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Mandel - Terzo modello

Materiale per l'autoformazione · pubblicato il 24 ottobre 2010 · 27 min di lettura

Nel 1967 la rivista "Problemi del socialismo" chiese a diversi esponenti della sinistra tra cui Livio Maitan di pronunciarsi sull'attualità di Stato e Rivoluzione... Un dibattito  che anticipava il cllima del 1968.

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Ernest Mandel

PIANO O MERCATO: LA TERZA VIA

[da Critique Communiste: révue théorique, nn. 106/107, 1991, pp. 15-21]

Un testo scritto quasi vent’anni fa, durante i crolli che seguirono quello del « Muro », ritornato di attualità, per lo meno a Cuba, come si può vedere dal dibattito cubano inserito recentemente sul sito : Pedro Campos da Cuba (it), Rassegna cubana, Tre Cube.

Ma anche da noi, se si vuole ricominciare a proporre l’intervento dello Stato in economia, senza riproporre i vecchi carrozzoni. (a.m. 24/10/10)

Finché non vivremo in una società comunista pienamente sviluppata, contraddistinta dall’abbondanza, cioè dalla soddisfazione dei bisogni abituali di beni materiali e di servizi (elasticità della domanda nulla o negativa), i problemi economici restano fondamentalmente problemi di assegnazione di risorse che scarseggiano.

A modi di produzione diversi, a forme diverse di società, a diversi modelli economici, corrispondono, in ultima analisi, meccanismi di assegnazione differenti. Una volta compreso questo, si capisce il contenuto reale del dibattito che imperversa sia nelle società capitalistiche, sia in quelle postcapitalistiche, intorno all’interrogativo: un’economia di mercato è la sola alternativa all’“economia di comando”, dispotica, che ha dominato in Urss dal 1928 e che dopo il 1945 è stata trapiantata nell’Europa dell’Est, dal 1949 in Cina, e a Cuba negli anni ’60?

Il dibattito non riguarda la questione se, durante la lunga fase di transizione tra capitalismo e socialismo, si possano ancora utilizzare meccanismi di mercato, come hanno creduto Lenin, Trotskij, Bucharin, Rosa Luxemburg, Gramsci e praticamente tutti i marxisti (le differenze tra loro riguardavano l’estensione e la dinamica di quei meccanismi).

La discussione concerne il problema se il mercato debba determinare le scelte di fondo nella destinazione delle risorse rare, cosa che implica che esso stabilisca la suddivisione del reddito nazionale tra i principali settori, come pure i suoi sviluppi a media e lunga scadenza. In altri termini, la discussione non verte soprattutto sulla domanda: come funziona nel modo più efficiente possibile una impresa? Affronta invece la domanda: come sono assegnate le risorse disponibili tra la produzione di beni di consumo, con tutta la loro varietà, la produzione di servizi e di mezzi di produzione quali i macchinari, le materie prime, l’energia, ecc., da un lato e, dall’altro lato, i beni che non si utilizzano nella riproduzione, ad esempio i beni di consumo di lusso, gli armamenti, ecc. ? È il mercato, vale a dire la domanda effettiva, in altri termini la suddivisione disuguale del reddito monetario e della ricchezza finanziaria accumulata, a deciderne, in ultima analisi, la destinazione? Grazie a quali meccanismi? In favore di quali classi o di quali strati sociali? Ogni tentativo di ridurre questo dibattito a quello dell’efficienza di una impresa equivale ad offuscare la risposta di fondo e le concrete scelte sociali che questa implica.

 

Due forme parallele di dispotismo

 

Perché l’“economia di comando” staliniana e post-staliniana è un’economia dispotica? Perché le principali decisioni riguardanti le priorità delle assegnazioni delle risorse rare sono prese da un ristretto numero di persone (i dirigenti politici della burocrazia, la nomenclatura, assistiti da qualche tecnocrate di alto livello) e non dall’insieme della popolazione interessata, produttori e consumatori.

I tecnocrati al vertice possono prendere queste decisioni perché detengono il monopolio del potere politico, cosa che, in un sistema di proprietà statale dei mezzi di produzione, assicura loro il controllo assoluto del surplus sociale prodotto.

Ma anche un’economia di mercato generalizzata è un’economia dispotica. Questo già vale per tutte le varietà di società capitalistiche. Vale in particolare per il capitalismo monopolistico, lo stadio del capitalismo in cui viviamo da un secolo, una “sotto-variante” del quale è il “tardo-capitalismo”, quello esistente dopo la Seconda Guerra mondiale.

In un sistema del genere, le priorità nella destinazione delle risorse sono imposte dalle decisioni di investimento dei proprietari delle grandi imprese, da un lato, dalla spinta della ripartizione disuguale del reddito monetario e della ricchezza finanziaria accumulata, dall’altro lato. Sul mercato, l’operaio comune dispone di un voto, il grande borghese medio ne ha 1.000 a disposizione. I grossissimi banchieri, industriali, miliardari (appena un pugno in ogni paese) ne hanno 100.000. Se ne desume facilmente che, ad esempio in un paese di 60 milioni di abitanti e di 20 milioni di famiglie, 19 milioni di famiglie hanno 19 milioni di voti, 500.000-1 milione ne hanno 500 o 1.000 milioni. Sono chiaramente costoro a decidere con i loro voti le priorità.

