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Lezione sul partito

Materiale per l'autoformazione · pubblicato il 24 agosto 2009 · 25 min di lettura


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Sulla questione del partito1

 

Le polemiche storiche, quelle sorte alla fine del secolo scorso, soprattutto negli anni 1902/1903, sono state usate da allora e per circa una secolo quasi sempre a sproposito. In primo luogo attribuendo a Lenin il “leninismo” coniato da Stalin, ma anche facendo processi alle intenzioni, confondendo le posizioni reali con altre deformate faziosamente. Ad esempio alcuni settori “spontaneisti” hanno raccolto le critiche del 1902-1903 di Rosa Luxemburg e di Trotskij al concetto di partito proposto da Lenin, non tenendo conto, ad esempio, della profonda autocritica di Trotskij nel 1917, a partire dalla quale rimase per tutta la vita convinto della giustezza della correzione di linea, e dell’accettazione del criterio del partito bolscevico. Ancora di più viene citata a sproposito Rosa Luxemburg, dimenticando che pur facendo nel 1918 alcune critiche – anche fondate, ma su altri terreni - ai bolscevichi, tesseva tuttavia un elogio straordinario del loro partito:

“L’andamento della guerra e della rivoluzione russa hanno provato non l’immaturità della Russia, ma quella del proletariato tedesco nei confronti dei propri compiti storici, e il rilevarlo con tutta chiarezza non rappresenta che il primo dovere di un esame critico della rivoluzione russa. Le sue sorti dipendevano pienamente dagli avvenimenti internazionali. Che i bolscevichi fondassero completamente la loro politica sulla rivoluzione mondiale del proletariato, è veramente la più splendida testimonianza della loro lungimiranza politica e della loro saldezza di principi.”

Segue un riconoscimento esplicito del ruolo del partito:

“Così si spiega anche come i bolscevichi, al principio della rivoluzione ancora una minoranza da ogni parte proscritta, calunniata e braccata, siano stati portati in breve tempo alla testa, e tutte le autentiche masse popolari (il proletariato urbano, l’esercito, i contadini, come pure gli elementi rivoluzionari della democrazia, l’ala sinistra dei socialisti rivoluzionari), abbiano potuto raccogliersi sotto la loro bandiera.

Il partito di Lenin è stato l’unico che abbia compreso il comandamento e il dovere di un partito autenticamente rivoluzionario e che attraverso la parola d’ordine: tutto il potere al proletariato e ai contadini, abbia assicurato l’avanzamento della rivoluzione. Solo un partito che sappia dirigere, vale a dire spingere avanti, è in grado di procurarsi seguaci nella tempesta. La risolutezza con la quale Lenin e i compagni hanno dato al momento decisivo ai contadini, li ha trasformati in una notte da minoranza perseguitata, denigrata, “illegale”, i cui capi dovevano nascondersi come Marat nelle cantine, in padroni assoluti della situazione.”

Tali interessantissime osservazioni riconoscono grossi meriti al partito in quanto tale e non solo a Lenin come persona. Se ne deduce quindi una profonda autocritica.

D’altra parte la Luxemburg molto probabilmente dovette riflettere sulla questione il 15 gennaio 1919, quando il ritardo della costruzione del partito in Germania permise alla controrivoluzione di schiacciare un movimento seminsurrezionale prematuro e confuso priva di una forza dirigente. In quell’occasione Rosa Luxemburg venne assassinata insieme a Karl Liebkhnecht e altre centinaia di militanti, proprio perché non avevano il polso della situazione, perché non avevano costruito in tempo un partito rivoluzionario profondamente radicato nelle masse lavoratrici. Di tale ripensamento non ci sono tracce scritte, per la tragica situazione in cui Rosa Luxemburg si trovò in quel frangente.

Oggi si dicono moltissime sciocchezze: gli argomenti dei qualunquisti che dicono i “partiti sono tutti uguali” sono stati ripresi da destra, ma anche da una parte della sinistra.

Quando cominciai a insegnare storia del movimento operaio, i colleghi del PCI (oggi DS) erano stupefatti che io mi rivolgessi in maniera privilegiata a loro. Mi suggerivano di parlare a tutti, compresi i fascisti, e non riuscivano a capire il mio atteggiamento (con la destra non dialogo, la combatto, stiamo su due fronti opposti). Ma loro consideravano di fatto “i partiti” in quanto tali, come se fossero intercambiabili. Da questo derivavano le assurde politiche di alleanze trasversali nelle liste civiche.

