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Traverso - Il secolo di Hobsbawm

Materiale per l'autoformazione · pubblicato il 10 ottobre 2012 · 33 min di lettura

Un saggio di Enzo Traverso analizza criticamente l'opera di Eric Hobsbawm, cogliendone meriti e contraddizioni, e mettendolo a confronto con altre storie del XX secolo.

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IL SECOLO DI HOBSBAWM

Enzo Traverso*

 

Dopo le tante celebrazioni legate alla morte di Eric Hobsbawm, spesso superficiali e impressionistiche, ho pensato utile riproporre questo saggio del 2009 di Enzo Traverso, stimolato dall’apparizione in Francia di un nuovo libro di Hobsbawm (L’Empire, la démocratie et le terrorisme. Réflexions sur le XXIe siècle), ma utilizzato per riflettere con maggiore distacco su Il secolo breve, rileggendolo insieme all’autobiografia (Anni interessanti), e confrontata ad altre storie del XX secolo uscite recentemente. (a.m. 10/10/12)

 

Hobsbawm è oggi sicuramente lo storico più letto del mondo. Questa sua notorietà è connessa al successo planetario della sua Storia del “breve” XX secolo.1 Aveva già, naturalmente, un ruolo di primo piano nella storiografia internazionale, ma l’uscita di quest’opera gli ha permesso di conquistare un pubblico ben più largo. Nessuna nuova interpretazione del mondo contemporaneo potrà fare a meno di confrontarsi con la sua, ormai divenuta canonica.
Questa osservazione rivela un paradosso, poiché il XX secolo si è chiuso in un clima di restaurazione intellettuale e politica, salutato dal baccano mediatico che annunciava il definitivo trionfo della società di mercato e del liberismo. Hobsbawm, viceversa, non nascondeva le sue simpatie per il comunismo, il grande perdente della guerra fredda, né l’attaccamento a una concezione della storia di ispirazione marxista. Il successo del suo libro creava scompiglio, infrangendo il consenso liberista attorno a una visione del capitalismo come ordine naturale senza alternative.2 Questo vale soprattutto per la Francia, dove il libro è stato disponibile in libreria, grazie a un editore belga, solo a cinque anni di distanza dall’inglese originale e dopo essere già stato tradotto in una ventina di lingue.
Nel 1997, Pierre Nora spiegava in Le Débat che un’opera del genere, anacronistica e ispirata a un’ideologia d’altri tempi, non avrebbe mai potuto essere redditizia, ragion per cui aveva deciso di rifiutarla per la sua collana di Gallimard.3 Raramente un editore, nonché intellettuale, poteva concepire una previsione meno lucida. Ma come sarebbe stato possibile altrimenti, partendo dal postulato che la sensibilità dei lettori corrispondesse perfettamente all’accoglienza riservata dai mezzi di comunicazione di massa al Passato di un’illusione di François Furet (1995) e al Libro nero del comunismo di Stéphan Courtois (1997)?

 

Una tetralogia

 

Il secolo breve è l’ultimo volume di una tetralogia. Viene dopo tre lavori consacrati alla storia del XIX secolo, usciti tra il 1962 e il 1987. Il primo analizza gli sconvolgimenti sociali e politici che hanno accompagnato la transizione dall’Ancien Régime all’Europa borghese (Le rivoluzioni borghesi. 1789-1848, Il Saggiatore, Milano,1963). Il secondo ricostruisce l’ascesa del capitalismo industriale e il consolidamento della borghesia come classe dominante (Il trionfo della borghesia. 1848-1875, Laterza, Roma-Bari, 1976). Il terzo studia l’avvento dell’imperialismo e si chiude con i prodromi della sua esplosione (L'Età degli imperi. 1875-1914, Laterza, Roma-Bari, 1987). La stesura di questi scritti non era stata programmata: essi sono nati nel corso del tempo, incoraggiati dagli editori e stimolati dagli sviluppi delle ricerche dell’autore.

