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La crisi del 1929 e l'ascesa del fascismo
La lotta per il fronte unico nella Germania degli anni 1930
di François Sabado e Patrick Le Moal.
Versione di lettura convertita dal file originale.
L’ascesa del nazismo e la lotta per il fronte unico
nella Germania degli anni 1930
Spesso le analisi della crisi attuale rimandano a quelle degli anni Trenta. Qua e là si evoca l’idea di una crisi degli anni Trenta al rallentatore, anche se il contesto è ben diverso.
Qui non si tratta di fare un confronto, di individuare i punti comuni e le differenze con quegli anni, ma di chiarire una specifica situazione: l’ascesa del fascismo e del nazismo in Germania, i dibattiti interni al movimento operaio per combatterlo, in particolare un problema centrale nella strategia e nella tattica rivoluzionaria: quello del fronte unico operaio, a partire dalla politica sostenuta da Trotskijj in quegli anni. Un apporto, il suo, riconosciuto ben al di là delle file rivoluzionarie.
I.I principali tratti della situazione
Non è possibile comprendere la situazione tedesca senza tenere conto di tre fattori:
le conseguenze della Prima Guerra mondiale;
la crisi del capitalismo degli anni 1929-1930;
la guerra a morte fra rivoluzione e controrivoluzione.
1.Le conseguenze della Prima Guerra mondiale, che è stata una guerra globale. Il numero delle vittime, militari e civili, arriva a circa 40 milioni di persone: 21 milioni di feriti, 19 milioni di morti – di cui 9,7 milioni di militari, 8,8 milioni di civili – (4,2 nell’Impero ottomano e 1,5 in Russia).
Gli Alleati perdono oltre 5 milioni di soldati (Russia 1,8 - Francia 1,4 milioni) e gli Imperi centrali circa 4 milioni (la Germania 2 e l’Austria-Ungheria 1,1 milioni). Anche i feriti si contano a milioni (5 in Russia; 4,3 in Francia e in Germania; 3,6 in Austria-Ungheria).
Questa guerra scompagina gli Imperi centrali, la Germania e l’Austria-Ungheria. Essa accentua una delle principali contraddizioni dello sviluppo tedesco: crescita economica (la Germania è la principale potenza economica in Europa) e debolezza politica.
La Germania non ha spazio per lo sviluppo delle sue merci; non ha un impero coloniale, diversamente dall’Inghilterra e dalla Francia, tranne qualche territorio dell’Africa centrale e orientale, che avrebbe perso dopo la guerra.
Il Trattato di Versailles, siglato il 28 giugno 1919, avrebbe ravvivato queste sue contraddizioni. La Germania è in pezzi: la responsabilità della guerra incombe su di essa, insieme alle riparazioni. Cede parte della propria produzione industriale, di quella di carbone, di coke [carbone derivato e purificato ad alto potere calorifero utilizzato negli altoforni] e di grano. Perde l’Alsazia e la Lorena. Perde il 14% del territorio e il 10% della popolazione. Subisce una vera e propria umiliazione nazionale, che arriverà, nel 1923, fino all’occupazione della Ruhr, la principale regione industriale, da parte degli eserciti francese e belga, quando la Germania smette di pagare. L’occupazione accelera la crisi economica, che provoca una crisi politica senza precedenti. Si moltiplicano gli scioperi, in quel 1923 si delinea una situazione pre-rivoluzionaria, la sinistra del movimento operaio progredisce molto in fretta, ma avanzano anche i movimenti fascisti.
Di fronte all’occupazione della Ruhr, si rafforza il nazionalismo e si manifestano tendenze nazionaliste, anche nel KPD (Partito comunista tedesco). L’Internazionale Comunista (IC) teorizza che la Germania sta diventando un paese coloniale e oppresso, e che il dovere dei comunisti è quello di prendere la testa della “lotta di liberazione nazionale”.
La direzione frena quando alcuni dirigenti locali appongono sulle loro bandiere la croce uncinata a fianco della stella sovietica, e intervengono in discussioni polemiche tra comunisti e nazionalisti.
2.Le conseguenze della guerra provocheranno una crisi economica senza precedenti. La Germania è dissanguata e tutti i suoi sbocchi sono bloccati dalle potenze vincitrici. Il capitale non può più riprodursi. Una prima risposta sarà l’iperinflazione degli anni 1922-1923. Tutti hanno in testa l’immagine della massiccia creazione monetaria: milioni di marchi per acquistare un pacchetto di sigarette, alcuni lavoratori impiegati a cambiare le etichette con i prezzi giorno per giorno, i salari di vari milioni versati due volte al giorno tanto si svaluta il marco: 1 dollaro, che vale 4,2 marchi nel 1923, “varrà” in capo a pochi mesi 4,2 miliardi di marchi! Il debito pubblico e privato si rimborsa grazie all’impoverimento di milioni di persone. I salari reali diventano inferiori a quelli di prima della guerra.
Nel dicembre 1923 si crea una nuova moneta, il rentmark. L’aiuto estero e nordamericano si fa sentire, grazie alla conservata base produttiva tedesca e grazie agli accordi tra grandi imprese tedesche e americane e agli investimenti diretti. Sotto la direzione di Stresemann, la Germania si stabilizza. Viene reinserita nel concerto delle nazioni con gli accordi di Locarno. L’economia, le istituzioni della Repubblica di Weimar si consolidano. La classe operaia disintegrata dalla guerra si va ricostituendo, soprattutto grazie alla creazione di assicurazioni sociali.
Basti ricordare che in Germania vi sono 9,8 milioni di persone che lavorano nell’agricoltura e nell’economia forestale e 18,5 milioni nell’industria e nel commercio, vale a dire circa il doppio: il proletariato costituisce circa il 65% della popolazione. In Italia, per 10,3 milioni di persone che lavorano nell’agricoltura e nell’economia forestale, ce ne sono 6,4 che lavorano nell’industria e nel commercio. Questi dati grezzi, aggregati, sono ancora ben lungi dal fornire un’immagine del peso specifico del proletariato nella vita della popolazione tedesca. Le imprese sono concentrate, i lavoratori relativamente istruiti, familiarizzati con le tecnologie: sono moderni lavoratori, in grado di difendere le proprie rivendicazioni immediate, di prendere coscienza, con un elevato livello organizzativo (nel 1914, il partito socialdemocratico aveva oltre 1 milione di iscritti).
La stessa cifra enorme dei disoccupati è una dimostrazione a contrario della forza sociale del proletariato tedesco.
Questa situazione – stimolata dal capitale internazionale – si manterrà fino al 1929. La crisi americana trascina allora sulla sua scia una nuova crisi tedesca. Non affluiscono più i capitali stranieri, gli sbocchi si intasano, crollano gli investimenti, gli indici di produzione diminuiscono del 20%. Alcune banche tedesche e austriache stanno fallendo, sono impressionanti i passivi di bilancio, esplode la disoccupazione.