Questo è stato ripreso paradossalmente anche dall’estremismo della cosiddetta autonomia operaia e di alcuni centri sociali, che considerano tutti i partiti come il male assoluto. Forse proprio in conseguenza di questo possono poi tranquillamente allearsi con questo o quello, a prescindere da un’analisi di classe. Tipica l’alleanza dei centri sociali del nord est con Massimo Cacciari e il suo tentativo di bloco interclassista, o il salto della quaglia di quelli romani, che si fanno eleggere nelle liste del PRC e poi trattano direttamente con Veltroni.

* * *

In realtà va chiarita una cosa: nel secolo XIX non c’erano partiti veri, si chiamavano “partiti” ma erano solo comitati elettorali dei notabili, anche perché c’era dappertutto il maggioritario che permetteva, come diceva sempre Salvemini ancora negli anni Dieci del Novecento, di avere il “governo della malavita” (chiamava  Giolitti ministro della malavita perché appunto si raccoglievano intorno a lui soprattutto nel sud tutti gli elementi peggiori grazie esattamente al sistema dell’uninominale e del maggioritario). Dipendeva dai comitati d’affari dei grandi raggruppamenti di parlamentari scegliere i “collegi buoni”, accettando l’appoggio di mafie e camorre... Qualcosa che poi farà nuovamente la DC e ora Forza Italia.

I primi veri partiti che nascono sono i partiti della classe operaia, che sono diversi, che sono partiti organizzati per lavorare nella società, per organizzare i lavoratori, con forme diverse da paese a paese: dal laburismo inglese prevalentemente radicato e appoggiato sul movimento sindacale, al partito socialdemocratico tedesco, che invece rappresenta il modello che verrà imitato in misura maggiore o minore da tutti gli altri partiti socialisti e anche dal partito bolscevico per alcuni aspetti.

Il partito socialdemocratico tedesco è il primo che si forma e che cresce e che diventa molto grande e importante e che ha un forte radicamento nella classe operaia. Tra il 1878 e il 1890 Bismarck aveva messo fuori legge il partito socialista, che quindi non poteva presentare i propri candidati, mentre venivano chiusi i suoi giornali (ma i giornali erano stampati a Bruxelles o in Svizzera e poi portati in Germania); gli operai che erano notoriamente socialisti venivano licenziati e poi dovevano essere mantenuti dagli altri.

Proprio per fronteggiare questa situazione si dovette creare un forte apparato clandestino per diffondere i giornali, per diffondere il materiale di propaganda, per prendere le decisioni importanti. E quindi il partito si centralizza molto perché un partito clandestino non può essere molto democratico, perché deve decidere in gruppi ristretti e selezionati, non può discutere alla presenza di chiunque perché potrebbero esserci spie che denunciano i partecipanti.

Nel 1890 la borghesia tedesca prende atto del fallimento del tentativo di Bismarck di sopprimere il partito socialista, e quindi vengono abrogate le leggi contro il movimento socialista: ma il partito socialista era già molto cresciuto e crescerà poi ancora (alla vigilia della guerra arriverà al 34%). E rimane strutturato con una fortissima centralizzazione. Ci sarà solo una piccola battuta d’arresto della crescita nelle elezioni del 1907 perché in quell’anno il partito aveva preso una posizione giusta controcorrente (non sempre le posizioni giuste pagano elettoralmente) in opposizione alla cosiddetta guerra dei boscimani, cioè allo sterminio della popolazione di quella che oggi si chiama Namibia e che allora era l’Africa del sud ovest tedesca.

I socialisti avevano giustamente denunciato i crimini fatti dall’esercito tedesco. Per questo nel 1907 non riescono a fare accordi (perché l’uninominale prevede che si debbano fare accordi elettorali con altri) e quindi calano i voti e soprattutto il numero dei deputati eletti (che per i deputati è la vera tragedia...). Dopo questa prima battuta d’arresto i socialisti riprendono a crescere, ma cresce anche il loro adattamento alle regole del potere. Comunque è sempre un partito di non moltissimi iscritti, che si riuniscono volontariamente, che decidono insieme la linea, cosa che non c’era in nessun partito borghese perché si limitavano a designare dei candidati a deputati, mentre invece il partito socialista discuteva al suo interno su tutti gli aspetti, decideva chi doveva dirigere i giornali, che linea dargli, che cosa fare, come intervenire nel movimento sindacale.

