprendeva la problematica di Amendola. Fracassi, allora membro del PCI, difendeva posizioni ancora più di destra, mentre una critica da sinistra era sviluppata dal sottoscritto. A una polemica formalmente corretta nei miei confronti, con il riconoscimento che non avevo espresso posizioni puramente personali, era riservata quasi esclusivamente la replica del relatore, in cui si sottolineava che impostazioni come le mie, discusse nella fase di preparazione dell’XI Congresso, erano state respinte senza concessioni.

Per ritornare ai primi anni ’60 e a conferenze legate a iniziative editoriali, abbiamo già ricordato il dibattito a Roma sugli Scritti 1929-1936 di Trotskij con Panzieri, Colletti e Spriano. Una conferenza analoga era stata organizzata una ventina di giorni prima da un circolo culturale di Milano, anche questa volta con con grande affluenza di pubblico: relatori, oltre al sottoscritto, Lucio Magri, allora segretario regionale lombardo del PCI, e Giorgio Migliardi, studioso di Trotskij e giovane socialista torinese. Punto cruciale di dibattito e di divergenza: la validità dei criteri e delle impostazioni trotskiane per i paesi capitalisti sviluppati, che Magri negava mentre chi scrive riaffermava136.

Circa un anno più tardi, eravamo sollecitati a partecipare attivamente a una nuova iniziativa editoriale, che avrebbe segnato sul piano politico-culturale la storia dell’estrema sinistra negli anni ‘60 e ’70. Ricordo bene di essere stato invitato una sera alla Libreria Internazionale Terzo Mondo, in via 24 maggio a Roma. Giuseppe Paolo Samonà, che era ormai con noi da diversi anni, e Giulio Savelli, che avrebbe aderito alla IV Internazionale non molto tempo dopo, alla presenza, se ben ricordo, di Roberto Gabriele e Nicola Gallerano, mi avevano esposto il progetto di una nuova casa editrice, di cui avrei dovuto essere collaboratore, assieme ad altri militanti del nostro movimento. Dopo una consultazione collettiva, non avevamo esitato ad accettare l’invito, tanto più che non potevamo più contare sull’editrice Schwarz che, pure, aveva svolto un’opera preziosa per diversi anni.

La nuova casa edtrice, cui Samonà e Savelli avrebbero fornito le risorse materiali di partenza, esordiva nella tarda primavera del 1963 con un’antologia che riprendeva la “Seconda dichiarazione dell’Avana” e vari discorsi di Fidel Castro. Nello stesso anno, usciva un secondo libro, un’antologia da me curata, con ampia Prefazione, L’Algeria e il socialismo. Queste pubblicazioni fornivano nuove occasioni di conferenze e dibattiti. Il libro sull’Algeria era presentato a Roma, nella sede dell’Agenzia radicale, da Marco Pannella e da chi scrive e, a Milano, su iniziativa del Comitato anticoloniale e con grande partecipazione, da Saverio Tutino, allora redattore de l’Unità e autore della Prefazione all’antologia di scritti di Castro, oltre che da me. Nel 1964 usciva il volume Dibattito sullo stalinismo, che riprendeva essenzialmente scritti comparsi sulla Rivista storica del socialismo, dovuti ad autori diversi, tra cui Paolo Alatri, Luigi Cortesi, Stefano Merli, Enzo Santarelli, Paolo Spriano e il sottoscritto. Alla pubblicazione successiva del nostro Il movimento operaio in una fase critica (1966) seguivano nuove presentazioni. Ne ricordo, tra le altre, una a Napoli, al circolo De Sanctis, con grande partecipazione di militanti della sinistra del PCI, del PSIUP e di gruppi filocinesi.

C’è appena bisogno di ricordare come l’attività della Samonà e Savelli costituisse un grande stimolo al dibattito teorico e al confronto politico della seconda metà degli anni ’60 e della prima metà del decennio successivo. Meritano particolare risalto i criteri pluralistici cui ci si ispirava. Una tale scelta non andava affatto da sé, anche se lo “storico” settarismo e dogmatismo staliniano era in piena ritirata. Infatti, i fermenti positivi di rinnovamento sui piani più diversi erano non di rado contrastati dalla tendenza, anche da parte di gruppi politici e culturali meno chiusi, a lanciare ostracismi, a ricorrere a metodi polemici non dissimili da quelli più tradizionalmente burocratici, a non considerare le posizioni altrui per quelle che effettivamente erano, e a scambiare i propri desideri o le proprie speranze per realtà, rasentando in casi estremi il misticismo. La Samonà e Savelli andava, anche in questo senso, contro corrente: pubblicava scritti non solo di Marx, di Lenin, di Bucharin, oltre che di Trotskij e di intellettuali trotskisti, ma egualmente di Mao, di Lin Piao e di Liu Shao-chi, e dava ospitalità alle più diverse sensibilità politiche e culturali del movimento operaio e dell’estrema sinistra137.

L’anno successivo, altre conferenze avevano luogo in occasione dell’uscita della Storia della rivoluzione russa di Trotskij, pubblicata dall’editore Sugar e curata da chi scrive. A Roma, una presentazione si svolgeva presso la Libreria Internazionale, dinnanzi a un pubblico composto in maggioranza da giovani, militanti o simpatizzanti del PCI e del PSIUP. La discussione verteva sulle concezioni di Marx e di Trotskij a proposito della questione contadina e sulla possibilità che la Storia fosse pubblicata nell’URSS. Sempre a proposito di questo libro, due episodi singolari. Una presentazione avrebbe dovuto svolgersi all’Archiginnasio di Bologna, con la partecipazione, oltre che mia, di Giuliano Procacci. La data era già stata fissata, quando cominciavano i rinvii. Prendevo l’iniziativa di telefonare direttamente a Procacci, per chiedergli se avesse un’idea della ragione di questi rinvii. Riconosceva che era colpa sua e, senza giri di parole, mi diceva che non aveva la preparazione necessaria per affrontare una discussione sull’argomento. Mi misi a ridere: Procacci era uno storico di professione e su questo terreno avrei dovuto essere io a preoccuparmi del confronto. Non se ne fece nulla. Ne traevo la convinzione che Procacci non voleva essere costretto a riconoscimenti del valore dell’opera trotskiana - il che avrebbe potuto creargli difficoltà con il partito - ma neppure intendeva rispolverare vecchi cliché di stampo staliniano. Una quindicina di anni dopo, a un Convegno a Follonica proprio su Trotskij, tra un bicchiere e l’altro di buon vino toscano, gli ricordavo l’episodio, esprimendogli la mia impressione di allora. Largo sorriso, se ho interpretato bene, di implicita ammissione che le cose erano andate proprio così.

Il secondo episodio riguarda una presentazione effettivamente avvenuta all’Università di Palermo, con professori dell’Ateneo. Sin dall’inizio mi aveva messo di buon umore il sentirmi definire pomposamente “storico”, nonostante i miei dinieghi. La scena si ripeteva durante il dibattito, con insistenza degli illustri cattedratici non minore della mia. A posteriori trovavo una spiegazione, che a tanti anni di distanza continua a sembrarmi la più plausibile. La preoccupazione dei miei interlocutori non era tanto di rendere a me un eccessivo omaggio attribuendomi una qualifica che non avevo, quanto di difendere il loro status: potevano discutere con uno storico, ma non con un politico “estremista”, figurarsi con un “rivoluzionario di professione”!

Avrebbe avuto egualmente una significativa eco, con nuove occasioni di dibattito, la pubblicazione presso Einaudi (nel 1967) di una delle più note opere di Trotskij, La rivoluzione permanente. A Milano, una presentazione veniva fatta al circolo Mondo nuovo, con un’affluenza tale che molte persone erano rimaste fuori dalla sala.

A partire dal 1966, la crisi cinese, celebrata come “rivoluzione culturale”, era al centro di numerosi dibattiti in una serie di città, come Torino (dove avevamo aperto un circolo, il Centro Informazioni del movimento operaio, CIMO), Roma (conferenza di chi scrive in un circolo culturale di sinistra a Montesacro, con interventi di vari militanti del PCI, del PSIUP e di gruppi filocinesi, e conferenza organizzata dalla redazione di IV Internazionale) e Verona (iniziativa del Centro di informazioni)138.

In quegli stessi anni, potevamo riprendere un’attività in Sicilia, dove eravamo stati presenti alla formazione del nostro movimento. Riuscivamo a stabilire un rapporto - che sarebbe durato per trent’anni, sino alla sua scomparsa - con un militante comunista di Campobello di Mazara, Gaspare Bono, un personaggio per molti versi eccezionale, che era stato sindaco della sua città e, per poter vivere, aveva poi dovuto trasferirsi in Svizzera, dove aveva condotto coraggiose battaglie in difesa degli emigrati. Responsabile del PCI per l’emigrazione, era entrato in contrasto con burocrati locali coinvolti nelle amministrazioni in ogni sorta di meschini intrighi, e aveva finito con l’essere espulso dal PCI e, successivamente, anche dalla CGIL. Stabilito un contatto con il nostro movimento, vi aveva ben presto aderito, costruendo a Campobello un gruppo combattivo di operai e di contadini. A più riprese avevo così occasione di recarmi in provincia di Trapani per riunioni o comizi. Alcuni nuclei al di fuori di Campobello si erano presto dissolti, dopo il terremoto che aveva colpito la zona nel 1966.

Dei comizi a Campobello - il primo nel febbraio del 1965 - conservo un ricordo vivo, paradossalmente non dissimile da quello del comizio di Malamocco alla fine della campagna elettorale del 1946. Mai mi era capitato di parlare di fronte a un pubblico di un centinaio di persone e forse più, che se ne stava in piedi per un’ora o due, quasi immobile, sempre con la stessa espressione. Impossibile rendersi conto se seguivano veramente quello che dicevo e, a maggior ragione, se fossero o no d’accordo: per un oratore una fatica fisica, oltre che psicologica.

Gaspare Bono sarebbe rimasto con noi, sobbarcandosi spesso lunghi viaggi per partecipare a riunioni nazionali e lavorando con militanti della IV Internazionale di altri paesi quando era all’estero, con una capacità quasi inverosimile di fare fronte alle difficoltà della vita. Ha lasciato un’ampia autobiografia, con i limiti e i pregi di un lavoro da autodidatta, che merita di essere letta, non fosse che per alcune pagine struggenti sulle condizioni di vita dei contadini siciliani e sulla sorte degli emigrati139.
Nel febbraio del 1965 ci si apriva, sempre in Sicilia, una nuova prospettiva, con l’adesione alla IV Internazionale del gruppo della Sinistra comunista, di cui era animatore Mario Mineo. Mineo aveva militato con alcuni di noi in Iniziativa socialista all’epoca del primo PSIUP ed era poi entrato nel PCI, divenendo deputato regionale. Per le sue posizioni critiche, che lo avevano indotto tra l’altro a partecipare all’attività di Italia-Cina, era stato espulso dal partito. Era autore di numerose pubblicazioni di carattere economico140. Due mesi dopo, seguiva l’adesione di Giuseppe Montalbano, entrato nel PCI nel lontano 1923, dopo aver militato dieci anni nel Partito socialista. Condannato a più riprese e incarcerato sotto il regime fascista, nel 1944-’45 era stato sottosegretario alla Marina mercantile. Dal 1945 al 1956 era stato membro del Comitato centrale del partito, da cui veniva radiato nel 1958. Dopo un rapido passaggio nel PSI, nel 1963, aveva aderito a Italia-Cina e quindi alla Sinistra comunista.

Più tardi i palermitani lanciavano il circolo culturale Antonio Labriola, che avrebbe svolto una intensa attività di conferenze e di dibattiti, cui chi scrive ha avuto più volte l’occasione di partecipare. Il successo maggiore del circolo era l’organizzazione (nel novembre del 1966) di un Convegno su “L’autonomia siciliana e la sinistra”, cui dava rilievo la stampa locale e cui aderivano, oltre ai promotori e al circolo Pintor di Catania, intellettuali di sinistra come Umberto Cerroni, Idomeneo Barbadoro, Cesare Brandi, Simone Gatto ed Enrico Paresce. More solito, non vi avevano aderito dirigenti o militanti del PCI, anche se alcuni di loro ne avrebbero poi seguito i lavori. Dopo una breve introduzione di Mineo, Massimo Ganci, docente di storia per molti anni legato a noi, richiamava i precedenti storici dell’autonomia siciliana, sottolineando criticamente come, al momento della scelta nel dopoguerra, fosse stato adottato il progetto più conservatore, dopo l’accantonamento di un progetto più avanzato steso da Mineo, allora nella sinistra del PSIUP. Dopo un intervento dell’ex-deputato regionale agrigentino (dimissionario dal PCI), Edoardo Pancamo, Ugo Menichini, militante del PSIUP e segretario regionale della CGIL, svolgeva una critica serrata della politica del centro-sinistra e in particolare del Piano Pieraccini. Un altro membro del PSIUP, oltre che dell’Alleanza contadina, La Barbera, sottolineava come i contadini fossero ormai indifferenti all’autonomia; essa non aveva offerto loro alcun effettivo strumento di lotta, mentre aveva facilitato un rafforzamento dei legami tra ceti dominanti locali e classi dominanti nazionali. Un bilancio del tutto negativo dell’autonomia era tracciato anche dallo scrittore Leonardo Sciascia. Mineo affrontava, tra l’altro, il tema delle nuove stratificazioni sociali, affermando che, nella misura in cui si erano effettivamente cristallizzati nuovi strati borghesi, si trattava di strati capitalistico-mafiosi. Infine, chi scrive sosteneva la tesi che l’arretratezza del Mezzogiorno e della Sicilia non era più, principalmente, il frutto dell’eredità di un passato precapitalistico, ma era connessa al funzionamento del meccanismo capitalistico in quanto tale, come si configurava nella nuova fase in cui eravamo entrati. Le conclusioni di Menichini mettevano in luce il valore di costume politico che aveva assunto un convegno pluralistico, in cui erano riecheggiate in una sorta di microcosmo idee e tesi dibattute dall’insieme della sinistra siciliana.

Sempre nella fase preparatoria del 1968, una funzione di centro di attività politico-culturale era assunta da Catania, più che da altre città della Sicilia. Tra l’altro, vi si formava il Circolo Giaime Pintor e usciva la rivista Giovane critica di Giampiero Mughini, che avrebbe poi aderito a Lotta continua (sulla sua evoluzione successiva meglio mettere una pietra sopra, per evitare l’oltraggio al pudore). Chi scrive era invitato a Catania a più riprese: la prima volta, se ben ricordo, nel dicembre del 1965. Il Circolo Giaime Pintor aveva organizzato una conferenza su un tema impegnativo: le “Tendenze della situazione mondiale”. All’annuncio della conferenza, i burocrati della Federazione del PCI avevano fatto di tutto per sabotarla, proibendo formalmente agli iscritti al partito e alla FGCI di assistervi e intimando agli iscritti membri del circolo Pintor di uscirne formalmente (forse nessuno aveva detto agli sciagurati che circa dieci anni prima c’era stato il XX Congresso) .Per essere ancora più sicuri di raggiungere lo scopo, organizzavano lo stesso giorno, alla stessa ora, sullo stesso tema, una conferenza del segretario provinciale della FGCI e del segretario del partito, Rindone; ma la partecipazione risultava irrisoria. Al Circolo Pintor, invece, era presente un folto pubblico, nella quasi totalità di giovani, con molti interventi nel dibattito. Quella sera a Catania era una delle prime volte in cui mi rendevo conto che qualche cosa stava cambiando.

Che si fosse entrati in un periodo di incertezze e di riflessioni critiche lo si era percepito, su un terreno diverso e da diversi punti di vista, anche al Convegno “La sinistra davanti alla crisi del parlamento”, promosso dal Circolo Salvemini e svoltosi al teatro romano dell’Eliseo (14 e 15 maggio 1966). La partecipazione era, per usare una terminologia entrata in uso più tardi, la più pluralistica che si potesse immaginare (il che costituiva di per sé una indicazione di novità ): da La Malfa e Calogero ad Amendola e Ingrao, da Basso al socialdemocratico Orlandi, da Parri al sottoscritto. Una prima relazione, tenuta da Norberto Bobbio, parlava esplicitamente di crisi del sistema parlamentare, individuandone le cause “ politiche” (la presenza di grandi partiti di massa, con forte potere decisionale nell’investitura dell’esecutivo), “ economico-sociali” (la “rivoluzione industriale” e l’esistenza di grandi centri di potere, come le organizzazioni padronali e i sindacati) e “ politico-sociali” (il passaggio “dallo Stato di diritto allo Stato sociale”). Le critiche ai meccanismi esistenti potevano rientrare in quattro categorie: extraparlamentare di destra, extraparlamentare di sinistra, “intraparlamentare” di destra (favorevole a un rafforzamento dell’esecutivo) e “intraparlamentare di sinistra” (incline, pur nel riconoscimento dell’esigenza di un esecutivo stabile, a ridare vigore al Parlamento)141.