Chiunque studi seriamente la società capitalista non può negare questo dato di fondo. Non può negarlo, del pari, alcun fautore serio della generalizzazione del mercato nelle economie di Stato. Il giornalista e senatore polacco cattolico Andrzej Szczpiorski dichiara a proposito delle ripercussioni delle riforme di mercato: «Vedete comparire ovunque boutiques di cappelli e di indumenti di seta, mentre persone anziane devono fare chilometri per trovare un negozio che venda latte e patate. Ho chiesto al sindaco: “Potete vendere i negozi, ma perché diavolo questi non possono continuare a vendere le stesse cose”? “Bando alle frottole – ha risposto il sindaco – La libertà e la felicità esistono se i migliori offerenti decidono direttamente cosa vogliono vendere ai compratori» (Vrij Nederland, settimanale olandese, 17 novembre 1990).

È davvero il cuore del problema. Questo implica il dispotismo della ricchezza monetaria – del conto in banca protratto dal credito bancario o, più modestamente, della cassaforte o del portafoglio – il che vuol dire che si decidono le priorità alle spalle della stragrande maggioranza delle popolazioni.

L’alternativa socialista, il “terzo modello” o la terza via, risulta chiaramente l’alternativa fondamentale ad entrambi i dispotismi. Nella pianificazione socialista democratica, basata sull’autogestione coordinata, le priorità dell’assegnazione delle risorse rare vengono democraticamente decise dall’insieme dei produttori/consumatori/cittadini, che scelgono di persona consapevolmente tra varie alternative coerenti, in base cioè a un sistema politico realmente pluralista e multipartitico, con il godimento pieno ed intero di tutte le libertà democratiche.

 

Il terzo modello è auspicabile

 

Le argomentazioni pro o contro questo “terzo modello” sono numerose e complesse. In fondo, però, esse si riconducono ai due interrogativi: il modello è auspicabile? Ed è realizzabile?

È auspicabile, perché è sia più democratico, più equo (più egualitario, con maggiori implicazioni di solidarietà sociale, di maggiore giustizia sociale), sia più efficiente dal punto di vista sociale in generale.

È più democratico perché la stragrande maggioranza della popolazione interessata prende direttamente le decisioni più importanti per la sua stessa esistenza, mentre sotto il dispotismo statalista o del mercato queste decisioni le prendono ristrette minoranze. Esso implica un grado superiore di giustizia sociale, perché assicura che i bisogni essenziali della parte più povera, di quella più debole della società, saranno prioritariamente soddisfatti, prima dei bisogni meno urgenti della parte più fortunata.

Allo stesso modo in cui oggi, in ogni paese del mondo, il governo propone, all’inizio dell’anno fiscale, di destinare diciamo il 5% del reddito nazionale alla difesa nazionale e alla pubblica sicurezza (polizia, ecc.), considerate due priorità assolute, la massa dei cittadini avrebbe il diritto e il potere di decidere nello stesso momento la parte di risorse disponibili per qualsiasi obiettivo scegliesse di considerare assolutamente prioritario: ad esempio la sanità, l’istruzione e la cultura, la difesa dell’ambiente, i trasporti pubblici, le infrastrutture di base, la casa e le attrezzature domestiche e, se si decidesse così, l’alimentazione corrente e parte del vestiario (indumenti, calze, scarpe…).

Tali scelte si effettuerebbero senza preoccuparsi del fatto che rappresentino il 20, 30, 40, 50 o 60% delle risorse disponibili, restringendo con questo la parte che restae per la soddisfazione dei bisogni non essenziali. Si potrebbe obiettare che questo implica una certa ingiustizia rispetto a bisogni di gruppi minoritari di consumatori. È un’obiezione fondata. Tuttavia, in una situazione di relativa scarsità di risorse, certi bisogni rimarranno sempre insoddisfatti; ma è più equo lasciare insoddisfatti alcuni bisogni di minoranze, anziché quelli fondamentali della maggioranza.

È innegabile che costruire sistematicamente seconde case, che restano vuote per la maggior parte dell’anno, per non parlare di abitazioni di lusso mentre milioni di persone restano senza casa o abitano in alloggi manifestamente fatiscenti, è più ingiusto che lasciare insoddisfatta parte della domanda di alloggi di lusso, pur garantendo a ciascuno un riparo adeguato, con un confort ragionevole.

Si può “modulare” la norma della maggioranza e concedere alle minoranze un accesso alle risorse economiche, una volta soddisfatti i bisogni essenziali di tutti. Se alcuni gruppi di popolazione vogliono consacrare il proprio reddito supplementare a una seconda casa, o a un secondo televisore a colori, devono avere il diritto di farlo se sono disposti a pagarne il prezzo, un prezzo che sarebbe piuttosto elevato.