Quindi i partiti moderni nascono grazie al movimento operaio in Germania, nascono in condizioni più difficili in Russia, nascono in Italia, in Francia, in Inghilterra, in misura minore in Spagna, in Belgio, in Austria. Proprio per rispondere ai partiti operai, soprattutto dopo la prima guerra mondiale, si formano dei partiti borghesi che in parte ne imitano le strutture, per esempio in Italia, il partito popolare che raccoglie le masse contadine influenzate dalla chiesa, ed è in qualche modo un partito strutturato, organizzato, ben diverso da quello che si chiamava partito liberale, che non era partito come non è un vero partito Forza Italia. Non a caso una parte della sua base bracciantile padana, organizzata da Miglioli, si schierò con la sinistra su posizioni antifasciste e Miglioli stesso aderì poi all’Internazionale Comunista (mentre i politici legati al Vaticano più che alle masse appoggiarono i primi governi Mussolini).

Questa è una delle prime cose da ricordare. Credo che una delle situazioni di difficoltà attuale della vita politica in tutta Europa sia dovuta al fatto che  anche i partiti operai si sono estenuati e disciolti, sono diventati “partiti leggeri”, hanno cessato di operare, si sono trasformati in comitati elettorali. Come se l’unico problema fosse quello di eleggere il tale o il tal’altro, una cosa che in origine era considerata marginale e soprattutto subordinata al volere degli iscritti.

Le elezioni servivano soprattutto come tribuna per far circolare le idee socialiste, e come “termometro” per verificare il successo della propria azione e propaganda.. Vorrei ricordare anche che l’idea di partito di Lenin è stata mano a mano strutturata in forma abbastanza diversa da quella a cui pure si era ispirata inizialmente, e che era appunto quella della socialdemocrazia tedesca. Lenin  insiste soprattutto su un dato: il partito deve essere delimitato, cioè non è possibile che chiunque passi per un’assemblea, in una sezione o un circolo, intervenga sulle questioni importanti senza conoscere gli antefatti. Soprattutto, se bisogna prendere decisioni difficili, da cui può dipendere la vita o la morte o perlomeno il licenziamento di qualcuno, deve essere un gruppo che si conosce bene a decidere, un gruppo che è raccolto su un programma, che ha discusso il programma del partito, che lo ha votato e che lo applica e lo difende  rispetto ad altre forze e ad altre tendenze; su questo avviene una delle discussioni e delle scissioni, ideali ancora, e non organizzative, del partito operaio socialdemocratico russo, che si divide in bolscevichi e menscevichi (in origine vuol dire “maggioritari” e “minoritari”, anche se in realtà i bolscevichi rimarranno poi minoritari per molti anni, mantenendo il  nome: scrivevano partito operaio socialdemocratico russo (b) per indicare bolscevico.

Non erano “due partiti” come dice la vulgata staliniana, che dice che la scissione avviene nel 1903. Erano due frazioni dello stesso partito, ma siccome la frazione sotto Stalin è diventata una cosa terribile (frazionista è l’insulto peggiore, anzi un reato), non si può ammettere che Lenin era stato il capo di una frazione, la frazione bolscevica.

 

Che differenza c’è tra essere un partito indipendente e una frazione di un partito? I bolscevichi ritenevano che le grandi masse socialiste, che non erano ancora enormi, ma c’erano, ed erano influenzate dalle due tendenze della socialdemocrazia, non fossero in grado di capire una separazione totale (a volte, lo avete verificato, è difficile per chi è inesperto a capire le differenze politiche, e ancor più quelle che discendono da complesse questioni teoriche). Tanto è vero che in periferia, anche quando nel  1912 la scissione al vertice in due partiti diverrà definitiva, in moltissime località periferiche della Russia rimanevano comunque dei circoli unitari, circoli socialisti in cui c’erano insieme bolscevichi e menscevichi; solo nel ’17 Lenin insiste sulla necessità di farla finita, di separarsi del tutto, perché l’esperienza della rivoluzione, dei soviet, aveva reso più comprensibile la profonda divaricazione politica tra i due partiti, l’uno a favore della pace immediata, della terra ai contadini, del potere ai soviet, l’altro che rinviava tutto alle calende greche e di fatto si opponeva alla rivoluzione. Eppure fino a quel momento Lenin aveva accettato quella soluzione intermedia unitaria, perché magari in una città c’erano tre bolscevichi e due menscevichi o viceversa, e poi intorno a loro c’erano quaranta operai che non capivano perché discutevano e magari litigavano. Per anni aveva pensato che potesse esser utile tenerli ancora insieme, cercando di educarli attraverso il dibattito politico, invece di costringerli a una scelta organizzativa difficile che avrebbe lasciato fuori gli elementi meno preparati.

