Il progetto di recupero a cura di Leonardo Lomartire · lelomar.substack.com
Movimento operaioIl sito di Antonio Moscato, ricostruito

I grandi nodi del Novecento › Materiale per l'autoformazione

Come si arrivò al '68

Materiale per l'autoformazione · pubblicato il 17 luglio 2010 · 32 min di lettura

Un libro stimolante e attuale di Livio Maitan, scritto nel 1998, subito dopo la tempesta che travolse le "tigri asiatiche".
Con una ricostruzione dei cicli congiunturali dal dopoguerra alla nuova instabilità di fine secolo.

Scarica il file originale (DOC, 75 kB)

Versione di lettura convertita dal file originale.

Verso il 1968-1969: lotte operaie e scontro nel sindacato1

di Antonio Moscato

 

Il trentesimo anniversario del 1968 ha visto in Italia un proliferare di pubblicazioni rievocative, di interviste a protagonisti, veri o presunti, ma in genere quasi tutti propensi a fornire una lettura deformata e deformante di quegli anni. Alcuni sono ormai dei veri e propri “pentiti”, altri puntano a un Amarcord nostalgico, ma poco utile per la ricostruzione. Quasi tutti, nel ripercorrere quegli anni, ripetono il luogo comune del 1968 studentesco che avrebbe preceduto e innescato il 1969 operaio, l’Autunno caldo. Non ci si può stupire che, una volta divenuti accademici tradizionali o inseriti a pieno titolo nel ceto politico dominante, gli ex rivoluzionari abbiano dimenticato o rimosso le loro stesse esperienze, o abbiano rivalutato solo quella parte di esse che riguarda la storia dei movimenti studenteschi e della loro successiva involuzione e sostituzione da parte di gruppi politici maoisti o spontaneisti che se ne disputavano le spoglie.2

 

Le premesse

In realtà le lotte operaie cominciarono a svilupparsi, parzialmente fuori controllo burocratico, anche prima del 1968, e dilagarono in quell’anno su due terreni: le lotte di fabbrica e quelle contro le “zone salariali” che penalizzavano le retribuzioni nel sud e in genere nelle regioni meno industrializzate. Spesso si svilupparono in un rapporto dialettico con le lotte degli studenti rivoluzionari, anche se questi non sempre sapevano fornire un grande aiuto.

Al tempo stesso si registrava un’accentuazione della crisi dei partiti di governo. Anche se le elezioni del maggio 1968 avevano registrato solo modesti cambiamenti nei rapporti tra i partiti, al loro interno era aumentata la conflittualità.

La DC aveva guadagnato uno 0,8% raggiungendo il 39,1%, e si confermava il primo partito, ma era fortemente lacerata (al XII congresso del 1969 si confrontarono otto correnti, e quella che aveva avuto la maggioranza relativa si dissolse dopo pochi mesi); il PCI era cresciuto dell’1,6% arrivando al 26,9%, ma era attraversato da tensioni tra chi voleva forzare i tempi nella direzione che sarà presa molto più tardi (Amendola e Napolitano, ad esempio, guardavano già alla socialdemocrazia europea) e chi come Ingrao aveva tentato di proporre un nuovo “blocco storico” di forze sociali anticapitalistiche. Le due tendenze si erano scontrate – con un linguaggio in codice – nell’XI congresso del gennaio 1966, e la sinistra era stata pesantemente penalizzata (senza arrivare a un voto contrapposto). Una parte dei quadri che avevano appoggiato Ingrao avrebbe dato vita, proprio nel 1969, alla rivista “Il manifesto” e poi, dopo, l’espulsione, al gruppo politico omonimo.

Anche se il gruppo del "manifesto", per le sue scelte politiche, dapprima sbilanciate verso Potere Operaio, poi di adattamento alla "sinistra sindacale", avrebbe inciso poco nel corpo militante del PCI, parecchi sintomi rivelavano che una forte erosione da sinistra era cominciata: a partire dal 1968 erano apparsi o si erano rafforzati notevolmente molti (troppi!) gruppi di estrema sinistra che avevano reclutato largamente nel movimento studentesco, attraendo una parte notevole della federazione giovanile del PCI, mentre, nonostante l’ambiguità e l’eterogeneità del suo gruppo dirigente, il PSIUP – nato nel 1966 come reazione della sinistra del PSI all’unificazione con il PSDI – appariva un possibile concorrente dello stesso PCI da sinistra. Il PSIUP non sarebbe sopravvissuto alle elezioni del 1972 (in cui non raggiunse il quorum ed entrò in crisi, confluendo in gran parte nel PCI, mentre l’ala sinistra si fuse con “il manifesto”), ma nel 1968 aveva ottenuto un 4,4% che raccoglieva più del previsto dalla crisi del partito socialista unificato, che aveva perso il 5,4% di quanto ottenevano separatamente PSI e PSDI. Il nuovo partito socialista unificato era stato colpito duramente dal risultato elettorale, che rendeva vane le speranze della borghesia “illuminata” di scavalcare il PCI e tentare un ricambio politico modernizzatore, (era ridotto ad appena il 14,5%), e si sarebbe scisso già nel 1969.

La conseguenza di questa situazione è stata una grande instabilità: dal 1968 al 1972 si susseguirono molti governi di brevissima durata, di cui ben tre retti da uno scialbissimo democristiano, Mariano Rumor. Ogni crisi era provocata d’altra parte dai dissensi interni alle correnti democristiane e dalle beghe tra i partitini “laici”, non dall’opposizione di sinistra, che non sapeva e non voleva approfittare dell’instabilità.

Tutte le forze di governo erano divise tra chi voleva accelerare le riforme di cui si parlava da tempo e chi ne temeva gli effetti, e coltivava magari perfino tentazioni autoritarie se non addirittura golpiste. La prima riforma che si tentò di realizzare, quella universitaria, innescò tuttavia un poderoso movimento studentesco, che fu contrastato alternando ancora una volta repressione e concessioni (più facili per il tenace rifiuto di costruire un'organizzazione nazionale, da parte di pressoché tutti i gruppi dirigenti del movimento nelle maggiori università). Negli anni successivi, sotto l’impatto delle grandi mobilitazioni operaie e della radicalizzazione di magistrati, giornalisti, poliziotti, ecc. furono approvate comunque in fretta riforme importanti che erano state rinviate per anni, come la creazione delle regioni, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, il divorzio e l’aborto.