Una seconda relazione - di Ferruccio Parri - apportava nuovi elementi alla tesi della crisi istituzionale: i poteri del parlamento si erano progressivamente svuotati, il sistema bicamerale quale esisteva in Italia era palesemente assurdo, le camere e gli stessi governi erano composti in larga misura da persone scarsamente competenti, il che facilitava abusi e ruberie. Sorprendendo un po’ gli astanti, si dichiarava pessimista sulle possibilità di cambiamento, a meno di un “terremoto” (usava proprio questa espressione); in realtà, le istituzioni erano difficilmente riformabili, perché coloro che avrebbero dovuto riformarle non avevano interesse a farlo. L’intervento del comunista Laconi metteva l’accento sul valore della Costituzione del 1948 che, secondo lui, non aveva l’impronta di un particolare sistema sociale e, se applicata, avrebbe permesso di superare la crisi, mentre Ingrao proponeva un “arricchimento della mediazione politica”, da concepire come allargamento della partecipazione popolare.

Data la composizione del Convegno, chi scrive - presentato con quella qualifica di dottore che in Italia non si è mai negata a nessuno - non poteva non assumersi il compito di difendere quella che Bobbio aveva definito “critica extraparlamentare di sinistra”, riaffermandone la validità, pur con tutti i necessari aggiornamenti. Contrariamente a quanto capitava il più delle volte in dibattiti con dirigenti dei partiti tradizionali, i relatori rispondevano pertinentemente - ovviamente dal loro punto di vista - alle mie osservazioni e alle mie critiche. Bobbio dichiarava di non avere “alcuna difficoltà ad accettare l’idea della pluralità degli organi di autogoverno”, ma di ritenere pur sempre necessario “un centro coordinatore dei vari organi dell’autogoverno, il che vuol dire che, partendo dai centri periferici, si arriva necessariamente al Parlamento”. Parri usava termini sin troppo lusinghieri, definendo la mia esposizione “estremamente interessante, lucida, precisa”, ma osservando subito dopo che avevo parlato “di una guida, di una visione, di una ottica marxista e comunista, che presume certe trasformazioni sociali della società italiana. Nessuna obiezione ad una forza che vuole lottare in questo senso. Ma lei, e prima di lei l’on. Ingrao, mi dovete dire che cosa deve volere e fare questa sinistra di fronte al Parlamento”. Il resoconto scritto differiva un po’ da quello che aveva detto effettivamente Parri che, in realtà, aveva chiesto: “Che cosa farebbe Maitan se divenisse dittatore?”. Mia interlocuzione dalla sala: “Per riprendere la sua espressione, farei un terremoto...”.

Al di là delle battute e dei dettagli, è singolare notare come, oltre trent’anni dopo, ricorrano su temi analoghi analoghe considerazioni critiche, con proposte che vanno - grosso modo - nelle stesse direzioni. Questa constatazione mette a nudo il carattere mistificatorio delle proclamazioni di novità che ci tocca subire da quasi dieci anni a questa parte. Ma, quel che più importa, dovrebbe stimolare una migliore comprensione delle cause strutturali di una serie di problemi politico-istituzionali tuttora all’ordine del giorno. Particolare pietoso: già nel 1966 l’incongruenza del sistema bicamerale vigente non poteva essere negata. Se neppure oggi se ne intravede il superamento, la ragione è semplice: con due Camere, nelle casse degli apparati entrano più soldi142.

Qualcuno potrà forse trovare eccessivi questi richiami a conferenze, dibattiti e convegni. Ma erano proprio queste esperienze che permettevano di percepire le nuove tendenze che cominciavano ad affiorare. A chi scrive avevano suggerito la conclusione dell’intervento all’Eliseo:

Chi ha modo di girare sa, per esempio, che esistono in moltissime città d’Italia, grandi e piccole, decine e centinaia di giovani di notevoli capacità che si organizzano in gruppi o circoli culturali. Questi giovani hanno esigenze critiche molto maggiori di quelle della generazione che è entrata nella vita politica vent’anni fa, sotto la spinta di fattori prevalentemente emotivi, durante la Resistenza. E proprio per questo riflettono attentamente e si accorgono che esiste oggi in Italia una mistificazione ideologica spinta al parossismo, cioè una non corrispondenza tra quelle che sono le formule che si usano e la realtà, che queste formule nascondono spesso, per non dire quasi sempre.

Una esperienza originale: La sinistra

 

Come abbiamo già accennato, dopo l’XI Congresso, proprio perché in quell’occasione era emersa una sinistra consistente, la burocrazia del partito aveva deciso di stringere i freni. Giustificate o meno da un punto di vista formale, ne seguivano misure disciplinari in una serie di città, con espulsioni o radiazioni (la radiazione era considerata misura meno drastica, perché avrebbe reso più agevole una eventuale riammissione).

Di misure disciplinari, per la verità, ne erano state prese anche prima del Congresso. Per la notorietà che avrebbe poi avuto il principale interessato, ricordiamo che a Massa, nel dicembre del 1965, la sezione Bibolotti aveva deciso l’espulsione “per indegnità politica e per frazionismo” dell’operaio Augusto Puccetti e dell’insegnante Adriano Sofri. Chi scrive aveva avuto modo di incontrare per la prima volta Sofri qualche mese prima. L’incontro era stato organizzato da un altro insegnante, Vincenzo Bugliani, uscito da tempo dal partito e legato allora alla nostra organizzazione143. Ricordo di essere stato colpito, oltre che dalle conoscenze, dalla presunzione del giovane interlocutore. La discussione si era polarizzata sul problema dell’orientamento dell’attività nell’area del Partito comunista. Sofri era un “estremista”, nel senso che prospettava a scadenza pressoché immediata una battaglia frontale a tutto campo: un’impostazione senz’altro diversa dalla nostra. Rifacendomi a esperienze già vissute altrove, facevo notare che un simile atteggiamento avrebbe portato rapidamente all’espulsione. Risposta: nel caso suo, il partito non avrebbe potuto farlo. Bastavano pochi mesi per smentirlo.
Verso la metà del 1966, il caso che ci coinvolgeva più direttamente era la radiazione da parte della Federazione romana del PCI di Augusto Illuminati e di Silvio Paolicchi, esplicitamente accusati di aver stabilito contatti con la IV Internazionale (oltre che di avere fatto circolare non meglio precisati documenti confidenziali). Dal punto di vista del metodo, va ricordato che, prima che il procedimento fosse iniziato, i due militanti erano stati licenziati dall’apparato di cui facevano parte, con decisione inappellabile. La loro “colpevolezza” era stata stabilita con veri e propri pedinamenti che avevano provato che i due si recavano periodicamente in via Illiria 18, abitazione di Sirio Digiuliomaria, dove spesso si tenevano riunioni della Segreteria del nostro movimento. Allora era opinione diffusa che tutto questo fosse accaduto su segnalazione di un nostro ex-militante (sospettato era Pio Marconi, ma, almeno a nostra conoscenza, di prove tangibili non ne sono mai state addotte). Comunque sia, la nostra preoccupazione in quella circostanza era soprattutto di sottolineare, al di là del caso specifico, la portata più generale della misura che veniva presa: al di là Paolicchi e Illuminati, erano i diversi oppositori a essere presi di mira144.

Era una previsione sin troppo facile. Per fare qualche esempio: a Catania veniva radiato Nicola Torre, membro per diversi anni della Segreteria provinciale della FGCI, reo di essere socio del Circolo Giaime Pintor. A Bologna era sospeso Vittorio Boarini, già segretario dell’Istituto Gramsci bolognese e membro del Comitato federale del partito. La Federazione romana tornava alla ribalta con la radiazione di Giulio Savelli, editore e redattore de La sinistra, definita pubblicazione frazionistica e ostile alla linea del partito (la sezione Mazzini, cui Savelli apparteneva, aveva optato per una misura più mite, la sospensione per tre mesi). Già in precedenza l’accusa stereotipa di frazionismo era stata lanciata dal segretario della Federazione milanese Terzi contro la pubblicazione giovanile Falcemartello ed era stata decisa l’espulsione immediata per i militanti della FGCI che avessero partecipato alla sua redazione e distribuzione.

L’anno successivo l’“epurazione” continuava. La Federazione pisana, che pure all’XI Congresso aveva sostenuto le posizioni di Ingrao eleggendo tra i delegati Silvio Paolicchi, scioglieva la cellula universitaria ed espelleva Franco Piperno, senza rispettare le norme statutarie. La stessa sorte sarebbe stata poi riservata a Romano Luperini, della redazione della rivista Nuovo impegno. A Milano, - dove si era verificata una rottura sulla destra ad opera dell’ex dirigente della FGCI, Ugo Finetti (oltranzista amendoliano) e di alcuni altri suoi collaboratori, tutti finiti nel Partito socialista - veniva convocata una anomala assemblea cittadina, in cui emergeva un’area di sinistra abbastanza ampia e articolata. Forse proprio questa circostanza induceva Armando Cossutta ad attaccare nelle conclusioni soprattutto questa sinistra, definendola il pericolo principale cui il partito doveva far fronte145.
Nel frattempo, era tornata a segnalarsi Roma. Nel gennaio era stata progettato un dibattito al Teatro dei Satiri. sul tema “Socialdemocrazia, lotta di classe, socialismo”: promotori, gli universitari comunisti, i giovani del PSIUP e la redazione de La sinistra; relatori: Paolo Flores D’Arcais, Ugo Rescigno e Augusto Illuminati. La Federazione del partito interveniva, escludendo che un membro della FGCI potesse essere relatore in una simile iniziativa. Il Comitato federale dei giovani discuteva a sua volta il problema, giungendo a larga maggioranza alla conclusione opposta e designando come relatore il suo segretario Lelli (benché quest’ultimo non fosse d’accordo con la decisione). Con pressioni e ricatti di ogni genere, la Federazione del partito imponeva una riconvocazione del Comitato giovanile che, a maggioranza relativa, cassava la decisione precedente. Così l’assemblea dei Satiri non aveva che due relatori. Questo però non influenzava né la partecipazione - numerossima - né il dibattito, in cui, con la sola eccezione del sottoscritto, tutti gli intervenuti erano membri del PCI: per esempio, alcuni segretari di sezione e Marcello Cini, docente universitario e membro del Comitato provinciale146. Era forse anche in seguito a questo episodio che sarebbe stato preso, a breve distanza, un nuovo provvedimento repressivo: l’espulsione - contro il parere dell’organizzazione giovanile - di Paolo Flores, membro del Comitato federale della FGCI e della Direzione romana dell’UGI. Per completare il quadro, cominciava a delinearsi una tendenza, anche se abbastanza circoscritta, a passare da atteggiamenti critici e dissensi all’uscita dal partito, con dimissioni formali o non rinnovo della tessera.

Nel contesto che abbiamo sommariamente descritto, in cui le organizzazioni tradizionali subivano crescenti differenziazioni interne e prime rotture e si venivano formando, anche se con una influenza circoscritta, gruppi o movimenti giovanili che agivano in modo autonomo, iniziavano le esperienze, significative pur nella diversa portata, di due pubblicazioni originali, Falcemartello e La sinistra.

Falcemartello usciva a Milano nella prima metà del 1966, su iniziativa di alcuni quadri della locale FGCI, tra cui nostri militanti attorno ad Aldo Brandirali, con l’attiva partecipazione della FGS del PSIUP e della sinistra socialista. Veniva subito diffuso in varie località dell’Italia settentrionale e si avvaleva di collaborazioni anche al di fuori della città lombarda147. L’effettivo successo della pubblicazione, nonostante i limiti geografici di diffusione e di influenza, era un’ulteriore conferma delle tendenze e delle esigenze nuove di cui avevamo preso atto, anche se con innegabile ritardo. Ma abbastanza presto si sarebbero posti problemi di non facile soluzione. In primo luogo, emergeva abbastanza chiaramente sin dall’inizio che Brandirali abbozzava, più o meno consapevolmente, un orientamento diverso da quello che avevamo seguito sino a quel momento, indicando una prospettiva di costruzione al di fuori del quadro del PCI e della FGCI. In secondo luogo, nonostante la destinazione ad ambienti in larga misura diversi, era inevitabile che di fatto si creasse una concorrenza tra Falcemartello e La Sinistra, con problemi di priorità nell’investimento delle nostre forze. Emergevano in realtà i primi germi di differenziazioni e di conflitti, preludio di lacerazioni successive.

L’uscita de La Sinistra era annunciata con un testo di presentazione in cui, dopo avere abbozzato una sommaria analisi della situazione interna e internazionale, della crisi della coesistenza pacifica, della ristabilizzazione capitalistica e dei processi di socialdemocratizzazione in corso nel movimento operaio, si affermava “l’esigenza di discutere e approfondire, fuori del condizionamento di un partito, temi e problemi che riguardano l’intera sinistra operaia” e di prospettare “una forza omogenea e di classe, viva e combattiva, libera da condizionamenti statuali esteri, ma fortemente internazionalista”. Questa forza - si aggiungeva - “può e deve nascere dall’incontro di energie oggi esistenti principalmente nei diversi partiti della sinistra, sulla base di una strategia nuova e di un regime di effettiva democrazia interna”.

La rivista mensile, edita dalla Samonà e Savelli, andava in distribuzione nell’ottobre del 196; ne era direttore Lucio Colletti, che per molti anni era stato nel PCI, se ne era allontanato senza rotture clamorose ed era noto come teorico marxista rigoroso, alieno da ogni dogmatismo; redattore-capo era Tommaso Chiaretti, che aveva la stessa provenienza. Il filosofo inglese Bertrand Russell, già impegnato in primo piano nella campagna di solidarietà con il Vietnam, faceva pervenire alla rivista il suo saluto. Tra i collaboratori del primo numero, oltre a Colletti, Chiaretti e Russell: Augusto Illuminati, Giuseppe Paolo Samonà, Antonio Moscato, Massimo Aloisi e il musicista Luigi Nono, ingraiano di sinistra.

Come c’era da aspettarsi, l’iniziativa creava subito allarme alla Botteghe Oscure e nella Federazione romana del partito, il cui segretario, Trivelli; chiedeva subito e - come abbiamo visto, otteneva - la testa di Savelli. Ma La Sinistra non era isolata. Sia il settimanale del PSUP, Mondo nuovo, sia la rivista bassiana Problemi del socialismo, non esitavano a criticare apertamente l’atteggiamento dei burocrati del PCI. Lelio Basso poneva, un po’ provocatoriamente, la domanda: Come fate a parlare di un partito unificato e, contemporaneamente, dar prova di una simile intolleranza?

Rinascita si vedeva costretta a riprendere l’argomento. Dava la parola a Pajetta, che abbozzava una maldestra marcia indietro. Dichiarava che non sarebbero stati presi provvedimenti contro iscritti per la semplice collaborazione a La Sinistra, ma contemporaneamente accusava il mensile di avere come principale bersaglio il suo partito. In realtà, le preoccupazioni del gruppo dirigente erano tanto maggiori in quanto, via via che uscivano nuovi numeri, si allargava una partecipazione che comprendeva ingraiani di sinistra, esponenti della sinistra del PSIUP e militanti del nostro movimento che, in ogni caso, tramite la casa editrice, era stato all’origine dell’iniziativa. Probabilmente alle Botteghe Oscure sospettavano che ci fossero anche collaboratori occulti. Non avevano tutti i torti: Luigi Pintor, pur restando per ovvie ragioni dietro le quinte, era coinvolto in conversazioni preparatorie e inviava contributi non firmati148.
Per dare un’idea più precisa della gamma dei collaboratori, ricordiamo che in un dibattito sulla “Ricostruzione della sinistra in Italia”, aperto nel secondo numero e che si sarebbe concluso con un editoriale del numero del marzo successivo149, intervenivano Vittorio Foa, Fernando Santi e Antonio La Penna. Altri - da Lelio Basso a Lucio Libertini, da Giangiacomo Feltrinelli ad Alfonso Leonetti - concedevano interviste o inviavano contributi su problemi del movimento operaio, su questioni internazionali, o su questioni storiche. Sulle vicende sindacali, cui era dedicata una serie di sostanziosi articoli, intervenivano, tra gli altri, Antonio Lettieri della sinistra del PSIUP (allora nella Segreteria della CGIL), Vittorio Foa, Silvana Barbieri, operaia della Siemens ed Emilio Soave. A una tavola rotonda sulle lotte e rivendicazioni di quel periodo, introdotta da Luigi Vinci, partecipavano quadri sindacali e militanti di sinistra della Borletti, della Siemens, della GTE, dell’ASGEE, della Centrale del latte milanese, dell’ATM, della Bordon Saint Gobain150. Un editoriale non firmato del primo numero del 1967 era dedicato al bilancio delle lotte operaie e, più in particolare, alla conclusione del contratto dei metallurgici, giudicata negativamente. Significative le collaborazioni, con articoli o interviste, di intellettuali e militanti di sinistra di altri paesi: da Isaac Deutscher a Ernest Mandel, da John Gerassi a Elias Condal, da Stokely Carmichael a David Alexander151.

