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Rileggere Marx attraverso Lenin
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Rileggere Marx attraverso Lenin
di Antonio Moscato
Traccia della relazione preparata per Riccione (12 marzo 2004)
Si parla spesso di rileggere Marx, ma presentandolo in contrapposizione a Lenin, quasi che i mali del movimento operaio siano iniziati con la “forzatura del marxismo fatta dai marxisti”, a partire appunto da Lenin. In realtà Lenin è assai più fedele di quanto non si dica abitualmente alla grande lezione di Marx.
Negli scritti politici di Marx, soprattutto nelle polemiche con Lassalle e Bakunin, o nell’Indirizzo del Comitato centrale alla Lega del marzo 1850, si trova già l’idea dell’autoemancipazione dei lavoratori, della loro totale indipendenza rispetto alla borghesia “democratica”, della “rivoluzione in permanenza”, dell’armamento del proletariato, insomma ci sono molti degli ingredienti essenziali del pensiero maturo di Lenin nel 1917, che i menscevichi scambiavano per “approdo all’anarchismo”.
C’è in Marx anche il rifiuto del metodo di dare buoni consigli ai governanti, caro al Lassalle e poi a gran parte delle sinistre più o meno moderate fino ai nostri giorni, e l’idea dei “consigli comunali formati dagli operai” contrapposti agli organi e ai poteri dello Stato, e quindi di fatto anticipazione dei soviet (nell’Indirizzo citato, in Opere complete, X, p. 287).
Lenin si rifà poi al Marx della Comune, anche per il metodo: Marx dubita della possibilità di una vittoria, ma non esita ad appoggiare la lotta della Comune quando questa si impossessa del potere, e casomai ne critica le esitazioni di fronte ai forzieri della Banca di Francia e sulla questione degli ostaggi. Lenin e Trotskij si comporteranno analogamente nei confronti della prematura insurrezione del proletariato di Pietrogrado, nelle “giornate di luglio” del 1917, criticate “da dentro” prima, e sostenute incondizionatamente dopo che erano esplose ed avevano innescato la repressione.
La contrapposizione tra Lenin e Marx è possibile dunque solo citando entrambi a sproposito. Soprattutto Lenin è stato pochissimo letto dall’ultima generazione del PCI, sia essa confluita nel PRC o nei DS. Così possono circolare le bizzarre interpretazioni dei “nuovi” mentori della sinistra (che hanno letto molto Bobbio, poco Marx e niente Lenin, e che attribuiscono a Rosa Luxemburg il contrario di quello che ha scritto nel 1918), sulla “fatale involuzione di tutte le rivoluzioni” per il “peccato originale della violenza”, colpevole sia che sia servita per abbattere l’autocrazia zarista e respingere il mostruoso attacco alla rivoluzione da parte dei generali bianchi (“nazisti ante litteram”), o per rovesciare Batista o Somoza, o liberarsi da una secolare oppressione straniera nel Vietnam combattendo prima giapponesi e francesi collaborazionisti, poi francesi “democratici”, poi statunitensi, in una guerra di più di quaranta anni.
La rivoluzione russa, straordinaria e insuperata manifestazione della auto-organizzazione delle masse proletarie e contadine, viene ridotta ridicolmente all’episodio della “presa del Palazzo d’Inverno” (tra l’altro quasi incruenta), sostanzialmente marginale anche se necessaria per risolvere in un modo anziché nell’altro l’instabile equilibrio del dualismo di potere.
Basterebbe leggere (o rileggere, dato che c’è anche chi ha rimosso, come Hobsbawm, che dice “forse nel 1917 era meglio non prendere il potere) se non la magistrale e monumentale opera del Carr sui primi dieci anni della rivoluzione russa, almeno Stato e rivoluzione, o I dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed. Basterebbero per capire che non c’era nessun sostitutismo o avanguardismo, nessun “colpo di Stato”, nel progetto e nella pratica del partito bolscevico dopo il ritorno di Lenin nell’aprile 1917.[1]
E Stato e rivoluzione andrebbe letto insieme a un testo scritto nelle stesse settimane, e da sempre quasi ignorato, mentre è la migliore esemplificazione del “programma di transizione” di un partito rivoluzionario ancora minoritario che si batte per “conquistare l’egemonia” rispondendo agli interrogativi e ai bisogni essenziali del proletariato.[2] Alludo a La catastrofe imminente e come lottare contro di essa, un opuscolo di agitazione semplicissima sul problema dei prezzi, dell’occupazione, dell’evasione delle banche, dello spadroneggiare del grande capitale.[3] Ci sono capitoli sulla carestia e l’inerzia del governo provvisorio, sulla “bancarotta finanziaria” e i provvedimenti per combatterla (nazionalizzazione delle banche e dei cartelli di grandi imprese, abolizione del segreto commerciale, controllo operaio, ecc.) e indicazioni sui metodi: organizzazione del proletariato con gli strumenti della “democrazia rivoluzionaria”. Insomma un testo pensato proprio come complementare a Stato e rivoluzione. Sono anni che non trovo uno dei tanti che sproloquiano su Lenin, per denigrarlo o imbalsamarlo, che lo abbia letto.