I primi sintomi della comparsa di una nuova generazione operaia non segnata dalle cicatrici delle pesanti sconfitte dell’immediato dopoguerra e dei terribili anni Cinquanta, si erano avuti nel corso delle lotte per il rinnovo dei principali contratti di categoria del 1962. A Torino, ad esempio, durante uno sciopero dei metalmeccanici, un gruppo di giovani operai assaltarono e distrussero la sede di Piazza Statuto della UIL, il sindacato che allora appariva, insieme al più esplicitamente padronale SIDA, il principale strumento della FIAT per dividere i lavoratori. Furono bollati come provocatori e come fascisti: erano invece il segno di una radicalità che si manifestava anche e soprattutto nelle forme di lotta, come accadrà in genere anche negli anni successivi.

Qualcosa di simile si era manifestato in molte città nel 1960 durante le lotte contro il tentativo di Tambroni di utilizzare i voti fascisti, offrendo in cambio la possibilità di tenere un congresso del MSI a Genova, forse la città più antifascista d’Italia, e comunque l’unica che si era liberata da sola, costringendo un generale tedesco ad arrendersi a un operaio comunista. Anche allora i durissimi scontri di piazza videro protagonisti in molte città dei giovanissimi non iscritti alle organizzazioni tradizionali della sinistra, e che per questo fu più difficile frenare. Furono chiamati. i “ragazzi dalle magliette a strisce” (era l’indumento di moda allora tra i giovani proletari), perché nessuno sapeva bene chi erano.

A Roma ad esempio continuarono a scontrarsi con la polizia nella zona di Porta San Paolo per molte ore dopo che i dirigenti della federazione del PCI avevano data per conclusa la manifestazione, invitando (inascoltati) tutti i militanti a tornare a casa. Molti di quei ragazzi quella stessa sera si riunirono nella sede del PCI di Testaccio e chiesero di aderire alla FGCI, ignorando ovviamente il ruolo frenante che avevano avuto i dirigenti del partito. Anche a Genova c’erano giovanissimi proletari accanto a un nucleo deciso di operai comunisti con esperienze partigiane e decisi a vendicare le sconfitte del periodo precedente. Insieme praticarono forme di lotta estremamente violente: dalle barricate ottenute saldando ai binari i tram, alla cattura di alcuni automezzi della Celere. Quei giovani erano in genere edili o lavoratori dispersi in piccole fabbriche senza organizzazione sindacale, e la loro radicalizzazione sul terreno politico generale avrebbe avuto difficoltà a tradursi in lotta sul posto di lavoro, ma erano un sintomo importante di un mutamento di clima.

La nuova generazione operaia, non meno di quella studentesca, si alimentava anche di simboli e punti di riferimento internazionali: dapprima, anche senza un vero impatto di massa, la rivoluzione algerina, poi quella cubana, che ebbe una fortissima eco e poi, ovviamente, quella vietnamita.

In tutti i casi, veniva rivalutata la lotta armata e comunque non parlamentare. La vittoria cubana poi colpiva al cuore l’argomento sempre usato dai riformisti del PCI e del PSI subito dopo la Resistenza per mettere a tacere chi proponeva obiettivi e forme di lotta anticapitalistiche: “non si può, perché altrimenti arriveranno gli americani…”. Cuba aveva dimostrato che “si poteva”, anche in un paese “così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti”… La simpatia si consolidò nel 1961, quando la giovane rivoluzione piegò l’aggressione dei mercenari a Playa Giròn, e l’anno successivo quando Cuba diede una lezione di dignità alla stessa Unione Sovietica.

La radicalizzazione influì soprattutto sulle organizzazioni tradizionali. I primi gruppi extraparlamentari di tendenza maoista o operaista, e quelli bordighisti relativamente rivitalizzatisi avevano troppe rigidità per riuscire a pesare. Un ruolo importante in quegli anni ebbe invece la FGCI, che si spostò sempre più a sinistra, sia per l’evoluzione di quadri della generazione precedente come Luciana Castellina, sia per l’iniziativa dell’area trotskista “entrista” della sezione italiana della IV Internazionale, che nella prima metà degli anni Sessanta ebbe un ruolo dirigente nazionale della “tendenza” di sinistra nel PCI, conquistando una effettiva egemonia in città come Roma, Milano, Torino, Perugia, Catania, Venezia, ecc., dove spesso era trotskista lo stesso segretario provinciale della FGCI. Uno dei terreni essenziali scelti per differenziarsi dal partito era quello della solidarietà internazionalista, e delle forme di lotta da usare in essa (ad esempio a Roma i dirigenti del PCI erano furiosi per i tentativi di raggiungere l’ambasciata americana nel corso delle manifestazioni per il Vietnam, che ovviamente provocano aspri conflitti con la polizia)3, ma la FGCI si proiettava anche verso le prime lotte operaie. Ciò accadeva perfino a Roma, dove pure la classe operaia era assai ridotta (ma c’era una tradizionale combattività degli edili, e vi fu un importante e prolungata occupazione della fabbrica chimica ICAR-LEO), e più sistematicamente a Torino e soprattutto a Milano, dove Avanguardia Operaia, prima di diventare un gruppo politico, fu lo strumento di intervento della sinistra trotskista della FGCI e dello stesso partito.

 

La radicalizzazione della FIM CISL

Il progressivo spostamento a sinistra di settori della CISL deve essere  considerato un effetto indiretto della radicalizzazione cattolica che si manifestava anche nelle ACLI, originariamente fiancheggiatrici della corrente democristiana prima della scissione del 1948, e che poi non a caso, nel 1972, videro alcuni dirigenti significativi, a partire dal presidente Livio Labor, tentare di costruire un Movimento Politico dei Lavoratori, per alcuni aspetti collocato alla sinistra del PCI.4

Ma il fenomeno era assai più ampio, ovviamente, e si era espresso largamente nel Concilio Vaticano II, che era stato al tempo stesso il riflesso e l’amplificatore di un movimento profondo, manifestatosi con le “comunità di base”, dal Brasile di mons. Helder Camara ai preti operai francesi e alla Toscana dell’Isolotto e di don Milani.