Se, come si può comprendere da questi sommari riferimenti, la rivista affrontava pressoché tutti i temi politici e teorici che il movimento operaio si poneva in quella fase, il quadro complessivo non sarebbe chiaro senza ricordare che due motivi erano dominanti, sin dai primi numeri: la guerra del Vietnam, con la solidarietà internazionale antimperialista e la rivoluzione cubana, con le sue ripercussioni sulle lotte rivoluzionarie in America Latina. Proprio su questo terreno si stabiliva più facilmente una convergenza tra collaboratori di diverse provenienze e di diversi orientamenti, si precisavano differenziazioni e contrapposizioni nei confronti del PCI e dello stesso PSIUP e si creava una consonanza con le sensibilità affioranti nei settori più dinamici delle nuove generazioni.

La prima serie della rivista si chiudeva con un numero doppio del novembre-dicembre 1967, in cui, accanto all’annuncio del passaggio a settimanale, compariva un bilancio di Lucio Colletti, che cessava dalla sue funzioni di direttore152. Il bilancio ricordava, ribadendola, l’ispirazione di partenza: “Il giornale ha sentito di dover conquistare anzitutto una sua propria cittadinanza all’interno del movimento operaio, evitando a qualsiasi costo il bando e l’isolamento [...] per poter svolgere - seppure alla propria scala e nei suoi limiti - ciò che oggi anzitutto occorre: opera di chiarimento e di sollecitazione politica”. Senza ignorare i limiti della pubblicazione (insufficienza dell’analisi e dell’elaborazione, in particolare in riferimento al capitalismo contemporaneo, assenza di “una linea sicura” di politica internazionale) metteva in risalto a giusto titolo quella che era stata l’acquisizione principale: “Il giornale ha esercitato, a tratti, un’azione di punta, cogliendo con prontezza sia l’esigenza primaria che anche in Italia fosse dato respiro maggiore alla lotta di solidarietà con il Vietnam, sia la necessità di un’informazione larga sulle lotte antimperialistiche in America Latina e sulle prese di posizione di Guevara e Castro”.

La decisione di passare a una frequenza settimanale aveva due motivazioni. La prima, di ordine finanziario: nonostante una diffusione soddisfacente, i conti erano in rosso. Feltrinelli aveva dimostrato la sua disponibilità a impegnarsi, dichiarandosi però favorevole a una frequenza settimanale. Qui interveniva la seconda motivazione. Eravamo ormai in una fase di vigilia ravvicinata del 1968: si moltiplicavano le mobilitazioni studentesche e le manifestazioni antimperialiste, e la situazione ritornava in movimento anche in molte fabbriche. Il mensile non bastava più: era necessaria una pubblicazione più frequente, che fosse uno strumento più adeguato per intervenire nelle lotte in corso e in quelle che si sarebbero delineate. Di qui la decisione della trasformazione in settimanale, con tutti i rischi che comportava, nelle condizioni date.

Così la natura della pubblicazione - di cui figuravano ormai come direttori Silverio Corvisieri (responsabile), Augusto Illuminati e Giulio Savelli - mutava sensibilmente: articoli quasi sempre più brevi e in larga misura dedicati a lotte studentesche, conflitti operai e mobilitazioni antimperialiste (per esempio, quella di Berlino). Di maggiore respiro alcune inchieste, tra cui una sul Mezzogiorno, curata da Corvisieri con la partecipazione di Peppino Caldarola, Giancarlo Aresta e Giuliano Cabitza, e una intervista di Rudi Dutschke. E c’erano nuovi collaboratori e nuove collaboratrici153.

Ma difficoltà politiche dovevano insorgere abbastanza rapidamente: in un periodo sempre più tumultuoso, si era esposti alle pressioni più diverse. Il 2 marzo Feltrinelli interveniva con un articolo di dibattito in dieci punti, dal titolo di per sé eloquente: “In Italia come in Vietnam”. Partendo da un’analisi secondo cui il capitalismo italiano era ormai completamente subordinato all’imperialismo americano, le lotte rivoluzionarie erano in ascesa in varie regioni del mondo e nella stessa Europa capitalista, e si andava verso una acutizzazione di tensioni e contraddizioni, Feltrinelli prospettava una

lotta con la decisione di passare ad una attiva resistenza [...] di gettare le basi di un futuro ma prossimo contrattacco rivoluzionario all’offensiva capitalista e imperialista nel nostro stesso paese; controffensiva il cui obiettivo sarà l’abbattimento del sistema capitalista, la distruzione del potere dei monopoli, la distruzione delle istituzioni politiche dello Stato capitalista [...] In ogni fabbrica, in ogni reparto, in ogni scuola o università, in ogni quartiere e in ogni villaggio contadino, occorre costituire cellule, comitati di resistenza capaci di portare avanti e sostenere piattaforme rivendicative avanzate, rivoluzionarie, capaci di sviluppare tattiche nuove di lotte d’avanguardia e un nuovo più avanzato rapporto dialettico fra azioni di avanguardia e lotte di massa.

Replicava nel numero del 16 marzo Augusto Illuminati, contestando l’analisi di Feltrinelli, giudicata semplicistica o errata tout court, e respingendo un qualsiasi parallelo tra la situazione italiana e quella vietnamita. Sottolineava, ma in modo ben diverso dal suo interlocutore, l’importanza anche in Italia delle tendenze

a oltrepassare il quadro angusto e mistificatorio delle istituzioni parlamentari, la cui crisi non ci interessa se non come spia di contraddizioni in cui si può inserire un’azione dirompente. La lotta degli studenti va già in questo senso [...] Anche molte manifestazioni operaie vanno nello stesso senso. [...] Su questa via si deve muovere la nostra ricerca, senza fughe in avanti, ma anche senza assurdi ritorni indietro, alla logica della lotta interna di partito che ha caratterizzato per alcuni anni lo sviluppo di un’opposizione di sinistra rivoluzionaria.[...] Un dialogo tra i gruppi di sinistra è necessario, ma deve vertere sulla verifica scientifica di una strategia, non su emozioni ideologiche.

Questa risposta metteva in luce divergenze non solo con Feltrinelli, di cui trasparivano già allora lo schematismo analitico e, al di là delle intenzioni, l’avventurismo politico, ma anche all’interno dell’area che aveva condotto per oltre un anno la battaglia de La Sinistra (e all’interno del nostro stesso movimento). La fine di un’esperienza, che aveva cercato - riuscendovi per breve tempo - di far convergere quanti erano impegnati in una battaglia di sinistra all’interno delle grandi organizzazioni, in primo luogo il Partito comunista, e quanti già tendevano ad agire dal di fuori, era dunque inevitabile.

Ed era accelerata da un episodio che suscitava grande scalpore, per lo sfruttamento interessato da parte dell’establishment, ma rivelava pure che a qualche tentazione estremistica erano esposti anche militanti non d’accordo con le impostazioni di Feltrinelli. Lo stesso numero del 16 marzo già citato - che recava in prima pagina lo schizzo di una bottiglia Molotov, con dettagli sul contenuto e sul modo di impiego e un paginone centrale intitolato “Contro la violenza [delle forze di repressione], violenza” (l’ultima parola scritta in rosso) - forniva maggiori dettagli sulle “armi per l’autodifesa”. L’accusa di appello al terrorismo e alla rivolta armata veniva immediatamente lanciata sulla stampa, a cominciare dal Messaggero (ma l’Unità non era da meno). Seguiva una denuncia a Corvisieri e a Pellegrini, per reati che potevano comportare condanne da un minimo di due anni e quattro mesi a un massimo di quindici anni. Per fortuna la vicenda giudiziaria finiva come tante altre, cioè senza mai giungere a conclusione (in questo caso non c’era certo motivo di dolersene!). Ma ormai La Sinistra era giunta al capolinea: il 6 aprile usciva il numero 13, destinato ad essere l’ultimo.

 

Integrazione neocapitalistica o dinamica antisistema?

 

Ripercorrendo con un distacco di decenni l’arco di tempo dall’inizio degli anni ’60 alla vigilia del 1968, viene quasi spontaneo il rigetto di interpretazioni avanzate, da diversi angoli di visuale, sia nel corso degli avvenimenti sia successivamente.

Appare quanto meno unilaterale la presentazione di quel periodo come il dispiegarsi di una società così trasformata economicamente e socialmente da rappresentare un modello di capitalismo che avrebbe superato tensioni e contraddizioni tipiche del sistema. Simmetricamente, altrettanto poco fondata appare la tesi di un sistema destinato - grazie a nuovi meccanismi socioeconomici e a nuove mistificazioni ideologico-culturali - a integrare via via forze sociali storicamente antagoniste. E assurda appare la vulgata degli anni ’90, di una sorta di congelamento per decenni all’insegna di un largamente immaginario consociativismo.

La realtà è che il cosiddetto miracolo italiano, cioè l’inserimento dell’economia capitalistica italiana nell’onda lunga di ascesa dell’economia mondiale, non è andato esente da frizioni e da tensioni conflittuali, neppure nei momenti più alti del boom, e già nei primi anni ’60 non poteva evitare andamenti congiunturali negativi. Oltre ai fattori sociali e politici a suo tempo analizzati, erano proprio strozzature sul piano economico a stimolare il cambio di orientamento dei gruppi dirigenti che portava alla svolta di centro-sinistra154. Ma, nella misura in cui il centro-sinistra si rivelava in larga misura incapace di superare strozzature e ritardi denunciati dai suoi stessi fautori e, dopo la nazionalizzazione dell’energia elettrica, ridimensionava i suoi obiettivi in direzione moderata, si producevano o riproducevano, nel tessuto sociale e a livello politico-culturale, dinamiche conflittuali. Così, mentre il progetto era di assicurare un prolungamento e un rilancio, in forme più equilibrate, della crescita economica, una ristabilizzazione sociale e un più solido equilbrio politico, in pratica si ponevano le premesse della crisi di società della fine del decennio.

Ci si chiedeva allora - e ci si può chiedere in sede storica - se fosse o no giustificato parlare di fallimento del centro-sinistra. Chi fosse stato convinto che con il centro-sinistra e le impostazioni programmatrici di politica economica si potesse assicurare un’ascesa a scadenza indeterminata e superare le contraddizioni storiche del capitalismo e della società italiana, avrebbe dovuto senz’altro registrare un fallimento solo pochi anni dopo. Ma, per due sostanziali considerazioni, il giudizio deve essere diverso. La prima: proprio dal 1963-’64 il centro-sinistra realizzava un progetto di divisione dei partiti operai, perseguito ormai da lunga data. La seconda: salvo periodi limitati, il centro-sinistra, sempre di più fondato sul connubio DC-PSI, sarebbe stato la formula di esercizio del potere governativo per poco meno di trent’anni.

È vero che il Partito comunista non subiva quel ridimensionato che i suoi avversari avevano sperato e non finiva affatto fuori giuoco nella società . Ma, nonostante i ripetuti sforzi e riadattamenti, non riusciva a prospettare una alternativa credibile e realizzabile, nel quadro della strategia messa a punto a partire dal Congresso del 1956. Per dirla sinteticamente, era sempre più coinvolto in una dinamica di socialdemocratizzazione, che però continuava a negare sul piano teorico-propagandistico, con il risultato di imboccare sempre di più una strada politicamente senza sbocco, nonostante il radicamento sociale e i risultati parziali non trascurabili che il movimento operaio riusciva a conseguire. L’atteggiamento ambiguo e oscillante verso il centro-sinistra e verso il piano Pieraccini ne era la riprova.

Il ridimensionamento moderato del centro-sinistra e l’inconsistenza strategica del PCI erano all’origine dei fermenti critici di sinistra che venivano maturando su diversi piani. Non ritorniamo qui sui limiti di questi fenomeni, all’interno delle grandi organizzazioni e fuori di esse. Ci interessa segnalare come i settori critici più stimolati a riflessioni complesssive fossero spinti a porsi problemi cruciali di una strategia alternativa. Va da sé che, pur nella diversità dei contesti, delle concezioni generali e delle valutazioni storiche, esercitavano una influenza in questa direzione l’esperienza della ri voluzione cubana, le lotte rivoluzionarie in America Latina e i problemi sollevati dai Cinesi nelle polemiche a tutto campo contro il PCUS e una serie di partiti comunisti. Fuori di questo contesto, rischierebbe di apparire scolastico un dibattito come quello sul leniniano Stato e rivoluzione, ospitato da Problemi del socialismo, cui partecipavano, oltre a Basso, direttore della rivista, Colletti, Libertini, Magri e il sottoscritto155.

Ma prima di un dibattito come questo, in un contesto che, pur non essendo rivoluzionario né prerivoluzionario vedeva riaffiorare le contraddizioni del sistema e precisarsi tendenze conflittuali, il rigetto del centro-sinistra e la constatazione dell’inconsistenza strategica del Partito comunista obbligavano i critici di sinistra a porsi un interrogativo di fondo: era possibile in un contesto del genere prospettare un’alternativa di lotte che cominciasse a mettere in moto una dinamica anti-sistema?

Eravamo stimolati a porci su questo terreno dalla constatazione che, nello stesso periodo, militanti e intellettuali della sinistra più radicale si ponevano interrogativi analoghi in altri paesi dell’Europa occidentale. Questa problematica era sollevata, per esempio, in Francia da André Gorz, in Gran Bretagna da Ken Coates (laburista di sinistra e poi, per diversi anni, militante della IV Internazionale) e, in forma diversa, da Perry Anderson e in Belgio da Ernest Mandel156. Per parte nostra, condividevamo l’impostazione metodologica e le formulazioni di Mandel, che per indicare l’obiettivo strategico usava la formula “riforme di struttura anticapitalistiche”.
Nell’aprile 1962, la nostra organizzazione pubblicava un proprio Programma transitorio, il cui scopo era appunto quello di definire il nostro metodo e le nostre proposte nel contesto dei primi anni ’60, partendo dalla dialettica interna del movimento operaio in quel periodo. Affrontavamo il problema della nazionalizzazione dell’energia elettrica, allora all’ordine del giorno. Il fatto che la nazionalizzazione fosse caldeggiata da settori della stessa classe dominante e da frazioni del governo non era, ai nostri occhi, una ragione sufficiente per rigettarla sic et simpliciter. Oltre che contrastare l’idea degli indennizzi - che avrebbero consentito al capitale di spostarsi in altri settori senza pagare alcun prezzo (cosa poi effettivamente avvenuta) - affermavano l’esigenza di “introdurre un elemento di qualificazione di classe, e precisamente il controllo operaio delle aziende nazionalizzate, o comunque inserite nel settore statale”. Al controllo operaio attribuivamo il valore di una indicazione più generale, tanto più valida in una fase in cui tecniche nuove e nuovi criteri di organizzazione del lavoro avevano provocato “uno sconvolgimento vero e proprio nella regolamentazione dei rapporti di lavoro e in particolare una demolizione delle tradizionali qualifiche operaie”157.

Le esperienze dei decenni successivi ci hanno convinto ancora di più della essenzialità di questa problematica ma, al tempo stesso, della difficoltà della sua traduzione in pratica. In una situazione di stabilizzazione relativa o di ristagno, di mobilitazioni circoscritte a carattere sostanzialmente difensivo e di arretramento dei livelli di coscienza anticapitalistici, parole d’ordine in astratto transitorie nel senso indicato, cioè suscettibili di innestare dinamiche anticapitalistiche, rischiano di ridursi a dimensioni propagandistiche. La sensazione che si trattasse di un problema di ardua soluzione emergeva già nel dibattito tra noi e i Quaderni Rossi. Dopo tutto quello che è avvenuto negli anni ’80 e ’90, non si può non avvertire più acutamente la difficoltà di fronte alla quale ci siamo trovati, ci troviamo ora e ci troveremo - verosimilmente - in avvenire.

3) Guida alla lettura di

 

Livio Maitan, Per una storia della IV Internazionale. La testimonianza di un comunista controcorrente, Alegre, Roma, 2006.

 

Mi è difficile recensire un libro come questo, non solo perché ricostruisce battaglie politiche a cui per quasi mezzo secolo ho partecipato "dalla stessa parte della barricata" di Livio Maitan, ma anche perché negli ultimi anni della sua vita si era stabilito un rapporto di collaborazione nuovo, che mi aveva portato a seguire fin nei minimi dettagli il processo di elaborazione del testo.