Su una popolazione di 62 milioni di abitanti, il numero dei disoccupati è:
nel gennaio 1929: 2,8 milioni
nel gennaio 1930: 3,2 milioni
nel febbraio 1931: 4,9 milioni
nel dicembre 1932: 7 milioni, più 3 milioni di disoccupati non registrati.
Questi dati sulla disoccupazione si stima siano addirittura sottovalutati. Esplode il numero dei fallimenti di imprese.
Gli strati impiegatizi, di funzionari, artigiani subiscono l’incidenza di questa crisi più bruscamente del proletariato, un po’ più protetto dai contratti collettivi e dagli assegni di disoccupazione. Agli inizi degli anni Venti essi avevano votato SPD (Partito socialdemocratico, cioè socialista) o anche KPD (comunista), ma ora cominciano a propendere per il fascismo.
3.Il terzo fattore è più direttamente politico. È la lotta tra rivoluzione e controrivoluzione. L’instabilità strutturale della Germania, il suo stato tra potenza economica e debolezza politica, le conseguenze della sconfitta comporteranno aspri conflitti. L’unificazione tedesca sotto l’egida degli junker prussiani (i signorotti, i militari e la nobiltà) subirà serie ripercussioni per la sconfitta militare. D’un tratto, il ritardo della costituzione in Stato nazionale con in più la sconfitta impediranno la formazione di uno Stato forte con le sue istituzioni parlamentari e i suoi partiti borghesi. In ragione della sconfitta, si regista l’inconsistenza di partiti borghesi classici – i partiti di centro e nazionalisti. Dal 1916, l’Impero tedesco è governato di fatto dall’Oberste Heeresleitung (OHL, il comando supremo dell’esercito), con Paul von Hindenburg come capo di Stato Maggiore.
Dopo il suo crollo, tutte le istituzioni si scompaginano. Il 9 novembre 1918 vengono proclamate nello stesso giorno la Repubblica di Germania al Reichstag da parte di Scheidemann (SPD) e la Repubblica socialista di Germania da parte di Karl Liebknecht al Palazzo imperiale. Il Cancelliere von Baden consegna i pieni poteri al dirigente socialdemocratico Friedrich Ebert. La Repubblica di Weimar nasce sulla base di un’intesa tra Stato Maggiore (OHL) e SPD. Al tempo stesso, sotto l’influenza della Rivoluzione russa, si creano i consigli operai, di soldati, consigli territoriali nelle principali città. Siamo in presenza della congiunzione di una spinta rivoluzionaria e dell’indebolimento dello Stato connesso alla guerra.
La borghesia, in questa fase, non ha fiducia negli strumenti dell’apparato statale per difenderla dalla rivoluzione socialista e quindi decide di finanziare un’altra forza, i Corpi franchi (Freikorps), composti da soldati smobilitati, da gruppi di ex combattenti, da raggruppamenti nazionalisti - una forza paramilitare basata sulle rovine sociali della guerra. Questa forza è il fascismo. Vi sono vari tentativi di colpo di Stato – il primo è il putsch di Kapp nel marzo 1920 – da parte di queste forze, per risolvere la questione del potere a favore dell’estrema destra.
La spinta rivoluzionaria durerà dal novembre 1918 all’ottobre 1923, con una polarizzazione della lotta tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Alcune iniziative dei consigli dal 1919 al 1923 creeranno le condizioni per coordinarsi, centralizzarsi e tentare di prendere il potere: in Baviera nel 1919, dopo lo sciopero generale seguito al putsch di Kapp nel 1920, in Sassonia-Turingia nel 1923.
I consigli non riusciranno a prendere il potere, il KPD arretrerà all’ultimo momento nell’ottobre 1923. Sottolineiamo la responsabilità principale della socialdemocrazia, che tradirà questa fase rivoluzionaria dell’inizio degli anni Venti preferendole un surrogato di democrazia parlamentare – surrogato in quanto, nei fatti, è il sostegno al potere militare che i Noske e gli Scheidemann sceglieranno. La scelta politica socialdemocratica peserà sui rapporti di forza e sulle possibilità di sviluppo del nazismo. Tuttavia, al di là di questa sconfitta, il movimento operaio tedesco vedrà consolidarsi la sua forza. La socialdemocrazia e il KPD, senza dimenticare i sindacati, organizzeranno milioni di lavoratori:
la socialdemocrazia conterà all’apice oltre 2 milioni di iscritti al partito, più i sindacati, le associazioni, le organizzazioni di ogni tipo (sportive,bande musicali, ecc.);
Il KPD e le sue organizzazioni cresceranno fino a quasi 500.000 iscritti, ma nel 1933 il KPD aveva solo l’11% degli operai in produzione.
Trotskijj rimprovera loro nel 1932 di non ammettere che, alla conferenza nazionale dei comitati di fabbrica, quelli comunisti rappresentavano solo il 4% del totale, contro l’80% per i socialdemocratici. La socialdemocrazia – basata sull’apparato sindacale – manterrà le proprie posizioni nelle fabbriche, mentre il KPD diventa un partito di disoccupati. Questa composizione del movimento operaio è il risultato della crisi.
La Germania è arrivata in ritardo sulla scena storica delle nazioni europee.
La crisi economica e gli imperativi di questa, la necessità per la borghesia tedesca di distruggere un movimento operaio tedesco troppo forte in una situazione ancora segnata dalla forza propulsiva della Rivoluzione russa, e l’esigenza di riorganizzare il proprio apparato economico intensificando lo sfruttamento della classe operaia, privandola al contempo di qualsiasi diritto elementare, tutto questo porterà il capitalismo tedesco a fare la scelta fascista. L’incapacità della classe dominante di stabilizzare uno Stato, di creare le condizioni della riproduzione del capitalismo di fronte alla forza propulsiva della Rivoluzione russa e delle sue ripercussioni su tutto il continente europeo, ma soprattutto in Germania, sfoceranno nella lotta mortale tra il fascismo e il movimento operaio, che quest’ultimo perderà tragicamente.
1929-1933: il processo della presa del potere dei nazisti
La presa del potere del 1933 non è arrivata al’improvviso. È il frutto di quattro anni (se non sei, perché si può anche far cominciare il processo nel 1927) di scontri fisici e politici.
Si tratta agli inizi di uno scontro fisico, di eserciti costituiti, il Fronte di ferro (Eiserne Front) a dominante socialdemocratica, paralizzato dal sostegno del PSD alle istituzioni, il KPD col suo Fronte rosso, il Rotfrontkämpferbund e le SA e i gruppi nazisti, senza contare tutti i gruppi di autodifesa, le squadre politico-criminali, ecc. È una battaglia a morte: “La battaglia delle taverne a Berlino”.
Tuttavia questa lotta ha anche una traduzione elettorale.
Il SPD ottiene il 29,8% dei suffragi nel 1928, poi scende inesorabilmente: il 24,5% nel 1930 (nel momento in cui i voti per i nazisti si moltiplicano per 8), il 21,6% nel luglio 1932, il 20,4% nel novembre 1932, fino a scendere al 18,33% nel marzo 1933. Ha ancora 800.000 militanti agli inizi degli anni Trenta, domina il sindacato, le cooperative, le organizzazioni culturali, sportive.