Un movimento che non poteva quindi non avere ripercussioni anche sul sindacalismo cattolico, che aprì – soprattutto ma non solo tra i metalmeccanici – le sue porte a giovani intellettuali che si dedicarono a un lavoro di formazione che doveva portare la FIM (assai più aperta su questo terreno della FIOM, in cui il peso dell’apparato del PCI aveva una funzione frenante) ad avere un ruolo di avanguardia. Un sottoprodotto politico del fenomeno fu qualche anno dopo il “Gruppo Gramsci”, nato dalle scuole di formazione della FIM, e che ebbe agli inizi degli anni Settanta un ruolo interessante e positivo soprattutto a Torino e Milano, con la partecipazione di intellettuali di un certo peso come Giovanni Arrighi e Romano Màdera, e di straordinari quadri operai come Tino Tizzoni, operaio dell’Alfa Romeo e dirigente politico complessivo del gruppo. Ma questa è la storia di un periodo successivo, ed esula in parte dal nostro tema. In ogni caso va detto che nell’ondata rivoluzionaria del 1968-1969 e degli anni successivi (qualcuno preferisce definirla “prerivoluzionaria”, anche se una situazione può essere definita “rivoluzionaria” indipendentemente dall’esito finale, che dipende dal fattore soggettivo, in base all’ampiezza e profondità delle forze che si radicalizzano e rifiutano l’ordine esistente), i giovani operai e intellettuali cattolici ebbero un peso che non sempre viene riconosciuto adeguatamente.

 

La seconda metà degli anni Sessanta

Cresceva su vari terreni la spinta a cercare forme diverse da quelle imposte dalla burocrazia riformista: nel 1966 le lotte per il rinnovo dei contratti di lavoro, pur limitate dalla piattaforma moderatissima imposta dai burocrati, si inasprirono, e in molti casi gli attacchi della polizia ai picchetti e ai cortei trovarono una risposta decisa, che diventarono davanti allo stabilimento milanese dell’Alfa Romeo di Portello quasi una guerriglia di strada. Al tempo stesso gli operai guardavano con attenzione alle prime lotte violente e dissacranti degli universitari. Nell’aprile 1966, ad esempio, quando i fascisti (protetti come sempre dalla polizia, anche se il governo era di centro-sinistra), attaccarono l’Università di Roma uccidendo uno studente, Paolo Rossi, e poi ferendo altri tra cui chi scrive, gruppi di robusti lavoratori del gas presidiarono di notte i dintorni l’università con l’obiettivo (realizzato) di “dare una lezione” agli aggressori fascisti.

La lotta per il rinnovo contrattuale del 1966 si era tuttavia conclusa con un risultato modestissimo, ed anzi assai pericoloso, perché gli accordi prevedevano che le lotte aziendali potessero contrattare solo una percentuale irrisoria del salario: in questo modo, pensavano burocrati e padroni, non ci sarà più nessuna lotta aziendale tra un contratto e l’altro, perché non varrà la pena di lottare per tanto poco. Ma avevano fatto i conti senza l’oste, cioè con la crescita politica di molti operai, dentro e fuori le organizzazioni tradizionali.

Verso la fine del 1967 e soprattutto nel 1968 si moltiplicarono le lotte aziendali e a volte di reparto contro il cottimo, contro la nocività e i ritmi di lavoro, riscoprendo forme di lotta dimenticate, che disarticolavano la produzione e scardinavano l’autorità dell’intera gerarchia di fabbrica. L’industria italiana “tirava”, e per fermare le lotte, una parte del padronato accettò di pagare un certo prezzo, tentando di monetizzare il disagio operaio. Così saltarono o vennero aggirate le clausole del contratto che dovevano bloccare la contrattazione aziendale.5  

Uno degli episodi che colpì di più l’opinione pubblica, e parve il sintomo della fine di un’epoca, avvenne nell’azienda tessile Marzotto, nel Veneto, che esisteva fin dal 1836, e che aveva sempre esercitato un controllo paternalistico di stampo cattolico, e osteggiato la presenza sindacale. Nell’aprile 1968 un’intensificazione dei ritmi di lavoro basato sull’analisi dei tempi e metodi provocò dapprima un’invasione degli uffici e la distruzione degli elenchi dei nuovi ritmi, poi una manifestazione operaia che abbatté la statua del fondatore della dinastia, il conte Marzotto, nella piazza centrale di Valdagno. 42 dei circa 4000 operai partecipanti furono arrestati, ma la reazione fu imprevedibile: il consiglio comunale, a grande maggioranza democristiana, si schierò dalla parte dei manifestanti, chiedendo l’immediato rilascio degli arrestati.

La pressione operaia per una controffensiva dopo i risultati deludenti dei contratti del 1966 si manifestò anche spingendo le confederazioni a proclamare per la prima volta uno sciopero generale di 4 ore per la rivalutazione delle pensioni. Lo sciopero, fissato per il 15 dicembre 1967, fu revocato in extremis sotto la pressione della CISL e della UIL, “cinghie di trasmissione del governo.. Qualche sindacato di  categoria della CGIL tra cui quello dell’INPS, tentò di mantenerlo, e la vicenda provocò un lungo strascico di dimissioni ed espulsioni.

Intanto in alcune aziende nel corso della preparazione delle lotte erano comparsi organismi nuovi, come i CUB (comitati unitari di base), che affiancavano e aggiravano le vecchie commissioni interne e i sindacati, pur essendo composte in molti casi in prevalenza da iscritti al sindacato “fuori controllo”. A Milano la crescita della sinistra rivoluzionaria fu particolarmente forte tra i tranvieri dell’ATM (il CUB conquistò la direzione di un vecchio giornale sindacale di azienda trasformandolo radicalmente), alla Siemens, alla Borletti, alla Pirelli. Tuttavia questi organismi pagarono presto il prezzo dei conflitti nella nuova sinistra, diventando di fatto “cinghie di trasmissione” o “scuole di comunismo” di questo o quel gruppo. Ad esempio alla Pirelli a una certo punto ci furono, con lo stesso nome, due CUB, uno legato ad Avanguardia Operaia, l’altro a Potere Operaio e agli “spontaneisti”.