Allora, la prima questione posta da Lenin è quella che il partito deve essere limitato e che non possono esserci i “passanti”, quelli che arrivano, dicono la loro e poi spariscono, non è possibile che si prendano le decisioni in questo modo. Il partito deve funzionare secondo il suo programma, deve intervenire in ogni processo unitario con una sua linea che propone e che cerca di far passare; la seconda questione è più teorica: la coscienza socialista come si forma? Ci sono gli affetti da infantilismo che immaginano che la classe operaia sia sempre rivoluzionaria. Per Marx invece la classe operaia, i contadini e in genere tutte le classi subalterne, hanno l’ideologia della classe dominante, perché in tempi normali ci sono dei mezzi potentissimi di trasmissione dell’ideologia. Adesso, non abbiamo dubbi, ci sono le televisioni, anche la scuola ha la funzione di convincere in un certo modo, ci sono moltissimi strumenti, allora c’era la chiesa che diceva “così è stato e così sempre sarà”, la stessa famiglia aveva (ed ha) una funzione conservatrice, di trasmissione del “buon senso comune”, della rassegnazione, della passività, del “non si può”, del considerale dovuto alla “natura umana” quello che è frutto della storia.

Un operaio si può radicalizzare sulla base della propria esperienza, può scoprire la contrapposizione col padrone (e neanche questa è automatica, perché proprio nel nostro Salento ci sono operai rassegnati, operai che baciano la mano del padrone, che portano i regalini del loro orto, ci sono ancora questi rapporti). Però a mano a mano, quando ci sono momenti drammatici, anche questi possono evolvere e avere una rapida maturazione. Ma il programma del partito “deve essere portato dall’esterno”.

Questa frase è stata sempre fraintesa, come quella che il partito deve essere composto da rivoluzionari di professione.

Cosa intendeva Lenin con questo”dall’esterno”? Diceva “dall’esterno dell’esperienza del singolo operaio che vede un albero e non vede la foresta.” L’osservazione che faceva Lenin è questa. Un operaio può imparare a combattere il suo padrone, però la comprensione generale delle ragioni, per esempio, per cui i prezzi calano in certi periodi e salgono in altri, perché c’è un meccanismo di tasse di un certo tipo, non può venire solo dalla diretta esperienza che fa, viene da una comprensione scientifica e generalizzata che solamente un lavoro collettivo che studia la società in tutti i suoi aspetti può portare.

Ad esempio dallo studio dell’economia. Anche a voi studenti universitari nessuno ha veramente fatto capire l’economia, né ve l’hanno insegnata al liceo. Vi dicono qualche cosina, anche se c’è l’esame di economia politica, ma non vi aiutano a capire, perché la comprensione è riservata a quelli che fanno scienze economiche alla Bocconi di Milano, pagando milioni di tasse. Solo l’élite è degna di sapere, agli altri si cerca di non far capire le leggi dell’economia, figuriamoci poi un operaio che sta in fabbrica e lavora dieci o dodici ore (lavoravano dodici ore di norma, fino alla prima guerra mondiale), per cui non ha tempo né modo per capire. In più bisogna tener conto anche dell’analisi complessiva della società, è necessario avere anche una filosofia che interpreti la società, e questo non viene dalla spontaneità (altrimenti la filosofia che si diffonde è quella del senso comune, è l’ideologia proposta dalle classi dominanti).

Su questo nasce la battaglia, e il partito si divide in tre parti: da una parte ci sono i menscevichi, che sono per un partito fluido, leggero, un partito elastico, un partito in cui si entra e si esce  (perché non hanno un progetto rivoluzionario); il partito bolscevico invece propone di fare un partito basato sui rivoluzionari di professione, e questo è stato interpretato come se dovessero essere tutti funzionari pagati. Non c’e nulla di più sbagliato: in realtà vuol dire che dovevano essere delle persone che dedicavano tutta la loro vita all’idea della liberazione del proletariato. Io per esempio mi sento rivoluzionario di professione, però non ho mai preso uno stipendio in vita mia per l’attività politica, eppure mi sento un “rivoluzionario di professione”, nel senso che ho fatto la scelta di dedicare le mie energie prioritariamente a cercare di cambiare il mondo.