Nel 1931, l’ala sinistra, che voleva una politica di lotta contro il fascismo, lascia il SPD e fonda il SAP (Partito socialista operaio).
Il PKD ottiene: il 10,6% nel 1928, il 13,1% nel 1930, il 14,3% nel luglio 1932, il 16,9% nel novembre 1932, poi il 12,3% nel marzo 1933.
Ascesa e brusca caduta riflettono la polarizzazione e il brusco cambiamento della situazione…
La stragrande maggioranza degli operai occupati erano dunque socialdemocratici, mentre la maggioranza degli operai comunisti erano disoccupati. L’unità degli operai era dunque difficile da realizzare sul piano economico, mentre la lotta al fascismo poteva riunirli, a condizione di tener conto dei partiti che li influenzavano.
Il NSDAP passa dal 2,6% dei voti nel 1928 al 18,3% nel 1930, effettuando così uno sfondamento e passando da 0,8 a 6,5 milioni di voti; poi nel luglio 1932 arriva al 37,3%. Arretra lievemente (32%) nel novembre 1932, e infine raggiunge il 43,9% nel marzo 1933, subito dopo l’incendio del Reichstag del 27-28 febbraio 1933. Da notare la flessione tra il luglio e il novembre 1932, prima della presa del potere di Hitler nel gennaio 1933. Esso recluta iscritti e organizza:
nel 1928: 100.00 membri;
nel 1931: 800.000;
Nel 1933 (inizi): 1.500.000.
Il Zentrum – partito di centro borghese di ispirazione cattolica – otterrà solo il 12% dei voti. Ha un ruolo centrale grazie alla coalizione con altri gruppi borghesi, divisi, frammentati… Si può ben vedere la polarizzazione crescente attorno ai nazisti.
Dal 1924 al 1929, alcuni magnati dell’industria pesante sovvenzionano le squadre fasciste, quel tanto che consenta loro di non scomparire. Gli altri settori capitalistici, ad esempio quelli della chimica, fanno la scelta della democrazia della Repubblica di Weimar.
A partire dal 1927, le truppe d’assolto naziste, SS e SA, cominciano a penetrare nei quartieri operai, a disturbare le riunioni operaie.
Dal 1929 al 1931, la Lega dei combattenti del Fronte rosso (Rotfrontkämpferbund) del KPD risponde ai criminali colpo su colpo con la parola d’ordine “colpite i fascisti ovunque li troviate”, ne attacca anche le sedi ma, a partire dal 1931, rinuncia bruscamente allo scontro fisico con i fascisti, spostandolo sul piano della battaglia ideologica.
Queste lotte sono micidiali. Ad esempio, nel 1931, si registrano non meno di 300 morti per la sola Prussia.
La messa fuori legge di SS e SA per qualche settimana, nell’aprile 1932, non sortisce alcun effetto. Il ritiro del divieto, insieme alla destituzione del governo socialdemocratico prussiano (con la conseguenza di sottrargli ogni potere sulla polizia prussiana) si traduce in violenze ancor più accentuate: tra il giugno e il luglio 1932, sempre in Prussia: 99 morti e 150 feriti, tra cui, il 17 luglio ad Altona (periferia di Amburgo), uno scontro che provoca 18 morti e 100 feriti, per violenze fasciste.
Cominciano i grandi raduni nazisti.
L’aspirazione al Fronte unico è forte alla base e, talvolta, più in alto.
Vi sono esempi locali di difesa comune dagli attacchi nazisti, ma la direzione del SPD vieta ogni accordo sul piano locale: “l’intervento antifascista è un atto anti-socialdemocratico”.
Se un socialista propone iniziative comuni, i comunisti rispondono indicando di non dare il minimo credito a tali proposte e… di creare il Fronte unico dal basso.
Quando il 20 luglio 1932, dopo il colpo di Stato di Von Papen contro il governo socialdemocratico di Prussia, il KPD propone al SPD e ai sindacati lo sciopero generale, il SPD fa orecchi da mercante.
Le elezioni del 31 luglio 1932 assegnano al NSDAP il 37,3% dei suffragi. Hindenburg si rifiuta di nominare Hitler cancelliere. Von Papen e Schleicher offrono al NSDAP due ministeri, ma Hitler rivendica la cancelleria.
Le SA moltiplicano allora le violenze. Un decreto-legge instaura la pena di morte per gli autori di violenze di piazza mortali. Quando un minatore comunista viene pestato a morte da nove SA, questi vengono condannati alla pena capitale. Hitler ne chiede la liberazione. Alla fine, graziati, questi si faranno solo pochi mesi di prigione. Hitler detta ormai la sua legge al potere legittimo.
Nel novembre 1932, durante la campagna elettorale i comunisti, appoggiati dai nazional-socialisti, sono per far scioperare i tramvieri berlinesi, opponendosi così ai sindacati e al SPD, che fanno appello a non scioperare dopo aver negoziato l’applicazione dei decreti legge (2 pfennig di riduzione dei salari invece dei 20 previsti). La repressione poliziesca è brutale: 1.000 arresti, 100 feriti, 10 morti, 2.500 lavoratori licenziati.
Qualche giorno dopo, l’arretramento dei nazisti alle elezioni del novembre 1932 viene interpretato dai comunisti e dal SPD come la sconfitta definitiva. Ma è il contrario!
Il nuovo anno comincia con 5 operai assassinati dai nazisti. In varie grandi città si svolgono manifestazioni di massa del KPD contro il nuovo governo.
Il 22 gennaio 1933, i nazisti sfilano davanti alla Casa Karl-Liebknecht (la sede centrale del KPD) sotto la protezione della polizia. Il Reichsbanner [La Bandiera nera-rossa-oro del Reich, formazione creata da socialdemocratici, partito di centro e partito liberale, in difesa della democrazia parlamentare dagli “estremisti di destra e di sinistra”] è stato convocato per un’esercitazione fuori Berlino e i gruppi di combattimento del Fronte rosso ricevono formalmente l’ordine di non intervenire.
In risposta a questa disfatta politica, il KPD organizza il 25 gennaio una manifestazione di massa di 120.000 operai.
È nel corso del gennaio 1933 che intervengono l’ex presidente della Reichsbank e alcuni grandi capitalisti per far nominare cancelliere il “capo del gruppo nazionale più numeroso”, in altri termini Hitler, con Von Papen come vice-cancelliere e altri due nazisti al governo: Göring e Wilhelm Frick.
Essi sperano di utilizzare, manipolare, manovrare Hitler per ridimensionare il movimento operaio senza lasciargli campo libero in materia economica, in politica estera e in campo militare! Ma succede il contrario.
Il 30 gennaio 1933, Hindenburg nomina dunque Hitler Cancelliere. Era una posizione importante, che poteva diventare decisiva, ma che non era ancora consolidata.