Già nel 1968, soprattutto a Torino, per iniziativa di gruppi di operai vicini al PSIUP, compaiono i primi delegati di reparto o di linea, che si diffonderanno negli anni successivi. Il rifiuto di gran parte dei gruppi rivoluzionari di impegnarsi nell’estensione e generalizzazione dell’esperienza in nome del principio antiautoritario “siamo tutti delegati” o di una diffidenza settaria verso un organismo poco controllabile lascerà tuttavia maggiore spazio a una successiva manipolazione dei consigli da parte dei vertici burocratici, di cui parleremo successivamente.

.

Le lotte del 1968 e la svolta sindacale

Un anno prima della data d’inizio dell’Autunno caldo la lotta contro le “gabbie salariali” che penalizzavano i salari nel sud, raggiunge una straordinaria forza di mobilitazione e spazza via un’altra leggenda diffusa dai riformisti: “dobbiamo moderare le nostre rivendicazioni perché i lavoratori del sud sono arretrati, sono influenzati dalla destra, non lottano…”

Per piegare il padronato ci vorranno in molte province ben 14 giorni interi di sciopero e quindi di decurtazione di un salario già modestissimo; la mancanza di strutture sindacali di fabbrica in quasi tutto il sud rendeva infatti impossibile ogni forma di sciopero articolato o di poche ore, e imponeva il blocco totale della fabbrica dall’esterno per 24 ore con picchetti formati da operai di altre fabbriche, e soprattutto da militanti di gruppi rivoluzionari. Nel corso di quella lotta si gettarono le basi per ricostruire gli organismi sindacali distrutti da una repressione pluridecennale, ed emersero anche nel Mezzogiorno nuove generazioni combattive. Alcuni scioperi nazionali a sostegno della lotta del mezzogiorno cementarono una nuova unità tra nord e sud, facilitata d’altra parte dalla massiccia presenza di lavoratori meridionali nelle fabbriche del nord.

Tuttavia anche nel sud sintomi importanti di una crescita della combattività operaia si erano avuti anche in precedenza in alcune lotte aziendali, in genere come risposta a una provocazione aziendale (è il caso delle OMECA di Reggio Calabria alla fine del 1967, dell’ATI e delle Fucine Meridionali di Bari nell’estate 1968). Dopo l’esperienza galvanizzante della lotta contro le gabbie salariali, si moltiplicarono le lotte di fabbriche anche piccole per ottenere l’elezione della commissione interna, e qualche aumento salariale. Per piegare la resistenza tenace dei padroni fu necessario in genere il blocco totale dello stabilimento dall’esterno, a volte di due o tre settimane, ovviamente possibile solo ottenendo la solidarietà concreta dei lavoratori di altre fabbriche della zona o dello stesso settore produttivo. In alcuni casi anche al sud vi furono vertenze su piattaforme avanzate: ad esempio al Pignone Sud di Bari, uno stabilimento di oltre 1000 tra operai e impiegati del gruppo ENI, nell’aprile 1969 fu fatto saltare il cottimo con una lotta tenace che strappò anche il diritto di assemblea in fabbrica. Per regolare le prime assemblee, molto caotiche, fu eletta una “presidenza” basata su delegati di reparto revocabili, che di fatto fu uno dei primi Consigli di fabbrica in Italia.

E’ in questo quadro che si colloca la vicenda contrattuale del 1969, che assume una straordinaria importanza per la sincronizzazione del rinnovo dei contratti delle maggiori categorie dell’industria, che anche per le ottuse resistenze del padronato erano stati rinviati fino a coincidere negli stessi mesi del 1969 diventando quel grande avvenimento politico ricordato come l’Autunno caldo. Si mobilitò un numero senza precedenti di lavoratori, proprio grazie alla concretezza delle piattaforme, che avevano al centro consistenti aumenti salariali uguali per tutti, la riduzione d’orario a 40 ore e la parità normativa tra operai e impiegati.

Quello che è meno noto è che quelle piattaforme furono il frutto di una battaglia di minoranze consistenti e decise, che provocarono il capovolgimento dell’atteggiamento delle burocrazie sindacali. Basti pensare che nel VII Congresso della CGIL, che si tenne a Livorno dal 16 al 21 giugno 1969, tutte le proposte che di lì a poco più di un mese sarebbero state raccolte dai principali sindacati di categoria furono respinte o rinviate a tempi futuri. Il segretario generale Agostino Novella aveva ad esempio esplicitamente respinto nella sua relazione “ogni forma astratta di egualitarismo salariale” (cioè gli aumenti uguali per tutti rivendicati dai rivoluzionari), e aveva rinviato le 40 ore a tempi futuri, proponendo per giunta che dovessero “articolarsi secondo le situazioni specifiche” (cioè, in parole povere, dove la forza operaia è troppo grande e i padroni sono disposti a concessioni, va bene, gli altri si arrangino). Ogni eventuale riduzione d’orario soprattutto avrebbe dovuto “anche prendere in alcuni casi forme diverse, strutture diverse”. Il progetto era spezzettare e lasciar disperdere la forza operaia.

Anche Vittorio Foa, che rappresentava allora il PSIUP, e più in generale la “sinistra sindacale”, evitava accuratamente in quel Congresso di prendere posizione sulla richiesta semplicissima (e per questo mobilitante) degli aumenti uguali per tutti e della riduzione secca e immediata d’orario. Molte voci (dai metalmeccanici di Brescia, dai siderurgici, dai chimici) rivendicavano la riduzione immediata alle 40 ore e anzi a 36 ore per siderurgici, chimici e in genere i settori con forte nocività ambientale, ma la “Commissione sindacale” preposta alle piattaforme insisteva sul fatto che le 40 ore settimanali dovevano essere realizzate “anche gradualmente”, eufemismo per dire semplicemente che dovevano essere introdotte solo gradualmente e lentamente, come nei contratti precedenti (nel 1966 si era ottenuta la riduzione di un’ora in tre anni, mezz’ora nel novembre 1968 e mezz’ora nel maggio 1969, con nessun effetto diretto sull’occupazione).6

La logica della frammentazione della forza operaia e dello scaglionamento della riduzione d’orario per concedere al padronato di prepararsi al suo riassorbimento, come è noto saltò. Nelle lotte aziendali di cui abbiamo appena parlato, non solo si erano ottenuti importanti successi normativi e salariali (spesso inversamente proporzionali per attenuare le differenze), ma in molte aziende importanti erano emerse nuove direzioni sindacali di fatto, in genere ancora formalmente all’interno dei sindacati confederali, ma contrapposte alla loro linea di collaborazione di classe.