Da molti anni avevo preso l'abitudine di chiedere a Maitan un parere su tutto quello che scrivevo, non solo in libri o giornali, ma persino su Bandiera Rossa News. Non per insicurezza, ma perché il suo parere rappresentava un importante surrogato di quella elaborazione collettiva che avevo sempre desiderato e che per i molti e nuovi impegni della maggior parte dei compagni diventava sempre più difficile.

Ma a un certo punto mi sono accorto che sempre più spesso anche Livio mi inviava prima di darli alle stampe praticamente tutti i suoi scritti. Non ero l'unico, naturalmente: inutile dire che sui testi con maggiori implicazioni politiche chiedeva sempre il parere dei compagni più direttamente impegnati nella direzione della nostra area in Rifondazione, mentre per alcuni scritti economici come Tempeste sull'economia mondiale non si era limitato a questo, ma aveva invitato a casa sua per qualche giorno Gianni Rigacci per discutere insieme a lui con calma alcune parti.

L'ho ricordato per sottolineare un metodo che non deve andar perduto: Livio Maitan, tanto più ricco per cultura politica ed esperienza di me come della maggior parte dei compagni con cui ha collaborato, ha sempre sollecitato il nostro giudizio, chiedendo suggerimenti e critiche.

Ma sui due ultimi libri, La strada percorsa e questo, la nostra collaborazione era diventata più stretta e articolata. A volte sollecitava aiuto per ricostruire momenti a cui avevo partecipato anch'io, e verificare giudizi su persone e situazioni, o per ritrovare le "pezze d'appoggio" su certi episodi (anche se raramente, pur avendo quindici anni meno di lui, potevo essergli d'aiuto, essendo la mia memoria da sempre meno nitida e precisa della sua e i miei archivi ben meno ordinati).

Ma ci teneva a sottoporre ogni capitolo delle sue memorie in primo luogo alla verifica stilistica di Titti Pierini (che oltre a segnalargli i francesismi che dopo tanti anni di vita a Parigi a volte gli sfuggivano, doveva anche ripulire i suoi testi da innumerevoli errori di battitura, diventati più frequenti dopo il passaggio di Livio dalla macchina da scrivere al computer), ma anche a me, a cui chiedeva soprattutto di verificare tra i giovani e giovanissimi con cui ero in contatto quotidiano l'efficacia delle sue ricostruzioni della storia italiana. Per questo mi aveva autorizzato a mettere in circolazione qualche fotocopia di alcuni capitoli.

È questo rapporto che mi rende difficile una vera recensione di un libro di cui mi sento in qualche modo compartecipe. D'altra parte so di non essere stato l'unico a poter leggere in anteprima il testo: almeno nel caso de La strada percorsa Livio lo aveva fatto avere direttamente a qualche giovane comunista che apprezzava. Ma per questo secondo volume delle sue memorie credo di aver avuto una partecipazione anche maggiore: Livio infatti era inquieto di fronte alle difficoltà e anche ai primi sintomi di un peggioramento della sua salute, e quindi a volte temeva di non farcela a completare il lavoro, che nei suoi progetti doveva uscire in due grossi tomi. Inoltre per certi periodi una parte dei documenti interni della Quarta non gli erano accessibili a Roma, e i viaggi a Parigi si erano rarefatti nel tempo.

Tuttavia il libro, che alla fine doveva rimanere senza un capitolo importante, quello sull'Internazionale di fronte ai nuovi movimenti da Seattle in poi, continuava a crescere in modo sproporzionato: l'attuale prima parte era molto più lunga di come è ora, e soprattutto non aveva la stessa capacità di coinvolgere il lettore che avevano la maggior parte delle pagine de La strada percorsa. La ragione era semplice: Maitan aveva dedicato molto, troppo spazio, alla ricostruzione di alcuni dei conflitti che avevano lacerato la Quarta Internazionale, che avevano all'origine un reale e importante significato politico, ma che in una piccola organizzazione assumevano inevitabilmente anche caratteristiche personali, alimentate da incompatibilità e insofferenze reciproche.

In realtà anche in grandi organizzazioni si riscontrano fenomeni analoghi, ma il loro peso è controbilanciato dalla loro forza di attrazione: nel Pci ad esempio erano ben note le scarse simpatie reciproche tra Ingrao, Amendola e Pajetta, senza che abbiano mai inciso più che tanto.

Alcune delle tensioni che si erano prodotte in diversi periodi nel Segretariato della Quarta potevano apparire incomprensibili ai giovani lettori, o spiegabili solo col vecchio (e falso) luogo comune della "tendenza dei trotskisti a dividersi". Falso perché questa tendenza si è manifestata spesso anche all'interno dei partitini marxisti-leninisti, o di formazioni guevariste in America Latina, e aveva un illustre precedente: le vicende della piccola Prima Internazionale, in cui ad esempio Federico Engels dovette perdere settimane e mesi di fronte allo "scandalo" sollevato per una sua breve relazione con la moglie di Moses Hess, su cui si erano lanciati a pontificare tanti imbecilli. E dalla Prima Internazionale d'altra parte alla fine lo stesso Marx decise di sganciarsi con formulazioni aspre nei confronti di chi voleva continuare a giocarci.

Livio si rese conto presto che l'effetto di certe sue ricostruzioni sarebbe stato respingente, e tagliò ancor più radicalmente di quanto gli avessi suggerito io, che tra l'altro, per escludere ogni possibile sospetto di autocensura, gli avevo proposto che le parti scorporate dal testo da pubblicare fossero collocate in un sito a disposizione degli studiosi o dei militanti francesi, che secondo Maitan erano più interessati e certo più al corrente, grazie alla pubblicazione in francese di ampie raccolte dei documenti congressuali della Quarta.

Dopo la morte di Livio, non ho più avuto modo di partecipare alla preparazione del testo, e non so se le parti da lui escluse sono state recuperate sul suo computer. In ogni caso, rileggendolo ora nella forma definitiva scelta da Livio per i capitoli su cui avevo espresso i maggiori dubbi, ho avuto la piacevole sorpresa di trovare una soluzione efficace e gradevole. Lasciando la sostanza e la spiegazione delle ragioni dell'involuzione o comunque del distacco di chi in passato aveva avuto un ruolo di primo piano nell'Internazionale, Maitan è riuscito a lasciarci una lezione metodologica fondamentale. Nessuna concessione alla tentazione di trovare nel passato di compagni come Michel Pablo o Ted Grant, o perfino Posadas (che pure dopo il distacco dalla Quarta era arrivato a formulazioni deliranti) le premesse dell'involuzione, come è stata abitudine costante dello stalinismo, trasmessa anche a gran parte della "nuova sinistra".

Al contrario Livio ha cercato sempre di capire le ragioni oggettive delle divergenze. Si pone anche il problema di capire le ragioni del permanere di una forte influenza di Posadas su compagni come Adolfo Gilly o Alberto Sendic, che pure avevano una formazione culturale incomparabilmente superiore a quella del loro "capo", e questo perfino quando il leader argentino aveva cominciato a farneticare e a vedere "processi di rigenerazione" nel regime brezneviano... A Posadas e al gruppo con cui era partito alla conquista delle sezioni latinoamericane, Maitan riconosceva il merito di essere stato "il primo a delineare un'analisi corretta del fenomeno del peronismo, e a intuire la natura analoga di altri movimenti nazional-populisti degli anni Quaranta e Cinquanta", ma anche di aver formato un nucleo di quadri animati da spirito militante, "in rottura con una tradizione di comportamenti di circoli di dibattiti intellettualistici, presente a volte nel movimento trotskista, non solo in America Latina". (pp. 126-127).

Altrettanto ha fatto Livio nel trattare l'itinerario di Michel Raptis (Pablo), verso cui ha manifestato non solo post mortem una grande stima, ma di cui non ha nascosto le posizioni progressivamente divergenti, ricordate per spiegare perché i tentativi di ristabilire un rapporto organizzativo non ebbero successo.

Maitan ha sviluppato in maniera sistematica in una ampia appendice la ricostruzione del processo di involuzione del LSSP di Ceylon (oggi Sri Lanka), e le ragioni del suo allontanamento dalla Quarta. Perché farlo oggi, quando quasi nessuno ricorda quella vicenda, che veniva invece usata ogni giorno da maoisti e stalinisti negli anni Sessanta e Settanta per screditare la Quarta Internazionale? Il motivo è chiaro: spiegare i meccanismi che hanno provocato l'involuzione di partiti che pure avevano un passato glorioso, e dirigenti di alto livello culturale e politico, una volta accettata la partecipazione a governi interclassisti. Lo scopo è dunque pedagogico: d'altra parte vorrei ben vedere chi potrebbe avere oggi il coraggio di irridere alla battaglia del gruppo dirigente della Quarta per tentare di arginare l'involuzione di quel partito, il primo partito operaio costituito a Ceylon, e di salvare un po'più del pugno di militanti che rimasero fedeli ai loro principi, mentre i loro ex compagni sedevano in un governo sempre più schierato contro le masse popolari.

Avevamo ben presente il processo di involuzione del PCI, ma quello del PRC l'ha superato nettamente in rapidità. Comunque di esempi di approdi vergognosi dopo un passato eroico o almeno rispettabile ce ne sono moltissimi altri nel mondo. A Ceylon, nonostante le difficoltà logistiche e la scarsità di mezzi, che rendevano difficili e saltuari i contatti, vi fu uno sforzo del Segretariato della Quarta per arginare il processo, per salvare una parte dei quadri e del patrimonio di lotte. In quanti altri casi vi fu uno sforzo paragonabile?

Lo stile inconfondibile di Livio emerge in alcune notazioni finali dell'appendice. Dopo aver ricostruito il processo e ricercata la causa principale della crisi nel distacco tra un nucleo intellettuale di altissimo livello (che però si esprimeva in inglese e in inglese aveva il suo organo principale), e le larghe masse che lo seguivano, Maitan non cede mai alla tentazione di bollare i compagni che ci avevano lasciato con espressioni infamanti. Dei due principali leader, Colvin de Silva e Leslie Goonawardene, scrive che erano "dei brillanti pensatori marxisti che hanno scritto alcuni dei migliori opuscoli rivoluzionari del sud-est asiatico" e che avevano "indubbiamente assimilato le concezioni marxiste nel loro insieme", ma hanno commesso via via degli errori che li hanno allontanati gradatamente dalle idee rivoluzionarie. Livio li ricorda con comprensione, rammaricandosi soprattutto per non essere riuscito negli anni precedenti alla crisi a convincerli a ritornare in India, dove avevano vissuto per anni, per partecipare alla costruzione di un'organizzazione rivoluzionaria di tutto il subcontinente.

Superato brillantemente lo scoglio della descrizione delle vicende meno entusiasmanti, senza reticenze, ma anche senza tediare il lettore con quell'eccesso di notizie particolari che rischiavano di appesantire la prima stesura, emerge più nettamente nel libro la ricostruzione a tutto tondo delle grandi svolte della seconda metà del secolo, colte tempestivamente da una organizzazione pur tanto piccola e perseguitata.158

Colpisce l'attenzione magistrale e tempestiva a grandi fenomeni della storia della seconda metà del XX secolo: in primo luogo la dinamica della resistenza in Jugoslavia, che si era trasformata in una vera rivoluzione ed era per questo entrata in conflitto con l'URSS di Stalin. La Quarta internazionale non solo colse rapidamente il significato di questa prima rottura nel monolitismo staliniano, ma cercò di sostenerla in vario modo, anche con la partecipazione a "brigate di lavoro" che si recavano nella Jugoslavia assediata. Tale appoggio non impedì comunque al Segretariato Internazionale di prendere le distanze dalla Jugoslavia quando, sotto la pressione del contesto internazionale, cominciò a spostarsi a destra sul piano della politica estera, arrivando perfino a sostenere l'intervento imperialista sotto copertura dell'ONU in Corea (su cui invece la Quarta Internazionale non ebbe dubbi, sia per il giudizio severissimo sull'ONU sia perché il problema di chi aveva sparato per prima appariva marginale rispetto alla valutazione della natura socio-politica dei contendenti).

Maitan riferisce efficacemente i dibattiti appassionati sviluppatisi nella Quarta sui problemi posti dalla rivoluzione jugoslava e da quella cinese: era dunque possibile che un partito pur profondamente segnato dall'influenza stalinista potesse portare a termine una rivoluzione? Non pochi dogmatici, tra cui i sopravvissuti della sezione cinese in esilio, tendevano a escluderlo. Ma non si trattava di discussione scolastiche, bizantine, talmudistiche, come a qualcuno poteva già allora sembrare. "Gli interrogativi e le critiche che formulavamo, come le ipotesi alternative che prospettavamo, vertevano su problemi reali per la comprensione non solo di quel che era realmente avvenuto, ma ancor più delle dinamiche possibili". (p. 55) Non si volevano "imporre schemi ideali senza tener conto dei ritmi effettivamente possibili o delle necessarie mediazioni": anche mentre non si esitava a esprimere il sostegno a posizioni assunte dal PC jugoslavo o da quello cinese, la Quarta non rinunciava a indicare "i limiti dei processi avvenuti o ancora in corso, le deformazioni burocratiche sia nel funzionamento dei partiti sia nelle nuove istituzioni politiche". Si individuavano infatti in certe scelte economiche o nella contraddittorietà di alcuni orientamenti internazionali "i germi o le manifestazioni incipienti di quelli che sarebbero stati gli sviluppi successivi". Maitan ricorda che anche, lasciando da parte le scomuniche o le minacce, "ci si contrapponevano interpretazioni trionfalistiche" (spesso dettate dal confondere i desideri con la realtà) o analisi strumentali tese a giustificare esigenze politico-tattiche  già imposte" o anche "veri e propri miti.

"Si sa ormai come siano andate le cose: le decisioni e le imposizioni tanto celebrate di capi più o meno infallibili di questo o quel paese hanno condotto al crollo di società a lungo mitizzate, o a profonde involuzioni anche di quelle come la Cina".

Livio ci tiene a ricostruire gli appassionati dibattiti interni sulle novità emerse dopo la seconda guerra mondiale, dibattiti che a volte hanno provocato scissioni dolorose, ma che nascevano dalla complessità di situazioni inedite e dalla resistenza di alcuni rimasti ancorati a formulazioni del passato.

Una parte interessantissima riguarda la Cina non solo dei primi anni dopo la vittoria, ma quella della rivoluzione culturale. Colpisce la tempestività con cui è stata colta la novità del processo, e presentata la sua complessità, che non era riducibile a pura manovra di apparato; ma al tempo stesso venivano registrati i sintomi della svolta del gruppo dirigente maoista, impegnato ad arginare e ricondurre sotto controllo un movimento impetuoso e pericoloso per gli stessi promotori. Ma su questo stiamo lavorando, come già annunciato negli ultimi due numeri di Erre, a un libro che riproduca anche integralmente alcuni dei più importanti articoli dello stesso Livio e di Ernest Mandel degli anni Sessanta. Particolarmente necessario, per gli effetti ancora perduranti di quell'accecamento di gran parte della "nuova sinistra", abbagliata dal mito di una rivoluzione culturale proprio negli anni in cui essa era stata sostanzialmente chiusa con la deportazione di gran parte dei suoi protagonisti.

Molte pagine del libro (spesso racchiuse in appendici perfino più interessanti del resto del libro) sono dedicate alle vicende del trotskismo in singoli paesi come la Bolivia o l'Argentina, o al complesso rapporto con la rivoluzione algerina. Tutto viene presentato con un esemplare distacco: Livio spesso ricostruisce, senza che nessuno possa chiederglielo, e per puro amore di verità, alcuni suoi errori di valutazione, sull'Algeria o sulla dinamica dell'Egitto. E il tutto è verificabile sui documenti ufficiali e sulle raccolte della rivista Quatrième internationale. O meglio, sarà verificabile quando saremo riusciti a rendere agibile il Centro studi Livio Maitan, e a mettere a disposizione degli studiosi i suoi libri, le riviste e i bollettini interni. Aiutateci...

1 A proposito della questione jugoslava, Togliatti si pronunciava nei termini seguenti: “Vi è stato il passaggio della cricca di Tito al campo degli imperialisti, ma lo smascheramento di questa cricca di rinnegati è stato rapido, completo” e faceva proprie le mostruose spiegazioni ufficiali sui processi “dei traditori Rajk e Kostov” e “sui provocatori e sulle spie” oggetto di “energiche misure” in Cecoslovacchia. Un capitolo della relazione era intitolato “l fallimento del Piano Marshall”. Vi si diceva, tra l’altro: “Siamo stati spinti verso una nuova fase di economia di guerra, con la crisi di interi settori produttivi, con il conseguente abbassamento del tenore di vita del popolo, con l’accentuarsi della disoccupazione, col dilagare della miseria, con il ritorno aperto al vecchio corporativismo di tipo fascista” (VII Congresso del PCI, Edizioni di Cultura sociale, Roma, 1954, pp. 16-17 e 25). Per una valutazione di questo Congresso, si vedano Bandiera Rossa, aprile 1951 e le annotazioni di Aldo Agosti, in Togliatti, UTET, Torino, 1996, pp. 390-91.