Quel che non dovrebbero avere il diritto di fare è imporre un carico di lavoro supplementare alla massa dei produttori, al di sopra di quello che questi ultimi fossero disposti ad accettare. Sotto il capitalismo, le fluttuazioni dell’occupazione e la paura di perdere il proprio lavoro e il relativo reddito abituale, incidono pesantemente sul diritto dei produttori di fissare liberamente i limiti del loro orario di lavoro, che è sempre  in larga misura sottratto al tempo libero. Il modello di pianificazione socialista che sosteniamo implica che il diritto di stabilire questi limiti debba spettare a coloro che ne subiscono concretamente gli inconvenienti, vale a dire le masse stesse dei produttori. Se preferiscono lavorare soltanto 30 o 24 ore settimanali, rinviando parte dei propri consumi, devono avere il diritto di operare questa scelta. Se ciascuno ha la garanzia di un tetto minimo di consumo, va proposto un salario elevato per convincere la gente a lavorare più a lungo. Questo, però, è socialmente più giusto che non convincerla a farlo con riduzioni dei salari o con minacce di soppressione di posti di lavoro e di redditi.

Il “terzo modello” ha in sé anche un altro aspetto di equità sociale. Quando il trust multinazionale Philips licenzia 40.000 lavoratori, cosa che implica l’abbassamento del tenore di vita di 100.000 persone, si muove in questo modo in conseguenza di decisioni sbagliate prese dai dirigenti e dai gruppi finanziari sulle scelte produttive, i costi di produzione, le ricerche di mercato, i comportamenti dei consumatori, e così via, mentre di queste decisioni sbagliate i lavoratori non sono in alcun modo responsabili. Eppure, sono loro a subirne le conseguenze. Non sarebbe più giusto, socialmente, se quelli che prendono le decisioni fossero quelli che ne dovranno subire le conseguenze?

 

L’optimum economico e sociale

 

La pianificazione socialista democratica garantisce, inoltre, un elevato grado di efficienza economica e sociale. Si sostiene in genere che la norma della massimizzazione del profitto, che è al centro del comportamento capitalistico, implichi il massimo di efficienza economica a livello dell’impresa, purché sia sottoposta agli obblighi di un mercato concorrenziale. Questo non è del tutto garantito. Tuttavia, per non allontanarci dalla questione principale, concederemo questo punto ai sostenitori dell’economia di mercato. Insistiamo, però, che non è la questione principale. La loro ipotesi (spesso implicita) è che il massimo di efficienza dell’economia nel suo complesso è semplicemente la sommatoria di ottimali ricavati a livello delle singole imprese. In linguaggio dotto: gli ottimali macro e micro-economici coincidono.

L’asserzione è sbagliata, e contraria alla ben nota proclamazione, tanto ingenua quanto cinica, dell’ex presidente della General Motors, Charles Wilson: “quello che va bene per General Motors non va necessariamente (né generalmente) bene per gli Stati Uniti”. Un paio di esempi dimostrano che l’affermazione è infondata. E ne dimostrano anche le ragioni principali: i proprietari e i dirigenti delle imprese, appunto perché motivati dalla massimizzazione del profitto, tengono conto soltanto dei costi e dei profitti monetari che gravano sui loro bilanci annuali. Non si preoccupano di quel che gli altri devono pagare a causa delle loro decisioni. Siccome, però, ci sarà sempre qualcuno che pagherà tali conseguenze, queste spese vanno incluse nel calcolo complessivo della pertinenza economica di quelle decisioni.

Se un milione di imprese risparmiano 20 miliardi di dollari licenziando 1 milione di operai, aumentando così di molto i loro profitti, hanno operato con efficacia dal loro singolo punto di vista in quanto imprese. Ma se questo comporta: per lo Stato, il pagamento ulteriore di 10 miliardi di dollari di indennità di disoccupazione; per il governo, la perdita di 5 miliardi di tasse a causa della riduzione dei redditi e dei consumi dei disoccupati; per la società, la mancata produzione di miliardi di dollari di prodotti utili che i disoccupati avrebbero potuto produrre; e se il totale di queste perdite arriva a 30 miliardi di dollari, allora quel che è stato vantaggioso dal punto di vista delle singole imprese appare chiaramente non redditizio da un punto di vista macroeconomico. E questi calcoli non comprendono, tra l’altro, i costi dell’ansia morale e mentale provocati dalla disoccupazione ai licenziati, alle loro famiglie e ai loro compagni di lavoro.

Se il governo riduce le spese di manutenzione delle infrastrutture per ridurre di 10 miliardi di dollari le tasse dei ricchi e delle imprese, questo va a loro vantaggio. Supponiamo pure che sia vero, come pretendono i fautori della cosiddetta “economia dell’offerta”, che questi 10 miliardi comportino l’aumento del reddito nazionale di altri 10 miliardi di dollari. Ricavo complessivo: 20 miliardi di dollari, una stima forse errata. Tuttavia, in seguito al calo delle spese di manutenzione delle infrastrutture, crollano ponti, si deteriorano le strade, il traffico diminuisce, gli incidenti si moltiplicano, e se i costi di trasporto e le spese sanitarie derivanti dagli incidenti aumentano di conseguenza di 30 miliardi, allora il bilancio macroeconomico complessivo è negativo e non positivo. Inoltre, in un momento in cui vanno crescendo le preoccupazioni ecologiste e pacifiste, abbiamo imparato che anche la distinzione tra un’efficienza macro e microeconomica non è ancora sufficiente per pronunciare un giudizio sulla razionalità complessiva delle scelte economiche.