Alla fine di luglio del 1969 una grande assemblea si riunì al Palasport di Torino per concordare l’atteggiamento dei rivoluzionari nei contratti e per regolare altre questioni (ad esempio lì si consumò la rottura definitiva tra il gruppo dirigente della nascente Lotta Continua e Potere Operaio). La quasi totalità degli interventi erano caratterizzati da uno schematismo estremista che escludeva ogni possibilità di un recupero di quelli che venivano definiti gli “obiettivi operai” da parte delle burocrazie sindacali, e dava per liquidato definitivamente il PCI.

Chi proponeva un’analisi più realista fu accolto freddamente e persino fischiato quando diceva che gli “obiettivi operai” che tutti proponevamo non erano veramente “incompatibili con il sindacato”, come si affermava, e che quindi la burocrazia poteva anche farli suoi. D’altra parte a degnarsi di leggere gli organi dei partiti riformisti si potevano cogliere i sintomi di un imminente mutamento, che avvenne già nello stesso fine settimana in cui si riuniva l’assemblea di Torino: le assemblee dei delegati metalmeccanici e chimici raccoglievano la spinta partita dalle avanguardie delle fabbriche più politicizzate. Erano passate appena sei settimane dal Congresso della CGIL e la linea decisa in quell’alto consesso veniva bruscamente cambiata.

I burocrati si erano “convertiti”? Erano stati messi formalmente in minoranza? Nulla di tutto questo. Ma alcuni clamorosi insuccessi dei vertici sindacali nelle assemblee di alcune fabbriche importanti, avevano fatto capire che non avevano più davanti dei gruppetti ideologizzati e staccati dalla classe, ma quadri operai maturi e stanchi dei compromessi. In particolare l’assemblea della Borletti al Cinema Nazionale di Milano (non si era ancora riconquistato il diritto di assemblea in fabbrica) aveva respinto quasi all’unanimità la piattaforma ufficiale del sindacato, votando per i forti aumenti uguali per tutti, le 40 ore subito e la parità completa e immediata operai-impiegati.

I vertici sindacali, pur avendo ampi settori di operai meno politicizzati che li seguivano, e pur non essendo vincolati da quelle assemblee che avevano convocato come “consultive”, capirono che se volevano recuperare il controllo della classe operaia non dovevano lasciar crescere un’opposizione di quel tipo. Così i contratti ebbero finalmente una piattaforma pagante e consistente, e mobilitarono milioni di lavoratori, e per il momento le minoranze rivoluzionarie che avevano proposto quegli obiettivi restarono spiazzate da quella giravolta. Le loro critiche ai vertici non potevano essere comprese (e non erano a volte neppure conosciute) dai milioni di lavoratori entrati per la prima volta in lotta e che erano contenti che “il sindacato” proponesse una lotta così concreta, senza sapere come e per merito di chi ci si era arrivati. Il prestigio recuperato consentì poi ai vertici di firmare un accordo di compromesso, che scaglionava parte delle conquiste nell’arco dei tre anni.

Il 1969 in Italia è diventato così l’anno dell’ondata operaia. Ci fu allora una discussione se si trattasse di una vera situazione rivoluzionaria o prerivoluzionaria, con opinioni molto diverse. In ogni caso va detto che nei due anni precedenti, che pure non erano stati tranquilli, c’erano state complessivamente 142 milioni ore di sciopero, in quell’anno ben 302 milioni, di cui 232 nell’industria (contro 785 milioni dei due anni precedenti).

 

Lo scontro per controllare i consigli dei delegati

I primi consigli dei delegati veri e antagonisti sorti per iniziativa dei quadri sindacali di base più radicali, furono annegati presto in una marea di consigli promossi dall’alto, e che recuperavano gran parte dei vecchi quadri sindacali. Secondo Pierre Carniti, allora segretario di un sindacato cattolico che guardava alla CFDT francese, i veri consigli creati “dal basso” non erano nel 1970 più di cento, mentre già ce n’erano 1500 organizzati dalla burocrazia sindacale per prevenire le iniziative incontrollabili. Il processo non fu semplice né lineare: i settori più lungimiranti della burocrazia sindacale dovettero lottare per far accettare la loro tattica all’insieme del sindacato. La CGIL ad esempio si pronunciò a favore dei consigli di fabbrica solo alla fine del 1970, dopo quasi due anni di sperimentazione, portata avanti soprattutto dai dirigenti del settore metalmeccanico e chimico, che avevano anche realizzato interessanti forme di unità organica. L’inquietudine della burocrazia nasceva dal fatto che i primi Consigli autorganizzati avevano un peso grandissimo per l’importanza delle fabbriche in cui si erano sviluppati, e per il grande spazio che in essi avevano delegati non iscritti alle tre confederazioni. Ad esempio alla FIAT Mirafiori di Torino, nell’autunno 1970, su 199 delegati solo 70 erano iscritti ai sindacati (di essi appena 28 aderivano alla FIOM-CGIL).7

Inoltre il rinnovamento sindacale si realizzò con una misura alla lunga pagante, ma a breve termine traumatizzante per molti sindacalisti: l’incompatibilità tra cariche sindacali e incarichi politici elettivi o interni ai partiti. Migliaia di quadri comunisti, socialisti e democristiani furono costretti a scegliere (quasi sempre i più vecchi decisero di lasciare il sindacato), e furono sostituiti da giovani emersi nelle lotte.

L’ansia di cambiamenti politici che si era manifestata nelle grandi manifestazioni operaie che scandirono la lotta contrattuale, fu indirizzata però verso una serie di “lotte per le riforme” del tutto inconsistenti, che servirono solo a far sprecare energie e ore di sciopero, e a smorzare gli entusiasmi operai.