Se la lotta fosse stata lanciata in quel momento, la vittoria non era certa, ma neanche impossibile.
Hitler sa che le forze dei sindacati, dei partiti sono intatte. Sfrutta questa posizione per creare le condizioni della presa totale del potere.
Il SPD e il KPD, da parte loro, rimangono paralizzati… Il KPD lancia l’appello allo sciopero generale, con scarse possibilità di successo, data la sua debole presenza nelle fabbriche e dato il fatto che ha ormai rotto completamente con i lavoratori socialdemocratici. Fin dal pomeriggio della sera del 30 gennaio, nelle principali città vi sono imponenti dimostrazioni operaie spontanee. I delegati delle fabbriche, i responsabili locali del SPD vanno a Berlino per avere indicazioni di lotta. La direzione del sindacato, del Fronte di difesa si preparano “in attesa del segnale di lotta”. Gli operai vengono “avvertiti di tenersi pronti all’appello allo sciopero generale”.
Durante questa fase, i nazisti organizzano una “marcia con fiaccole” sotto la Porta di Brandeburgo. Dopo la marcia, un gruppo d’assalto attacca una strada comunista. Il capo nazista e lo shupo (poliziotto) che accompagna la colonna cadono, uccisi non si sa da chi … Il governo si impossessa dei due cadaveri. Si svolge una messa solenne per lo shupo e il membro delle SA caduti insieme, simbolicamente, sotto i colpi della “canaglia comunista”.
La Rote Fahne (“Bandiera rossa”, quotidiano comunista) del 31 gennaio, che chiama a preparare lo sciopero generale, viene sequestrata. Il Vorwärts ( “Avanti”, quotidiano socialdemocratico) avverte che “fare ora lo sciopero equivarrebbe a sprecare le munizioni della classe operaia, sparando a vuoto”. La manifestazione convocata dal Partito comunista per il 3 febbraio, al Lustgarten, è vietata dalla polizia.
Nel frattempo, la Rote Fahne del 2 e 3 febbraio pubblica il discorso del presidente dell’Internazionale Comunista, Manuilski, in risposta a Otto Bauer (socialdemocratico austriaco), in cui ancora una volta si sviluppa la teoria del social-fascismo.
“Il 10 (febbraio) avevamo accompagnato tre salme al cimitero della Friedrichsfelde, dove riposano Rosa e Karl. Tre giovani comunisti: Berner, Kollasch, Schulz. Per Berner, alcuni dettagli. Incrocio tra via Fulda e via Wesel, a Neukölln, sede Reichsbanner. Mezzanotte. Un giovane al telefono chiama la vicina sede comunista: ‘C’è un’aria pesante’. Sono assediati dai nazisti. I comunisti accorrono. Fra questi, Erwin Berner. Giunti all’incrocio minacciato, una raffica di colpi di pistola. I nazisti sparano nascosti. Berner è caduto lì. La polizia ha vietato i cortei. Uscendo di casa, un ufficiale ispeziona le corone, ne afferra una con una scritta troppo esplicita, la fa a pezzi e la calpesta. Noi prendiamo la metro, All’uscita, attesa. Pomeriggio nuvoloso, molto freddo, in un incrocio livido. Attacco di neve: scendono fitte piccolissime munizioni bianche. Notevoli forze di polizia. Alla fine, eccoli. Le tre auto, a cinquanta metri l’una dall’altra, avanzano sobbalzando sul fondo stradale. Strada ben nota nel cimitero. Fiume di bandiere. Ma questa volta, a sinistra, i pugni alzati in silenzio, gli operai della Reichsbanner salutano il corteo. Giovani socialisti, giovani comunisti, portano la bara dei compagni uccisi. Il fronte unico. Il fronte unico nel cimitero… Nei quartieri di Berlino, in tutti gli angoli del Reich, hanno luogo piccoli accordi per l’iniziativa comune. Faticosi. Intricati. Ma il grande accordo centrale, l’unico che potrebbe decidere, da cui nascerebbe la resistenza complessiva, la risposta di massa che teme la borghesia (basta leggere i suoi giornali), quello non ci sarà”.
”25 febbraio. Raduno elettorale del KPD allo Sport-Palast. Un’ora prima dell’apertura della riunione, l’immensa sala è già piena. È Pieck ad avere la parola. Sulla questione del fronte unico, dice queste parole: ‘Noi ci rivolgiamo a tutti gli operai socialdemocratici, Reichsbanner e aderenti ai sindacati liberi, tendiamo loro una mano fraterna, siamo pronti a qualsiasi fronte unico che avrà come scopo principale la difesa delle masse lavoratrici [versione stalinista del fronte unico alla base che non si rivolge alle direzioni riformiste] …’. Quando commenta le misure prese contro le scuole laiche, la polizia dichiara sciolta la riunione, perché l’oratore ha parlato con disprezzo della religione. La sala accoglie l’ordine con un vibrante ‘dietrofront’. Nessun incidente all’uscita, ma in qualche quartiere alcuni operai isolati vengono manganellati, pugnalati”.
Il 27 febbraio avviene l’incendio del Reichstag con un colpo montato dai nazisti. Fin dalle prime fiamme, il KPD viene dichiarato fuori legge, la stampa comunista è vietata per quattro settimane, tutti i funzionari del KPD sono messi preventivamente in prigione, come anche due suoi deputati sospettati di complicità nell’incendio. Vengono arrestati 4.000 militanti comunisti. Anche tutta la stampa socialdemocratica cade sotto il colpo di un divieto di 14 giorni.
“Negli ultimi giorni di febbraio, l’aspetto delle strade comincia a mutare. Appartenevano agli operai, ora non sono più di nessuno. Abbandonate dai lavoratori, non hanno ancora un nuovo padrone. Non vi si vedono neanche più nazisti, ma non vi sono più i cortei operai, né quei picchetti di autodifesa che percorrono le strade per recarsi al loro posto )
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Trotskij viene espulso dal PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) il 14 novembre 1927. Dal gennaio 1928 è deportato ad Alma Ata, a 4.000 chilometri da Mosca, poi nel gennaio 1929 espulso in Turchia. Si installa, nell’aprile del 1929, nell’isola di Prinkipo, dove rimarrà fino al luglio del 1933, quando parte per la Francia. È a Prinkipo che scrive numerose lettere, testi, opere che affrontano la questione tedesca e che si fanno sempre più pressanti via via che avanza l’ascesa nazista.
Egli elabora e precisa un’analisi particolarmente pertinente del fascismo, in un movimento operaio che non ne capisce gli elementi specifici. Questa resta uno dei contributi essenziali sulla questione.
Egli esorta i comunisti tedeschi a impegnare una politica di fronte unico, di contro alla politica dei comunisti e dei socialdemocratici, per evitare la “distruzione dell’avanguardia del proletariato tedesco”. Trotskij sostiene le proprie posizioni nella prospettiva di una battaglia interna al KPD (l’Opposizione di sinistra sta ancora nel KPD). Le sue proposte sono obiettivi per KPD e, al di là di questo, per l’insieme del movimento operaio.
