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Moro - il trotskismo negli anni 60 e 70

Materiale per l'autoformazione · pubblicato il 12 agosto 2014 · 33 min di lettura

Un testo esemplare per la lucidità e la franchezza con cui riflette sul difficile percorso della sezione della IV nello Stato spagnolo, sulle ragioni di alcuni successi, ma anche di molti insuccessi, dovuti a fattori oggettivi ma anche a scelte sbagliate. Confrontarsi con questa ricostruzione di quegli anni, può essere utile per molti. Lo è stato anche per me, che pure li avevo vissuti da dentro.

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Il trotskismo negli anni 1960-1970

Ritorno sull’esperienza della Liga nello Stato spagnolo

degli anni 1960-1970

Miguel Romero1

 

Non è passato neppure un anno dalla morte di Miguel Romero Baeza, detto “el Moro”, dirigente per molti anni della Quarta Internazionale. Lo avevamo avuto tra noi ancora recentemente, a uno dei nostri seminari autunnali. Tra i materiali che sono stati pubblicati per ricordarlo, mi è parso molto utile questo, apparso dapprima come appendice all’edizione spagnola di un libro di Daniel Bensaïd (pubblicato anche in Italia da Alegre nel 2007 col titolo Chi sono questi trotskisti? Storia e attualità di una corrente eretica) e poi riproposto da Inprecor, la rivista del Bureau esecutivo della IV Internazionale. L’ho messo tra i “materiali per l’autoformazione”, perché mi sembra esemplare per la lucidità e la franchezza con cui riflette sul difficile percorso della sezione della IV nello Stato spagnolo, sulle ragioni di alcuni successi, ma anche di molti insuccessi, dovuti a fattori oggettivi ma anche a scelte sbagliate. So bene che tra i visitatori del mio sito molti non conoscono quelle vicende, che non hanno vissuto, e moltissimi dei più giovani non sanno molto di quel periodo che sembrava caratterizzato dal “ritorno della rivoluzione” nel Maggio 1968, e di come tra mille difficoltà si formò – in Francia, in Spagna e anche in Italia - una corrente marxista militante che dava radici e senso alla attività di una nuova generazione. Confrontarsi con questa ricostruzione di quegli anni, può essere utile per molti. Lo è stato anche per me, che pure li avevo vissuti da dentro. (a.m. 11/8/14)

 

Nell’Avvertenza che precede il suo testo, Daniel Bensaïd dice che “la storia del movimento trotskista è ancora da fare” e che lo scopo del suo lavoro è stato quello di “proporre un punto di vista e dare un senso ai dibattiti politici e teorici che costellano questa tormentata storia”. Criteri pertinenti alla stessa modesta scala di questo mio scritto aggiuntivo.

Non voglio parlare qui dei “movimenti trotskisti” nello Stato spagnolo, ma soltanto della Liga. È un limite rispetto all’approccio del libro di Bensaïd, ma questo mio testo ha una portata più limitata. A differenza della Francia, nella Liga le altre organizzazioni trotschiste non hanno avuto alcun ruolo, tranne per un breve e sfortunato periodo nel 1979, su cui tornerò. Inoltre, secondo me, la Liga è l’unica organizzazione che ha incarnato in questo paese quel “certo trotskismo” che Bensaïd considera “(…) senz’altro insufficiente, ma non meno necessario, per sciogliere l’amalgama tra stalinismo e comunismo, liberare i vivi dal peso dei morti e girare la pagina della disillusione”.

La Liga ha però cessato di esistere quindici anni or sono (quindici anni!). La sua storia scritta è custodita in una cassa, in migliaia di pagine di riviste e bollettini, dove si trova la relazione scrupolosa di risoluzioni e discussioni, di posizioni maggioritarie e minoritarie, di votazioni incluso negli anni della clandestinità, di dimostrazioni di una cultura democratica, che nella Liga si considerava altrettanto normale del fatto di respirare, e che è invece del tutto eccezionale in seno alla sinistra. Sarebbe interessante ed utile, per non impiegare termini troppo solenni, ordinare, selezionare e pubblicare questi materiali. Un lavoro, però, che non può che essere collettivo: è già in moto un’iniziativa e speriamo che arrivi a buon fine.

Al contempo, esiste una “storia non scritta” della Liga di cui occorre tenere conto, che risiede nelle memoria dei/delle suoi/sue miltanti, diversa, contraddittoria, sublime, lacerata…

Narra un proverbio arabo: “La verità non sta in un solo sogno; si trova in vari sogni”. La storia della Liga non sta in una memoria, ma in varie memorie. Anche qui, c’è già un progetto in corso per raccogliere e studiare queste memorie: sarebbe formidabile se si realizzasse.

Chi vuol conoscere la storia della Liga dovrà perciò attendere che tali progetti vadano in porto. Nelle seguenti osservazioni troverete soltanto qualche opinione su determinati ricordi, un punto di vista personale sul senso dell’attività della Liga, sulla razionalità dell’impegno rivoluzionario che ha assunto durante i venticinque anni della sua storia, con i suoi successi e i suoi errori.

 

I

 

L’affiliazione della Liga alla IV Internazionale, che coincide con la sua fondazione all’inizio del 1971, ha costituito un incontro, non una conversione. Il gruppo, per la maggior parte composto da studenti universitari, provenienti dalle organizzazioni “Felipe” (Frente de Liberación Popular [Fronte di Liberazione Popolare]) e Front Obrer Catalá [Fronte operaio Catalano] a Barcellona, cercava di costruire un partito rivoluzionario e di capire il mondo sconvolto dell’inizio degli anni Settanta, a partire dal forzato isolamento politico e intellettuale imposto dal franchismo al crepuscolo. Si trattava di attivisti, di marxisti, più per intuizione che per studi, degli organizzatori del sindacalismo studentesco democratico (una buona scuola per capire il significato della “burocrazia” e del “riformismo”, a partire dalla quotidiana battaglia con il PCE [Partito Comunista Spagnolo]), degli internazionalisti ed antistalinisti, attraverso il riferimento al Che, con l’impegno militante forgiato dal dolore e dalla collera per l’assassinio di Enrique Ruano.2

 

In quasi due anni di dibattiti e di attività militanti improvvisate, dopo lo scioglimento del “Felipe” nel 1969, abbiamo incontrato la IV Internazionale attraverso la Ligue Communiste [LC - Lega comunista] francese, la cui antesignana, la Jeunesse Communiste Révolutionnaire [JCR – Gioventù comunista rivoluzionaria], era stata il nostro contatto e l’interprete per capire e cercare di condividere il “ritorno della rivoluzione” nel Maggio 1968.