La "nuova sinistra" tardò a comprendere quel che accadeva e a recuperare un ruolo analogo a quello che aveva preceduto la definizione delle piattaforme contrattuali, anche per le sue continue lotte fratricide. Delusi dalle lotte per le riforme, la maggior parte dei delegati e degli operai combattivi più vicini alla “nuova sinistra” si impegnarono sul terreno delle lotte aziendali e di reparto, proprio quando c’era più bisogno di una proposta politica complessiva. La preparazione delle piattaforme contrattuali per i rinnovi del 1972 videro la "nuova sinistra", che era cresciuta numericamente e si era radicata in parecchie fabbriche, rinunciare rapidamente ai suoi obiettivi e in particolare alla battaglia per ridurre l’orario a 35 ore, che sarebbe stata possibile per la grande forza che ancora aveva la classe operaia e avrebbe imposto nuove assunzioni. Passando dall’estremismo vacuo e parolaio a un eccesso di “realismo” gruppi come Avanguardia Operaia, il Manifesto e la stessa Lotta Continua si adattarono a un ruolo di fiancheggiatori della "sinistra sindacale". Qualche settore più lucido di essa (ad esempio il segretario milanese della FIM Cisl Sandro Antoniazzi) glielo rimproverò, ma comunque si rinunciò alla lotta per la riduzione d’orario in un momento in cui sarebbe stata vincente e avrebbe determinato condizioni più favorevoli per le lotte future. Ci furono tentativi importanti anche nel gruppo dirigente dei chimici, ma la combinazione tra opportunismo dei vertici confederali e il localismo miope dei “gruppi” fece perdere l’occasione.

Molte “avanguardie” d’altra parte si disinteressarono del tutto ai contratti, ritenendo che l’unico terreno utile fosse quello settoriale, di fabbrica o anche solo di reparto, in cui la burocrazia pesava meno e il padronato cedeva spesso facilmente. Peccato che lo facesse nella certezza che avrebbe recuperato prima o poi sul terreno politico generale, come avvenne infatti – dopo molti tentativi parziali - con lo scontro emblematico del 1980 alla FIAT.

 

Il sospetto “spontaneismo” della sinistra sindacale

Il ruolo decisivo nel disinnescare la carica politica dell’ondata operaia la ebbero non i vecchi burocrati sindacali democristiani o stalinisti, ma i più giovani esponenti del rinnovamento dei vertici sindacali provenienti dalla sinistra cattolica, dallo stesso PCI e dal PSIUP, ma tutti più facilmente assimilabili a una specie di nuovo anarcosindacalismo. In genere iscritti a un partito, erano tuttavia pronti a giurare sull’autonomia del sindacato, e disposti a lasciare le redini sciolte all’estremismo e al localismo delle lotte di reparto, pur di mantenere il controllo delle lotte contrattuali, più direttamente politiche. Erano stati loro ad arginare il movimento dei consigli dei delegati, estendendolo per svuotarlo della sua carica potenzialmente politica, riducendo i Consigli ad ambigua “struttura di base” del sindacato: ambigua perché largamente composta da non iscritti, e perché unitaria, mentre i sindacati restavano divisi, ma anche perché - ad onta di tutte le decisioni - i veri consigli come quello dell’Alfa Romeo o di Mirafiori continuavano a proiettarsi fuori della fabbrica e su un terreno più politico che sindacale.

Sono stati sempre questi nuovi quadri sindacali a pilotare i nuovi quadri di base inesperti verso il terreno della frammentazione e dello scontro locale, lasciando di fatto a loro quello politico generale. Il loro leader principale Bruno Trentin ha in diversi casi fatto riferimento all’austromarxismo, e in effetti l’idea di ridurre i consigli a strutture di base del rinnovamento del sindacato e della stessa democrazia borghese evitandone la generalizzazione e la proiezione politica nazionale (cioè il dualismo di potere) era stata formulata da Otto Bauer e Max Adler nel 1918-1919, e soprattutto messa in pratica evitando in Austria come in Germania “il pericolo” di uno sbocco rivoluzionario.8
Abbiamo già accennato che l’incomprensione della natura contraddittoria della burocrazia operaia impedì a gran parte della “nuova sinistra” di origine studentesca di pesare nel 1969 come aveva influito nella sua preparazione. Ma le sue concezioni impedirono anche sul terreno studentesco di raccogliere i frutti dell’ondata di lotte precedenti. In Italia non si riuscì a far emergere un movimento politico degli studenti, sia perché a proporlo esplicitamente fummo veramente in pochi, sia per il tenace rifiuto di ogni “delega” che allora e nelle ondate successive impedì ogni unificazione nazionale, sia per un diffusissimo localismo che rifiutava ogni dimensione nazionale, sia per la frammentazione estrema in 4 o 5 grandi “gruppi”, più qualche decina di gruppi intermedi o a dimensione cittadina o regionale.9

Inoltre, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia nell’agosto 1968, la maggior parte dei dirigenti studenteschi, anche di origine trotskista o guevarista, approdarono al maoismo più o meno dogmatico o sofisticato, liquidando in blocco Cuba come marionetta dell’URSS, e di riflesso buttando alle ortiche il fronte unico caldeggiato da Guevara a livello internazionale, e approdando spesso al metodo dell’ingiuria settaria e dell’affermazione delle proprie idee a suon di chiavi inglesi sulle teste dei compagni di altre tendenze. (Vedi scheda in appendice)

A maggior ragione per alcuni anni apparve inconcepibile ogni proposta di fronte unico rivolto ai partiti tradizionali della sinistra, a cui ci si contrapponeva con frasi reboanti ed evitando di fatto ogni dialogo con la stessa base, mentre si costruivano organismi contrapposti agli stessi Consigli di fabbrica, lasciando questi ultimi nelle mani della burocrazia sindacale che tentava di riconquistarli e subordinarli alla propria strategia. A tanta rigidità nei rapporti interni alla sinistra rivoluzionaria e con quella riformista, corrispose tuttavia presto quel “realismo” (in realtà minimalismo) che portò, dopo la rinuncia alla pregiudiziale antisindacale e anticonsigli del periodo ascendente delle lotte, a un’entrata nei sindacati del tutto subalterna alla “sinistra sindacale” centrista e "anarcosindacalista", che contribuì alla dispersione del grande patrimonio di militanti emersi nelle lotte di quel biennio.