E ce ne sarebbe bisogno! Basti pensare che oggi, di fronte all’emergere della putredine del “normale” funzionamento del sistema capitalistico con le crisi Cirio, Parmalat, Enron ecc., non si è saputo proporre di meglio che ... una commissione d’inchiesta parlamentare! Di un parlamento, per giunta, in cui siedono in gran numero grandi capitalisti con i loro servi, da una parte e dall’altra dell’emiciclo (non penso solo a Berlusconi o Previti, ma ai De Benedetti, ai Treu, ai Ranieri, ecc., sotto la benevola supervisione di un Ciampi campione delle intese trasversali).
Stato e rivoluzione d’altra parte può essere riletto anche per capire come le vicende tragiche della guerra civile abbiano fatto allontanare la Russia dal progetto originario, lasciando dei soviet solo il nome. Io a questa lettura e interpretazione ero arrivato giovanissimo nella Jugoslavia del 1957 (ancora sotto l’impressione della tragedia ungherese), aiutato da compagni partigiani italiani rifugiatisi lì. Da lì è partita la mia lunga riflessione di militante e poi di storico. Ma mi piace ricordare che quasi negli stessi anni (a partire dal 1962) un giovane autodidatta di nome Ernesto Che Guevara era arrivato alle stesse conclusioni, e ai suoi più stretti collaboratori diceva, nelle riunioni periodiche al Ministero dell’Industria: dobbiamo leggere tutto Lenin, dal 1917 in poi. Ha scritto durante la prima esperienza - nel bene e nel male - di costruire una nuova società e dobbiamo studiarlo a fondo. Possiamo non essere d’accordo su molte cose, e non dobbiamo trasformarlo in una Bibbia, ma dobbiamo studiarlo tutto. E’ dopo la sua morte che è cominciata l’involuzione del pensiero marxista. Cito Guevara a memoria, perché qui non ho a disposizione le fonti.[4]
Il Che non condivideva e in sostanza fraintendeva l’atteggiamento di Lenin nel dibattito sui sindacati e poi sulla NEP, ma è comprensibile: veniva da anni in cui il movimento operaio era stato nutrito con “brevi corsi”, cioè con “bignamini” fuorvianti che fornivano il “marxismo-leninismo” in pillole, e ha avuto a disposizione pochissimi anni (e che anni e con che impegni!) per studiare e capire i problemi posti in quello straordinario primo decennio della rivoluzione russa. Ma cominciò a leggere e a capire, anche con l’aiuto del maggior sostenitore delle sue tesi nel dibattito economico (che solo economico non era) del 1963-1964: Ernest Mandel, e ci ha lasciato preziose indicazioni (anche se in gran parte rimaste finora inedite, mentre invece si pubblicano i diari giovanili, privi di ogni interesse politico, di un Ernesto Guevara che non era ancora diventato il Che!