Se è macro-economicamente “meno costoso” produrre armi nucleari e biologiche che non armi “classiche”, dovremmo allora immagazzinare sempre più armi di quel genere, che rischiano di eliminare qualsiasi vita sulla Terra? Se è meglio macro-economicamente aumentare la produzione alimentare aumentando l’impiego di prodotti chimici pericolosi, distruggendo le foreste tropicali, condannando alla desertificazione milioni di ettari, dovremmo allora continuare a utilizzare sistemi di sviluppo agricolo che inquinano l’atmosfera, i fiumi e gli oceani, e che minacciano la sopravvivenza dell’umanità a causa di catastrofi ecologiche?

Insistiamo ancora una volta: si tratta di ammettere che alcune scelte costituiscono delle priorità sociali assolute, che esse vanno poste in atto senza tenere conto dei “costi”, senza preoccuparsi cioè delle quantità di risorse che restano disponibili per gli altri bisogni. Un’economia di mercato non può, né vuole, imporre questo tipo di priorità. Un sistema di autogestione coordinata grazie a una pianificazione democratica potrebbe più facilmente realizzare queste priorità.

 

Il “terzo modello” è possibile

 

Chi pretende che il “terzo modello” sia irrealizzabile ricorre a due tipi principali di argomentazioni. L’autogestione coordinata sarebbe impossibile su scala macroeconomica. Non potrebbe neanche funzionare con un minimo di efficacia a livello di unità elementare di produzione e di servizio.

Nel dibattito, il primo tipo di argomento è ben rappresentato dal professor Alec Nove. Nel suo libro su “L’economia del socialismo realizzabile” (ed. francese: Le Socialisme sans Marx, éd. Economica, Parigi, 1983), l’argomento principale si riferisce al grande numero di decisioni economiche da cui dipende il funzionamento del complicato sistema industriale contemporaneo e che riguarda milioni di prodotti diversi: per la massa dei produttori/consumatori è impossibile prendere a priori decisioni meditate sulla destinazione di così tanti prodotti, per non parlare più semplicemente di decisioni concrete; lo può fare soltanto il mercato.

Vi sono parecchie cose scorrette in questo ragionamento. Innanzitutto, la maggior parte dei milioni di prodotti di cui parla Alec Nove non sono distribuiti attraverso il mercato neanche sotto il capitalismo. Si tratta dei pezzi staccati, delle macchine, delle materie prime, dei beni intermedi, il cui livello di produzione è determinato da coefficienti tecnici, o all’interno stesso delle grandi aziende, o da commesse dirette tra utenti e produttori esclusivi. Questo non dovrebbe cambiare in un sistema di pianificazione democratica.

In secondo luogo, la pianificazione democratica implica un ampio decentramento. Le decisioni di pianificazione vanno prese dietro deliberazioni ai livelli in cui si possano prendere con efficacia. Tutti i produttori/cittadini non hanno bisogno di discutere e decidere su milioni di problemi. Gli abitanti di Boston non hanno bisogno di decidere sulle fermate d’autobus nelle periferie di San Paolo. Gli impiegati di una fabbrica di microchips elettroniche non hanno bisogno di discutere sull’organizzazione della produzione nell’industria calzaturiera. Non c’è bisogno che gli insegnanti siano responsabili del funzionamento degli ospedali. Un sistema di autogestione coordinata è in grado di far partecipare milioni di persone alla gestione dell’economia proprio perché così ciascuno ha la responsabilità di determinate decisioni, ma non tutti devono decidere tutto.

Questo implica che nel “terzo modello” l’autogestione diretta si combini con determinate forme di democrazia economica rappresentativa indiretta, attraverso organismi elettivi. Le decisioni sulle priorità di assegnazione delle risorse che scarseggiano non sarebbero prese soltanto dai livelli elementari. Sarebbero anche prese ai livelli locali, regionali, di settore industriale, nazionale e, per quanto rapidamente possibile, a livello internazionale. A tutti questi livelli, non potrebbero che essere prese da istanze elettive. Se le elezioni sono realmente libere, se i dibattiti in queste istanze sono realmente pubblici, se gli elettori hanno il diritto di revocare gli eletti, e se la popolazione ha il diritto di decidere alcuni problemi essenziali per referendum, allora non c’è niente di fondamentalmente impraticabile o di burocratico nelle procedure decisionali.

In realtà, l’idea che la pianificazione comporti automaticamente una burocrazia enorme è davvero una petizione di principio. Se si suppone che la maggior parte della gente non sia in grado di (o non voglia) occuparsi dei propri affari, allora evidentemente altri devono farlo al posto suo. Si tratta, però, di una supposizione tutta da dimostrare. Si tratta solo di un pregiudizio, del ritorno del mito del peccato originale. Se si respinge questo presupposto, allora si rafforza la tesi inversa. Solo coinvolgendo effettivamente la maggioranza della popolazione nell’amministrazione dei propri affari questa acquisisce progressivamente le competenze per farlo in maniera sempre più efficace. Non si può imparare a nuotare senza gettarsi in acqua.