 

Per dirla in termini molto semplici: queste erano le due grandi differenze, su questo Trotskij e Rosa Luxemburg (che stava in Germania, ma siccome era dirigente di un piccolo partito polacco-lituano, partecipava anche ai dibattiti del movimento operaio russo e ai suoi congressi), si oppongono alle concezioni organizzative di Lenin. L’uno e l’altra in quegli anni 1903-1905 e anche dopo dicono delle cose durissime contro Lenin accusandolo di sostituire il partito alla classe operaia, il comitato centrale al partito e una persona al comitato centrale. In quegli anni viene fuori l’accusa di giacobinismo  (per questo ho sottolineato quel passo in cui Rosa ricorda Marat, che rivela che alla fine invece non considera più un aspetto negativo quel “giacobinismo”).

Ogni movimento rivoluzionario fa riferimento al passato. A che cosa guardava la rivoluzione inglese? Al modello della Bibbia, guardava al modello della società antica descritta dalla Bibbia, dato che erano puritani i protagonisti dell’ala radicale. Quella francese a cosa guarda? Un po’ alla rivoluzione inglese, un po’ a quella americana che pure era alimentata da miti e concetti religiosi, e molto alla vita dell’antica Roma, alla repubblica romana, tanto è vero che poi verrà fuori una terminologia mutuata da quella. Cioè guardava al passato per darsi un ideologia e sistematizzare quello che voleva: è un fenomeno costante. Nel dibattito della rivoluzione russa c’e invece il riferimento alla rivoluzione francese, in positivo e in negativo, sia in chi polemizza contro il giacobinismo, sia viceversa ci saranno le accuse da varie parti di bonapartismo rivolte per prima cosa da sostenitori di Stalin a Trotskij. Poi anche Trotskij parla di “termidoro” nei confronti di Stalin, anche se successivamente  correggerà e supererà questo giudizio, rendendosi conto che l’analogia era relativa perché c’era un processo ben diverso da quello della “restaurazione capitalistica“ che sembrava prevalere negli anni di alleanza tra Stalin e Bucharin. Non serve mai fino in fondo far riferimento ad un esperienza storica diversa, è bene conoscerla ma sapere che non si può riprodurre esattamente.

Comunque se sulla questione organizzativa Trotskij e Rosa si erano schierati contro Lenin e per questo venivano considerati menscevichi, in realtà invece, soprattutto Trotskij ma anche Rosa sulla strategia della rivoluzione, hanno - dopo la rivoluzione del 1905 - idee molto diverse e più a sinistra dei menscevichi ma anche dei bolscevichi. I menscevichi sostenevano che la Russia era un paese arretrato, un paese semifeudale (il che era vero per certi aspetti, cioè aveva una grande arretratezza feudale però aveva già all’interno dei nuclei di capitalismo avanzato ed era già un paese imperialista che si espandeva): il primo compito era quindi la riforma agraria che è un compito tipico della rivoluzione borghese (quello che è stato risolto dalla rivoluzione francese), l’altro era abbattere l’autocrazia dello zar, abbattere il potere dei nobili e della chiesa che erano i maggiori proprietari fondiari. Ma l’esperienza del 1905 (la prova generale, come la definirà Lenin, della rivoluzione del ’17) ha confermato che la borghesia russa nel 1905 fa la stessa cosa che ha fatto la borghesia tedesca nel 1848,quando in Europa da un paese all’altro divampavano le rivoluzioni. Il  fatto che a Parigi ci fossero state le barricate degli operai spinse la borghesia tedesca a rinunciare al suo programma di rivoluzione democratica e a buttarsi nelle braccia del re di Prussia. Già Marx aveva detto che quando non è stato portato a termine a suo tempo il programma di una rivoluzione borghese, quando entra in scena la classe operaia, la borghesia rinuncia a lottare per il suo programma democratico, perché comincia ad avere paura più degli operai che del potere assoluto di re e imperatori.

I bolscevichi sostenevano che era vero che la borghesia non sarebbe stata capace di realizzare il proprio programma, ma che si poteva anche essere alleati con la borghesia per spingerla a realizzarlo. I bolscevichi ritenevano che la forza decisiva fosse quella della classe operaia; i menscevichi invece pensavano di doversi alleare con la classe borghese, accettandone la guida, e portando avanti prima la rivoluzione borghese, costruendo il capitalismo. Poi, chissà quando, sarebbe stato possibile lottare per il socialismo.