Non eravamo alla ricerca di una dottrina, ma di una corrente marxista militante che fornisse radici e un senso alla nostra attività. L’incontro con la IV è avvenuto perché loro c’erano, con un’analisi coerente del “tardo capitalismo” e dei processi politici “diseguali e combinati”, in Francia, in Italia, in Cecoslovacchia, in Messico, in Vietnam…, organizzazioni nelle quali ci riconoscevamo, politicamente ed anche come generazione. In quell’ambito abbiamo scoperto il marxismo rivoluzionario, in contemporanea con la storia dei primi anni dell’Internazionale comunista, la lotta contro lo stalinismo e la solidarietà con la rivoluzione in Algeria e a Cuba….

Trotsky era uno dei protagonisti di questa storia, Ma più che “trotskisti” preferivamo definirci come continuatori “dei comunisti che si erano battuti contro lo stalinismo”. La differenza non stava nei termini, ma esprimeva una delle idee più forti del programma della IV: lo stalinismo in quanto tragica interruzione nella traiettoria del movimento operaio rivoluzionario e la nostra corrente come la continuazione di questa traiettoria, che aveva resistito nel periodo oscuro dell’egemonia staliniana e che ora, finalmente, quando la rivoluzione ridiventava “un compito attuale”, era pronta a battersi perché il comunismo ridiventasse la speranza di emancipazione delle sue origini.

 

II

 

Per noi che eravamo appena arrivati, la IV era una scuola accelerata di formazione da cui arrivava una valanga di letture, di programmi, di risoluzioni, di solidarietà attiva, di notizie, in genere entusiastiche, di lotte nel mondo e della crescita delle nostre “sezioni”…

Questo amalgama costituiva piuttosto una cultura (”un modo di fare politica, si sarebbe detto allora) che non una teoria, un’ideologia o un programma. Non voglio svalutare il contenuto programmatico (l’internazionalismo, la rivoluzione socialista, l’auto-organizzazione come base della democrazia socialista, la democrazia nel partito, “l’indipendenza di classe” del movimento operaio rispetto alle organizzazioni e ai programmi politici borghesi…). Ma quel “bagaglio” era insito nella storia e nella realtà militante della IV, e noi lo ricevevamo (per il meglio e, a volte, per il peggio) in maniera culturale più che dottrinaria, il che corrispondeva perfettamente al tipo di organizzazione che eravamo noi: attivista, empirica, condizionata dalla clandestinità)…

Per il meglio, in quanto questa cultura lasciava ad esempio molto spazio alla specifica elaborazione delle nostre idee: così, leggevamo con attenzione gli scritti di Trotsky sulla rivoluzione spagnola, ma anche quelli di Andreu Nin, ed abbiamo avuto l’occasione di conoscere formidabili militanti del POUM (Juan Andrade, Maria Teresa García Banús, Antonio Rodríguez, Enrique Rodríguez, Emma Roca…). Il risultato fu una visione molto critica dei rapporti tra Trotsky e il POUM e la nostra considerazione di quest’ultimo come “nostro partito” nella guerra civile. Queste idee davano luogo a dibattiti in seno alla IV, ma mai alla censura.

Per altro verso, questa cultura si sviluppava con l’esperienza. Ad esempio, una piccola organizzazione clandestina richiedeva molta solidarietà politica e materiale. La IV, in particolare la LCR francese, non ha mai mancato agli impegni nei nostri riguardi. Se la solidarietà è, oltre a un principio, un apprendistato, apprendevamo su questo a una buona scuola.

Ma anche questa cultura era impregnata di miti e di abitudini settarie e dottrinali, inevitabili dopo una prolungata esistenza contro corrente, come gruppi molto ristretti, ciascuno dei quali viveva ogni giorno la tensione tra la convinzione di disporre del “programma della rivoluzione” e la realtà materiale delle proprie forze militanti assolutamente esigue. Una di queste abitudini, costata cara nei primi tempi della Liga, tendeva a fissare un’immediata corrispondenza  tra un disaccordo concreto e una rottura di “principi”.

Così, un dibattito indispensabile, e si potrebbe dire “naturale” in quel momento, specie in un’organizzazione rivoluzionaria di studenti, sulla politica nei confronti delle Comisiones Obreras (CCOO – [Commissioni Operaie]) stava marcendo nel corso dell’intero 1972: dapprima diventava una discussione per decidere se la coscienza politica della classe operaia progredisse solo a partire dalla sua mobilitazione unitaria o se avanzasse fondamentalmente tramite esperienze di intervento radicali, in cui i rivoluzionari avrebbero avuto per forza un ruolo importante. Da questo dibattito si deducevano orientamenti politici differenti: una strategia di propaganda per un “fronte unico delle organizzazioni operaie”, o una politica di iniziative dell’organizzazione rivoluzionaria tendente a promuovere azioni il più possibile di massa, nelle quali si potesse scavalcare il controllo “riformista”. Alla fine, il dibattito si era cristallizzato, congelato, quasi una presunta discordanza programmatica sull’“unità della classe operaia” e, naturalmente, la conclusione di tutto questo è stata la scissione.

La IV non ha potuto, o saputo, esercitare la propria influenza ed evitare che una discussione, che inizialmente aveva tutto il suo senso nel processo di maturazione della Liga, si sviluppasse in modo così maldestro e finisse così male. E la Liga è vissuta per sei anni separata in due organizzazioni, la LCR e la LC, che si sono poi riunificate nel 1978. Uso il termine “Liga” per parlare di entrambe le organizzazioni; è una specie di tardivo segno di “penitenza” per l’errore che abbiamo commesso.

LCR ed LC hanno avuto divergenze serie in quegli anni, ma hanno continuato a condividere buona parte dell’originaria cultura comune. Per questo, malgrado i disaccordi che sussistevano e le differenti affinità personali, la riunificazione ha rappresentato una realtà viva e duratura e, nonostante alcune frizioni, in capo a pochi mesi la provenienza di ciascuno era ormai diventata solo argomento di battute scherzose.

III

La LCR è riuscita a superare il trauma della rottura con la LC grazie al fatto che c’è stata poco dopo l’unificazione con l’Eta VI (la corrente maggioritaria nella VI Assemblea dell’organizzazione rivoluzionaria basca), che ha aderito alla IV Internazionale dopo un bilancio critico ed autocritico del nazionalismo e della strategia militare dell’ETA.