La traiettoria storiografica di Hobsbawm è quella di uno specialista del XIX secolo. Nel 1952, fonda, insieme a Edward P. Thompson e Christopher Hill, la rivista Past and Present, un tentativo di sintesi tra il marxismo e l’École des Annales. Si dedica allo studio della storia sociale delle classi lavoratrici e delle rivolte contadine all’epoca della Rivoluzione industriale. Il marxismo e la formazione del movimento operaio sono al centro dei suoi interessi. Le sue grandi sintesi storiche accompagnano l’elaborazione dei suoi lavori di pioniere. Di fattura più classica e scritte in uno stile più accessibile a un vasto pubblico, queste non costituiscono nuovi oggetti di indagine, né stravolgono gli approcci storiografici tradizionali. Abbozzano un largo affresco del XIX secolo che, sul lungo periodo, ne mette in luce le forze sociali. Persiste, ad esempio, uno scarto tra lo storico dei distruttori delle macchine [i luddisti] e della resistenza contadina alle recinzioni [enclosures] nelle campagne inglesi, da un lato, e quello delle grandi sintesi sulle “rivoluzioni borghesi” e sull’avvento del capitalismo industriale. Uno scarto che non sarà superato dall’ultimo volume della sua tetralogia, prigioniero della tendenza che l’autore ha sempre rimproverato alla storiografia tradizionale del movimento operaio: guardare la storia “dall’alto”, senza curarsi di quel che pensavano le persone normali, i protagonisti “dal basso”. 4

Hobsbawm ha concepito il progetto di una storia del XX secolo all’indomani del crollo del Muro di Berlino. Fu uno dei primi a interpretare l’avvenimento come il segnale di una mutazione che non solo poneva fine alla guerra fredda, ma che, su scala più vasta, concludeva un secolo. Nasceva allora l’idea di un “breve” XX secolo stretto tra due svolte di fondo della storia europea – la Grande Guerra e il crollo del socialismo reale – e contrapposto al “lungo” XIX secolo, che va dalla Rivoluzione francese alle trincee del 1914. Se la guerra è stata la vera matrice del XX secolo, la rivoluzione bolscevica e il comunismo ne hanno segnato il profilo. Hobsbawm lo pone per intero sotto il segno dell’Ottobre ed è il compiersi della traiettoria dell’URSS, alla fine di un lungo declino, a segnarne la conclusione.

Nato ad Alessandria [d’Egitto] nel 1917 da padre inglese e madre austriaca, Hobsbawm si autodefinisce il rampollo di due pilastri dell’Europa del XIX secolo: l’Impero britannico e l’Austria degli Asburgo. È a Berlino, nel 1932, a quindici anni, che diventa comunista. Quella scelta non verrà rimessa in discussione nei decenni successivi, durante i quali studia e poi insegna nelle migliori università britanniche. Il XX secolo è stato la sua vita, ed egli ammette in tutta onestà, la sua difficoltà a scindere la storia dall’autobiografia. Contrariamente a un’illusoria neutralità assiologica, riconosceva chiaramente, fin dalle prime pagine del libro, la sua posizione di “spettatore impegnato”: “chi ha vissuto questo secolo straordinario non potrà esimersi dal giudicare. È capire che diventa difficile” (p. 24).

L’impatto del Secolo breve è stato tanto più forte in quanto, completando la sua tetralogia, Hobsbawm introduceva una svolta intercorsa nella nostra percezione del passato. Procedeva a trasferire in storia un’epoca che, fino ad allora considerata un presente vissuto, era ormai percepita come passata e conclusa: in breve, come storia. La guerra fredda abbandonava le cronache d’attualità per diventare oggetto di una narrazione storica che l’inseriva in una sequenza più vasta, risalendo fino al 1914. L’idea di un “breve” XX secolo entrò nella sfera pubblica, poi nel senso comune.