Torniamo a noi. Come leggere Lenin? Prima di tutto sgomberando il campo dalla “vulgata” banalizzante. Si è citato ad esempio per anni il titolo de L’estremismo malattia infantile del comunismo, senza conoscerne davvero il contenuto, e quindi senza capire quale era il vero bersaglio di quel testo, l’opportunismo dei moderati e dei riformisti. E al tempo stesso si proponeva di trasformare l’embrione di internazionale, nata nel 1919 con poche decine di “delegati” poco rappresentativi e di livello assai diverso tra loro, in quella straordinaria fucina di quadri, centro di una riflessione collettiva a livello mondiale, che traspare dai documenti del primi quattro congressi.[5]
Infatti non è il solo Lenin a servirci, ma tutti i dibattiti di quegli anni, di elevatissimo livello e caratterizzati da un pluralismo che non ha nulla a che fare con le rappresentazioni denigratorie (o esaltatorie ma banalizzanti e caricaturali) che di quella esperienza si fanno abitualmente.[6]
Lenin si era stupito e preoccupato quando nell’ultima fase della sua vita seppe che si era deciso di pubblicare una raccolta delle sue opere: si domandava a che potesse servire. Non ho scritto mai pensando a una pubblicazione sistematica, quasi ogni mia pagina, diceva, era stata concepita in una situazione contingente, in un contesto dato che i nuovi lettori potevano non conoscere, era destinata a colpire un bersaglio preciso. A volte voleva “torcere il bastone”, cioè forzare la polemica nei confronti di una posizione che in quel momento gli sembrava pericolosa nel partito e nel movimento operaio. Lo ha scritto egli stesso nell’introduzione alla raccolta Dodici anni dopo, a proposito del suo Che fare? (assolutizzato ancor oggi dai settari che ignorano la presa di distanza dello stesso Lenin dopo l’esperienza straordinaria del 1905).
Qualcosa di simile aveva detto a proposito del suo (ancor oggi attuale!) saggio sull’imperialismo quando, pochi anni dopo, Bucharin voleva estrarne dei passi per inserirli in un documento congressuale da votare... Lenin aveva ragione solo in parte quando si preoccupava per un possibile fraintendimento dei suoi scritti (che c’è stato ma attraverso altri canali...) Oggi, proprio grazie al carattere dell’opera omnia ordinata cronologicamente, anche se spesso commentata banalizzandola, possiamo ricostruire a tutto tondo l’evoluzione del suo pensiero, e collocare in un contesto preciso gli scritti più famosi e bene o male più conosciuti.
Così L’estremismo malattia infantile del comunismo va letto insieme agli scritti sulla Germania del 1920, in cui Lenin spiega: abbiamo cominciato a costruire l’internazionale anche con elementi semianarchici o anche anarchici, purché rompessero con l’opportunismo e il riformismo, ora si tratta di cominciare a definire meglio compiti e orientamenti (e vengono fuori le preziose riflessioni sul fronte unico proletario che saranno definite soprattutto nel terzo e quarto congresso dell’IC). E contro ogni mitologia sulle origini del PCd’I andrebbero rilette le polemiche del 1921 di Lenin e Trotskij nei confronti della delegazione italiana...
Appendice: sul metodo
Lenin su “guerra partigiana e terrorismo”[7]
Gli scritti di Lenin de11906 meriterebbero una rilettura nella loro globalità, che rivela una grande evoluzione del suo pensiero di fronte alla ricchezza dell'esperienza della prima rivoluzione russa. Tuttavia, segnaliamo alcuni passi, di grande valore metodologico, per consentire comunque di avere un'idea di questa specifica riflessione teorica poco conosciuta.
In particolare nello scritto su La guerra partigiana, del settembre 1906, il dirigente bolscevico scriveva:
A quali fondamentali esigenze deve attenersi ogni marxista nell'esaminare il problema delle forme di lotta? Innanzitutto, il marxismo si distingue da tutte le forme primitive di socialismo perché non lega il movimento a una qualsiasi forma di lotta determinata. Esso ne ammette le più diverse forme, e non le 'inventa', ma si limita a generalizzarle e a organizzarle, e introduce la consapevolezza in quelle forme di lotta delle classi rivoluzionarie che nascono spontaneamente nel corso del movimento. Irriducibilmente ostile a ogni formula astratta, a ogni ricetta dottrinaria, il marxismo esige un attento esame della lotta di massa in atto, che, con lo sviluppo del movimento, con l'elevarsi della coscienza delle masse, con l'inasprirsi delle crisi economiche e politiche, suscita sempre nuovi e più svariati metodi di difesa e di attacco. Non rinuncia quindi assolutamente a nessuna forma di lotta e non si limita in nessun caso a quelle possibili ed esistenti solo in un determinato momento, riconoscendo che inevitabilmente, in seguito al modificarsi di una determinata congiuntura sociale, ne sorgono delle nuove, ancora ignote agli uomini politici di un dato periodo. Sotto questo aspetto il marxismo impara, per così dire, dall'esperienza pratica delle masse, ed è alieno dal pretendere di insegnare alle masse forme di lotta escogitate a tavolino. (V .1. Lenin, Opere complete, voI. XI, Editori Riuniti, Roma, 1962, pp. 194-195).