 

Ci sono molti nella sinistra moderata che ripetono ancora adesso le tesi mensceviche: “in Russia hanno sbagliato tutto, non dovevano fare la rivoluzione socialista, dovevano aspettare che la situazione evolvesse gradatamente”. È una sciocchezza: non avremmo avuto una democrazia borghese, ma il primo regime autoritario della storia del secolo XX, quello del generale Kornilov.

Trotskij invece diceva: “è vero che deve essere la classe operaia a realizzare i compiti della rivoluzione borghese. Ma perché la classe operaia dovrebbe dissanguarsi solo per fare la riforma agraria e abbattere lo zar a beneficio di una borghesia debole e rinunciataria? Se la protagonista sarà la classe operaia, deve anche porre i suoi obbiettivi, e ci sarà una trascrescenza della rivoluzione, da rivoluzione borghese a  rivoluzione socialista”. È quello che poi si realizzerà effettivamente tra il febbraio e l’ottobre 1917 e di cui si convince lo stesso Lenin già nel corso del 1915-1916.

È la base dell’incontro e della strettissima alleanza tra Lenin  e Trotskij. Quest’ultimo accetta la concezione del partito di Lenin ammettendo di essersi sbagliato temendo che servisse al potere personale (ripeterà per tutta la vita questa autocritica), mentre Lenin accoglie la concezione di Trotskij sulla dinamica permanente e non “a  tappe” della rivoluzione, sostenendo che il compito immediato era ormai quello della rivoluzione socialista. Troverà una resistenza forte nell’apparato conservatore del partito (perché i partiti hanno anche gli apparati conservatori, conservatori dal punto di vista delle idee, gli immobilisti, i fatalisti, i deterministi, ecc.) ma la batterà con le Lettere da lontano e poi con le Tesi d’aprile, con le quali riesce a riorientare il partito in cui momentaneamente si era trovato in minoranza.

 

Vorrei fare qui una digressione per i molti che hanno studiato Guevara. Guevara riscopre la teoria della rivoluzione permanente in Guatemala nel 1954, quando capisce che il presidente “progressista” Arbenz non ha il coraggio di armare i contadini per difendere la riforma agraria, perché ha più paura dei contadini che dei mercenari che sbarcano al soldo degli Stati Uniti; Guevara riflette proprio su quelle esperienze e dice che i movimenti rivoluzionari non devono allearsi con la borghesia anche se è antimperialista. “O rivoluzione socialista, o caricatura di rivoluzione”, è il termine che usa, molto bello, il primo passo della sua riscoperta delle idee classiche del movimento rivoluzionario, che erano state sistematizzate, anche se lui ancora non lo sapeva, soprattutto da Trotskij ne La rivoluzione permanente.

* * *

 

Quell’esperienza del 1905 determinò una grande crescita nella coscienza politica delle masse russe. Nel corso di un anno e mezzo o due anni, sia pure con errori e ingenuità commesse da varie parti, crebbe enormemente il numero degli operai che partecipavano agli scioperi, alle lotte.

La rivoluzione è questo, ricordatelo sempre, rivoluzione non è l’assalto ad un palazzo (quello è un episodio finale che è necessario, e a volte possibile); la rivoluzione è la crescita straordinaria di masse precedentemente passive che si attivizzano per la prima volta, e naturalmente entrano in politica senza avere esperienza, e possono anche seguire inizialmente dei demagoghi o dei confusionari, però entrano in  scena e cominciano a riflettere e a discutere. Lo strumento fondamentale nella rivoluzione del 1905 sono i soviet: cioè dei comitati eleggibili e revocabili che non hanno inventato né i bolscevichi né i menscevichi. Li ha inventati il generale Zhubatov, capo della polizia segreta dello zar.

Per poter controllare chi erano i capi degli operai, chiedeva di eleggere i rappresentanti di ogni fabbrica per trattare. La prima leva di rappresentanti venne arrestata, allora gli operai impararono a essere più prudenti, ma vedendo i vantaggi (l’unico modo per mettere insieme centinaia e migliaia di persone è ovviamente quella di far eleggere dei rappresentanti perché 1000 persone possono ancora fare un assemblea, ma già nelle 1000 persone c’è la prevaricazione di chi prende la parola, quando sono 50.000 o 100.000 non c’è niente da fare che eleggere delegati di ogni fabbrica). I delegati votano ma sono revocabili, nel senso che quando nascono problemi nuovi, e si è deciso inizialmente di fare una cosa, ma poi sono arrivati altri con altre proposte, perché è cambiata la situazione, e non serve a nulla il mandato ricevuto in altre condizioni, si procede alla sostituzione.