II. Che cos’è il fascismo
Spesso si è collocato il fascismo sotto le etichettature di regime autoritario, cesarismo, bonapartismo, dittatura militare. Questo tuttavia non rende conto della specifica dimensione del fascismo.
Il fascismo nasce dalla debolezza dei tradizionali strumenti di dominazione della borghesia – le istituzioni statuali della democrazia parlamentare – in una crisi economica di fondo, di fronte all’ascesa della rivoluzione proletaria.
La sua prima comparsa ha avuto luogo in Italia nel 1922, la seconda si verifica in Germania e segna la fine della III Internazionale come Internazionale rivoluzionaria.
Quali sono in Trotskij le grandi linee dell’analisi del fascismo?
La borghesia preferisce, in genere, un sistema di democrazia parlamentare che evolva all’occorrenza verso uno Stato forte, piuttosto che il regno totalitario di un partito fascista che non può controllare completamente.
Questa scelta, però, comporta un costo economico e sociale. In un regime parlamentare, il movimento operaio conserva strumenti per la difesa dei suoi interessi, sia pur nel quadro delle capitolazioni della collaborazione di classe, e i differenti settori della borghesia esprimono i loro propri interessi.
La funzione storica della presa del potere da parte dei fascisti consiste nel cambiare con la forza e la violenza le condizioni di riproduzione del capitale in favore dei gruppi determinanti del capitale monopolistico.
Questa definizione della dittatura fascista sottolinea la differenza di fondo tra un regime politico in cui la classe operaia conserva le proprie organizzazioni e la propria capacità di resistenza collettiva e un regime in cui tutto questo è scomparso.
C’è dunque una differenza tra bonapartismo, o pre-bonapartismo, e fascismo: Brüning, Von Papen (conservatore il primo, monarchico l’altro) del Zentrum e Von Schleicher, il capo dell’esercito; il fascismo è la totale liquidazione del movimento operaio.
A proposito del legalitarismo fascista: arriveranno al potere con il colpo di Stato o legalmente? I nazisti si baseranno su entrambi i piani. Il nazismo, quando si lancia alla conquista del potere, ha il consenso del settore più forte della borghesia capitalista. È garantito dalla complicità dei responsabili militari e polizieschi. I responsabili dello Stato borghese non gli opporranno resistenza armata: la solidarietà di classe sarà più forte delle divergenze di interessi e di metodi...
I fascisti spingono alla mobilitazione estraparlamentare contro il movimento operaio e alla conquista di posizioni parlamentari, ma il centro di gravità è la piazza e la sua occupazione.
Hitler accede alla cancelleria il 30 gennaio 1933. Egli moltiplica le sue dichiarazioni legalitarie, mentre incoraggia sotto banco le sue squadre a continuare la lotta contro il proletariato: dal 30 gennaio al 5 marzo, i dati ufficiali annunciano 51 morti antifascisti negli scontri politici. Dal febbraio 1933, i giornali operai vengono messi fuori legge, le sedi occupate. Il Reichstag è incendiato. I partiti sono sciolti. I militanti imprigionati. E questo non si fermerà più.
L’obiettivo è la liquidazione del movimento operaio, e i nazisti utilizzeranno all’uopo i metodi del movimento operaio. Gruppi di difesa, associazioni, circoli sportivi, pranzi popolari. C’è un vero e proprio “patchwork” fascista e nazista che prende in prestito dal movimento operaio e dalla Rivoluzione russa: “il bolscevismo bruno”, che raccoglie gli elementi plebei del fascismo. Ci saranno settori che si identificheranno più o meno con questa ideologia, mai Hitler e la direzione nazista. Questo porterà alla Notte dei lunghi coltelli, SS contro SA, nel 1934.
III. La responsabilità di fondo delle direzioni staliniste e socialdemocratiche
Come si è visto, alla fine del 1932-inizio del 1933, alla vigilia della vittoria fascista, anche se tutto non era ancora perso, Il movimento operaio era indebolito e demoralizzato; ovviamente a causa della disoccupazione, delle ripetute sconfitte dovute alla mancanza di audacia negli scontri quotidiani con la feccia fascista, ma soprattutto della politica del SPD e del KPD negli anni che hanno preceduto la tragedia.
La resistenza, infatti, sarebbe stata perfettamente possibile. Milioni di lavoratori e di lavoratrici vi aspiravano con tutte le loro forze. L’assenza di resistenza è largamente dovuta all’incomprensione delle direzioni del KPD e della socialdemocrazia.
La responsabilità della socialdemocrazia viene da lontano. Malgrado il tradimento degli anni Venti, l’assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht, la socialdemocrazia continua a rappresentare, in una situazione normale, la classe operaia. Si contraddistingue per il sostegno a tutti i governi pre-bonapartisti e bonapartisti… Il SPD ripone le sue speranze nelle forze tradizionali: vota Hindenburg per impedire che Hitler venga eletto; fin dai primi rovesci fascisti, pensa che l’onda sia incanalata e che cominci il riflusso… pochi mesi prima dell’avvento di Hitler al potere. Il SPD resta sul terreno della Costituzione e della legalità, chiede la protezione dal fascismo alle istanze dello Stato, quello stesso che aiuta le squadre armate dei nazisti.
È quel che non capiscono gli stalinisti. Il KPD associa e mescola tutte le forme di regime autoritario: il fascismo prende il potere e crollerà. Il KPD mette nello stesso sacco i governi Brüning, Von Papen e i nazisti. D’un tratto, l’ipotesi che i nazisti prendano il potere è sottovalutata… Prenderanno il potere e crolleranno…e allora sarà “la volta nostra”! Il KPD sottovaluta la peculiarità del nazismo e la necessità di combatterlo in quanto tale.
C’è anche l’altra dimensione della politica staliniana di fronte al fascismo: la lotta contro il social-fascismo, la cosiddetta politica del “terzo periodo”, che comincia nel 1928. In Francia, è la tattica di “classe contro classe”, che porta il PCF a mantenere i suoi candidati al secondo turno, anche quando è in gioco l’elezione di un candidato del PS/SFIO.
Questa politica verrà amplificata dagli eventi del 1° maggio 1929 a Berlino, dove il PKD era maggioritario fra la classe operaia, ma dove i responsabili del governo e della polizia erano del SPD. Essi autorizzarono, incontri in alcune sale (del PSD e dei sindacati), vietando però la manifestazione annunciata dal KPD. Quest’ultimo chiama a manifestare. “Nessuno alle manifestazioni riformiste nelle sale! Tutti in piazza!”. La polizia provoca e spara sui manifestanti, contro le finestre di chi protesta. I giorni successivi si arriva a combattimenti sulle barricate a Wedding e a Neukölln: 27 morti e 150 feriti. Echi delle sparatorie arrivano in tutto il mondo, specie fra i comunisti, che giustificano la svolta e dimostrano la “fascistizzazione” dei partiti socialisti.