Il rilievo di questa unificazione nella storia della Liga è particolarmente grande, da diversi punti di vista. In primo luogo, ha raccolto militanti con un’esperienza diversa e di maggiore peso, con un buon radicamento nelle fabbriche… e nelle prigioni: i militanti incarcerati hanno avuto un ruolo politico e morale molto importante nell’organizzazione e il contributo di quelli/e che provenivano dall’ETA VI è stato fondamentale.

L’unificazione, inoltre, confermava un’idea della LCR sulla costruzione di un partito rivoluzionario, che fino ad allora era stata solo un auspicio. Convergere, o più precisamente “guadagnare al marxismo rivoluzionario”, settori di altre organizzazioni della sinistra che rompevano con il “riformismo”. Questa idea dava senso alla possibilità che una piccola organizzazione come la LCR riuscisse a raggiungere la forza e l’accumulazione di esperienze e saperi necessari in un lasso di tempo che speravamo breve, per poter contendere la direzione del movimento operaio ai “riformisti”, ossia al PCE. L’ETA non era un’“organizzazione operaia” ma, fin dalle lotte contro i processi di Burgos alla fine degli anni Settanta, che tanto avevano contribuito a far nascere la Liga, costituiva un punto di riferimento per la sinistra rivoluzionaria, al di là del Paese Basco.

Infine, l’unificazione rafforzava ai nostri occhi l’autorevolezza politica della IV Internazionale, perché si dimostrava in grado di attrarre settori militanti di altre correnti.

L’unificazione ha funzionato fin dal primo momento, senza il minimo problema. La cosa ci sembrava andare da sé; credo che, riflettendo su quel che è successo poi, sarebbe valsa la pena di chiederci perché tutto sia andato così bene. Naturalmente, era fondamentale condividere il programma della IV Internazionale. Aveva avuto un ruolo anche il clima di fiducia e di esaltazione dell’epoca. Credo però che quel che è stato decisivo era il riconoscerci in una cultura militante e in un progetto di costruzione di partiti comuni, il “modo di fare politica” che parte della direzione dell’ETA VI, esule in Francia, aveva conosciuto e vissuto nei suoi rapporti con la LCR francese.

Dimostravamo simbolicamente l’importanza che davamo all’unificazione adottando il nome di LCR-ETA VI, con cui abbiamo militato in tutto lo Stato spagnolo fino al 1976. Non davamo alcuna importanza alle difficoltà che il nome poteva procurarci, soprattutto al di fuori del Paese basco. Era una manifestazione di orgoglio di sinistra: “È quello che siamo”. Non ce ne siamo mai pentiti.

 

IV

 

La IV non aveva la pretesa di “dirigere” la Liga e non ha mai interferito nelle sue discussioni. Il rispetto per lo sviluppo delle “sezioni” era un principio organizzativo che la direzione della IV non sempre ha applicato (Bensaïd ne dà alcuni esempi nel suo testo), ma nel caso della Liga sì, e lo ha rigorosamente rispettato nel corso di tutta la storia di quest’ultima. In queste condizioni, è anche vero che alcuni dei suoi testi, soprattutto “Il crepuscolo del franchismo”, che avevamo conosciuto all’origine della nascita dell’organizzazione, hanno avuto un’influenza determinante nella prima fase della Liga, in particolare nell’orientamento politico della LCR sotto il franchismo.3

Il testo invitava a capire la realtà, a non farla aderire a un’ideologia. Non contiene alcuna citazione dei “classici”, tranne il riferimento all’organizzazione di “tipo leninista”, che aveva senz’altro lo scopo di collegarsi direttamente alle aspirazione di quelli/e che si preparavano a fondare la Liga.

La maggior parte del suo contenuto è dedicata all’analisi della realtà spagnola, alle sue contraddizioni politiche ed economiche, ai conflitti sociali di fondo. Letto oggi, conserva idee valide ed anche qualche proiezione volontaristica (ad esempio sullo “sgonfiamento” delle “membrane” riformiste e liberalizzanti) o sugli insegnamenti che i lavoratori spagnoli avrebbero ricevuto dall’esperienza del 1969-1970 (cioè dalla resistenza allo stato d’emergenza fino alle lotte per l’amnistia ai processi di Burgos), o sul modello di “dualismo di potere” come “naturale” conclusione dell’auto-organizzazione. Quel che tuttavia merita di sottolineare è la frase che riassume la strategia del testo proposto: “La dittatura franchista non può trasformarsi in democrazia borghese sotto la pressione delle masse. Deve essere abbattuta da un intervento rivoluzionario diretto delle masse”. Lo “sciopero generale rivoluzionario” era la formula della LCR per sintetizzare questa idea, che ha orientato la nostra attività politica fino alla metà del 1976.

Lo sciopero generale rivoluzionario era una proposta ultra-sinistra, ma anche realistica e ragionevole, in quanto si basava sul processo di mobilitazioni avviatosi alla fine del 1979 nelle lotte contro i processi di Burgos e che era proseguita in numerosi scioperi generali locali; la base della nostra politica era rispettare questa dinamica reale, cercare di capirla tramite il dibattito democratico, lottare per generalizzarla con la nostra attività militante. Uso “ultra-sinistra” in un senso che richiede una piccola spiegazione, per distinguerla dalle varianti settarie.

La politica rivoluzionaria si basa sempre su obiettivi indispensabili per la battaglia contro il capitalismo nel suo complesso. Si tratta di rendere “possibile” quel che è “indispensabile”. Per questo è vitale considerare, tra le condizioni che contraddistinguono una situazione concreta, quella che non rientra nelle analisi positiviste (solitamente dette“realiste”): le potenzialità del movimento, ciò che ancora non esiste se non in modo frammentario ed embrionale nella dinamica del movimento reale, ma che si può generalizzare; il compito centrale di un’organizzazione rivoluzionaria è scoprire queste potenzialità nel movimento reale e svilupparle. In questo senso, la prospettiva rivoluzionaria non è “ultra-sinistra”, ma si colloca ben “a sinistra del possibile”.

L’estremismo della LCR consisteva nel fatto di rendere ipertrofico il ruolo di queste potenzialità, di centrare tutto il nostro intervento verso le esperienze più avanzate e i settori d’avanguardia, ritenendo che la dinamica oggettiva delle lotte avrebbe spinto naturalmente l’insieme del movimento in questa direzione. Abbiamo certamente commesso errori. Ma non abbiamo sbagliato battaglia.