Dopo questa premessa, già utile ancor oggi contro il dogmatismo dei teorizzatori della violenza (o della non violenza...) come "principio", Lenin aggiungeva un'altra considerazione metodologica:
In secondo luogo, il marxismo esige categoricamente un esame storico del problema delle forme di lotta. Porre questo problema al di fuori della situazione storica concreta, significa non capire l'abbiccì del materialismo dialettico. In momenti diversi dell'evoluzione economica, a seconda delle diverse condizioni politiche, culturali-nazionali, sociali, ecc., differenti sono le forme di lotta che si pongono in primo piano divenendo fondamentali, e in relazione a ciò si modificano, a loro volta, anche le forme di i lotta secondarie, marginali. Tentare di dare una risposta affermativa o negativa alla richiesta di indicare l'idoneità di un certo mezzo di lotta senza esaminare nei particolari la situazione concreta di un determinato movimento in una data fase del suo sviluppo, significa abbandonare completamente il terreno del marxismo (ivi, p. 195).
Naturalmente Lenin non scriveva solo per definire criteri generali. Così, dopo una serie di esempi tratti dalla pubblicistica socialista russa ed europea, descriveva precisamente le nuove manifestazioni apparse in Russia nel corso e subito dopo la rivoluzione, e aggiungeva:
Il fenomeno che ci interessa è la lotta armata. Conducono questa lotta singoli individui e singoli gruppi. Una parte di loro appartiene a organizzazioni rivoluzionarie, un'altra parte (e in alcune località della Russia la maggior parte) non appartiene a nessuna di esse. La lotta armata persegue diversi obiettivi, che è necessario distinguere nettamente l'uno dall'altro: innanzitutto, essa mira a uccidere singole persone, ufficiali e subalterni dell'esercito e della polizia; in secondo luogo, si propone di confiscare somme di denaro appartenenti sia al governo sia ai privati. (ivi, p. 197).
Più in là, in una nota, Lenin precisava i criteri adottati per distinguere e valutare le varie azioni spontanee:
Le 'espropriazioni' di beni privati sono assolutamente escluse; le 'espropriazioni' di beni pubblici non vengono consigliate, ma solo ammesse, a condizione che il partito le controlli e i fondi vengano destinati ai bisogni dell'insurrezione. Le azioni partigiane di tipo terroristico sono state consigliate se condotte contro gli sgherri del governo e i Centoneri attivi (i Centoneri erano un'organizzazione estremista di destra, che si potrebbe definire oggi 'fascista' - n.d.r. ), purché si osservino le seguenti condizioni: 1) tenere conto dello stato d'animo delle larghe masse; 2) tenere presente la situazione del movimento operaio in quella determinata località; 3) preoccuparsi di evitare un inutile spreco di forze del proletariato. (ivi, p. 202).
Come si vede, il modo di affrontare le forme di lotta armata - compresa quella individuale o di piccoli gruppi, condotta attraverso agguati e tradizionalmente chiamata "terrorismo" - era estremamente pragmatico e concreto. A chi obiettava, poi, che tali azioni disorganizzavano il lavoro dei rivoluzionari, Lenin rispondeva nettamente:
Chi disorganizza di più il movimento in questo periodo: la non resistenza o la lotta partigiana organizzata? ...Non le azioni partigiane disorganizzano il movimento? ma la debolezza del partito, che non sa prendere nelle sue mani la direzione di queste azioni. Ecco perché agli anatemi che noi russi siamo soliti lanciare contro le azioni partigiane si uniscono azioni partigiane segrete, occasionali, non organizzate, che effettivamente disorganizzano il partito. Non potendo capire le condizioni storiche che suscitano questa lotta, non possiamo neppure neutralizzarne i lati negativi. Nondimeno questa lotta continua. La suscitano potenti cause economiche e politiche. E noi non siamo in grado di eliminarle e quindi di eliminare questa lotta. Le nostre recriminazioni contro la lotta partigiana non sono altro che recriminazioni contro la debolezza del nostro partito. (ivi, pp. 199-200).