Spesso chi rifiuta la possibilità di una pianificazione democratica invoca il precedente dell’Urss e delle società similari. La pianificazione sovietica non ha forse portato a una burocratizzazione massiccia, addirittura mostruosa? In realtà, l’argomento inverte l’ordine cronologico e quello logico. Non è perché è diventata un’economia pianificata dopo il 1927 che l’economia sovietica si è burocratizzata. È perché la burocrazia aveva già preso il potere in Urss, e perché aveva introdotto la pianificazione per stabilizzare ed estendere il proprio potere e i propri privilegi, che la pianificazione è stata, fin dall’inizio, una pianificazione burocraticamente accentrata (e aggiungiamo: abbastanza parzialmente pianificata, pseudo-pianificata e contraddistinta da enormi disparità istituzionalizzate).

In terzo luogo, un sistema complicato come quello che oggi conosciamo ha effettivamente bisogno di numerosi meccanismi di arbitrato, di compromesso, di conciliazione e di risoluzione delle contraddizioni. Nessun marxista serio ha mai preteso che, sotto il socialismo, per non parlare della fase di transizione tra capitalismo e socialismo, tutte le contraddizioni sociali dovessero scomparire, che esisterebbe un’armonia completa tra individuo e società, tra umanità e natura. Come nessun socialista serio pensa che si possa fare a meno di tutti gli esperti e di tutte le competenze scientifiche nella cogestione dell’economia.

Non ne consegue, tuttavia, che prendere le decisioni debba spettare agli esperti. E,d’altra parte, i capi delle grandi multinazionali, i ministri di tutti i governi esistenti, per non parlare dei capi della nomenklatura – cioè tutti coloro che prendono le decisioni fondamentali nel mondo odierno -  sono veramente scienziati esperti? Coloro che credono che l’autogestione sia impossibile su scala macroeconomica (macrosociale) confondono l’esercizio del potere sociale con i quadri (le articolazioni) tecnici, scientifici, ideologico-morali del potere. Se la maggior parte delle persone ha nozioni insufficienti di biochimica o di agronomia non per questo non può decidere che ogni abitante del pianeta debba disporre della quantità di calorie/proteine/vitamine sufficiente ad assicurargli una vita in buono stato di salute! Perché mai un ristretto numero di scienziati, per non parlare del mercato, dovrebbe avere il diritto di decidere della vita e della morte di milioni di bambini ogni anno?

 

L’argomento della motivazione personale degli imprenditori

 

Si può citare il professor Ota Šik come esponente tipico della scuola di pensiero che ritiene che il “terzo modello” basato sull’autogestione dei produttori non possa funzionare a livello d’impresa. La sua posizione fa ancora più impressione in quanto è stato egli stesso per un certo periodo sostenitore del “terzo modello”. Ecco come sostiene oggi l’opinione inversa: «All’epoca (1963) e poi per un lungo periodo – quando ero in esilio dopo l’intervento del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia – sostenevo che (grandi) imprese del genere dovessero avere una gestione collettiva tramite rappresentanti degli addetti, espressione della proprietà popolare, vale a dire socialista.

Ma uno scienziato deve essere in grado di, ed essere abbastanza audace per, confrontare le proprie idee con la realtà in continuo movimento. Di conseguenza, dietro esame dei risultati ottenuti da imprese gestite in questo modo in Jugoslavia e in Cina, sono giunto alla conclusione che il ruolo dirigente non possa essere svolto che da una persona veramente motivata e competente, una persona che rappresenti una forma di proprietà diversa da quella del passato. Questo tipo di gestione collettiva non è in grado di dare risultati soddisfacenti se non in piccole o medie imprese – e solo se c’è una forma di proprietà cooperativa. Occorre inoltre che la manodopera abbia stretti legami con l’impresa per essere pienamente coinvolta nel suo funzionamento, là dove trascorre gran parte della giornata. I lavoratori devono conoscersi, avere visioni chiare sul mercato dell’impresa nel suo complesso, ecc.

Così, a partire dalle mie nuove conoscenze, ho dovuto rivedere le mie convinzioni precedenti. Ora so che le grandi imprese implicano necessariamente la proprietà individuale, ma – ed è su questo che voglio insistere – con un importante elemento di proprietà collettiva: intendo con questo la proprietà del collettivo di lavoro. Tuttavia, come ho già detto, assumendo una forma individualizzata. In altri termini, società per azioni detenute collettivamente nella forma più adeguata di proprietà. Le imprese di Stato in Cecoslovacchia devono essere trasformate in simili società per azioni di proprietà collettiva, assicurando la forte partecipazione degli occupati fra gli azionisti all’ammontare del capitale» (Czechoslovak life, n. II, 1990).

Purtroppo, c’è ben poca scienza, molto dogmatismo e non poca ideologia apologetica sommaria in questa analisi. La proprietà significa il potere di appropriarsi e di disporre. Dire che gli azionisti sono i proprietari delle imprese è semplicemente falso. Lo hanno formalmente negato gli stessi tribunali occidentali. Uno qualsiasi dei milioni di azionisti della General Motors non può presentarsi in fabbrica e chiedere che gli si consegni un milionesimo degli attivi. Gli azionisti sono solo possessori di parti dell’introito netto della società, e anche questo entro certi limiti. In realtà, anziché essere un mezzo per diffondere la proprietà in un’economia di mercato, le società per azioni sono un sistema per concentrare la proprietà nelle mani delle famiglie dei miliardari – le società finanziarie – che controllano i grandi monopoli, e a cui i piccoli e medi azionisti cedono di fatto la proprietà del loro risparmio.