Per esempio a un certo punto la proposta iniziale (fare una certa manifestazione, prendere un’iniziativa), può essere cambiata se si vede che il momento è mutato, che non è più il caso ecc., e bisogna decidere sulla nuova situazione: l’unico modo è avere dei delegati che prendono questa nuova decisione. Questo meccanismo permette l’educazione di tutti i partecipanti, a tutti i livelli.

Quando i delegati tornano alla loro fabbrica devono spiegare cosa hanno fatto e perché; se la loro base, che li conosce bene, perché li ha eletti su un foglio bianco, senza liste, in base a un rapporto diretto, approva quello che hanno deciso, va tutto bene, altrimenti decide di sostituirli. E dato il meccanismo semplicissimo e non burocratico, ognuno può essere sostituito in un attimo. Questa era la grande differenza rispetto ai meccanismi di rappresentanza borghese di tipo parlamentare. Quando voi votate per un candidato e questo viene eletto, ma poi non vi piace quella che fa e vota, ve lo dovete tenere per quattro o cinque anni.

 

Mentre nel sistema dei soviet che non rappresenta tutta la società ma rappresenta  solo la classe operaia delle fabbriche, all’interno delle quali tutti si conoscono, si può fare questa revoca rapidissima di chiunque, anche senza che abbia gravi colpe, anche senza che abbia tradito. È sufficiente che non rappresenti più la volontà della maggioranza dei lavoratori. I soviet non erano un organismo di partito, né una “cinghia di trasmissione” di questo o quel partito. I bolscevichi non l’avevano capito nel 1905, quando diffidavano dei soviet perché al loro interno c’era di tutto,. Ma nel 1915 e 1916 Lenin si convince che i soviet sono lo strumento fondamentale per unire la classe operaia, che è una preoccupazione costante dei rivoluzionari (naturalmente non l’unità ad ogni costo e su qualunque linea). È la stessa cosa che vi dicevo a proposito del perché per molti anni Lenin accetta che i bolscevichi e i menscevichi restino uniti nello stesso partito, e dopo il 1906 accetta di fare un congresso di unificazione delle due frazioni, che definisce anche delle regole per proteggere le minoranze (cioè il famoso centralismo democratico, proposto da Lenin non per opprimere chi non la pensava come lui, ma al contrario, dato che sapeva di essere in minoranza, perché voleva la garanzia di poter mantenere il diritto di sostenere le sue proposte).

Questo valeva a maggior ragione nei Soviet, terreno di scontro, confronto, discussione, e quindi di educazione. Non c’è educazione più importante di quella basata sull’esperienza. Dal momento che l’elezione avveniva non su liste di partito, poteva capitare che fosse eletto un menscevico o un anarchico o un socialista-rivoluzionario. Victor Serge, un anarchico che aderì al partito comunista nel 1917, ha analizzato in un bellissimo libro (L’anno primo della rivoluzione russa), il ruolo degli anarchici, il ruolo negativo di quelli che erano cristallizzati nella loro ideologia e rifiutavano tutto, e il ruolo positivo invece di quelli che si erano inseriti nella rivoluzione, e avevano una funzione di traino, di stimolo e di controllo.

Un esempio significativo: nel 1920, Martov, che era il principale leader dell’ala sinistra dei menscevichi, non viene eletto nell’assemblea generale dei soviet, e Lenin, consapevole della sua straordinaria intelligenza, si indigna per questo, e propone che sia comunque invitato a parlare. Non c’è un’idea di sopraffazione nei confronti delle altre tendenze, saranno le condizioni terribili della guerra civile che porteranno ad un inasprimento, soprattutto perché i partiti non bolscevichi finiranno per schierarsi con le guardie bianche. Rimarrà il partito unico, che all’inizio non esisteva. C’erano tra i ministri (detti commissari del popolo) sia bolscevichi che socialrivoluzionari di sinistra.

* * *

Nel 1917, quando Lenin era tornato in Russia attraversando la Germania, aveva sollecitato il proletariato e in primo luogo il suo stesso partito, a rifiutare ogni collaborazione col governo provvisorio, riconoscendo come unico potere quello dei Soviet: “tutto il potere ai Soviet”. I bolscevichi erano ancora molto minoritari nei Soviet, ma poco importava perché l’essenziale era proporre alle altre tendenze proletarie, anche se riformiste, di smettere la collaborazione con i ministri borghesi, e di rifiutare l’appoggio a Kerenskij, che marciava verso la catastrofe, nominando come capo dell’esercito Kornilov, leader della destra dell’esercito, che lo ricambiò tentando un golpe. Lo stesso accadrà sessantacinque anni dopo ad Allende con Pinochet, ed era accaduto  nel 1936 al governo di fronte popolare, che aveva lasciato Francisco Franco al suo posto. I riformisti non imparano mai nulla dalle lezioni della storia.