2 Cfr. l’Unità, 3 luglio 1953. Tra le amenità denigratorie riferite da l’Unità (20 e 23 giugno): “Ufficiali americani in uniforme dirigevano qua e là, nel bel mezzo della dimostrazione, nel settore democratico, le squadre fasciste per sobillare la popolazione” e “gli aerei che hanno paracadutato agenti armati sul territorio della Repubblica democratica portavano contrassegni americani”.

3 Allora, non era certo Togliatti ad attirare l’attenzione sui nuovi sviluppi sovietici.

4 La critica al culto del capo era contenuta soprattutto in un documento intitolato “Cinquant’anni del PCUS”, pubblicato a Mosca nel luglio 1953. Relazioni con riferimento all’argomento erano svolte in autunno a Milano da Arturo Colombi e a Firenze da Edoardo D’Onofrio.

5 In un discorso dell’ottobre 1953 Nenni aveva detto: “Offriamo il ristabilimento della fiducia tra lo Stato e le masse, tra i poteri pubblici e il popolo [...] la partecipazione intensa delle organizzazioni operaie”. E in un documento per la preparazione del Congresso del 1955 si leggeva: “Le grandi crisi economiche e politiche del periodo del trapasso dalla guerra alla pace, dal fascismo alla democrazia, dalla monarchia alla repubblica, sono state superate nel miglior modo possibile”. Nel Congresso, dove faceva sentire una voce discordante Lelio Basso, anche Riccardo Lombardi si schierava sulla linea dell’apertura, prospettando con la DC “una vera e propria intesa di carattere politico” e aggiungendo un argomento da Realpolitik : “Il PSI non pensa ad un rovesciamento delle alleanze, reso impossibile dall’alto costo che esigerebbe l’inserimento dell’Italia nell’economia del blocco orientale”.

6 In una delle “Note politiche” che diffondevamo settimanalmente in quel periodo scrivevamo: “Negli ultimi due anni la linea ascendente si è più nettamente pronunciata e, soprattutto, si è avuto un maggiore equilibrio tra tutti i fattori economici determinanti” (11 giugno 1955).

7 Mentre Longo ammetteva la gravità della sconfitta, era Togliatti ad avanzare, more solito, la spiegazione più burocraticamente giustificazionista, arrivando addirittura a scrivere: “Credo che sia sbagliato parlare, a proposito delle elezioni alla FIAT, di vittoria di una corrente sindacale sull’altra”. Sarebbe stato poi costretto a rettificare il tiro in una riunione del Comitato centrale del partito. I nostri commenti comparivano in due “Note politiche”, rispettivamente del 2 e del 9 aprile, e nel numero di aprile di Bandiera Rossa, con un articolo firmato Brando (Renzo Gambino).

8 Per quanto riguarda i dibattiti nella IV Internazionale - il cui IV Congresso aveva votato nel 1954 un ampio documento dal titolo “Ascesa e declino dello stalinismo” - cfr. Dai processi di Mosca alla caduta di Krusciov, Edizioni Bandiera Rossa, 1965.

9 Questo dato di fatto, facilmente verificabile, non è mai stato preso in considerazione da quanti si sono successivamente occupati dall’argomento e hanno avallato la versione secondo cui la lettera sarebbe stata pubblicata per la prima volta in Italia dalla rivista di Eugenio Reale, Corrispondenza socialista. Una lettera di precisazione inviata dal sottoscritto a Giuseppe Fiori dopo l’uscita del suo libro sulla vita di Gramsci è rimasta senza risposta: con tanti saluti alla scrupolosità della ricerca.

10 A proposito della non inevitabilità delle guerre, Chruscev aveva detto: “Finché vi sarà il capitalismo sulla terra, le forze reazionarie che rappresentano gli interessi dei monopoli capitalistici continueranno ad aspirare alle avventure belliche e alle aggressioni e potranno tentare di scatenare la guerra. Ma le guerre non sono più fatalmente inevitabili. Esistono oggi forze sociali e politiche che dispongono di mezzi notevoli per impedire che gli imperialisti scatenino la guerra e, se costoro osassero farlo, per dare agli aggressori un’energica risposta e far fallire i loro piani di avventura“ (XX Congresso del PCUS, Editori Riuniti, Roma, 1956, p. 40). Sul tema della via al socialismo ecco il passo centrale: “La classe operaia, unendo attorno a sé i contadini lavoratori e gli intellettuali, tutte le forze patriottiche, e respingendo decisamente gli elementi opportunisti, incapaci di rinunciare alla politica di conciliazione con i capitalisti e con i proprietari fondiari, può infliggere una sconfitta alle forze reazionarie antipopolari, conquistare una salda maggioranza in Parlamento e trasformarlo da organo della democrazia borghese in strumento della autentica volontà popolare” (ivi , pp. 42-3). Per gli interventi citati, si veda lo stesso volume, passim.

11 Cfr. Bandiera Rossa, dal n. 3 (marzo) al n. 13 (15 dicembre) e quasi tutte le “Note politiche”, dal n. 99 (18 febbraio) al n. 124 (25 ottobre).

12 Già nel numero di marzo, Bandiera Rossa scriveva: “Il fulcro centrale del sistema - il culto del capo ‘geniale e infallibile’ - è caduto in pezzi. Oggetto di polemiche sin dall’indomani del 5 marzo 1953, ha subito ora il colpo definitivo: e Stalin, per la prima volta, non è stato chiamato in causa per allusione, ma attaccato direttamente ed esplicitamente. Ma la demolizione di Stalin è al tempo stesso demolizione dello stalinismo”. A proposito delle vie parlamentari verso il socialismo, l’accento era posto sull’abbandono di concezioni essenziali del marxismo e del leninismo e sulla confutazione degli argomenti addotti dai dirigenti del PCI per differenziarsi dai riformisti, pur sposando la concezione chrusceviana: “Una simile concezione è esattamente l’opposto della concezione di Marx e di Lenin e contraddice a tutta l’esperienza storica, ivi compresa quella degli ultimi dieci anni, del movimento proletario”. Nel nostro Teoria e politica comunista nel dopoguerra, Schwarz, Milano, 1959, avremmo pubblicato in Appendice un florilegio di citazioni di riformisti storici, da Bernstein a Turati, a riprova delle “innegabili analogie tra le posizioni tradizionali dei riformisti, specie di quelli italiani, e le posizioni del PCI”.

13 Come ricorda Aldo Agosti, dopo la comparsa dell’articolo del New York Times sul “Rapporto Chruscev”, Togliatti, con il tono sprezzante che lo caratterizzava in polemiche del genere, definiva i giornalisti occidentali “scimmie urlatrici” e parlava di “manovra abbastanza sguaiata” (op. cit., p. 437). L’intento togliattiano di minimizzare è confermato da Pietro Secchia: “Una discussione sul passato non la voleva perché egli ne sarebbe uscito come il più grande responsabile, quanto meno per quanto riguarda le posizioni assunte da noi italiani e la politica svolta in Italia” (Archivio Pietro Secchia, 1945-1973, cit., p. 303).

14 È vero che neppure su questo terreno, a sostegno della tesi di Chruscev, Togliatti evita forzature, che riflettono un intento deliberato di deformazione o una grossolana ignoranza. Alludiamo in particolare al suo riferimento al partito indiano del Pandit Nehru, che mirerebbe a “riorganizzare l’economia del paese secondo i principi del socialismo”. Tesi ben difficile da sostenere, dato che Nehru è stato storicamente uno dei massimi rappresentanti della borghesia del subcontinente. La problematica delle vie nazionali era affrontata anche in una intervista comparsa sul quotidiano belgradese Borba, in occasione di una visita di Togliatti a Belgrado dopo l’annuncio dello scioglimento del Cominform (17 aprile). Questo scioglimento era avvenuto, come a suo tempo il varo della Costituzione, senza alcuna consultazione preliminare dei militanti dei partiti interessati.

15 Stralci del “Rapporto” erano pubblicati, oltre che dall’Avanti!, dal quotidiano fiancheggiatore del PCI, Paese sera: sottile manifestazione di doppiezza?

16 Come riferisce anche Agosti (op. cit., p. 442), Togliatti dichiarava alla Direzione del suo partito che l’intervista era stata scritta prima che il “Rapporto Chruscev” fosse pubblicato, ma non è sicuro che le cose siano andate proprio così. È verosimile che Togliatti decidesse di rettificare, almeno parzialmente, il tiro, di fronte alle reazioni che la conoscenza del “Rapporto” stava provocando.

17 Dopo una nota politica sull’argomento datata 16 giugno, usciva nello stesso mese un opuscolo dal titolo “Risposta a Togliatti”. In settembre, un articolo del sottoscritto usciva sulla rivista francese Quatrième Internationale. Si veda inoltre il Capitolo “Togliatti e il XX Congresso”, nel nostro libro Teoria e politica comunista nel dopoguerra, cit.

18 Togliatti, con una ostinazione degna di miglior causa, ribadisce la versione della sua ignoranza degli avvenimenti: “Dei fatti che oggi vengono denunciati, noi non avevamo e non potevamo avere nozione alcuna”. Se avesse letto Bandiera Rossa o altre pubblicazioni, almeno qualche nozione avrebbe potuto averla...

19 Alla vicenda Montanari fa allusione Paolo Spriano, a proposito della partecipazione di Togliatti alla caccia alle streghe antitrotskista nella seconda metà degli anni ’30 (Storia del Partito comunista italiano, Einaudi, Torino, 1970, vol. III, p. 126). Un comunicato della Segreteria del nostro movimento di risposta a Togliatti, sempre a questo proposito, era ripreso da vari quotidiani, ma non da l’Unità.

20 “Si era pensato a un sistema di gruppi e di centri molteplici, ma anche questa forma di organizzazione è apparsa non compatibile con la piena autonomia di ogni partito e tale da addossare all’uno o all’altro di essi eccessive responsabilità”.

21 Questo argomento - di cui c’è appena bisogno di sottolineare il carattere apologetico - sarebbe stato ripreso da Tog:iatti su Rinascita nell’autunno del 1957.

22 Per l’esplicita approvazione da parte di Togliatti di questa esecuzione, si veda Paese sera, 18 giugno 1958. Più in generale sui “fatti di Ungheria”, si vedano: i numeri di Bandiera Rossa degli ultimi mesi del 1956 e dei primi mesi del 1957; il Capitolo “Democrazia proletaria ed eguaglianza socialista” del nostro Trotsky, oggi (Einaudi, Torino, 1959); “Dossier de la ‘destalinisation’”, suppl. a Quatrième Internationale, Paris, 1956. Sugli avvenimenti ungheresi cfr., tra gli altri: François Fejto, Ungheria 1945-1957, Einaudi, Torino, 1957 (prefazione di J.-P. Sartre); Federico Argentieri, Lorenzo Gianotti; L’ottobre ungherese, Levi editore, Roma, 1986; Hungaricus (Prefazione all’edizione italiana di A. Moscato), Sapere 2000, Roma, 1986.

23 Neppure Agosti sottolinea il significato dell’articolo nella sua, per molti versi eccellente, biografia di Togliatti, limitandosi a menzionarlo nella Bibliografia.

24 Il numero in questione della rivista ungherese era stato pubblicato in versione italiana (Laterza, Bari, 1957). Era stato commentato su Bandiera Rossa, 2 maggio 1957 da Dante Franchetti. Nel numero successivo dello stesso periodico usciva una analisi dell’articolo di Togliatti (cfr. un nostro articolo a firma Claudio Giuliani).

25 Togliatti non si perita di rimproverare ai malcapitati scrittori ungheresi di avere accettato in passato le tesi ufficiali di stampo zdanoviano, dimenticando il suo silenzio in materia quando Zdanov era in auge. E aggiunge: “Il principio che i comunisti conducono una lotta ideologica in tutti i campi, a sostegno di quelli che essi considerano essere gli indirizzi artistici e culturali validi, fu inteso, sembra, in modo schematico ed esteriore e applicato persino con misure amministrative”. Dove il “sembra” è una perla illuminante: nella primavera del 1957 Togliatti riluttava ancora ad ammettere senza circonlocuzioni che le cose fossero andate veramente così!

26 Nel primo numero del 1957 Bandiera Rossa così commentava l’installazione del governo Kadar: “Per dare all’attuale governo una vernice di rivoluzionario, Kadar ha solennemente affermato che in Ungheria esiste la dittatura proletaria. Difficilmente si potrebbe immaginare una falsificazione più spudorata”.

27 Si vedano, per esempio: la biografia di Togliatti di Agosti più volte citata; l’Archivio di Pietro Secchia; le considerazioni di Terracini, riferite in Alla fine di una lunga marcia, cit., p. 61n.; le testimonianze di Pietro Ingrao, per esempio “L’indimenticabile 1956” e “Ancora sulla svolta del 1956”, in Masse e potere, Editori Riuniti, Roma, 1977.

28 Cfr. “Nota politica” del 24 marzo (si vedano, inoltre: Bandiera Rossa, aprile 1956; Quatrième Internationale, septémbre 1956).

29 La prolungata resistenza dei dirigenti del PCF alla destalinizzazione è universalmente nota. Sul dibattito in questo partito nel 1956 si veda Bandiera Rossa, luglio 1956.

30 Una tonalità del genere era avvertibile in una relazione di Pietro Secchia ai quadri della Federazione milanese.

31 Cfr. Bandiera Rossa, n. 4, 1956.

32 Un intervento di Fabrizio Onofri, il più critico tra quelli di quel periodo, era pubblicato su Rinascita con un titolo tendenzioso ed era immediatamente seguito da una replica di Togliatti, redatta nello stile velenoso cui quest’ultimo faceva ricorso in simili circostanze, non rifuggendo neppure dalla insinuazioni personali.

33 A un mese di distanza dall’invio del contributo ricevevo una lettera della redazione del periodico in cui, dopo avere sottolineato la mole degli interventi ricevuti e averci espresso ringraziamenti e scuse, si concludeva “Ti terremo comunque informato sul modo col quale ci sarà stato possibile risolvere il problema nel suo complesso”. Il testo non pubblicato usciva su Bandiera Rossa (n. 6, 1956), che commentava: “Le cose sono anche troppo chiare. Finché il dibattito avviene ‘in famiglia’ o intervengono uomini verso cui si vuole disperatamente una ‘apertura’, ci sia pure il dibattito. Se vuole intervenire un comunista rivoluzionario, un trotzkista, allora disco rosso” .Questa discriminazione facilitava a Carlo Salinari il compito di sbarazzarsi disinvoltamente del trotzkismo scrivendo: “Dobbiamo criticare Stalin, per andar oltre Stalin e non per tornare indietro ai vecchi argomenti del trotzkismo; dobbiamo adeguare il marxismo alla situazione nuova che abbiamo davanti e non a quella vecchia di cinquanta o cent’anni fa”. Il dibattito aperto dalla metà di marzo su Il contemporaneo è stato ripubblicato in un’antologia con il titolo Gli intellettuali di sinistra e la crisi del 1956, Rinascita-Editori Riuniti, Roma, 1978.

34 Un intervento di Carlo Muscetta - definito “penoso” su Bandiera Rossa - attaccava Fortini : “Discutere di più? Non di questo si tratta, ché mai nessuno si è sognato di impedirlo o di limitarlo, nessuno, intendiamo, che avesse vera responsabilità [...] I discussori sono disoccupati e se aspirano ancora al martirio stenteranno molto a trovare chi può mandarli in Siberia”. Il nostro giudizio non cambiava quando Muscetta faceva sapere che il bersaglio dell’attacco a Fortini era in realtà... Alicata. Più tardi Muscetta mostrò interesse a incontrarmi tramite Giuseppe Paolo Samonà e mi resi conto che le sue idee e i suoi atteggiamenti non erano quelli che si sarebbe potuto supporre sulla base del suo infelicissimo intervento.

35 Un riflesso di Realpolitik giustificazionista, che ci sembra di matrice togliattiana, ispira, invece, una frase che segue poco dopo: “Non siamo andati in giro a strillare i nostri dubbi, se ci sono venuti, perché conoscevamo il valore negativo di individuali atteggiamenti velleitari in una situazione di rapporti politici sui quali invece non v’era dubbio possibile”.

36 Si veda Bandiera Rossa., n. 5, 1956. Anche i giudizi sul PSI erano allora di prima mano, perché potevamo partecipare, anche se meno spesso che in sedi PCI, alle discussioni che avevano luogo in certe sezioni. Soprattutto negli anni successivi saremmo stati frequentatori abbastanza assidui della sezione Colorni del centro a Roma, senz’altro tra le più interessanti dal punto di vista della dialettica interna. Ricordiamo, in particolare, un dibattito sullo stalinismo, con nostra partecipazione, nell’aprile 1957, in cui erano relatori Panzieri per il PSI, Manacorda per il PCI e Paresce per i socialdemocratici di sinistra. In un’altra occasione gli interventi introduttivi erano stati di De Martino per il PSI, Salinari per il PCI e Vittorelli per Unità popolare.