Lenin partiva, dunque, da un'analisi concreta di un movimento spontaneo, che rivelava una spinta reale alla lotta in un momento di temporanea debolezza dopo una parziale sconfitta. Non a caso, nel 1920, ritornerà sull'argomento in positivo, spiegando che la debolezza dell'estremismo in Russia in quella fase era legata alla maturità e alla capacità del partito di raccogliere e indirizzare la volontà di lotta di settori importanti delle masse, mentre al contrario esso era molto forte nei paesi europei, in cui nel movimento operaio prevalevano direzioni opportuniste.
È sintomatico che tali scritti non abbiano potuto essere stati utilizzati dai terroristi nostrani, mossi da una visione astrattamente ideologica e del tutto incapaci di concepire quell'analisi concreta delle condizioni oggettive da cui partiva Lenin per determinare la liceità o meno di una determinata forma di lotta in una data fase.
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[1] Ma vorrei segnalare anche uno degli ultimi libri di Ernest Mandel, Ottobre 1917. Storia e significato di una rivoluzione, Data News, Roma, 1993, che già era diretto contro la lettura borghese e socialdemocratica della rivoluzione come “colpo di Stato” che oggi viene assurdamente riproposta nello stesso PRC dai paladini della “nonviolenza”.
[2] Insisto sul termine egemonia, per sottolineare quanto fosse campata in aria la lettura riformista di questo concetto fatta da Giuseppe Vacca e ripresa per anni da tanti suoi discepoli, che pontificano tuttora anche nel PRC. Per Gramsci il maggior contributo di Lenin al marxismo è consistito proprio nell’affermazione del “principio teorico-pratico dell’egemonia”.
[3] La catastrofe imminente e come lottare contro di essa è datato 10-14 settembre 1917, ed è stato pubblicato in opuscolo nel mese successivo. Ora è in: Lenin, Opere, vol. XXV, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp.305-347. Era stato scritto in Finlandia, subito dopo Stato e rivoluzione che è dell'agosto-settembre 1917.
[4] Le fonti sono circa 600 pagine di inediti di Guevara che sono riuscito a procurarmi, trascrivere e in parte fotocopiare (con l’impegno a non pubblicarle) in lunghi periodi di ricerche a Cuba, durati diversi anni.
[5] I documenti della III internazionale sono stati pubblicati in due edizioni diverse per i criteri ma ugualmente pregevoli, pubblicate rispettivamente da Aldo Agosti in tre volumi di complessivi sei tomi (Aldo Agosti, La Terza Internazionale. Storia documentaria, Editori Riuniti, Roma, 1974-1979), e da Jane Degras: Jane Degras (a cura di), Storia dell’Internazionale comunista attraverso i documenti, Feltrinelli, Milano, 1975 (tre volumi).. Pregevoli, ma così poco letti che continuiamo a sentire intellettuali raffinati che liquidano sommariamente il “terzinternazionalismo” mettendo in un solo fascio la ricchezza dei primi congressi (in particolare del secondo, terzo e quarto) e le porcherie dogmatiche e ciniche dell’ultimo periodo del Comintern asservito alle esigenze tattiche della burocrazia sovietica, fino allo scioglimento deciso bruscamente da Stalin!
[6] D’altra parte la stessa sorte ha il dibattito nel giovane PCd’I, che pur studiato egregiamente da Paolo Spriano (e da molti altri) viene ridotto nella vulgata dominante nello stesso PRC a un santino sul “partito di Gramsci e di Togliatti”, che ignora l’apporto determinante di tante diverse voci, e perfino il piccolo particolare che Togliatti, per il suo atteggiamento sulla guerra, nel 1921 non era entrato neppure nel CC, e che lo stesso Gramsci non era stato ammesso nell’organo esecutivo più ristretto corrispondente a quella che nel PRC è la segreteria nazionale. E tanto più viene ignorato l’ultimo scontro tra i due nel 1926, proprio sull’introduzione nel partito comunista russo di un monolitismo fino ad allora inconcepibile.
[7] Scheda tratta da Antonio Moscato, Cinzia Nachira, Israele sull’orlo dell’abisso, Sapere 2000, Roma, 2002.
[8] Altri esempi interessantissimi possono essere ricavati dal libro di Roberto Massari, Il terrorismo, Massari edit. Bolsena, 2001 Molto utile anche Marco Fossati, Terrorismo e terroristi, Bruno Mondadori, Milano, 2003.