 

V

 

Il nostro punto di partenza era quello di chiederci quali fossero gli obiettivi da raggiungere per abbattere il franchismo.4

Lo riassumevamo nell’epurazione radicale dell’apparato di Stato, di tutte le sue istituzioni politiche ed economiche e, soprattutto, nello scioglimento dei suoi corpi repressivi.

Chi poteva farlo e come lo si poteva fare? Era la seconda domanda cruciale. Per rispondere combinavamo l’analisi dei conflitti sociali fondamentali (quale classe ha il livello di conflitto politico-sociale con la dittatura abbastanza sufficientemente elevato da essere in grado di rovesciarla?) con la stima delle condizioni reali del movimento sociale.

La LCR includeva un terzo aspetto fondamentale: il rovesciamento della dittatura e “la conquista della democrazia” avrebbero posto all’ordine del giorno la lotta per l’estensione dell’auto-organizzazione, lo sviluppo di organismi economici, politici e militari che avrebbero costruito le basi del nuovo potere emergente, le incursioni del movimento operaio nella proprietà capitalista e, a mo’ di conclusione, la rivoluzione socialista. Quando nell’aprile 1974 cadeva la dittatura in Portogallo, la dinamica seguita dal movimento popolare confermava che quella potenzialità esisteva effettivamente e stava dalla nostra parte.

L’esperienza del Portogallo ha contribuito a far si che il settore “illuminato” dell’apparato franchista e ”l’opposizione democratica” nonché le corrispondenti istituzioni internazionali, si mobilitassero per impedire che vi fosse in Spagna un processo analogo. Per questo era fondamentale evitare il tracollo dello Stato e controllare le inevitabili trasformazioni politiche a partire dal potere: era la logica di quel che alla fine ha preso il nome di ‘”riforma”, ed era l’indirizzo politico cui si è collegata fino alla fine della transizione l’“opposizione democratica”.

Noi invece riaffermavamo la nostra fiducia di batterci per obiettivi possibili. E lo erano. Ma gli sviluppi della situazione nel corso del 1975 e dei primi mesi dell’anno successivo ci ha convinti che la lotta dovesse incentrarsi sulla “rottura” con il franchismo tramite obiettivi democratici radicali (amnistia, repubblica, auto-determinazione, scioglimento degli apparati repressivi del franchismo…) e rivendicazioni economiche e sociali basilari. Sostenevamo che questi obiettivi non si potessero raggiungere se non con la mobilitazione popolare generalizzata: la chiamavamo “Sciopero generale politico”.

Le differenze di fondo che mantenevamo con gli organismi dell’“opposizione democratica” non si basavano su “massimalismi”. Si basavano sugli obiettivi e i compiti che erano realmente necessari per abbattere il franchismo. La differenza in termini di rapporti di forza ci ha condannato alla sconfitta. Ma abbiamo portato avanti la battaglia che serviva fare.

Nicolas Sartorius e Javier Alfaya sostengono che la transizione è avvenuta grazie all’accordo con il settore “evoluzionista” del regime, per il semplice motivo che l’opposizione non ha mai avuto la forza sufficiente a rovesciare la dittatura e provocare la rivoluzione politica che avrebbe svuotato ed epurato lo Stato.5 In realtà, si può ben descrivere quanto è accaduto invertendo l’ordine delle frasi: “L’opposizione non ha mai avuto la forza sufficiente a rovesciare la dittatura e provocare la rivoluzione politica che avrebbe svuotato ed epurato lo Stato per il semplice motivo che la transizione è avvenuta grazie all’accordo con il settore ‘evoluzionista’ del regime”.

 

VI

 

L’approvazione della Costituzione nel dicembre 1978 ha consacrato il trionfo della “riforma” avviata due anni prima dal governo Suarez e appoggiata da tutte le forze parlamentari, tranne il PNV: va anche ricordato che Francisco Letamendia, in parlamento, e Bandrés e Xirinacs, al senato, hanno votato contro, e questo era anche il voto della Liga.

Quel trionfo ha voluto dire la sconfitta politica della “rottura”e del movimento sociale e politico che si era battuto per essa. Non eravamo preparati a capire una simile sconfitta. Effettivamente, non si trattava della disattivazione della mobilitazione o di una sua disgregazione; nei primi quattro mesi del 1979 vi furono 90 milioni di ore di sciopero; nel 1978, con il Patto della Moncloa già in vigore, 3.633.000 lavoratori hanno fatto lo sciopero generale per un totale di 18 milioni di giorni.6 Il Patto della Moncloa non aveva spezzato la combattività dei lavoratori, ma aveva infranto il processo di massiccia politicizzazione seguito al crollo della dittatura; quella frammentazione ha lasciato campo liberò perché la disoccupazione in massa smobilitasse gran parte del movimento nella fase successiva.
Pur in queste condizioni, esistevano un formidabile sviluppo del movimento femminista, un’importante attività sindacale con una significativa incidenza della sinistra nelle CCOO (nel dicembre 1977 una Conferenza sindacale della Liga aveva visto la partecipazione di oltre 2.000 quadri sindacali), un movimento dei quartieri che non era ancora stato raggiunto dalla cooptazione dei municipi democratici… Noi affrontavamo tra l’altro una repressione molto dura, crimini di polizia e fascisti - come quello di Germán nelle feste di San Fermín del 19787 - e c’erano risposte solidali, ecc. Questa combattività sociale, tuttavia, non sfociava in coscienza e organizzazione politica; noi non riuscivamo a collegare le due cose. Soprattutto, per la prima volta vivevamo sulla nostra pelle un fenomeno che solo nei libri sembra facile da capire: il processo attraverso il quale i rapporti di forza vengono prima modificati e poi subordinati dalle istituzioni della democrazia parlamentare, soprattutto da quelle politiche e sociali della sinistra. A partire dal Patto della Moncloa, il PSOE e il PCE hanno impegnato molta energia e metodi ignobili per emarginare le organizzazioni alla loro sinistra: Ci sono riusciti solo in parte, ma ci hanno certamente creato parecchie difficoltà.

Capire la differenza fra una sconfitta e un fallimento è fondamentale per costruire un’organizzazione rivoluzionaria. La sconfitta può essere, ed è spesso, la conclusione di una battaglia indispensabile; la domanda che allora si impone è come continuare. Il fallimento arriva se si considera che la battaglia è stata un errore, o che non ha più senso; la conseguenza generale di questo è la demoralizzazione o l’abbandono.