37 Sui testi preparatori del Congresso cfr. Bandiera Rossa, n. 9, 1956. Si veda anche il Capitolo II del nostro Teoria e politica comunista nel dopoguerra,  cit.).

38 Op. cit., p. 458. Non possiamo essere d’accordo, invece, con Agosti quando dice che il testo “connotava in termini profondamente originali ‘la via italiana al socialismo’”. Certo, era la prima volta che si leggevano formulazioni così esplicite in un testo congressuale di un partito comunista. Ma, nella sostanza, erano riprese argomentazioni classiche di teorici riformisti della socialdemocrazia.

39 In sede di bilancio, le Tesi affermano che, da un lato “la Costituzione fu violata nella lettera e nello spirito [...] si introdusse ampiamente il regime della discriminazione e della violenza legale contro le forze avanzate del lavoro; si attuò la restaurazione del vecchio ordinamento capitalistico”, e dall’altro: “le fondamentali conquiste [...] sono state mantenute”, si è impedito che la Costituzione venisse “travolta”. Per la critica dei testi congressuali, si vedano: Bandiera Rossa, n. 10, 1956, e Quatrième Internationale, décembre 1956.

40 Cfr. Bandiera Rossa, n. 10, cit. Diciamolo pure: ci sentiamo stimolati a riprendere queste righe più che da uno scrupolo (eccessivo) di documentazione, da vicende di quarant’anni dopo: analoghe annotazioni critiche potrebbero infatti valere, in parte almeno, per le fasi precongressuali di un partito come Rifondazione comunista, pur ben più pluralista del PCI del 1956!

41 Cfr. Bandiera Rossa, n. 13, 1956.

42 Per la successiva evoluzione filonenniana di Guiducci, cfr. L. Maitan, Il movimento operaio in una fase critica, Samonà e Savelli, Roma, 1966, pp. 41-46.

43 L’ospitalità di Comunità non ci induceva a mettere la sordina sul ruolo di Olivetti in quel periodo. La risoluzione della Conferenza sulla situazione italiana denunciava “le manovre ‘riformistiche’ o ‘paternalistiche’”, precisando: “siano compiute sul piano economico da Valletta o da Olivetti e sul piano politico da Segni o Gronchi” (Bandiera Rossa, n. 8, 1956). La Conferenza votava anche un ampio testo sulla questione meridionale.

44 Francesco Cretara (1901-1964) aveva partecipato a lotte del movimento operaio già prima del fascismo. Per la sua attività antifascista era stato arrestato nel 1942. Durante la Resistenza romana era stato tra i principali dirigenti del Movimento comunista d’Italia, di cui aveva diretto l’organo di stampa, Bandiera Rossa. Nel 1956 era stato eletto nel Comitato centrale e nel Comitato esecutivo della nostra organizzazione. Aveva partecipato a due Congressi della IV Internazionale, nel 1954 e nel 1957. Nel 1962 era entrato a far parte del Direttivo provinciale dell’ANPI. Per una decina d’anni chi scrive ha avuto con lui un profondo rapporto di amicizia.

45 Nel 1957 avevamo proposto al PCI di fare una lista comune per le elezioni amministrative a San Severo. Solo dopo avere registrato un fin de non recevoir, decidevamo di presentare una nostra lista. Non riuscivamo a farlo per la personale opposizione di Severo Mastrodonato, che da quel momento non avrebbe più fatto parte della nostra organizzazione.

46 Per una testimonianza su Arturo Schwarz, si veda l’intervista a Lea Vergine, Gli ultimi eccentrici, Rizzoli, Milano, 1990. Secondo Giorgio Galli, Schwarz avrebbe finito con l’approdare su posizioni radicalmente antimarxiste (Passato prossimo, Kaos, Roma, 2000, p. 18).

47 Personalmente mi ero procurato La rivoluzione tradita, versione francese, in occasione del mio viaggio a Parigi del 1947. Ho saputo solo di recente (marzo 1999) dal diretto interessato che Rosario Bentivegna, per alcuni anni vicino a posizioni trotskiste, si era procurato la stessa edizione di questo libro nel 1941 e l’aveva tradotto, facendone circolare clandestinamente qualche copia dattiloscritta. È proprio il caso di ripetere che le vie del Signore sono imperscrutabili (purtroppo, nella fattispecie, con effetti ben poco duraturi). Una recensione de La rivoluzione tradita era stata fatta da Gino Bianco su Il lavoro, quotidiano socialista genovese.

48 Questa osservazione critica vale, per esempio, per i maggiori collaboratori de il manifesto, anche quelli più colti tra i critici di sinistra dello stalinismo.

49 Come ho constatato quasi casualmente solo molti anni dopo, questa edizione, da me curata, fornisce un esempio raro di distorsione deliberata di un testo, o di abissale ignoranza. In passi particolarmente importanti per la comprensione del pensiero dell’autore la parola “statalismo” è sostituita con “stalinismo”, di modo che risulta arbitrariamente attribuito ai francesi l’uso del termine “stalinismo” per definire, in genere, l’intervento dello Stato nell’economia e, peggio ancora, nella categoria “stalinismo” vengono inclusi alla rinfusa l’Italia di Mussolini, la Germania di Hitler, gli Stati Uniti di Roosevelt e la Francia di Léon Blum! (cfr. Lev Trockij, La rivoluzione tradita, Mondadori, Milano, 1990, pp.  231-32). Preciso che, dietro richiesta, avevo apportato qualche correzione alla precedente traduzione - su una fotocopia del vecchio testo - e va da sé che non mi sarebbe mai venuta l’idea di introdurre una correzione così delirante. Dixi et servavi animam meam!

50 Per una mia recensione del libro di Giolitti, si veda Bandiera Rossa., n. 7, 1957; per una polemica con la pubblicazione socialdemocratica Unità socialista, che aveva criticato questa recensione, cfr. Bandiera Rossa, n. 13, 1957.

51 Calvino scriveva a proposito del mio saggio: “L’ho trovato convincente e argomentato sui vari punti più controversi: burocrazia, sindacati, movimento internazionale, pluripartitismo, e anche sulla vexata quaestio dei contadini. Vedo che tratti i vari problemi senza cedere all’agiografia come - ti confesso - temevo che tu fossi portato a fare. Nella mia scontentezza per le varie posizioni della sinistra italiana, la lettura del tuo libro mi conferma nella necessità di una politica rivoluzionaria, alla precisazione della quale vedo che il pensiero trotskista non può non essere tenuto presente” (6 aprile 1959) (I. Calvino, I libri degli altri, Einaudi, Torino, 1991, p. 305).

52 Questo è il titolo correttamente riportato sul frontespizio, mentre la copertina diceva erroneamente: Teoria e politica comunista del dopoguerra. Il libro conteneva dieci Capitoli, varie Appendici, una Bibliografia e l’Indice dei nomi, per un totale di 292 pagine. Oltre alle due già menzionate, il libro era oggetto di diverse recensioni. Ricordiamo quella abbastanza dettagliata su Il Ponte, a. XIV, n. 1, di Giorgo Galli , con valutazioni favorevoli, in particolare sui Capitoli “Unità antifascista e democrazia progressiva”, “I ceti medi e la politica delle alleanze” e “Concezioni agrarie di Sereni e Grieco”, e quella di Umberto Segre su Comunità, agosto 1959, secondo cui “la tesi fondamentale del libro non era nuova, ma era assai originale la sua esecuzione e dimostrazione”. Altre recensioni apparivano, sempre nel 1959, su: Il Mondo (1 settembre), a firma Giorgio Granata; Il Popolo (8 agosto), a firma Giuseppe Rossini; Il Messaggero (13 novembre), a firma Pietro Pratesi; Il Corriere di Trieste (28 agosto); Problemi del socialismo (agosto). Per la nostra risposta a Spriano, si veda Bandiera Rossa, n. 5, 1960.

53 Spriano, che nell’articolo citato aveva parlato di “convergenza a sinistra”, alludendo alla recensione di Tortoreto e all’ospitalità che avevo avuto in Passato e presente, ritornava alla carica su l’Unità, definendo trotskista un redattore di Critica sociale. Risposta ovvia: Critica sociale difendeva posizioni che non erano affatto le nostre, e lo stesso Tortoreto non aveva detto di condividere la nostra impostazione; e in Passato e presente si esprimevano idee diverse (Bandiera Rossa., n. 7, 1960).

54 Esempio paradossale di metodi polemici di questo stampo: nel 1975, in un’assemblea all’Università di Lisbona, dopo una mia dettagliata relazione sulla situazione in Cina, uno degli esponenti di un movimento maoista allora molto forte iniziava il suo intervento dicendo (le parola mi sono rimaste impresse nella memoria): “Su tutto quello che Livio Maitan ha detto non sono informato. Ma il presidente Mao ha dichiarato...” e giù una litania di citazioni del “Libretto rosso”. Non sapevo se essere ammirato per la sincerità o costernato per l’infatuazione di cui era in preda quel giovane, perfettamente convinto di condurre una battaglia sacrosanta.

55 Gli Atti del Convegno, compreso il mio intervento, sono stati integralmente pubblicati (Editori Riuniti, Roma, 1958).

56 Cfr. Bandiera Rossa, n. 6, 1956. Democrazia comunista si sarebbe poi trasformato in un Fronte d’intesa rivoluzionaria, senza ottenere il benché minimo risultato.

57 Il 4 gennaio del nuovo anno, su iniziativa del gruppo della IV Internazionale appena costituitosi, un affollato comizio si svolgeva a San Severo, con la partecipazione, oltre che di chi scrive e di Severo Mastrodonato, di Damen e di Raimondi.

58 Cfr. Bandiera Rossa, nn. 2 e 3, 1957.

59 Cfr. Bandiera Rossa, nn. 6- e 7, 1957.

60 Con Azione comunista non avremmo più avuto rapporti: peraltro, una parte di loro, Seniga compreso, finivano su posizioni socialdemocratiche. Masini aveva la stessa evoluzione. Seniga è morto nel giugno del 1999.

61 Si vedano i numeri dal 4 (agosto 1958) al 18 (novembre-dicembre 1960). I due ultimi saggi sono ripresi nel mio libro PCI 1945-1959: stalinismo e opportunismo, Samonà e Savelli, Roma, 1969.

62 Italia domani, 22 marzo 1959.

63 Cfr. Capitolo IV, n. 71.

64 La nostra opinione era allora che il PCI avrebbe mantenuto una natura diversa dai partiti socialdemocratici, per l’essenzialità del suo rapporto con la burocrazia sovietica che, nonostante tutto, nel 1956 era stato ribadito, in particolare nella cruciale circostanza dell’intervento armato in Ungheria.

65 A partire dal 1957 Reale avrebbe pubblicato il periodico Corrispondenza socialista, in cui sin dall’inizio apriva non solo al PSI ma anche al PSDI (Bandiera Rossa, n. 11, 1957). Avrebbe poi costituito il gruppo Alleanza socialista, per confluire successivamente nel PSDI.

66 I materiali del Convegno erano pubblicati con il titolo I lavoratori e il progresso tecnico, Editori Riuniti, Roma, 1956. Per i nostri contributi cfr. Bandiera Rossa , n. 8 (1956), nn. 3, 4 e 15 (1957) e un Capitolo di Teoria e politica comunista nel dopoguerra, cit.

67 Marzocchi sarebbe ritornato sull’argomento, sottolineando la mancanza di relazione nel Piano tra sviluppo economico e riforme di struttura e la carenza di una prospettiva generale (cfr. Lineamenti di politica economica in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1960). A un Convegno del 1962, su cui ritorneremo, Giorgio Amendola sarebbero stato ancora più critico: “Evidenti appaiono i limiti del Piano, che non respingeva la necessità di ‘sacrifici della classe operaia’ nel mantenimento della tregua salariale, per finanziare il Piano e non provocare spinte inflazionistiche, a condizione che una severa politica tributaria e creditizia imponesse adeguati sacrifici anche ai capitalisti. Si accettava, in fondo, la tesi che, in una economia di mercato, un aumento degli investimenti esigesse un blocco dei salari ed una compressione dei consumi” (Tendenze del capitalismo italiano, Editori Riuniti, Roma, 1962, p. 181). Per avere pensato che tutto ciò fosse chiaro già al momento del varo del Piano ci eravamo sentiti appioppare gli epiteti allora in voga. In proposito, si veda l’articolo di M. Giorgi (Giorgio Modolo) in Bandiera Rossa., n. 9, 1952.

68 C’è appena bisogno di dire che sulla nostra stampa e negli interventi pubblici non avevamo certo esitato ad analizzare le ragioni dell’azione imperialista anglo-francese

69 Alla fine della Prefazione a La rivoluzione tradita (Sugar, Milano, 1956) spiegavamo che si era aperta un’epoca nuova, cui “appartenevano contemporaneamente le manifestazioni degli operai berlinesi del 1953, gli scioperi di Pilsen, lo sciopero dei deportati del campo sovietico di Vorkuta e la lotta degli operai di Poznan nel 1956” (l’insurrezione ungherese non c’era ancora stata), ma che la lotta non sarebbe stata facile e di breve durata: “la casta burocratica non è disposta a lasciarsi spodestare e ad uscire dalla scena della storia senza lotta, senza una feroce resistenza”.

70 Cfr. Teoria e politica comunista nel dopoguerra, cit., pp. 98-100.

71 Teoria e politica comunista nel dopoguerra, cit., pp. 272-74. Le nostre citazioni di vecchi libri e vecchi giornali potranno sembrare eccessive, ma si tratta di materiale ormai ben difficilmente reperibile.

72 Cfr. su questo congresso il nostro libro PCI 1945-1969, Schwarz, Milano, 1969.

73 Per fare un esempio, un saggio di Paul Sweezy arrivava alla seguente conclusione: “I paesi avanzati, e specialmente gli Stati Uniti, hanno perduto la loro possibilità di porsi all’avanguardia. Essi saranno economicamente superati dalle economie centralmente pianificate entro lo spazio di due o tre decenni, più o meno. I paesi attualmente cosiddetti non impegnati sono destinati ad essere attratti da questi successi e a imboccare la via della proprietà pubblica e della pianificazione. E questo processo sarà solo accelerato dalle lotte nazionaliste per sfuggire alla rete delle relazioni coloniali e imperialiste” (Monthly Review, n. 6, 1962).

74 La corrente latino-americana sarebbe poi uscita negli anni immediatamente successivi. Chi scrive esprimeva in un dibattito interno in Italia le valutazioni che abbiamo sintetizzato, precisando che, a suo avviso “la ristabilizzazione relativa del capitalismo non escludeva nuove possibilità di ascesa del movimento operaio e nuove improvvise fiammate della lotta di classe” (Bollettino interno dei GCR, febbraio 1960). Sugli sviluppi in paesi necoloniali, dall’Algeria e dal Ghana al Brasile e all’Indonesia, e su interpretazioni della Monthley Review, si veda Bandiera Rossa, n. 9, 1965 e nn. 1, 6 e 7, 1966.

75 E. Santarellli, Storia critica della repubblica, Feltrinelli, Milano, 1996, pp. 97-8).

76 Era allora un luogo comune che i giovani non si interessassero che di biliardini.

77 In un nostro progetto precongressuale indicavamo come, per la prima volta dal 1953, ci fosse stato uno sciopero politico di ampie proporzioni, con massicce mobilitazioni di piazza e con forte partecipazione giovanile.

78 I fatti di Piazza Statuto, che hanno avuto anche seguiti giudiziari, sono stati oggetto di violenti attacchi da parte dei burocrati politici e sindacali, che non esitavano a usare il consueto cliché della provocazione. In un articolo di Bandiera Rossa (n. 8, 1962) Luigi Rienzi (Renzo Gambino) scriveva: “Che ci fossero degli ‘estremisti’ fra i manifestanti, è facile ammetterlo, tanto più se si accetta l’interpretazione estensiva che di questa definizione dà sempre il PCI, che vi comprende tutti coloro che criticano da sinistra la sua politica. Che vi fossero dei provocatori, può anche darsi, ma essi avrebbero avuto ben poche possibilità di successo se i dirigenti del PCI e della CdL, invece di fare i pompieri, si fossero messi alla testa della manifestazione e si fossero sforzati di guidarla contro la borghesia e non solo contro alcuni suoi servi”. Su questi avvenimenti si veda anche Emilio Soave, La rivolta di Piazza Statuto, Feltrinelli, Milano, 1979.