Quando nel 1930 il SDP scende dal 30% al 25%, il KPD sale dal 10,6% al 13,1% e i nazisti passano dal 2,6% al 18,3% (l’inizio della loro ascesa), i comunisti dichiarano: “l’unico vincitore delle elezioni di settembre è il partito comunista”.
L’episodio del plebiscito rosso del 1931
L’8 agosto del 1931 si organizza in Prussia un referendum per ottenere la revoca del governo socialdemocratico su iniziativa dei “Caschi d’acciaio” (altro gruppo fascista), appoggiati dai nazisti, il cosiddetto “plebiscito bruno”. Il KPD, su raccomandazione del CE dell’Internazionale Comunista, chiama anch’esso a votare per la cacciata del governo socialdemocratico, parlando di “plebiscito rosso”! Nel luglio 1931, al momento dell’XI Plenum dell’esecutivo dell’IC, Manuilski aveva presentato quella che chiamava una giustificazione “teorica” di questa politica, che denunciava la “menzogna socialdemocratica” secondo cui il fascismo sarebbe il nemico principale della classe operaia”.
Di qui la concorrenza, gli scontri fisici tra comunisti e socialdemocratici… Nel peggiore dei casi, si converge con i fascisti, oppure ci sono divisioni e manovre per non fare l’unità, ma solo raramente si lotta contro. Vi sarà un mutamento nelle prime settimane del 1933, ma sarà troppo tardi.
Alcune settimane prima di queste righe, nella “Lettera a un operaio comunista tedesco”, dell’8 dicembre 1931, aveva scritto, per mettere i puntini sulle i: “Operai comunisti, siete centinaia di migliaia, milioni, non avete nessuna parte dove andare, non ci saranno passaporti sufficienti per voi. Se il fascismo arriva al potere, passerà come uno spaventoso carro armato sulle vostre teste e le vostre schiene. La salvezza è possibile solo con la lotta senza quartiere. Solo il riavvicinamento nella lotta con gli operai socialdemocratici può portare alla vittoria. Operai comunisti, fate presto, perché vi resta poco tempo!”.
IV. La questione del fronte unico
1.Elementi di metodo
Ernest Mandel precisa nel 1979:
La classe operaia non può farla finita con il capitalismo, esercitare il potere e cominciare a costruire una società senza classi se non raggiunge un grado di unità delle sue forze sociali e un livello di politicizzazione e di coscienza qualitativamente più alto di quello che esiste sotto il capitalismo nei periodi ‘normali’. È, infatti, solo attraverso questa unificazione e politicizzazione che l’insieme della classe operaia può costituirsi in ‘classe per sé’, al di la delle differenze di impiego, di livelli di conoscenze, d’origine nazionale o regionale, di sesso, d’età, ecc.
Il miglior lavoratore acquista la coscienza di classe, nell’accezione più profonda del termine, solo attraverso l’esperienza di questo tipo di unità nella lotta. Il partito rivoluzionario svolge un ruolo essenziale di mediazione in questo processo. Ma la sua stessa attività non può sostituirsi a questa esperienza di lotta unitaria della maggioranza dei lavoratori. Il partito in sé non può essere la fonte da cui sgorga questa coscienza di classe fra milioni di lavoratori. (…)
In tutti i paesi in cui il movimento operaio organizzato ha una lunga tradizione, una parte significativa della classe continua ad esprimere un certo livello di fiducia nei partiti socialisti e comunisti, non solo elettoralmente, ma anche politicamente e organizzativamente. Così, è impossibile avanzare positivamente e concretamente nell’unificazione del fronte proletario senza tenere conto di questa fiducia relativa o aspettando che i lavoratori socialisti e comunisti entrino nel fronte se non si tiene conto delle reazioni e degli atteggiamenti dei loro dirigenti.
Questa politica di fronte unico discende quindi dalle condizioni oggettive e dall’esperienza della lotta di classe e si traduce nel fronte unico delle organizzazioni, il fronte unico dalla base al vertice e il fronte unico sui compiti connessi alla lotta antifascista.
Nel gennaio 1932, Trotskij scrive: “Qual è l’atteggiamento del Partito comunista? Nei suoi giornali, ripete ogni giorno che, per lui, è accettabile solo ‘il fronte unico che sarà rivolto contro Brüning [deputato di destra], Severing [deputato SPD], Leipard (SPD e dirigente del sindacato ADGB), Hitler e loro simili’. (…) Questo però non significa assolutamente che Brüning, Severing, Leipard e Hitler appartengano sempre e in qualunque circostanza allo stesso campo. Ora, i loro interessi divergono. Per la socialdemocrazia, la questione è, in questo momento, non tanto quella di difendere le fondamenta della società capitalista contro la rivoluzione proletaria, quanto quella di difendere il sistema borghese semiparlamentare contro il fascismo. Sarebbe una grande sciocchezza rifiutarsi di sfruttare questo antagonismo.
“‘Fare la guerra per rovesciare la borghesia internazionale…- scriveva Lenin in L’estremismo malattia infantile del comunismo – e rinunciare a destreggiarsi, a sfruttare i contrasti d’interessi (anche solo momentanei) che dividono i nostri nemici, a fare accordi e compromessi con eventuali alleati (anche solo temporanei, incerti, tentennanti e che pongano condizioni), non è completamente ridicolo?’”. [sottolineature nostre].
“E più avanti: ‘Non si può vincere un avversario più forte se non a prezzo di un’estrema tensione delle forze e a condizione esplicita di sfruttare nel modo più minuzioso, il più attento, il più circospetto, il più intelligente possibile la minima fessura fra gli avversari’. Che cosa fanno Thälmann e Remmele diretti da Manuilsky? La fessura tra la socialdemocrazia e il fascismo – e quale fessura! – loro cercano con tutte le forze di colmarla con l’ausilio della teoria del social-fascismo e con la pratica del sabotaggio del fronte unico”.
Trotskij propone la traduzione concreta di questa analisi:
“La sciagura dipende dal fatto che (…), nel suo appello per il ‘fronte unico rosso’, pubblicato il 29 novembre, il Comitato centrale del Partito comunista tedesco parte dall’idea che è impossibile sconfiggere il fascismo senza avere prima sconfitto la socialdemocrazia tedesca. Questa idea Thälmann l’ha ripetuta in tutti i toni nel suo articolo. Quest’idea è giusta? Su scala storica, è assolutamente vera. Ma non significa assolutamente che si possa risolvere il problema all’ordine del giorno grazie ad essa, e cioè limitandosi a ripeterla. Quest’idea, giusta dal punto della strategia rivoluzionaria nel suo complesso, diventa una menzogna, e anche una menzogna reazionaria una volta tradotta in linguaggio tattico. È vero che per fare sparire disoccupazione e miseria bisogna prima distruggere il capitalismo? È vero. Ma solo l’ultimo degli imbecilli ne trarrebbe la conclusione che non dobbiamo batterci oggi con tutte le nostre forze contro le misure che permettono al capitalismo di accrescere la miseria degli operai.