La visione di un “lungo” XIX secolo non era nuova. In La Grande Trasformazione (1944), Karl Polanyi aveva già delineato il profilo di una “pace di cento anni” inserita tra il Congresso di Vienna, al termine delle guerre napoleoniche, e l’attentato di Sarajevo del 1914.5 Costruito su un equilibrio internazionale tra le grandi potenze di cui Metternich era stato l’architetto, il XIX secolo aveva visto il sorgere delle istituzioni liberali, l’avvio di un gigantesco sviluppo economico, basato sulla costruzione dei mercati internazionali e consolidato dall’adozione del sistema aureo (gold standard).
Arno J. Mayer, da parte sua, aveva contraddistinto il XIX secolo come l’età della “persistenza dell’Ancien Régime”. Sul piano economico, la borghesia era ormai la classe dominante, ma la sua mentalità e il suo sistema di vita ne rivelavano la subordinazione ai modelli aristocratici che –tranne in alcuni rari sistemi repubblicani, tra cui la Francia dopo gli anni Settanta dell’Ottocento – rimanevano premoderni. Nel 1914, una seconda Guerra dei Trent’anni poneva fine all’agonia secolare di quell’Ancien Régime in sospeso.6
Sembra che Hobsbawm sia giunto a conclusioni analoghe. Nel primo volume della sua tetralogia definisce la “grande borghesia” dell’industria e della finanza la “classe dominante” dell’Europa del XX secolo.7 Poi, nel secondo tomo, sfuma la sua analisi sottolineando come, nella maggior parte dei paesi, la borghesia non esercitasse il potere politico, ma soltanto un’“egemonia” sociale, essendo ormai il capitalismo riconosciuto come la forma insostituibile dello sviluppo economico.8 Rilevato senza mai diventare oggetto di una spiegazione approfondita, questo scarto tra il predominio sociale borghese e il potere politico aristocratico resta di certo, come hanno osservato alcuni critici, il limite principale dei primi tre volumi della sua tetralogia.9 Questo iato inesplorato tra egemonia sociale borghese e “persistenza” dell’Ancien Régime rimette anche in discussione la concezione marxista tradizionale delle “rivoluzioni borghesi”, tra il 1789 e il 1848, la cui critica più feconda sarebbe venuta da altri ricercatori.10

Il “lungo” XIX secolo tratteggiato da Hobsbawm è teatro di una trasformazione del mondo di cui l’Europa, grazie alla nascita dell’imperialismo, è stata centro e motore insieme. Tutte le tendenze politiche si identificano con la sua missione civilizzatrice, incarnata da una razza e una cultura “superiori”. L’idea di progresso – un progresso morale e materiale illustrato dalle conquiste della scienza, dall’incessante aumento della produzione e dall’avvento delle ferrovie che collegano tutte le grandi metropoli del continente, come pure le due coste dell’America – diventa un credo indistruttibile, che non rientra più nelle potenzialità della ragione, ma è sorretto dalle forze oggettive e irresistibili della società.

Le pagine più forti de Il secolo breve sono quelle del primo Capitolo, in cui l’autore descrive l’avvio del XX secolo in un clima apocalittico, che rovescia letteralmente tutte le certezze di un’epoca precedente di pace e di prosperità. Il nuovo secolo comincia come l’“era della catastrofe” (1914-1945), racchiuso tra due guerre totali distruttive e micidiali: tre decenni durante i quali l’Europa assiste al tracollo della sua economia e delle sue istituzioni politiche. Sfidato dalla rivoluzione bolscevica, il capitalismo sembra aver fatto il suo tempo, mentre le istituzioni liberali appaiono come le vestigia di un’epoca remota quando si decompongono, a volte senza la minima resistenza, di fronte all’ascesa dei fascismi e delle dittature militari in Italia, Germania, Austria, Portogallo, Spagna e in vari paesi dell’Europa centrale. Il progresso si rivela illusorio e l’Europa ha cessato di essere il centro del mondo. La Società delle Nazioni, il suo nuovo gerente, è immobile e impotente.

Di fronte a quei tre decenni da cataclisma, quelli del dopoguerra – l’”età d’oro” (1945-1973) e la “sconfitta” (1973-1991) – sembrano due momenti distinti di un’unica identica epoca, che coincide con la storia della guerra fredda. L’“età d’oro” è quella dei Trenta Gloriosi, con la diffusione del fordismo, l’espansione del consumo di massa e l’avvento della prosperità generalizzata, apparentemente inesauribile. La “sconfitta” (landslide) comincia con la crisi del petrolio del 1973, che pone fine al boom economico e si protrae con un’onda lunga recessiva. A Est, si annuncia con la guerra d’Afghanistan (1978), che innesca la crisi del sistema sovietico e l’accompagna fino alla sua decomposizione. La “sconfitta” fa seguito alle decolonizzazione – tra l’indipendenza dell’India (1947) e la guerra del Vietnam (1960-1975) – durante la quale l’ascesa dei movimenti di liberazione nazionale e le rivoluzioni antimperialiste si mescola al conflitto tra le grandi potenze.