Il consolidarsi della “”riforma” è stato una sconfitta. Ma molti militanti l’hanno vissuto come un fallimento. Nel 1979 tutte le organizzazioni rivoluzionarie hanno attraversato una crisi politica, che è proseguita nel 1980 per le due principali: il PTE e l’ORT. Il MC e la Liga hanno resistito, ma con un’emorragia di militanti molto forte: in molti casi, parafrasando Majakovski, “la barca della rivoluzione si era scontrata con la vita quotidiana”.

È stato il periodo di maggior disorientamento della Liga. Nella IV Internazionale c’era una grave confusione politica (alla quale si riferisce Bensaïd alla fine del capitolo VII). C’era una reciproca retro-alimentazione, negativa, attorno a una linea di propaganda operaista, particolarmente inadeguata nella concreta situazione spagnola. La dimostrazione migliore di tale confusione fu la campagna elettorale del marzo 1979, cui noi abbiamo partecipato con appelli per un “governo dei partiti operai” che ponesse in atto una politica contro “i patti e i consensi”. Si trattava di una proposta completamente astratta, dottrinaria, in contrasto sia con la realtà sia con il modo di fare politica della Liga: in contrasto, del resto e per fortuna, con l’impegno militante quotidiano, sempre rivolto all’azione, nelle mobilitazioni.

La verità è che non sapevamo bene che cosa fare. La sola cosa chiara per noi era che bisognava continuare.

 

VI

 

La situazione si è aggravata con l’unica esperienza di unificazione fallita della Liga.

Nell’aprile 1979, un gruppo di 300 militanti provenienti da un’operazione “entrista” nel PSOE e nell’UGT, portata avanti da una delle tendenze della IV Internazionale, la cosiddetta Frazione Bolscevica, entrò nella Liga. Noi non avevamo mai fatto “entrismo” e avevamo un’opinione piuttosto critica su quel tipo di pratiche, ma la IV era molto impegnata nell’“unificazione dei trotskisti” e pensavamo che quei militanti si sarebbero inseriti nell’organizzazione senza troppi problemi.

In realtà, il gruppo veniva a continuare nella Liga la propria operazione “entrista”. In un’organizzazione come la Liga, che aveva molto rispetto dei diritti democratici e delle minoranze, e che si basava sulla lealtà militante, gli effetti di questa operazione furono catastrofici. In un periodo già difficilissimo per il lavoro militante, abbiamo trascorso mesi in mezzo a un incubo ingarbugliato di manovre interne qua e là. Quando questo si è concluso, ne siamo usciti feriti, ma vaccinati contro unificazioni basate su cosiddetti “accordi programmatici trotskisti”.

Credo che questo abbia indebolito anche la fiducia politica nella IV Internazionale. Nella nuova fase che la Liga avrebbe affrontato negli anni Ottanta, la politica di costruzione del partito è avvenuta prendendo le distanze dall’Internazionale.

 

VIII

 

Le speranze nate dalla rivoluzione nicaraguense circa un nuovo ciclo di lotte su scala internazionale si sono viste rapidamente stroncate: l’offensiva neoliberista, imposta da Reagan e dalla Thatcher, è cominciata nel 1980 è ha riportato una vittoria globale un decennio dopo.

Erano tempi straordinariamente convulsi e duri, anche nel nostro paese. Nell’agitazione suscitata dal colpo di Stato di Tejero, nel febbraio 1981, il PSOE di Felipe Gonzalez è arrivato al  governo con illusioni di cambiamento che si sono rapidamente trasformate in una politica prefigurante il neo-liberismo: politiche economiche pubbliche al servizio della “modernizzazione capitalista”, “riconversione industriale”, NATO+Comunità Europea, privatizzazioni, Gal (Gruppi antiterroristi di liberazione)…

I successi non si misuravano in conquiste sociali e politiche, ma in capacità di resistenza, nel non sottomettersi. “L’insubordinazione” non era solo il nome di un movimento sciale: contraddistingueva anche la politica e il morale di quelli che allora chiamavamo i “settori attivi”, la sinistra sociale e politica.

La Liga intraprese un profondo riorientamento, di cui possiamo fissare l’avvio nelle prime discussioni sull’indirizzo del “partito dei rivoluzionari”, alla fine del 1979, la cui conclusione fu l’unificazione con il Movimento Comunista, nel novembre 1991.

È ben noto che questa unificazione si concluse in maniera disastrosa qualche mese dopo. Per questo motivo, si rischia di giudicare quel “lungo decennio” soltanto dal suo risultato finale, o di trattare la storia di quegli anni come il realizzarsi di un destino fatale, che avrebbe inesorabilmente preso forma in tutti gli eventi vissuti. Sottostare a questo rischio sarebbe un errore rispetto alla vicenda reale, ingiusto rispetto al valore militante che ha in sé e, soprattutto, questo implicherebbe uno sperpero tremendo di idee e di esperienza molto valide. Queste vanno certo valutate criticamente, ma continuano a mio avviso a costituire uno sforzo di costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria, in condizioni assolutamente non rivoluzionarie, che vale la pena di conoscere, apprezzare ed essere forse utilizzato ora dai militanti della sinistra alternativa.

Dal momento che ancora non c’è un documento elaborato collettivamente sulla storia della Liga, è estremamente difficile, e comunque è quel che penso io, elaborare una concezione personale basata su quel periodo, anche se si avesse la possibilità di farlo in modo più ampio. Farlo in qualche paragrafo è temerario e si può solo sperare di cavarsela decentemente. Mi sembra tuttavia un atto temerario ineludibile: non sarebbe serio scrivere sul “trotskismo della Liga” e liquidare con una frase di circostanza la parte più complessa della sua storia. Concluderò quindi con poche brevi osservazioni su quattro aspetti, di natura molto diversi, che hanno avuto secondo me un’influenza grandissima nel corso degli eventi di quella fase: 1) l’orientamento del “Partito dei rivoluzionari”; 2) la politica nei nuovi movimenti sociali; 3) la separazione della LKI per costruire un “partito nazionale sovrano” in Euskadi; 4) i rapporti con il MC.