2.Il problema dello sciopero generale nella lotta antifascista
Che ruolo ha l’arma dello sciopero generale nella battaglia contro il fascismo? È uno degli assi centrali, ma da non trasformare in feticcio nello scontro politico-militare con i nazisti. Va subordinato allo scontro diretto con le truppe naziste.
“Si deve dunque rinunciare allo sciopero come forma di lotta? No, non rinunciarvi ma crearne le indispensabili premesse politiche e organizzative. Una di esse è la ricostruzione dell’unità sindacale. La burocrazia riformista naturalmente non ne vuol sapere. Finora, la scissione le ha garantito la posizione migliore possibile. Tuttavia, la minaccia diretta del fascismo cambia la situazione dei sindacati a grande svantaggio della burocrazia. Aumenta l’aspirazione all’unità. La cricca di Leipart può sempre cercare, nella situazione attuale, di rifiutarsi di ristabilire l’unità: questo raddoppierebbe o triplicherebbe l’influenza dei comunisti all’interno dei sindacati. Se l’unità si realizzasse, si aprirebbe un ampio campo di iniziativa per i comunisti. Non servono mezze misure, ma una svolta radicale (…).
“Lo sciopero generale è uno strumento di lotta importantissimo, ma non è il rimedio universale. Ci sono situazioni in cui lo sciopero generale rischia di indebolire più gli operai che non il loro avversario diretto. Lo sciopero deve essere un elemento importante del calcolo strategico, ma non la panacea in cui si esaurisce l’intera strategia. (…)
“ Non c’è stato un problema di sciopero generale durante la Rivoluzione d’Ottobre. Alla vigilia della Rivoluzione, le fabbriche e i reggimenti, nella loro stragrande maggioranza, erano già collegati alla direzione del Soviet bolscevico. Chiamare le fabbriche allo sciopero generale in quelle condizioni significava indebolirsi da soli e non indebolire l’avversario (…).
“Se in Germania la lotta scoppia a partire da conflitti localizzati, dovuti a una provocazione dei fascisti, è poco probabile che l’appello allo sciopero generale risponda alle necessità della situazione. Lo sciopero generale significherebbe innanzitutto: tagliare una città dall’altra, un quartiere dall’altro e anche una fabbrica dall’altra. Sarebbe più difficile trovare e radunare gli scioperanti. In queste condizioni i fascisti, che non mancano di Stato Maggiore, possono ottenere una certa superiorità, grazie alla loro direzione centralizzata (…).
“Occorre, quindi, non prepararsi allo sciopero generale ma a resistere ai fascisti. Il che comporta: creare ovunque basi di resistenza, distaccamenti d’assalto, riserve, Stati Maggiori, sedi e centri di direzione, un collegamento effettivo, piani molto semplici di mobilitazione”.
Alla fine del 1932, Trotskij effettua un mutamento d’approccio sul problema dello sciopero generale. Ora occorre il confronto decisivo con i nazisti.
3.Fronte unico e accordi parlamentari
Nel dicembre 1931, Trotskij precisava: “Gli accordi elettorali, le trattative parlamentari condotte dal partito rivoluzionario con la socialdemocrazia servono, di norma, alla socialdemocrazia. L’accordo pratico per iniziative di massa va sempre a favore del partito rivoluzionario (…)”.
“Nessuna piattaforma comune con la socialdemocrazia o con i dirigenti dei sindacati tedeschi, nessuna pubblicazione, nessuna bandiera, nessun manifesto comune! Procedere separatamente, colpire insieme! Mettersi d’accordo esclusivamente sul modo di colpire, su chi e quando colpire. Su questo punto ci si può mettere d’accordo anche con il diavolo, con sua nonna e anche con Noske e Grzesinski. Alla sola condizione di non legarsi le mani.
Il centro di gravità è la concreta lotta antifascista, ma vi è anche, in questo quadro, e occorre insistere su questo quadro, la possibilità di accordi parlamentari. È quel che sostiene Trotskij nel 1932, quando denuncia un approccio istituzionale ad accordi parlamentari, ma senza accordi parlamentari legati alla mobilitazione: “(…) ecco che il 22 giugno l’ala comunista nel parlamento prussiano propose fra lo stupore generale, e il suo stesso, un accordo con la socialdemocrazia e anche con il centro. La stessa cosa si è ripetuta in Assia. Di fronte al pericolo di vedere la presidenza del parlamento cadere nelle mani dei nazisti tutti i sacrosanti principi furono mandati al diavolo. C’è da stupirsi? Non è penoso? (…)”.
V. Elementi conclusivi sulla tattica di fronte unico
Nella tragica situazione degli anni Trenta, il fronte unico concentra la politica rivoluzionaria, nella situazione difensiva di fronte al fascismo. Trotskij insisterà su altre due considerazioni:
La politica rivoluzionaria non si riduce al fronte unico. Vi sono molti altri aspetti nella costruzione e nella strategia rivoluzionaria: parole d’ordine transitorie, auto-organizzazione, controllo di gestione, conquista del potere, problemi militari;
La politica di fronte unico contiene un aspetto generale, ma è temporanea. Si possono e debbono fare accordi con i riformisti, ma non per conquistare il potere… Facciamo solo un pezzo di strada insieme.
Fino in fondo, fino all’ultimo momento, pur annunciando la sconfitta, Trotskij cerca di esplorare le possibilità di lotta.
Hitler diventa Cancelliere il 30 gennaio, alla testa di un governo in cui i nazisti sono ancora in minoranza fra gli esponenti dei partiti di destra. Qualche giorno dopo, Lev Sedov gli fornisce una descrizione alquanto cupa della realtà tedesca: “Quello che stiamo vivendo somiglia alla resa della classe operaia al fascismo (…). Al vertice, disorientamento, nessuno sa che cosa fare; alla base, nessuna fiducia nelle proprie forze. (…) Credo che stiamo entrando in giorni e settimane decisivi. Se un’azione vigorosa del movimento operaio – che nel suo sviluppo non può che essere la rivoluzione proletaria – non si verifica adesso, è inevitabile una spaventosa sconfitta. Quest’azione non è ancora esclusa ma, secondo me, non è più molto verosimile”.
Come si è visto, anche dopo l’incendio del Reichstag il 27 febbraio 1933, si producono manifestazioni di massa di centinaia di migliaia di lavoratori nelle principali città tedesche, davanti alle sedi dei sindacati e della socialdemocrazia, perché si chiami alla mobilitazione, si convochi lo sciopero generale contro il governo di Hitler… La socialdemocrazia rinuncerà a fare appello a mobilitarsi. La repressione, gli arresti e gli assassinii raddoppiano.
È la sconfitta. Una sconfitta senza lotta. Una tragedia che sfocia nella guerra e in milioni di morti.
La sconfitta tedesca cambia tutte le prospettive storiche.
Nello scontro, o il fascismo avrebbe vinto e schiacciato il movimento operaio, o quest’ultimo, respingendo il nazismo, avrebbe creato le condizioni per la sconfitta decisiva del capitalismo. L’incapacità del KPD e dell’Internazionale Comunista di guidare questo scontro ne segna la morte come partiti rivoluzionari.