Nel caso dell’azionariato operaio, è ancora più chiaro. Le azioni costituiscono un blocco di controllo e non si possono vendere. Inoltre, è vietato licenziare. In questo caso non siamo di fronte a una vera e propria società per azioni collettivamente detenute, ma di fronte a una sorta di cooperativa operaia. In realtà, è un’autentica forma di proprietà operaia. Oppure queste azioni si possono vendere in Borsa, e i lavoratori non hanno, o perdono rapidamente, il controllo e non esiste divieto di licenziamento. In tal caso non si può parlare di co-proprietà dei lavoratori. Che genere di co-proprietà è quello in cui uno può essere licenziato da un giorno all’altro, a prescindere dalla sua volontà? Le difficoltà, per non dire la tragedia, dell’autogestione operaia in Jugoslavia nella fase in cui funzionava meglio stava proprio nel suo intreccio troppo stretto con l’economia di mercato. Una volta che il mercato ha stabilito le grandi linee dello sviluppo economico, alcune fabbriche possono essere costrette a chiudere per mancanza di redditività. Come potrebbe un operaio essere veramente co-padrone della fabbrica se il co-padrone è costretto lui stesso a licenziarsi a causa di forze sulle quali non ha alcun controllo?

L’idea secondo cui, nelle grandi imprese, l’autogestione non può reggere perché i lavoratori non si conoscono tra loro e non hanno una visione chiara delle attività complessive è solo un volgare pregiudizio. Una grande azienda non è altro che un insieme di piccole unità, allo stesso modo di un grande ospedale o di un servizio postale. In queste piccole unità si conoscono tutti. Di più, tutti dipendono da ciascuno. Le unità funzionano in larga misura grazie a un’elementare collaborazione, che corregge i difetti e l’inefficienza tipici delle grandi unità.

Credere che dei proprietari individuali conoscano personalmente meglio migliaia di operai è semplicemente ridicolo. Allo stesso modo della burocrazia centrale, i loro metodi di direzione aumentano semplicemente il peso dei sottosistemi burocratici di vertice, l’arbitrio, gli sperperi e l’inefficienza. L’informatizzazione estesa della gestione fornisce invece una visione chiara dell’attività complessiva a tutti i lavoratori, a meno che non l’impediscano deliberatamente gli interessi personali di una specifica minoranza (interessi dei capitalisti, o dei grandi burocrati). Si può dunque ritorcere completamente a favore dell’autogestione l’argomentazione di Ota Šik. Solo un sistema di autogestione può consentire di sfruttare appieno l’enorme potenziale produttivo della terza rivoluzione tecnologica, perché permetterebbe alle masse lavoratrici di essere motivate dalla ricerca di una migliore efficienza della propria impresa.

Con la pianificazione burocratica parziale, l’esperienza ha dimostrato come questa motivazione fosse largamente assente e l’irresponsabilità si generalizzasse. Ma in un’economia di mercato, nonostante la minaccia di disoccupazione, l’irresponsabilità e la mancanza di motivazione sono altrettanto diffuse. I lavoratori hanno imparato dalla loro stessa esperienza pratica che i loro sforzi giovano soprattutto ad altri e pochissimo a loro. Spesso sono sforzi nocivi per la loro salute, i loro redditi, la sicurezza del loro posto di lavoro.

 

Allora perché lavorare per il re di Prussia?

 

In un sistema di pianificazione socialista democratica basato sull’autogestione coordinata, i produttori disporrebbero di due poderosi incentivi materiali a un’efficienza maggiore. Il primo sarebbe l’aspettativa di un “dividendo sociale” (reddito complementare), di cui stabilirebbero essi stessi le forme - supplementi in moneta, o in beni di consumo, o in servizi sociali (posti di accoglienza per le vacanze, scuole, trasporti pubblici, alloggi) - garantita da loro stessi in cooperazione con altri lavoratori a livello locale, regionale o nazionale. Un altro incentivo potrebbe essere la riduzione del carico di lavoro, vale a dire la possibilità di tornarsene a casa dopo quattro o cinque ore di lavoro, con il lavoro in questione svolto in condizioni di rigoroso controllo di qualità da parte di rappresentanti dei consumatori.

Quanto all’argomento di Ota Šik, sempre nella stessa intervista, secondo cui la teoria marxista del plusvalore e dello sfruttamento è sbagliata perché non riconosce la necessità di assegnare un premio all’iniziativa dell’imprenditore - il «coraggio (sic) di quegli uomini e di quelle donne che si assumono i rischi (di nuovo sic) inerenti all’impresa, la loro capacità di organizzare, la loro energia creativa e via dicendo» - è indegno di uno scienziato del suo livello.