•        L’idea di “Partito dei rivoluzionari” ha cominciato a delinearsi a partire dalla fine del 1979 ed ha costituito una svolta nel progetto politico della Liga, in particolare nella percezione del suo specifico ruolo nella costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria. Se ne può sintetizzare così il contenuto di base: il partito rivoluzionario andava costruito insieme ad altre correnti rivoluzionarie, con ideologie e valutazioni storiche differenti, ma con una concordanza sui “compiti centrali” della rivoluzione; la natura democratica dell’organizzazione avrebbe garantito un dibattito pluralista, grazie al quale, a medio o lungo termine, sarebbe stato possibile raggiungere intese più profonde su questioni strategiche e programmatiche oppure, altrimenti, garantire la coesistenza pluralista tra punti di vista diversi.

In parte, il “partito dei rivoluzionari” è una reazione di fronte alla catastrofe dell’“unificazione del movimento trotskista” che abbiamo conosciuto nella fase precedente. Solo in parte, però. In realtà, “l’unità trotskista” costituiva una “deviazione” nella traiettoria della LCR e “l’unità dei rivoluzionari” supponeva in realtà il recupero e la riformulazione della traiettoria tradizionale dell’organizzazione.

La principale novità, e quella più problematica, era la relativizzazione del valore di quella che si definiva “l’ideologia e la valutazione della storia” delle organizzazioni rivoluzionarie, un’espressione piuttosto ambigua e che poteva, in qualche modo, rinviare a questioni di fondo per un’organizzazione come la LCR, in cui la “continuità storica” faceva parte del suo impegno militante e della sua identità.

Agli inizi, tale relativizzazione si riferiva solo alle condizioni di una possibile unificazione con altre organizzazioni rivoluzionarie. Ma a poco a poco si accentuava. Ad esempio, così si esplicitava l’orientamento della Liga in una “lettera aperta” inviata nel dicembre 1985 alla rivista Mientras Tanto: “Come prodotto della crisi della sinistra, viviamo un’epoca di saturazione di alternative, di grandi progetti generali, di attese della grande illuminazione che ci riveli l’uscita dal labirinto. Noi abbiamo smesso di credere in questo. È solo con criteri pragmatici che possiamo trovare un terreno di lavoro comune tra le diverse correnti rivoluzionarie. Ed è solo sulla base di questo lavoro che si potranno sorreggere solide intese programmatiche, in cui non vale la pena di andare più in fretta della stessa esperienza”.8

L’espressione “noi abbiamo smesso di credere in questo” si può intendere in vari modi, ma anche il più benevolo mostrerebbe la presa di distanza rispetto al “bagaglio politico” dell’organizzazione. Inoltre, nelle frasi sopra citate, c’è una netta proclamazione di pragmatismo, che sembra collocare a un livello bassissimo le “intese programmatiche”indispensabili per intraprendere la costruzione comune di un’organizzazione.

La Liga ha discusso molto, all’interno e pubblicamente, su questo orientamento ed è possibile trovare formulazioni differenti a seconda delle persone e dei momenti. Tuttavia, a mio parere, c’era una sostanza comune, che ha investito tutta la sinistra rivoluzionaria nel nostro paese a partire dagli anni Ottanta e che sembra si stia superando soltanto molto recentemente: Daniel Bensaïd la chiama “l’eclissi della ragione strategica”. Credo che il “Partito dei rivoluzionari” significasse un progetto che tendeva a costruire un’organizzazione rivoluzionaria senza strategia, pensando che questa si sarebbe elaborata in seguito, in una fase indefinita, in seno all’organizzazione unificata. Il senso dell’organizzazione sarebbe l’azione e le concordanze su questo. Era un progetto fragile, che non era espresso come tale perché la LCR lo avvolgeva in un tremendo sforzo attivistico, battendosi giorno dopo giorno e passo dopo passo per l’esistenza dell’organizzazione, conquistando il proprio spazio, che fu sempre utile e in qualche caso indispensabile, in lotte di resistenza, soprattutto fra i/le giovani militanti nuovi/e.

•        La politica nei “nuovi movimenti sociali” costituiva, nei fatti, la base della politica, e della vita stessa della LCR in quella fase. C’erano ampie motivazioni per questo. Effettivamente, il movimento femminista, l’ecologia, il pacifismo, l’antimilitarismo… erano i motori e l’espressione della resistenza sociale e politica, per la loro stessa attività e all’interno dello spazio comune del movimento anti-NATO; mettevano in discussione le tradizioni della sinistra, ponevano nuovi problemi e facevano nuove proposte. Il movimento operaio, socialmente indebolito dalla disoccupazione e politicamente dall’istituzionalizzazione dei sindacati maggioritari e dalla funzionarizzazione della maggior parte dei quadri sindacali che avevano diretto la lotta contro il franchismo, perdeva il proprio ruolo di punto di riferimento dopo la sconfitta delle lotte contro la riconversione industriale. La sinistra sindacale e numerose lotte radicali, che però erano rimaste isolate, erano il suo principale apporto alla resistenza.

La Liga ha consacrato tutto il suo impegno alla costruzione di quei movimenti e ha mantenuto una posizione attenta ed aperta alle idee che nascevano al loro interno. Alcuni dei testi più interessanti della storia dell’organizzazione sono stati scritti allora,9 ed è ancora utile rileggerli.

È logico, ed è stato salutare, che questo agitarsi di nuove idee ed esperienze destabilizzasse le basi politiche della Liga. Secondo me, il problema non stava in questi nuovi interrogativi, e neppure nelle revisioni o nell’adozione di nuove idee per empatia con i movimenti, a volte senza sufficiente riflessione. Il problema non era in fin dei conti lo sforzo che facevamo per cambiare, ma piuttosto la sua articolazione con quel che c’era da “conservare”, nell’indispensabile processo autocritico sul nostro patrimonio politico. Metto tra virgolette il termine “conservare” perché non va inteso come l’arroccamento dentro una presunta ortodossia che ci avrebbe  trasformato, specie in una situazione, come quella, in una setta. “Conservare” vuol dire in questo caso studiare e discutere sul bagaglio dell’organizzazione e della IV in un senso “ecologico”, salvando tutto quel che c’era di vivo e recidendo tutto quel che era possibile recidere. Evitando, infine, la pressione che c’era a “ripartire da zero”: infatti “si riparte sempre da un punto intermedio”, secondo la frase di Gilles Deleuze ripresa spesso da Bensaïd