79 Cfr.,. rispettivamente, Bandiera Rossa, nn. 9 e.8, 1960. Sui principali punti in discussione cfr. anche Bandiera Rossa., n. 7, 1960. Per analisi più complessive si rinvia a una serie di nostri articoli e relazioni sulla rivista francese Quatrième Internationale dal 1960 al 1969, di cui ampi estratti sono riportati in Appendice al nostro libro Partito, esercito e masse nella crisi cinese, Samonà e Savelli, Roma, 1969 .Il 31 dicembre 1962 era stato pubblicato in Cina un articolo di critica esplicita alle concezioni di Togliatti, in cui erano avanzati argomenti non dissimili, al di là della diversa impostazione metodologica e dalla diversità dei toni, da quelli che avevamo avanzato per parte nostra sin dall’immediato dopoguerra.

80 Cfr. Bandiera Rossa, n. 7, 1961. Chruscev aveva ribadito la prospettiva di superamento da parte dell’URSS della produzione - prima assoluta, poi per abitante - degli Stati Uniti entro i dieci, o al massimo i venti, anni successivi. “Il paragone stabilito con la produzione statunitense attuale - commentavamo - implica già una seria limitazione, perché è probabile che, nonostante tutto, gli USA aumentino la loro produzione nei prossimi dieci anni e, a maggior ragione, nei prossimi venti anni. Ma ammettiamo pure come probabile che gli Stati Uniti siano superati, anche considerando i livelli che avranno raggiunto in quel periodo. Questo fornirà sì una riprova che l’economia sovietica ha registrato uno sviluppo di una rapidità senza precedenti, ma costituirà pur sempre solo un punto di partenza. Il socialismo può effettivamente realizzarsi solo sulla base di livelli produttivi incomparabilmente più elevati dei livelli massimi raggiunti dal capitalismo. Per questo, come è stato assurdo proclamare il socialismo realizzato senza avere ancora superato i livelli degli Stati Uniti e, pro capite, dei paesi capitalisti più avanzati, così è arbitrario qualificare già come edificazione del comunismo la fase in cui questi livelli saranno progressivamente superati”. Sul XXII Congresso, cfr. Bandiera Rossa, n. 9, 1961, in cui ci si riferisce anche a una lettera che il segretariato Internazionale aveva inviato al nuovo Comitato centrale del PCUS, chiedendo che una commissione internazionale composta da tutte le tendenze del movimento operaio rivedesse i processi di condanna dei dirigenti rivoluzionari vittime dello stalinismo.

81 Cfr. Giuseppe Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Laterza, Bari, 1989, p. 118.

82 Si vedano, rispettivamente, Nuova generazione, 15 dicembre 1961, e Bandiera Rossa, n. 1, 1962.

83 La critica alle posizioni dei cinesi su Stalin e alle loro concezioni e ai loro metodi burocratici non ha mai comportato da parte di chi scrive una loro caratterizzazione come staliniani (si vedano in proposito, oltre al nostro libro già citato e al più recente Il dilemma cinese, Data News, Roma, 1994, le risoluzioni dell’VIII e IX Congresso mondiale della IV Internazionale, in Quatrième Internationale, février 1966 e mai 1969). Più in generale, già nel 1960 avevo proposto un maggior rigore nell’uso del termine “stalinismo”: perché lo stalinismo rappresentava una forma di burocratizzazione storicamente definita, mentre nelle società di transizione, al di là di tratti comuni, si erano e si sarebbero delineate forme di burocratizzazione non identiche a quelle dell’URSS tra la fine degli anni ’20 e il 1956.

84 Il 26 ottobre 1961, in occasione di un comizio dell’Internazionale socialista alla Basilica di Massenzio a Roma, con la partecipazione di Guy Mollet, lo stesso Mollet era sonoramente fischiato da gruppi di giovani del Movimento giovanile socialista, della Federazione giovanile comunista romana, dei Gruppi giovanili della IV Internazionale e dell’Associazione giovanile anticoloniale che aveva distribuito un manifesto per la libertà dell’Algeria. Il segretario romano del PSI, Palleschi, si era dissociato dall’iniziativa, negando contro ogni evidenza che i giovani del suo partito vi avessero preso parte.

85 Cfr. Bandiera Rossa, n. 10, 1960. Qualche mese prima era stata annunciata la formazione a Cuba del Partito obrero revolucionario, che aveva chiesto la sua adesione alla IV Internazionale. Una militante uruguayana presente a Cuba aveva potuto partecipare a una trasmissione radio.

86 Ricordiamo che la natura socialista della rivoluzione sarebbe stata rivendicata da Fidel Castro solo nell’aprile dell’anno successivo. Il movimento internazionale di formazione staliniana mostrava di non gradire molto questa caratterizzazione.

87 Santerelli ha pertinentemente annotato che (op. cit., p. 123): “il primo centro-sinistra, diretto da Fanfani, fu il più dinamico e realizzatore”, segnando al suo attivo. soprattutto, il varo della nazionalizzazione dell’energia elettrica. Il successivo governo Moro-Nenni, dopo le elezioni del 1963, e sulla carta più organicamente di centro sinistra, assumeva  “il carattere di discontinuità moderata con il passato” (ibidem)..

88 Si “cominciava a porre l’accento sulla necessità di eliminare squilibri strutturali, di valorizzare più organicamente e di estendere il settore controllato dallo Stato e di introdurre nello sviluppo economico elementi di programmazione. In pari tempo si sottolineava l’esigenza di procedere a un rammodernamento delle strutture statali e amministrative in generale, condizione questa perché Stato e amministrazione potessero assolvere efficacemente i compiti sempre più vasti loro riservati e perché fossero eliminate disfunzioni di cui gli stessi ceti imprenditoriali avevano motivo di dolersi [...] Tutto questo si sintetizzava nell’esigenza primordiale di una maggiore efficienza produttiva, conseguibile con un costante progresso tecnologico, con una più avanzata razionalizzazione e organizzazione del lavoro, con i connessi processi di concentrazione, industriale e finanziaria” (L. Maitan, Il movimento operaio in una fase critica, Samonà e Savelli, Roma, 1966, pp. 58-62).

89 Cfr., rispettivamente, E. Santarelli, op. cit., p. 120 e Bandiera Rossa, n .4, 1962, dove si sottolineava come il Convegno non avesse dato alcuna risposta a interrogativi cruciali come: “l’alta congiuntura è destinata a durare indefinitamente? I fattori in giuoco continueranno ad agire o saranno alterati? Si delineeranno altri fattori nuovi?”. Per il nostro intervento cfr. Tendenze del capitalismo italiano, Atti del Convegno, Editori Riuniti, 1962, vol. I, pp. 369-78). Abbiamo già avuto occasione di indicare come dietro questa reticenza venisse emergendo la convinzione che l’andamento ciclico del capitalismo appartenesse ormai al passato (L. Maitan, Tempeste nell’economia mondiale, Data News, Roma, 1998, pp. 1-12 e 16).

90 Posizioni critiche emergevano in congressi provinciali preparatori per il X Congresso (Roma, Torino, Palermo, Siena, Perugia, Napoli, Milano, Venezia, ecc.). Al Congresso nazionale - in cui, in seguito all’intervento del delegato cinese, erano riecheggiati i temi della polemica internazionale - i critici di sinistra, tra cui lo stesso Ingrao, preferivano assumere un basso profilo.

91 Il documento del giugno, cui pure si era attribuita grande importanza, non era messo in votazione, benché formalmente incluso nel “materiale preparatorio” del Congresso (Bandiera Rossa, n. 1, 1966). Il dibattito aveva luogo sulle colonne sia de l’Unità sia di Rinascita.

92 A proposito di espedienti, manovre, manipolazioni, ecc., si veda l’articolo di Dante Danesi (Silverio Corvisieri) “Come si prepara il Congresso: le mille risorse dell’apparato” (Bandiera Rossa, n. 1, 1966). Più in generale sui meccanismi messi in opera in occasione di tre congressi tenutosi a distanza ravvicinata, quello del PCI, quello del PSIUP e quello della CGIL, si veda il capitoletto “La verifica di tre congressi” in Il movimento operaio in una fase critica,  cit., pp. 187-98.

93 Resoconti sintetici di congressi provinciali erano pubblicati su IV Internazionale, allora bollettino quindicinale di informazioni (cfr. a. III, nn. 2 e 3).

94 A suo tempo, avevamo polemizzato duramente con Lombardo Radice, per sue stroncature di Trotskij di ispirazione staliniana. Va detto che, successivamente, questo intellettuale si era fatto l’autocritica per atteggiamenti assunti in passato.

95 Il segretario provinciale Rindone, poco prima del Congresso, si era prodigato in elogi a Stalin “che aveva saputo trovare i modi di mantenere unito il partito portando avanti la costruzione del socialismo, mentre Trotskij era fuggito dall’URSS e aveva lottato contro il socialismo che in quel momento si identificava con Stalin, facendosi pagare dalla borghesia internazionale”. Che il dirigente di una importante Federazione facesse una simile dichiarazione dieci anni dopo il XX Congresso senza provocare reazioni era una indicazione sin troppo chiara di quanto il PCI stentasse a rompere con il passato.

96 Cfr. Bandiera Rossa, n. 1, 1966.

97 Interpretando le Tesi con una indubbia forzatura, Ingrao affermava che era necessario “modificare, gradualmente ma nel suo insieme, il meccanismo che presiede lo sviluppo”, con “una linea politica che affronti e liquidi rapidamente le rendite vecchie e nuove di ogni settore, selezioni una precisa e nuova priorità di consumi, controlli e orienti gli investimenti per operare una conversione dell’apparato industriale come base e perno di un diverso sviluppo, di una riforma agraria, di una soluzione della questione meridionale”. Il che avrebbe comportato “profonde riforme istituzionali, un nuovo tipo di gestione dell’economia, una forte e permanente mobilitazione del paese, e dunque una modificazione degli equilibri di potere e di classe” (resoconto Ufficio stampa del Congresso ).

98 Chinello diceva, tra l’altro: “Da questi processi di crisi si può uscire in effetti solo andando avanti sulla via del rinnovamento democratico e socialista [...] O si accetta la logica della ristrutturazione capitalistica, o si va allo scontro con il grande capitale “ (resoconto dell’Ufficio stampa del Congresso )

99 Il rinvio era stato imposto dopo che la FGCI aveva elaborato un progetto di Tesi che ne rifletteva gli  orientamenti, a sinistra rispetto a quelli del partito. L’impegno di compensare il rinvio assicurando una effettiva partecipazione dei giovani alla fase preparatoria del Congresso non era stato mantenuto.

100 Cfr. Bandiera Rossa, n. 3, 1966. Incolori gli interventi al Congresso di Occhetto e Petruccioli, mentre i principali dirigenti locali di Milano e Roma, Corrado Terzi e Pio Marconi, partecipavano in prima persona alla campagna contro gli “estremisti”.

101 Per alcuni esempi di misure che riguardavano militanti come Pintor (inviato nella natia Sardegna), Coppola, la Rossanda, la Castellina e la Zandigiacomo, si veda il bollettino IV Internazionale, a. III, n. 8. Per altre misure, si veda. più avanti, in questo stesso Capitolo.

102 Cfr. l’articolo di Francesco Marchi (Giulio Savelli) in IV Internazionale, a. III, n. 8; per i congressi provinciali, IV Internazionale, a. III, n. 13; per il congresso nazionale, l’articolo di Silvano Fedeli (Antonio Moscato), Bandiera Rossa, n. 7, 1966.

103 Cfr. L. Maitan, Il movimento operaio in una fase critica, cit., pp. 195-96.

104 Si veda in proposito il primo Capitolo de Il movimento operaio in una fase critica,  cit.

105 Per una documentazione su queste vicende si veda Bandiera Rossa, n. 4, 1965.

106 Questa approvazione era meno rituale di quanto non potesse apparire a posteriori, nella misura in cui anche in Italia c’erano state nel movimento operaio reticenze sulla lotta rivoluzionaria degli algerini. Per il testo dell’ordine del giorno, e più in generale sul Congresso nazionale, cfr. Bandiera Rossa, nn. 3 e 4, 1960.

107 Paolo Santi avrebbe curato, con un’ampia Introduzione, l’edizione italiana di L’economia mondiale e l’imperialismo di Bucharin (Samonà e Savelli, Roma, 1965).

108 Cfr. in Bandiera Rossa, nn. 1, 2 e 4, 1964, articoli di Bernardo Ferri (Claudio Di Toro), P. Bossi (Silvana Barbieri) e F. Riva (Luigi Vinci).

109 Cfr. Bandiera Rossa, nn. 10 e 11, 1965. Sulle lettere aperte e sulla conclusione dei contratti, si vedano: Bandiera Rossa, n. 4, 1966 - che comprende anche articoli sulle lotte a Torino oltre che su quelle di Milano- e n. 1, 1967; IV Internazionale, nn. 8, 1966 e 2, 1967.

110 Cfr. Bandiera Rossa, n. 6, 1964, con il testo della lettera e il commento sulla conclusione della lotta di Dante Danesi (Silverio Corvisieri): durante l’occupazione operai della fabbrica avevano aderito al PCI, schierandosi assieme a vecchi iscritti su posizioni di sinistra.

111 L’attività professionale permetteva a Ezio Ferrero di essere presente ad avvenimenti di rilievo: per esempio, aveva assistito come traduttore all’incontro tra Kossighin e Valletta in cui si era  raggiunto l’accordo per la costruzione di una fabbrica di automobili in territorio sovietico. Ai suoi funerali suscitava sorpresa l’addio che rivolgevo al compagno scomparso a nome di una organizzazione rivoluzionaria di cui molti dei presenti - tra cui alti dirigenti bancari e manager di aziende di cui Ezio era stato dipendente - ignoravano persino l’esistenza.

112 Per alcune biografie, cfr. rispettivamente: Giuseppe Paolo Samonà, La formazione politica di un intellettuale rivoluzionario. Nota autobiografica (1950-1968), Centro Studi Pietro Tresso, Foligno (PG), 1997; Silverio Corvisieri. Il mio viaggio nella sinistra, ............, 1979.

113 Contrariamente ad altri, Ruffolo non ha cercato di far dimenticare i suoi “trascorsi”. Se venivano meno, dopo moltissimi anni, i nostri rapporti personali era per mia scelta unilaterale, dopo che Ruffolo aveva si era pronunciato a favore della guerra del Golfo. Non penso ovviamente che non si possano avere relazioni di amicizia con persone di opinione politica diversa, ma una guerra simile era, a mio modo di vedere, uno spartiacque e non avrebbe più avuto molto senso continuare quello scambio di opinioni che avevamo a lungo intrattenuto. Successivamente, a parte l’appoggio anche alla guerra del Kosovo, Ruffolo doveva commettere, chiamiamola così, una marachella autobiografica. Rievocando in un’intervista (Corriere della sera, 16 ottobre 1999) il suo antistalinismo di lunga data, lo attribuiva alla sua militanza in Iniziativa socialista, citando tra gli antistalinisti di allora Gino Giugni e Gaetano Arfé, ma dimenticandosi dei suoi legami non certo occasionali con la IV Internazionale

114.Anche per altre differenziazioni nel PSI a Roma e in altre città, cfr. Bandiera Rossa, n. 11, 1960 e nn. 1, 2 e 3, 1961. Per parte nostra, criticavamo le reticenze della sinistra sull’URSS e sui partiti comunisti, segnalando, invece, positivamente un testo di Basso (che, tuttavia, accettava la strategia di “via pacifica al socialismo”, e un testo torinese di Rieser, Lanzardo e Tomasetta (cfr. Bandiera Rossa, n. 9, 1963).

115 Un giovane della nostra organizzazione, Fiorenzo Marcucci, avrebbe portato il nostro saluto a un Congresso nazionale della FGS, accolto da calorosi applausi. Nel Congresso era emersa una corrente, sia pur modesta, di ispirazione rivoluzionaria, rappresentata da Giovanni Mottura (Torino), Turi Toscano (Catania) e Claudio Greppi (Firenze) (Bandiera Rossa, n. 1, 1962). L’organo della FGS, La conquista, avrebbe a suo tempo espresso la propria solidarietà a Raptis e Santen, detenuti in Olanda. Uno dei principali collaboratori era Italo Toni, che avrebbe avuto un ruolo nei successivi processi di radicalizzazione giovanile, prima di scomparire misteriosamente nel Libano. Per una rassegna di un’annata del periodico si veda un articolo di Sirio Digiuliomaria, in Bandiera Rossa, n. 4, 1962.

116 Su questa problematica si vedano gli articoli, tra gli altri, di Renzo D’Urso (Mario Pesce), Gianni Lonardi (Giuliano Boaretto) ed Egidio Vassili (Fausto Monfalcon), in successivi numeri di Bandiera Rossa del 1965.