Lenin aveva riflettuto sull’esperienza del 1905, aveva accolto la sostanza dell’analisi e della proposta di Trotskij sulla rivoluzione permanente, aveva soprattutto capito fino in fondo il significato dei soviet. Al tempo stesso Trotskij arriva a fare un’autocritica sul concetto di partito, accettando la concezione di Lenin. E nel 1918 anche Rosa Luxemburg sta arrivando alle stesse conclusioni. Perché? Innanzitutto si accorgono che Lenin ha corretto la sua impostazione rigida del Che fare?. In una raccolta del 1908 di tutti i suoi scritti di quegli anni egli ammette di aver “storto il bastone” nel Che fare? per rispondere all’economicismo (il principio secondo cui solo le lotte economiche e sindacali fanno crescere gli operai).

Lenin riconosce che l’esperienza del 1905 ha cambiato profondamente il partito bolscevico, che era molto rigido e dogmatico, ma che è passato tra il 1905 e il 1906 da 4000 militanti a 46.000, che sembrano ancora pochi, ma sono una vera forza se ben organizzati e ben strutturati, se sono gli elementi di avanguardia della classe operaia. Lenin osserva in quel periodo che bisogna cambiare le regole di reclutamento, rendendosi conto che pochi mesi di esperienza rivoluzionaria fanno crescere in fretta gli operai, naturalmente se c’è un lavoro politico e teorico organizzato dal partito.

Si scontra così con l’ala conservatrice, che crede sia opportuno mantenere le posizioni espresse in precedenza. Va detto a questo proposito che negli ultimi anni di vita Lenin apparve irritato dalla pubblicazione dei suoi scritti in una raccolta, perché non erano accompagnati dagli scritti con cui aveva polemizzato. Ogni frase che aveva scritto, compreso nel Che fare?,era finalizzata a una specifica battaglia, e non poteva essere presa come una sorta di Bibbia da citare.

Dopo la sua morte invece si avvia il cosiddetto “leninismo” codificato come un dogma a cui ogni altra corrente di pensiero viene contrapposta come un’eresia. Tutto ciò può essere pericolosissimo, sosteneva Lenin, perché rischia di annullare il pensiero vivente, il pensiero critico. E, di fatto, alla conoscenza diretta e quindi all’utilizzazione del suo grande apporto teorico hanno fatto più danni gli esaltatori e codificatori dogmatici che i denigratori. Ma questa è la sorte di molti altri grandi, da Rosa Luxemburg a Gramsci, a Guevara, allo stesso Trotskij, ad opera di alcuni suoi ammiratori dogmatici.

 Grazie a questo, un dibattito così ricco e complesso, di cui ho cercato di dare almeno una pallida idea, è stato banalizzato e ignorato, liquidando poi il tutto come “forma-partito”, una specie di male assoluto. Un argomento sofisticato per contrabbandare, soprattutto dalle pagine del “manifesto”, l’idea che il partito di Lenin o di Gramsci sarebbe la stessa cosa di quello di Stalin o di Togliatti, quello di Rosa Luxemburg e la socialdemocrazia imperialista di Gustav Noske, che ordinò il suo assassinio. Gli inconvenienti verrebbero dal mondo delle idee, da una specie di categoria dello spirito, non da una concretissima burocratizzazione e adattamento della burocrazia e del ceto politico degli “eletti” al nemico di classe. Grazie all’astrattezza idealistica di questa posizione, il “manifesto poi può tranquillamente considerare più “utile” votare per l’Ulivo di Rutelli, Dini o Mastella, che per il PRC (che non è il partito rivoluzionario che vorremmo, ma almeno ha assunto una posizione anticapitalistica, mentre nell’Ulivo le forze dominanti non sono “moderate” ma semplicemente borghesi e imperialiste).

Lecce maggio 2001

Antonio Moscato

1È il testo di una lezione, o meglio di una serie di lezioni parallele al corso, nate da una discussione con alcuni studenti, ottimi compagni, ma in cui affioravano a volte i luoghi comuni contro i partiti in sé. Di testi come questo, che possono essere utili per ricostruire il modo con cui operavo nell’università, ne sto recuperando e selezionando diversi.