Sicuramente, in quella fase, c’era una grande attenzione ai compiti di formazione e questi si basavano sul marxismo della nostra corrente, ma credo che questa attività si collocasse a una certa distanza dalla pratica militante. E allora la pratica si prendeva tutto il posto. La destabilizzazione colpiva soprattutto la comprensione del ruolo dell’organizzazione politica rivoluzionaria nei movimenti sociali. I/le militanti operavano come leali organizzatori dei movimenti, in molti casi con importanti responsabilità e con la capacità di proporre iniziative ed assumersi i compiti che ne derivavano per realizzarle. Ma quale era il senso di un’organizzazione politica dei movimenti sociali, oltre alla sua utilità per i problemi della pratica immediata e a strumenti materiali che l’organizzazione poteva offrire? I rapporti conflittuali tra il “sociale” e il “politico” – e la necessità di creare “nuovi modi di fare politica” – cominciavano allora a manifestarsi in tutta la loro crudezza. Credo che noi non siamo riusciti ad arrivare a risposte soddisfacenti. A vent’anni di distanza, questa continua ad essere una questione assai problematica e confusa, probabilmente la principale “sfida” teorica e pratica per la sinistra alternativa.

•        Nel 1989, le organizzazioni della LCR in Euskadi e in Catalogna si sono costituite in partiti autonomi e sovrani, pur conservando organi comuni con la LCR negli organismi e nelle riunioni dei nuovi partiti. La motivazione politica di queste decisioni comportava cambiamenti rilevanti, soprattutto un profondo riesame della questione nazionale, che includeva il sostegno all’indipendenza e il carattere nazionale delle rispettive organizzazioni. Al di là di quel che si possa pensare su queste motivazioni e sulle decisioni organizzative che ne derivavano, quel che era chiaro è che la situazione e l’attività politica in Euskadi e in Catalogna avevano caratteristiche specifiche, che determinavano il lavoro della sinistra rivoluzionaria, soprattutto in condizioni di debole attività della sinistra sociale e politica al livello dello Stato spagnolo.

Il bilancio generale di queste decisioni è molto complicato e non ho minimamente l’intenzione di farlo in questa sede. Voglio appena sottolineare un aspetto che, ritengo, abbia avuto molta influenza sul corso successivo degli avvenimenti. L’esistenza di organi comuni a livello dello Stato poteva essere intesa come un gesto amichevole di “politica estera” o come un impegno militante basato su una forte valutazione dei compiti comuni, presenti e futuri. Nel caso di Euskadi, della LKI, credo si trattasse soltanto di un gesto di amicizia e di solidarietà materiale, che esprimeva nei fatti l’indebolimento e la svalutazione del patrimonio politico comune. Credo che la separazione della LKI fosse largamente sentita come un perdita dalla LCR. In quel momento, probabilmente, le cose non sarebbero potute andare diversamente. E il patrimonio di idee e di storia che, nonostante tutto, era rimasto avrebbe potuto portare dopo un certo periodo a un nuovo riavvicinamento politico, Ma il corso degli avvenimenti è stato diverso.

•        I rapporti con il MC avevano avuto un certo ruolo nella politica della Liga a partire dalla fine degli anni Settanta, con alcune esperienze di intervento unitario e parecchi contrasti e malintesi. Quando era stata adottata la linea del “Partito dei rivoluzionari”, era evidente che sarebbe arrivato il momento in cui sarebbe stato necessario “esplorare” le possibilità di unificazione con l’organizzazione con la quale lavoravamo, in un complicato rapporto di collaborazione e di concorrenza, praticamente in tutti gli interventi e nei movimenti.

Fin dal 1985, l’unificazione con il MC costituiva, tra passi avanti ed arretramenti, l’asse di lavoro della LCR. È importante evidenziarne il risultato: il processo è durato sei anni. Fra le critiche che gli si possono muovere, quindi, non vi è di certo quella dell’improvvisazione. E, per analizzare seriamente il processo, occorre lavorare molto, ricordare, ripensare e rileggere un’abbondante documentazione, e ricollegare il processo agli avvenimenti del “disordine internazionale” che ha contraddistinto quel periodo. Qui voglio solo parlare di un aspetto di quell’esperienza: in che modo l’obiettivo dell’unificazione ha finito per imporsi come suo contenuto politico fondamentale, e come questo sia stato esattamente ciò che ha permesso l’unificazione.

Per la maggior parte di questo processo, il metodo dell’unificazione corrispondeva bene all’orientamento generale del “Partito dei rivoluzionari”, vale a dire: migliorare la reciproca conoscenza delle due organizzazioni e del loro sviluppo ideologico e teorico; rafforzare le intese nell’azione; e discutere in modo franco ricercando intese sui “compiti centrali” per la costruzione di un’organizzazione politica rivoluzionaria. I rapporti tra le organizzazioni progredivano, in genere, migliorandosi. C’erano molte convergenze pratiche, ma i dibattiti evidenziavano disaccordi molto importanti. Agli inizi degli anni Novanta la pressione e il desiderio di unificazione erano molto forti nella maggior parte dei militanti della Liga: le divergenze sui “compiti centrali” apparivano di fatto un ostacolo, l’“ostacolo” tra tutti. Avevano realmente l’importanza che gli si stava attribuendo?

Per cercare di capire la situazione, credo vada ricordato il quadro internazionale in cui ci trovavamo allora. Era appena crollato il Muro di Berlino. Si erano liquefatte in pochi mesi le illusioni sulla possibilità che la crisi delle burocrazie generasse movimenti anticapitalisti in grado di realizzare una “nuova politica” e di riavviare la costruzione del socialismo. In realtà, per la IV, non si trattava di sogni, di illusioni o di pronostici (si diceva allora: “abbiamo sbagliati pronostici, non diagnosi”; un modo elegante di aggirare il problema): erano questioni che costituivano il centro stesso del significato della sua lotta: Si chiudeva un’epoca: “Abbiamo perso le nostre certezze, ci resta solo la speranza”: le parole scritte molti anni prima da Ernst Bloch ora suonavano profetiche.