Inoltre in molti casi, gli stessi operai conquistati dai gruppi venivano “usati” per iniziative esterne alla fabbrica e alle tematiche operaie. Sergio Bologna ha scritto a questo proposito che “mentre il movimento, a Milano – tra la fine del 1971 e il 1972 – sulla questione Valpreda, era ancora in grado di portare 20-30.000 persone in piazza, lasciava completamente soli i compagni della Pirelli a gestirsi l’attacco sulla cassa integrazione”.10  Sono d’accordo, ma aggiungo che, se la “questione Valpreda” almeno era politica, e centrale in quegli anni, spesso la diserzione dallo scontro avveniva per questioni assai più particolari. Ad esempio ricordo personalmente, avendo militato tra il 1972 e il 1981 a Milano, quanti rifiuti vennero a proposte di iniziative comuni sui contratti o su temi politici generali o internazionali, soprattutto dai gruppi di origine “operaista”, che sostenevano candidamente che “il nostro Vietnam è l’occupazione delle case di via Tibaldi”, o l’autoriduzione delle bollette. E la stessa straordinaria e multiforme sinistra dell’Alfa Romeo, alla cui attività ho partecipato quotidianamente per quasi dieci anni, era in certi momenti più sensibile a una mobilitazione contro uno sfratto nel vicino quartiere di Quarto Oggiaro che a una battaglia per cambiare la piattaforma contrattuale dei metalmeccanici.11

Ma ormai siamo usciti dal tema delle origini del movimento del 1968-1969, anticipando la discussione sulle cause della sua dispersione e della sua incapacità di pesare politicamente, che sarà meglio riprendere sviluppandola più organicamente in un bilancio complessivo del decennio che si concluse con l’assassinio di Aldo Moro, precipitando poi, di arretramento in arretramento, fino alla catastrofe della FIAT.

Scheda. Il maoismo nella "nuova sinistra"

Ho più volte sottolineato gli effetti disastrosi dell'approdo al maoismo di molti quadri politici usciti dal PCI: in un saggio su Guevara e il maoismo in Italia apparso sul n. 36-37 del 1993 di Bandiera Rossa avevo tentato ad esempio una panoramica delle sciocchezze dette su Guevara e Castro (accusato di "essersi venduto agli Stati Uniti" già nella seconda metà degli anni Sessanta). Ero ritornato sull'argomento recensendo un bel libro curato da Tommaso Di Francesco (L'assalto al cielo. La rivoluzione culturale quarant'anni dopo, Manifestolibri, Roma, 2006) sul n. 19 (luglio/agosto 2006) di ERRE. In occasione della presentazione del libro ero stato colpito dal fatto che alcuni ex dirigenti della ex "nuova sinistra" come Luciana Castellina o Edoarda Masi avevano ammesso, senza ricavarne nessuna conseguenza, che la rivoluzione culturale era finita o trasformata sotto la pesante influenza normalizzatrice dell'esercito già nel 1968, quando loro la esaltavano, mentre liquidavano completamente il ruolo di Cuba e quanto si poteva già conoscere della riflessione di Guevara. Una mia analoga polemica con la Rossanda aveva provocato una risposta sdegnata di Vittorio Rieser. Sulle conseguenze di quel mito, a quanto pare, non si vuol discutere, e neppure ammettere che fu un mito costruito a prescindere dalla realtà cinese.

Impressionante che non sia stato rimesso in discussione neppure quando come conseguenza (non inevitabile) delle molte sconfitte di quel poderoso movimento, gran parte della "nuova sinistra" è approdata a una politica di forte adattamento al riformismo, abbandonando quegli atteggiamenti che avevano fatto sperperare il grande potenziale accumulato nel 1968-1969 (in primo luogo il rifiuto del fronte unico, il settarismo e l'identificazione del nemico nel più immediato concorrente, atteggiamenti incoraggiati se non generati dall'ultima fase del maoismo, che vedeva nell'URSS e non negli USA il "nemico principale", e che risolveva le contraddizioni interne demonizzando e linciando gli oppositori...).

Eppure nel 1969 era uscito un libro straordinario di Livio Maitan, tradotto in molte lingue, in cui c'erano tutti gli elementi per capire ( Livio Maitan, Partito esercito e masse nella crisi cinese. Una interpretazione marxista della rivoluzione culturale, Samonà e Savelli, 1969). Il sottotitolo era in evidente polemica con l'approccio idealistico della maggior parte dei maoisti italiani a un processo che, lungi dal ridurre a "manovra", Maitan interpretava a partire dalle contraddizioni sociali apertesi nel primo quindicennio della repubblica popolare cinese. In Italia quel libro fu non solo pochissimo letto, ma anche calunniato: gli si attribuirono tesi mai sostenute, come appunto la riduzione della rivoluzione culturale a una manovra burocratica di Mao. Soltanto Aldo Natoli accettò di leggerlo e poi di discuterlo con l'autore in un'affollata assemblea alla Casa dello Studente di Roma. Ma Aldo Natoli era l'unico dirigente proveniente dal PCI che aveva saputo riflettere sul suo passato dogmatico, spiegando che a suo tempo non aveva voluto neppure leggere Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, perché gli era stato detto che era un libro anticomunista...

Il libro di Maitan era basato su decine di migliaia di testi cinesi (documenti, articoli della stampa locale, ecc.) raccolti dai centri studi di Hong Kong e di Taiwan e di cui nessuno studioso serio ha rifiutato l'attendibilità, ma che in Italia venivano liquidati come "fonti della CIA" da chi si basava invece solo sui reticenti e mistificanti bollettini ufficiali (naturalmente utilizzati anch'essi meticolosamente, ma non esclusivamente, da Maitan). Un libro esaurito da tempo, che meriterebbe di essere ristampato integralmente (una sintesi del bilancio della rivoluzione culturale può comunque essere letta nel più recente libro dello stesso Livio Maitan, Il dilemma cinese. Analisi critica della Cina rivoluzionaria 1949-1993, Data News, Roma, 1994).