117 Il Messaggero (18 luglio 1963) dedicava a Italia-Cina e ai contrasti nella FGCI e nella Federazione romana del partito un ampio articolo di Andrea Barbato, secondo il quale Molfese sarebbe intervenuto a una nostra conferenza di Palazzo Marignoli, nonostante le pressioni per dissuaderlo da parte di Enzo Modica, allora noto dirigente comunista cittadino: circostanza che, per parte nostra, non riusciamo a ricordare. Barbato parafrasava a suo modo dichiarazioni che gli avrei fatto: “Un tempo non ci temevano, perché sapevano che nessun gruppo dissidente aveva dietro di sé un’organizzazione o una forza economica. Ma ora i cinesi possono inondare mezza Italia di pubblicazioni e di materiale propagandistico e possono installare una radio in lingua italiana a Tirana”. Dopo un richiamo sommario ai gruppi di estrema sinistra di allora, presentava noi come “il gruppo più serio”, ricordando il nostro legame con la IV Internazionale e attribuendoci cellule in molti quartieri della capitale, anche se con un numero limitato di iscritti.

118 Nuova Unità, giornale comparso in precedenza, nel suo primo numero aveva pubblicato un documento con accenni polemici di inequivocabile sapore staliniano.

119 Una valutazione non frequente nei gruppi filocinesi appariva in un testo che diceva: “Tra il 1945 e il 1948 i dirigenti del PCI furono incapaci di guidare la spinta rivoluzionaria delle masse [...] e hanno anzi praticamente demandato alla borghesia la ricostruzione del paese” e si associava alla tesi secondo cui il PCUS avrebbe criticato questo orientamento.

120 La Lega dei giovani marxisti-leninisti, che pubblicava l’effimero Gioventù rivoluzionaria, era composta da un gruppo di giovani usciti dal PCI, dissoltosi poi rapidamente. Secondo testimoni oculari, alla riunione al cinema milanese, cui erano confluiti anche gruppi provenienti da Torino, Padova e Firenze, non avevano partecipato più di 150 persone, di cui parecchi membri della Commissione federale di controllo del PCI e probiviri sezionali, il cui compito era annotare i nomi dei presenti. Sarebbe poi comparso un altro gruppo attorno al giornale Rivoluzione proletaria, che nelle sue Tesi del settembre 1967 sposava la “rivoluzione culturale”, attaccando la IV Internazionale.

121 Cfr. Bandiera Rossa, n. 10, 1966.

122 Facevano egualmente parte della redazione: Agazzi, Alquati, Asor Rosa, Boaretto, Della Mea, De Palma, Liliana Lanzardo, Miegge, Mottura, Muraro, Negri, Soave e Tronti. Ci sarebbero stati cambiamenti nei numeri successivi. Oltre a Boaretto e a Soave, anche Agazzi apparteneva allora alla IV Internazionale. Sui Quadreni rossi si veda un articolo di Mario Conti (Piero Bolchini), secondo cui il limite della pubblicazione sarebbe consistito “nell’accentuazione a senso unico delle lotte sindacali in funzione politica, nell’esautoramento della funzione dei partiti politici nella direzione rivoluzionaria delle masse e nel loro assorbimento all’interno del sindacato” (Bandiera Rossa, n. 1, 1962).

123 Cfr. Bandiera Rossa n. 7, 1964.

124 Cfr. Bandiera Rossa, n. 2, 1964 e n. 10, 1967. Del primo numero della nuova pubblicazione sottolineavamo criticamente un titolo un po’ paradossale: “Sì al centro-sinistra! No al riformismo!”. Per una recensione critica di Operai e capitale di Tronti, cfr. l’articolo di Silvia Guidi (M. Novella Pierini) “Misticismo teorico e pratica opportunista” (Bandiera Rossa, n. 12, 1966).

125 Due esempi. Uno riguarda Quaderni piacentini, rivista di notevole livello e certamente non inficiata da residui o ritorni di fiamma staliniani: nel n. 31, dedicato alla situazione dell’America Latina e con cui potevamo rilevare un accordo su questioni di fondo, le posizioni delle organizzazioni legate alla IV Internazionale in quella regione del mondo erano ignorate o presentate con distorsioni, se non falsificazioni vere e proprie. L’altro si riferisce alla rivista Lavoro politico, in cui le nostre concezioni teoriche e politiche erano distorte nella maniera più completa (cfr. Bandiera Rossa, nn. 16 e 21, 1967).

126 Il bollettino IV Internazionale pubblicava la testimonianza diretta di un militante che aveva partecipato all’occupazione e il resoconto di un dibattito di alcuni giorni dopo alla Casa dello studente, con grande partecipazione di docenti e di studenti, in cui erano emerse critiche molto radicali al comportamento dei partiti. Lo storico Claudio Pavone non aveva nascosto la sua simpatia per queste critiche, che definiva trotskiste e cinesi.

127 Cfr. Bandiera Rossa, n. 3, 1964.

128Cfr. Bandiera Rossa, n. 5, 1966, dove si criticavano, al tempo stesso, comportamenti fraudolenti nelle elezioni degli organismi rappresentativi, che avevano offerto ai fascisti pretesti per le loro aggressioni e l’assenza di serie misure di sicurezza.

129 A un Congresso romano dei GA (marzo 1967) prevaleva la sinistra (FGCR assieme alla FGS- PSIUP: 96 voti; Classe e partito (Tronti e Asor Rosa): 50; socialisti: 49.

130 Al Congresso provinciale di Milano, dove era recente l’esperienza dell’occupazione della facoltà di Architettura e della Casa dello studente, una mozione della sinistra della FGCI aveva avuto il sopravvento, rispetto alla mozione dei burocrati federali e a una della FGS del PSIUP.

131 Per dare un’idea dei metodi usati al Congresso nazionale: i membri del Consiglio uscente - pari a circa il 20% dei delegati - avevano automaticamente diritto di voto.

132 Un esempio: nell’aprile 196I il circolo milanese “Il camino”, il cui Direttivo era composto da tre comunisti, due socialisti e qualche indipendente, mi aveva invitato a tenere una conferenza sul tema “Trotsky, oggi’. La Federazione del PCI aveva esercitato pressioni perché la cosa non si realizzasse. La conferenza aveva avuto egualmente luogo, con esito soddisfacente (l’Avanti! ne pubblicava un resoconto il 16 aprile, criticando l’atteggiamento del PCI).

133 Nella primavera del 1961 era organizzata a Roma una conferenza pubblica sul Sud Africa, con l’intervento di un militante trotskista sudafricano. A Verona chi scrive era invitato dalla sezione locale dell’ADESSPI a tenere una conferenza sulla struttura sociale e sulle tendenze politiche in Africa.

134 Il tempo non rinunciava al vezzo della stampa conservatrice, tuttora persistente, di presentare l’estrema sinistra con note di colore e come rampolli della borghesia: “Un pubblico strano, formato per lo più da giovani di buona famiglia (notata qualche zazzera accompagnata da basettoni), di distinte signore e di altrettanto distinti signori: un pubblico borghese, insomma di quel genere che fa di certe posizioni estremiste un motivo di snob”. Per altre informazioni, cfr. Bandiera Rossa, n. 10, 1961.

135 Il volume di scritti trotskiani della Einaudi era recensito da Franco Antonicelli su La stampa (7 aprile) e da Raimondo Luraghi su La Gazzetta del popolo (3 marzo), mentre Paese sera (1 aprile) pubblicava un resoconto del dibattito romano. Una mia presentazione era organizzata l’8 maggio dello stesso anno a Pisa, in una sala della Camera del lavoro, dal Circolo Feltrinelli. A Modena, una conferenza sugli stessi temi era organizzata dal Circolo Formiggini, con la partecipazione di numerosi militanti comunisti e socialisti. A Verona, un dibattito aveva luogo nello stesso periodo, su iniziativa del Centro d’informazioni di Walter Peruzzi, sull’ambizioso tema “Dialettica interna e prospettive attuali del movimento operaio internazionale”.

136 Di Lin Piao erano pubblicati Scritti e discorsi della rivoluzione culturale, 1969 (quindi prima della misteriosa scomparsa dell’autore) e, di Liu Shao-chi, Scritti scelti (1970). Di Mao usciva anche un libricino di Poesie (1969), con la Prefazione di Franco Fortini.

137 Nel dicembre 1966, in occasione della pubblicazione da parte della Einaudi degli scritti gramsciani del 1921-’22, la redazione di IV Internazionale organizzava un dibattito sul pensiero di Gramsci. Si confrontavano due diverse interpretazioni, quella di Andreina De Clementi che, riprendendo almeno in parte una critica di sapore bordighiano, sosteneva che in Gramsci ci sarebbero già dei germi delle successive concezioni togliattiane, e quella di Libero Villone, che riaffermava la validità delle Tesi di Lione, nonostante l’accettazione dell’idea del socialismo in un paese solo.

138 Gaspare Bono, La lista del Gallo, Nuove edizioni internazionali, Milano, 1994.

139 Gli scritti di Mario Mineo sono stati pubblicati dall’editore Flaccovio (1995-’98), sotto diversi titoli: Scritti politici, Scritti economici, Scritti teorici e Scritti sulla Sicilia.

140 Orlandi, presidente della commissione del Bilancio della Camera, denunciava l’assenza di effettivo controllo sui bilanci consuntivi dello Stato. Suscitava vivaci reazioni la proposta di stabilire un tetto del 5% per la rappresentanza proporzionale.

141 Per chi fosse interessato, gli Atti del Congresso, con relazioni e interventi, sono stati pubblicati in La sinistra davanti alla crisi del parlamento, Giuffrè, Padova, 1967.

142 Per la verità, il Partito della rifondazione comunista ha proposto una sola Camera, con effettivi ridotti. Ma gli altri hanno fatto orecchi da mercante.

143 A mie visite a Massa, nel 1963, con il Circolo Gobetti e poi con Classe operaia, accenna senza fornire particolari Massimo Michelucci, Adriano Sofri, il 1968 e il Potere operaio pisano, Massari editore, Roma, 1998, p. 46.

144 Cfr., Bandiera Rossa,  n.7, 1966.

145 Cfr. IV Internazionale, nn. 8 e 9, 1967.

146 Ricordo un altro dibattito del periodo al Teatro dei Satiri, di cui non saprei indicare la data esatta, cui avevo partecipato su invito di uno degli organizzatori, Oreste Scalzone, allora dirigente della FGCI di Terni.

147 Sarebbe stato proprio Brandirali, con lo pseudonimo di Mario Valli, a presentare Falcemartello definendolo “organo di mobilitazione politica dei giovani della sinistra [...] una prima espressione di una giovane sinistra nascente” (Bandiera Rossa, n. 5, 1967).

148 Tra coloro che simpatizzavano con La Sinistra e in qualche modo la sostenevano, Luigi Berlinguer, con cui manteneva un legame proprio chi scrive, che aveva avuto modo di frequentarlo durante le vacanze sarde a Stintino. Come si vede, ce ne hanno un po’ tutti di trascorsi più o meno giovanili!

149 Se ben ricordiamo, e a giudicare anche dallo stile, chi scrive era lo estensore di questo editoriale, dal titolo “La difficile unità“, pubblicato senza firma, sia perché era frutto di una elaborazione collettiva, sia per non fare apparire un nome che avrebbe potuto offrire pretesti polemici alle Botteghe Oscure. Le stesse considerazioni valgono anche per il commento conclusivo sulla lotta dei metallurgici, cui ci si riferisce più avanti. Sarebbe apparso, invece, con la mia firma un articolo sulla Bolivia dopo la morte del Che, scritto di ritorno da un viaggio in America Latina (La sinistra, numero di novembre-dicembre 1967).

150 Cfr. La sinistra, nn. 8 e 9, 1967.

151 Scusandoci per le inevitabili omissioni, ricordiamo tra i collaboratori, oltre a quelli menzionati: Silverio Corvisieri, Pino Tagliazucchi, Massimo Gorla, Nino Briganti, Paolo Flores D’Arcais, Ugo Rescigno, Emilio Rosini, Ennio Calabria, Maria Novella Pierini, Arrigo Bortolotti, Massimo Piersanti, Francesco Valentini, Niccolò Salanitro, Claudio Di Toro, Augusto Guerra, Mario Giovana, Beppe Fazio, Vittorio Strada, Sergio De Santis.

152 Il bilancio informava che dal terzo numero la tiratura era stata di 17.000 copie, con vendite tra le 7 e le 8.000 e con 2.600 abbonamenti (specie in occasioni di numeri dedicati al Vietnam e all’America Latina era organizzata una vendita militante). Opportunamente, Colletti segnalava come i dati di vendita e di abbonamento superassero quelli di alcune riviste di partito. Colletti spiegava il suo ritiro con la sua inadeguatezza al compito di dirigere un settimanale. In realtà, del resto al pari di altri, nutriva dubbi sulla realizzabilità del nuovo progetto e sui condizionamenti che avrebbe finito per subire.

153 Ricordiamo, tra gli altri, Leonardo Sciascia, Pio Baldelli, Antonio Saccà, Roberto Massari, Roberto Gianmanco, Pietro Mita, Katia Tennenbaum e Lidia Cirillo. Veniva pubblicato anche il resoconto di un dibattito sulla condizione operaia, organizzato da “Il Manifesto”, circolo culturale sorto a Milano su iniziativa del nostro movimento.

154 Si veda Il movimento operaio in una fase critica, cit.

155 Cfr. Problemi del socialismo, nn. 21, 22 e 23, agosto 1967-gennaio 1968. Il dibattito è stato ripubblicato in volume due anni dopo dalla Samonà e Savelli.

156 Cfr. A. Gorz, Stratégie ouvrière et néocapitalisme, Editions du Seuil, Paris, 1964; P. Anderson Towards Socialism, The Fontana Library, London, 1965; e vari articoli di Mandel sul settimanale belga La Gauche. Le nostre critiche a Gorz, Anderson e Coates erano formulate nel Capitolo sugli obiettivi transitori de Il movimento operaio in una fase critica, cit., dove si analizzavano egualmente le posizioni di Rodolfo Morandi e del PSIUP.

157 Questo testo era pubblicato come supplemento a Bandiera Rossa, n. 5, 1962 e poi sotto forma di opuscolo. Una seconda parte riguardava le amministrazioni locali, le municipalizzazioni e le regioni, e affrontava il problema delle alleanze.

158 La scelta di Livio di ridimensionare lo spazio dedicato alle piccole beghe interne deluderà probabilmente Roberto Massari, che giudicava già gravissima la sottovalutazione del suo ruolo (ritenuto da lui fondamentale) nelle pagine de La strada percorsa. Massari riferisce di essere rimasto "allibito" quando seppe da Livio, al momento della consegna del dattiloscritto, che alla sua non lunga ma rissosa presenza nelle file del gruppo romano dei GCR non si faceva neppure cenno in un libro di 720 pagine... Livio, riferisce l'editore, lo "fissò negli occhi con l'intenso candore che a volte riusciva a esprimere il suo sguardo". Così ha pensato di rispondere a così inammissibile dimenticanza ripubblicando tutti i suoi interventi di quegli anni di polemica contro Maitan e altri compagni, rei di non averlo apprezzato. Lo ha fatto in un libro di 656 pagine (Il centrismo sui generis. La polemica contro Maitan e la Quarta internazionale, Massari, Bolsena, 2006) che si aggiunge a quello ugualmente voluminoso in cui appena un anno fa aveva raccolto tutti i suoi scritti giovanili, a partire da una "monografia" preparata con un compagno di scuola per gli esami di terza media, un tema presentato quasi in bianco nel marzo 1965 in terza liceo (di cui aveva naturalmente conservato "per la storia"la brutta copia), e una relazione scritta per il superamento della prova di "Hike di prima classe" nell'associazione scoutistica cattolica ASCI nel 1962 (Dentro e oltre gli anni '60. Culture, politiche e sociologia (1960-1974), Massari, Bolsena, 2005. Capisco bene lo stupore di Livio nello scoprire che Massari continuava nel 2002 a considerare fondamentali le sue battaglie settarie di quegli anni lontani, con cui aveva creato non pochi problemi dato che aveva periodicamente raccolto tutti gli scontenti per i più diversi motivi, senza riuscire però a tenerli insieme a lungo in uno dei suoi numerosi progetti politici, di cui non era mai rimasto nulla. Fu proprio la scoperta che in un accesso di megalomania Massari aveva ricominciato a rivendicare quel suo presunto ruolo centrale nella Quarta negli anni Settanta, a spingere Livio, che avevo convinto a fatica ad accettarlo come editore per la prima parte delle memorie, a passare per la seconda ad altra casa editrice. Lo fece non in punto di morte e manipolato da alcuni compagni, come insinua Massari, ma diversi mesi prima ed esattamente per le stesse ragioni che hanno spinto me ed altri a interrompere i rapporti con lui, visto che non si limitava a svolgere come in passato il suo lavoro di editore, che avevamo apprezzato, ma si lanciava in un progetto politico al tempo stesso megalomane e poco meditato, che si scredita da solo.