In quale grande impresa capitalistica i grandi finanzieri che controllano queste imprese hanno quelle qualità? Se possedeste un patrimonio di un miliardo di dollari, per non parlare di miliardi di dollari, il vostro capitale non aumenterebbe automaticamente di centinaia di milioni di dollari annui? in realtà, non crescerebbe ogni ora, ogni minuto, senza il bisogno che alziate un mignolo? E, in regime capitalistico, tutte le grandi imprese non sono forse controllate da questo tipo di persone? Ma chi produce l’aumento delle ricchezze? Forse che questo non dipende, in ultima analisi, da una questione di appropriazione del lavoro altrui? Il vescovo dalla “bocca d’oro” (Giovanni Crisostomo) non aveva forse ragione quando scriveva, mille e seicento anni prima di Prudhon: «la proprietà è un furto»?

Se in Cecoslovacchia, in Polonia e in Urss delle “persone dotate” (in genere mafiosi) hanno la possibilità di acquistare a buon mercato fabbriche create in passato dalla fatica infinita e dai sacrifici dei lavoratori, non si tratta di un caso evidentissimo di appropriazione illecita?E i lavoratori interessati non sono allora giustificati moralmente se si ribellano a queste appropriazioni?

A un livello più elevato, il professor E. Furubotn ha categoricamente sostenuto: «A proposito delle imprese autogestite, la conclusione ultima è chiaramente che, quale che sia il loro apporto alla democrazia industriale, esse non costituiscono un’organizzazione economica naturalmente efficiente. Si può dimostrare come l’autogestione comporti la disoccupazione cronica e una cattiva destinazione del capitale. Non si possono ottenere né un investimento efficace, né obiettivi riformistici se sono i lavoratori-investitori a decidere il saggio di accumulazione del capitale».

L’economista austriaco Ernst Fehr, utilizzando le stesse ipotesi e gli stessi metodi neoclassici del professor Furubotn, ha tuttavia dimostrato che queste conclusioni sono vere solo se si ha un ampio decentramento delle decisioni di investimento, se i lavoratori a livello delle imprese non partecipano realmente alla distribuzione di un reddito complementare, se non hanno interessi materiali a conservare o ad accrescere lo “stock di capitale”, o se vengono a perdere il diritto di percepire la loro quota-parte degli attivi fisici venduti: in altri termini, se c’è un ambiente circostante sostanzialmente capitalistico.

A partire da un progetto di modello di proprietà dei lavoratori (socializzazione della proprietà) realmente coordinata a livello delle imprese, che combini forme di proprietà individuale, di gruppo e collettiva, ma con un reale potere decisionale e un effettivo controllo operaio, e con una concreta garanzia di piena occupazione, l’argomentazione del professor Furubotn crolla completamente. Peraltro, dopo una lunga analisi, il professor Fehr dimostra che le imprese autogestite possono esser più efficienti di quelle private. (Ernst Fehr, Ökonomische Theorie der Selbstverwal. A tung und Gewinnbeteilung, Campus, Francoforte, 1898. Da questo testo sono state riprese e tradotte anche le citazioni sopra riportate).

 

La dialettica dell’efficienza microeconomica e della razionalità macroeconomica

 

Non vi è ragione che il “terzo modello” di pianificazione socialista democratica non tenga conto delle considerazioni di efficienza a livello dell’impresa, come si è visto. Non vi è davvero alcun motivo perché questo modello rifiuti la libera scelta del consumatore. Tutto questo andrebbe invece ampliato, non ridotto, rispetto a quanto concretamente si verifica nel “tardo-capitalismo” (e non a quanto i liberisti dogmatici presumono avvenga nei loro manuali). Come pure non vi è motivo di supporre che, nella fase di transizione dal capitalismo al socialismo, l’utilizzazione del denaro (che richiede una moneta stabile) e dei meccanismi di mercato, essenzialmente come strumenti per garantire la maggior soddisfazione del consumatore, dovrebbe essere scartata, o anche solo limitata, purché questo non comporti la determinazione da parte del mercato delle priorità di scelta in materia sociale ed economica.

C’è una logica di fondo nella dialettica tra efficienza microeconomica e razionalità macroeconomica (macrosociale). Potreste destinare semplicemente la totalità delle risorse materiali disponibili alla soddisfazione dei bisogni, inclusa quella dei bisogni macrosociali, ad esempio alla protezione dell’ambiente. Essi non potrebbero essere soddisfatti meglio senza utilizzare ulteriori risorse, anche se si potrebbero evitare molti sprechi e siano possibili numerose riduzioni nell’impiego di sterminate risorse, ad esempio l’energia. Tuttavia, da un punto di vista generale, l’aumento della soddisfazione dei bisogni richiede effettivamente un aumento della produzione, vale a dire la crescita economica, specie dovendosi tenere conto delle enormi esigenze di base insoddisfatte del Terzo mondo.

Poiché ancora la produzione è in larga misura assicurata dall’attività a livello delle imprese, ne discende che l’efficienza microeconomica ha una reale importanza nel quadro della pianificazione socialista democratica.

Sarebbe sbagliato, però, ridurre la dialettica dell’efficienza microeconomica e della razionalità macroeconomica alla dialettica del piano e del mercato. L’uso della moneta come unità contabile è ben diverso dal suo impiego come strumento di scambio e ancor più diverso da quello come mezzo di accumulazione della ricchezza e di determinazione delle decisioni di investimento.