“Il proletariato tedesco si risolleverà, lo stalinismo tedesco, mai”. “C’è bisogno di un nuovo partito”, conclude Trotskij dopo la sconfitta tedesca.
Perché avvengano rotture, occorrono grandi avvenimenti storici.
(13 ottobre 2013)
Traduzione di Titti Pierini.
1F. Sabado: membro della direzione del Nuovo Partito anticapitalista (NPA, Francia), membro dell’esecutivo della IV Internazionale. P. Lemoal: militante della IV Internazionale, fa parte della Commissione formazione del NPA.
2 Léon Trotsky, “La révolution allemande et la bureaucratie stalinienne” (gennaio 1932), in Comment vaincre le fascisme”, Bucher-Castel, Parigi, 1973, p. 129 (disponibile anche sul web: http://www.marxists.org/francais/trotsy/livres/cvfr/cvf.htm).
3 Rosenberg, cit. da Ossip K. Flechtheim, Le parti communiste allemand sous la République de Weimar, Maspero, Parigi, p. 288.
4 Ossip K. Flechtheim, op. cit., p. 118
5La corrente animata da Ruth Fischer e Arkadi Maslow.
6 Ossip K. Flechtheim, op. cit., p. 119.
7 Léon Trotskij, “La victoire d’Hitler signifierait le guerre contre l’URSS”, in Comment vaincre… cit., pubblicato la prima volta in The Militant, 26 luglio 1932.
8 Dati aderenti giovani citati da Perre Frank, Histoire de l’Internationale Communiste 1919-1943, éditions La Brèche, Parigi, 1979, vol. 2, p. 635.
9 Pierre Milza, Fascisme et idéologies réactionnaires en Europe (1919-1945), Dossier Sciences hunaines, n. 9, Armand Colin, p. 33.
10 Daniel Guérin, Sur le fascisme, Maspero, Parigi, 1965, t. 2, “Fascisme et grand capital”, p. 37.
11Ivi, t. 2, p. 108
12Il 31 gennaio, Rudolf Breitscheid in una riunione del comitato direttivo del Partito socialdemocratico dichiara: “La lotta al fascismo è entrata in una nuova fase. Tutti i nostri auspici sarebbero che entrassero in una nuova fase anche i nostri rapporti con il Partito comunista.” Viene respinta con un solo voto di maggioranza una mozione che propone un “patto di non aggressione” al Partito comunista” (cit. da Juan Rustico, 1933: la tragédie du prolétariat allemand, Les Amis de Spartacus, Parigi 2003 (http://www.matie-revolution.fr/spip.php?article636).
13 Ernest Mandel, “Ce qu’est le fascisme et comment l’arrêter”, in La Gauche, 18 marzo 1992, [v. nota 6] (http://www.ernestmandel.org/new/ecrits/article/ce-qu-est-le-fascisme-et-comment-l).
14Cit. da Pierre Frank, op. cit., p. 674, [v. nota 7].
15 Juan Rustico, op. cit .
16Ibidem.
17I nazisti non sono in testa in nessuna delle tre maggiori città tedesche di allora: è il KPD ad essere in testa a Berlino, Il SDP ad Amburgo e il Zentrum a Colonia (con il KPD in seconda posizione).
18 Ernest Mandel, Prefazione a “Théorie du fascisme chez Trotskij”, in L. Trotskij, Comment vaincre…” cit. (http://www.ernestmandel.org/new/ecrits/article/introduction-la-theorie-du).
19Daniel Gjuérin, op. cit., t. 2, p. 186, [v. nota 9]
20E. Mandel, op. cit., [v. nota 7].
21Ibidem.
22 Léon Trotskij, “La révolution allemande et la bureaucratie stalinienne” (gennaio 1932), in Comment vaincre… cit., p. 84 [v. nota 1].
23Cit. da Pierre Frank, op. cit., p. 658 [v. nota 7].
24 Léon Trotskij, “La révolution…” cit., p. 97 [v. nota 1].
25Cit. da Pierre Frank ,op. cit., p. 593 [v. nota 7].
26Ibidem.
27Ivi, p. 625.
28 Ossip. K. Flechtheim, op. cit., p. 196, [v. nota 2].
29 Nel giornale dei pionieri comunisti, cit. da Ossip K. Flechtheim,, op. cit., p.205. [v. nota 2].
30Léon Trotskij, “La Rèvolution…”, cit., p. 134, [v. nota1].
31Ibidem.
32 Ernest Mandel, “Croissance de classe, front unique egouvernements ouvriers », intervista fatta da John Rotschild nel1979 (http://www.ernestmandel.org/new/ecrits/article/conscience-de-classe-front-unique).
33 Léon Trotskij, “La révolution…” cit., p. 122 [v. nota 1].
34 Léon Trotskij, “Lettre à un ouvrier…” cit., p. 71 [v. nota 1].
35 Léon TYrotski, “La Révolution…” cit., pp. 206-209 [v. nota 1].
36Léon Trotskij, “Lettre à un ouvrier…” cit., p. 76.
37 Léon Trotskij, “La seule voie” (ottobre 1932), in Comment vaincre… cit., p. 325 [v nota 1].
38 Léon Trotskij, “Devant la décision” (febbraio 1933), in Comment vaincre… cit., p.3 25 [v. nota 1].
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Nota bibliografica essenziale
Il carattere della pubblicazione di questo testo, e la necessità di metterlo in circolazione rapidamente, ha sconsigliato di effettuare lunghe ricerche bibliografiche per riportare le citazioni dalle edizioni italiane. Tuttavia può essere utile avere alcune indicazioni per ricavare documentazione in italiano senza affidarsi a fonti insicure tipo wikipedia.
Molti degli scritti di Trotskij sulla Germania utilizzati in questo saggio in italiano si trovano in:
Lev Trotskij, Scritti 1929-1936, Einaudi, Torino, 1962, traduzione e cura di Livio Maitan
Lev Trotskij, I problemi della rivoluzione cinese e altri scritti su questioni internazionali, Einaudi, Torino, 1970, traduzione e cura di Livio Maitan
Alcune pubblicazioni sul KPD e la repubblica di Weimar:
Ossip K. Fleitcheim, Il partito comunista tedesco (KPD) nel periodo della Repubblica di Weimar, Jaca Book, Milano, 1970
Hermann Weber, La trasformazione del comunismo tedesco. La stalinizzazione della KPD nella Repubblica di Weimar, Feltrinelli, Milano, 1979
Arthur Rosenberg, Storia della Repubblica di Weimar, Sansoni, Firenze, 1972
Martin Broszat, Da Weimar a Hitler, Laterza, Roma-Bari, 1986
Per vari dati e riflessioni sul comportamento della socialdemocrazia tedesca e austriaca, rinvio al mio Trockij e la pace necessaria. 1918 La socialdemocrazia e la tragedia russa, Argo, Lecce, 2007