In questo quadro, in Euskadi emerse un radicale cambiamento nell’approccio all’unificazione: considerare prioritario il riavvicinamento dei due partiti rispetto alla discussione, intesa come discordanza tra i rispettivi “bagagli” partitici: questo è la realizzazione di un’esperienza che consente di andare nella direzione della costruzione di un patrimonio comune.10 Era la prima dimostrazione di questa trasformazione della stessa unificazione in “contenuto politico di fondo” cui accennavo prima. Questo meccanismo organizzativo ha proceduto rapidamente ed è culminato nell’unificazione delle due organizzazioni nel marzo del 1991.
È evidente che quello che si ritiene un successo del “metodo basco” ha influenzato il fatto che la LCR e il MC riprendessero il loro processo di unificazione con un orientamento analogo. Ma la nostra decisione fu il frutto di una specifica riflessione e discussione che, del resto, hanno introdotto alcune modifiche rispetto al processo in Euskadi. In concreto, da noi si conduceva un dibattito per arrivare a risoluzioni consensuali sui problemi politici e organizzativi di fondo. Inoltre, si discuteva ed elaborava su una delle questioni più difficili dell’unificazione: la disaffiliazione dalla IV Internazionale. Scrivevamo che: “la disaffiliazione non implica per noi un cambiamento nelle concezioni sull’internazionalismo che manteniamo, né nella nostra considerazione della IV Internazionale. Senza l’unificazione con il MC noi manterremmo la nostra militanza in seno ad essa”.11

Vi era inoltre l’impegno dell’organizzazione unificata a mantenere regolari rapporti con la IV, cosa che poteva essere un contributo, una “sfida” – dicevamo – alla politica di raggruppamento adottata dal XII Congresso mondiale.

Senza alcun dubbio, avevamo creduto a tutto questo. Ma l’interesse del MC per la IV era al di sotto dello zero per tutti gli aspetti. E soprattutto, credo, per una parte notevole dei militanti della LCR le ragioni programmatiche per militare nella IV appartenevano ormai più al passato che al presente. Il presente, e le speranze per il futuro, si trovavano nell’unificazione. Ad esempio, questo si è manifestato nello spettacolare Congresso del novembre 1991, al Palazzo dei Congressi di Madrid, con 1.700 militanti entusiasti, E lì che si è conclusa la storia della Liga.

Pochi mesi dopo, tutto è crollato. L’organizzazione unificata è stata un’esperienza altrettanto disastrosa quanto sterile. Non ne resta alcuna idea, esperienza, nessun testo… che abbia un qualche interesse, qualcosa di positivo. Niente di niente. Tranne un interrogativo: perché?

Cercare di rispondere a questa domanda è un compito arduo. Non solo perché è necessario riflettere e ripensare, riattivare di nuovo la memoria…; occorre soprattutto parlarne, confrontare le opinioni, rivederle, ricercare opinioni condivise, coesistere con opinioni diverse.

È difficile, ma credo che sia un debito che abbiamo nei confronti di noi stessi, noi che abbiamo fatto questa storia e che dobbiamo saperla concludere come un capitolo della lotta per la rivoluzione, che sarà seguito da altri capitoli; nei confronti dei compagni della IV che, dal di fuori, ci hanno accompagnato allora, con un affetto e un rispetto della Liga che ancora oggi fa impressione, e che si domandano e ci domandano ancora oggi che cosa sia successo; e nei confronti dei/delle giovani militanti, che sentono che quell’esperienza appartiene anche a loro.

Dobbiamo continuare questa riflessione…

Madrid 2007

 

1 Riprendiamo il testo del saggio di Miguel Romero aggiunto all’edizione spagnola dell’opera di Daniel Bensaïd Les trotskismes, (coll. “Que sais-je?”, PUF, Parigi 2002 [tr.it: Chi sono questi trotskisti? Storia e attualità di una corrente eretica, Prefazione di Salvatore Cannavò, ediz. Alegre, Roma 2007], ripubblicato in francese nel sito: http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article28006, e poi nel Dossier dedicato a Miguel Romero, detto “el Moro”, in occasione della sua morte, sul numero 601/602 di “Inprecor”, gennaio-febbraio 2014.

2[Enrique Ruano: studente di giurisprudenza morto a 21 anni, il 20 gennaio1969; fermato mentre distribuiva materiale di propaganda antifranchista fu trattenuto in Commissariato e trasferito tre giorni dopo nella sede della Polizia politica, dove… “precipitò” dal settimo piano. Suicidio o tentativo di fuga fu la poco credibile versione ufficiale. Sul caso, non vi fu indagine e solo 27 anni dopo, si imputarono di “incauta custodia” tre funzionari, senza conseguenze penali, anzi con ufficiale encomio e riconoscimento per il servizio prestato, dopo la loro morte.- NdT]

3 Questo articolo, scritto da Ernest Mandel, è stato pubblicato come editoriale della rivista Quatrième Internationale nel gennaio 1971. Viento Sur n. 84, del gennaio 2006, lo ha riprodotto con una Introduzione, sulla quale mi sono basato per scrivere questo punto.

4 Ho scritto un articolo dal titolo “La ragione di sinistra” in Viento Sur n. 54, dicembre 2000. Su di esso mi sono basato per la stesura di questo punto.

5 N. Sartorius, J. Alfaya, La memoria insumisa, Madrid 1999, p. 69.

6 J. Setién, “Movimiento obrero y transición”, in Viento Sur, n. 54, 1000, p. 75.

7Le feste di San Firmín (o Sanfermines) si celebrano annualmente dal 6 al 14 luglio, a Pamplona. L’8 luglio 1978 scavalcamenti nelle arene durante la corrida avevano comportato l’intervento della polizia nazionale spagnola. Si verificarono violenti scontri e uno spettatore, Germán Rodríguez, venne ucciso dalla polizia. Ogni anno, in omaggio allo spettatore ucciso, il 6 luglio è il solo giorno in cui le bande di amici appassionati della festa escono dall’arena con le banderuole a mezz’asta e senza musica, cha comincia solo dopo il passaggio di fronte al Monólito a Germán, il monumento eretto in onore del defunto.

8M. Romero, “Lettera alla redazione di Mientras Tanto, in Inprecor (ed spagnola), n. 46, 1985.

9Tra gli altri: VIII Congresso della LCR (1989), Risoluzione sul femminismo; E. Prat, “Critique de l’enérgie nucléaire et alternatives énergétiques”, in Inprecor (ed. spagnola), n. 79, 1990; J. Pastor, “Les nouveaux mouvements sociaux et l’action politique”, in Inprecor (ed. spagnola), n. 84, 1991.

10Comitato nazionale della LKI, Relazione sui rapporti EMK-LKI, 19 maggio 1990.

11Comitato centrale della LCR, Internazionalismo e Internazionale nel progetto di unificazione con il MC, 9 dicembre 1990.

Traduzione dal francese di Titti Pierini