La prima utilizzazione rimarrà generalizzata in una pianificazione socialista. La seconda ha preso già a declinare sotto il capitalismo e continuerà a declinare nella fase di transizione, tranne nell’ambito di alcuni beni e servizi di consumo. Si verificherà certamente l’ascesa della produzione di beni e servizi gratuiti. Il terzo impiego dovrebbe essere drasticamente limitato e progressivamente soppresso.

Abbiamo già posto in rilievo come forme di incentivi materiali alternativi a quelli dell’aumento del reddito monetario si potrebbero utilizzare per aumentare la partecipazione dei produttori alla lotta per l’impiego ottimale delle risorse produttive a livello dell’impresa. Analogamente, meccanismi diversi dalle fluttuazioni dei prezzi per adeguare l’offerta alla domanda potrebbero accrescere il grado di soddisfazione dei consumatori.

Al riguardo, si può accennare al potere da parte dei consigli dei consumatori di decidere, in collaborazione con quelli dei produttori, numero e varietà dei beni di consumo. Sotto il “tardo-capitalismo”, essi sono ampiamente, se non esclusivamente, determinati dalle imprese produttive, sulla base di ricerche di mercato e di previsioni del comportamento futuro del consumatore che sono spesso gravemente erronee. Meno soggette a discostarsi dall’obiettivo sono scelte consapevoli dei consumatori ed proiezioni statistiche basate su questi ultimi. Si possono utilizzare meccanismi correttivi, inclusi meccanismi di mercato, per effettuare i necessari adeguamenti a quella che essenzialmente resta una maniera non mercantile per i consumatori di decidere le loro personali preferenze.

Del pari, forme molto severe di controllo di qualità da parte di numerosi organismi di consumatori o di rappresentanti di consumatori sono strumenti non mercantili indispensabili per garantire un elevato livello di soddisfazione dei consumatori stessi. Grazie alle consulenze di esperti scienziati, questi organismi dovrebbero ridurre i tanti abusi - generi alimentari pieni di prodotti chimici, imballaggi nocivi o deteriorati, abiti e beni durevoli di cattiva qualità – che contraddistinguono la produzione di beni di consumo nel sistema di massimizzazione del profitto delle imprese private, che è appunto quello del capitalismo nella sua fase senile.

Si potrebbe muovere alla nostra difesa del “terzo modello” l’accusa di essere, in qualche modo, pragmatica. Ci assumeremo stoicamente questa croce. Di fatto, la strada più efficace e più umana per costruire una società senza classi è una questione di sperimentazione e deve avanzare per approssimazioni successive. Per questo non esistono buoni libri di ricette, né quella della pianificazione totalitaria, né quella del socialismo di mercato. Impareremo soltanto a poco a poco, a partire dall’esperienza, quali siano i principali errori da evitare e le migliori combinazioni delle misure da promuovere. Non ci si può aspettare la perfezione, né la si può promettere. La sola garanzia che si possa avere è quella che la pianificazione socialista democratica comporterà meno guai economici e porterà a meno conseguenze disumane del capitalismo/imperialismo, da un lato, e del dispotismo burocratico, dall’altro lato.

Questo richiede l’interazione equilibrata di tre fattori principali, come aveva chiaramente previsto Trotski: la pianificazione centralizzata, la verifica ex post tramite il mercato e la correzione ex ante delle decisioni di piano, e una reale democrazia politica socialista.

Noi aggiungeremmo volentieri una quarta condizione: la radicale riduzione dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale. Resta poi un’ultima condizione per giudicare circa la possibilità del “terzo modello”: la condizione politica. Siccome noi rifiutiamo ogni tentativo di imporre un modello economico alla popolazione contro la volontà della maggioranza – il crollo dello stalinismo nell’Europa dell’Est è dovuto, in ultima analisi, a un tentativo del genere – esiste la possibilità che la maggioranza dei lavoratori accetti realmente questo “terzo modello”, senza un futuro prevedibile?

Sulla base dei recenti risultati elettorali nell’Europa dell’Est e in quella occidentale, per non parlare degli Stati Uniti e del Giappone, si sarebbe inclini a rispondere “no”. Questo, però, non terrebbe conto di un aspetto nuovo ed importante dello sviluppo del mondo negli ultimi venti anni: l’emergere di “nuovi movimenti sociali” e, più in generale, di nuovi modi di concepire la politica e di operare politicamente, cercando di affrontare diversamente i “problemi generali” della società, attraverso l’intervento di massa extraparlamentare (e, in via sussidiaria, tramite referendum).

Si tratta di una tendenza ormai evidente in un numero crescente di paesi. Ne abbiamo appena avuta in Francia una manifestazione impressionante: per la prima volta nella storia di questo paese, centinaia di migliaia di liceali, manifestando per le strade, hanno imposto a un governo e a un parlamento non molto entusiasti che il bilancio nazionale dell’Istruzione sia più elevato di quello nazionale della Difesa. Possa questo esempio essere seguito da tanti altri!

 

(Traduzione di Titti Pierini, 24/10/10)