Ma non sarebbe male riprendere la discussione sulla rivoluzione culturale valutando i suoi effetti sulla "nuova sinistra" di quegli anni, in Italia e nel mondo, a partire dall'esame di un certo numero di riviste delle maggiori formazioni che alla Cina facevano riferimento negli anni Sessanta e Settanta. E' indispensabile farlo, se si vuol capire oggi cosa è stato il '68 e soprattutto perché è stato sconfitto.

1 Questo testo era stato scritto nel 1998, inizialmente per Inprecor, e poi ripreso in occasione di diversi seminari. L'attuale stesura è del 2002, tranne alcune note e la scheda finale.

2 Alludiamo soprattutto alle interviste televisive o sui maggiori quotidiani, già anticipate in occasione del ventennale del 1977 e del revival di Lotta Continua che ha accompagnato la sacrosanta solidarietà a Sofri, Pietrostefani e Bompressi, e che ha visto uno straordinario protagonismo immodesto e acritico di quella piccola parte della direzione di Lotta Continua approdata ai più diversi lidi ulivisti o peggio. Più utili invece i due libri di Roberto Massari, Il ’68. Come e perché, e di Piero Bernocchi, Per una critica del ’68, entrambi apparsi presso le edizioni Massari nel 1998, e pur nei limiti di una raccolta antologica di materiale apparsi in precedenza, il volumetto Per il Sessantotto. Studi e ricerche, a cura di Diego Giachetti, pubblicato dallo stesso editore in collaborazione con il Centro di documentazione di Pistoia.

3 In un caso, potei udire chiaramente Giancarlo Pajetta dichiarare al Questore che chi stava tentando di forzare il blocco che impediva l’accesso all’ambasciata degli Stati Uniti erano elementi estranei al partito di cui non rispondeva, mentre erano in realtà i dirigenti romani della FGCI (tra cui Augusto Illuminati, Paolo Flores d’Arcais, Franco Russo, ecc.) e due redattori de “l’Unità” (Edgardo Pellegrini e Silverio Corvisieri).

4 Il MPL si presentò alle elezioni politiche del 1972, e contribuì involontariamente al crollo psicologico della sinistra, che essendo troppo frammentata, non ottenne nessun seggio, pur avendo un numero di voti non trascurabile. Alcuni dei partecipanti a quell’esperienza si unirono poi agli spezzoni del “Manifesto” e del PSIUP, ugualmente in crisi, contribuendo alla nascita del PdUP.

 

5 Una documentazione preziosa sulla crescita delle lotte aziendali è contenuta nel volumetto La contrattazione aziendale e di gruppo nel 1968, a cura dell’Ufficio sindacale della CGIL (Roma, Ufficio stampa della CGIL, 1969). L’introduzione ammetteva che le lotte aziendali avevano “permesso, nei fatti, il superamento dei vincoli procedurali previsti dai contratti”, cioè, in altra parole, avevano fatto saltare tutto il quadro predeterminato tra vertici sindacali e Confindustria per ridurre la conflittualità.  

 

6 I congressi della CGIL, vol. VIII, Editrice sindacale italiana, Roma, 1970, tomo I, pp. 66-67, 454 e passim.

7 Sull’esperienza dei delegati ebbe un grande successo il numero 24 del dicembre 1969 dei “Quaderni di rassegna sindacale” pubblicato dalla CGIL e diretto da Aris Accornero, che fu più volte ristampato, e che descriveva le prime esperienze realizzate alla Pirelli, alla Castor, alla Montedison, alla Rex, alla Zoppas, nel biellese e alla stessa FIAT. Della stessa rivista che era di fatto l’organo della sinistra sindacale non solo della CGIL, segnaliamo in particolare alcuni numeri, tra cui il n. 26 del giugno 1970 su L’orario di lavoro, con un articolo di Fausto Bertinotti interessante per cogliere alcune premesse del suo pensiero successivo, e il n. 31-32 su Il sindacato in Italia 1960-70. (luglio ottobre 1971).

8 Sull’austromarxismo e la sua grande influenza in Italia, rinvio a La “terza via” dell’austromarxismo, che è la lunga introduzione a un breve e illuminante saggio di Roman Rosdolsky pubblicato nel 1979 dalla Celuc libri di Milano col titolo un po’ generico di Socialdemocrazia e tattica rivoluzionaria, oggi edito dalla Argo di Lecce con una nuova introduzione e il titolo Trockij e la pace necessaria. La socialdemocrazia e la tragedia russa.

9 I maggiori gruppi della nuova sinistra, a cui si aggregavano volta a volta i minori, erano sempre in lotta tra di loro, formando coalizioni temporanee ed eterogenee finalizzate esclusivamente ad evitare il prevalere di uno di essi. Questo atteggiamento è stato paragonato alle lotte fratricide tra i principati italiani del Quattrocento, contro quello che sembrava sul punto di affermare la sua egemonia unificando l’Italia. Tale conflittualità appariva incomprensibile a chi proponeva un fronte comune dei rivoluzionari, per poter lanciare credibilmente una proposta di fronte unico ai partiti riformisti, soprattutto perché le maggiori organizzazioni della nuova sinistra (Avanguardia operaia, Lotta Continua, Il Manifesto, Movimento dei Lavoratori per il socialismo) non avevano realmente grandi divergenze teoriche sia nel riferimento al maoismo, sia nell’atteggiamento sul sindacato (estremista fino al 1972, poi sostanzialmente “codista” nei confronti della sinistra sindacale quando questa cominciò ad offrire spazi per un inserimento di quadri).

10 Citato in Piero Bernocchi, Per una critica del ’68, Massari editore, Roma, 1998, p. 82.

11 Tuttavia va detto che la sinistra rivoluzionaria dell’Alfa Romeo ebbe anche alcuni momenti di altissimo dibattito e una certa capacità di restare unita nonostante i periodici tentativi settari di questo o quel gruppo. Per un certo periodo negli anni Settanta pubblicò anche un interessante giornale di fabbrica, La sinistra, che si autofinanziava vendendo circa 1000 copie, e su cui varrebbe la pena di ritornare.