 

Eurocentrismo

 

La periodizzazione proposta da Hobsbawm costituisce il punto forte della sua tetralogia e, al tempo stesso, ne indica i limiti. Il tomo dedicato alle “rivoluzioni borghesi” evoca appena le guerre di liberazione nell’America latina degli anni Venti dell’Ottocento, mentre i successivi descrivono la guerra civile americana, ma si soffermano solo superficialmente sulla rivolta dei Taiping, il più esteso movimento sociale del XIX secolo, che ha scosso profondamente la Cina tra il 1851 e il 1864. È proprio, l’ultimo volume che, restituendo il profilo di un secolo mondializzato, dimostra il carattere problematico dell’eurocentrismo, o perlomeno dell’occidental-centrismo, che ispira l’opera nel suo complesso.

Le cesure storiche scelte da Hobsbawm non sono generalizzabili. È legittimo considerare il 1789 o il 1914 come grandi svolte per la storia dell’Africa? Il Congresso di Berlino (1884) e gli anni della decolonizzazione (1960) sarebbero di certo spartiacque più pertinenti. Viste dall’Asia, le grandi rotture del XX secolo – l’indipendenza dell’India (1947), la Rivoluzione cinese (1949), la guerra di Corea (1950-1953), la guerra del Vietnam (1960-1975) – non coincidono per forza con quelle della storia europea.

La Rivoluzione cinese del 1949 ha trasformato a fondo le strutture sociali e le condizioni di vita di una parte dell’umanità ben più ampia di quella dell’ Europa, ma i decenni compresi tra il 1945 e il 1973 – contrassegnati dalla guerra civile, il “Grande balzo in avanti” e la Rivoluzione culturale – non sono stati l’“età d’oro” degli abitanti di quell’immenso paese. In quel periodo, i vietnamiti e i cambogiani hanno subito bombardamenti più estesi di quelli che hanno devastato l’Europa durante la seconda guerra mondiale, i coreani hanno conosciuto i tormenti di una guerra civile e di due dittature militari, mentre gli indonesiani hanno subito un colpo di Stato anticomunista di dimensioni letteralmente da sterminio (500.000 vittime). Solo il Giappone visse un’epoca di libertà e di prosperità paragonabile all’“età d’oro” del mondo occidentale.

L’America latina, da parte sua, ha certo subito l’impatto del 1789 – Toussaint Louverture e Simon Bolívar ne sono stati i figli nel continente – ma è rimasta al di fuori delle guerre mondiali del XX secolo. Ha conosciuto due grandi rivoluzioni – quella messicana (1910-1917) e quella cubana (1959) – e la sua era della catastrofe si colloca piuttosto tra l’inizio degli anni Settanta e la fine del decennio successivo, quando il continente è dominato dalle sanguinarie dittature militari, non più populiste e desarrollistas (sviluppiste), ma neoliberiste e terribilmente repressive.

Per quanto rifiuti ogni atteggiamento di condiscendenza ed etnocentrico nei confronti dei paesi “arretrati e poveri”, Hobsbawm ne presenta la subalternità come un truismo che a tratti ricorda la classica tesi di Engels (di origine hegeliana) sui “popoli senza storia”.11 Ai suoi occhi, quei paesi hanno conosciuto una dinamica “derivata, non originale”. La loro storia si ridurrebbe essenzialmente ai tentativi delle rispettive cerchie dirigenti di “imitare il modello di cui fu pioniere l’Occidente”, vale a dire lo sviluppo industriale e tecnico-scientifico, “nella variante capitalista o socialista” (p. 266). Con un argomento analogo, Hobsbawm sembra giustificare il culto della personalità introdotto da Stalin in URSS, considerandolo particolarmente adatto a una popolazione contadina, la cui mentalità corrispondeva a quella delle plebi occidentali dell’XI secolo (p. 504). Sono passi che relativizzano considerevolmente la portata delle rivoluzioni coloniali, che Hobsbawm descrive come rotture effimere e limitate. In fondo, Il secolo breve non coglie nelle rivolte dei popoli colonizzati e nelle loro trasformazioni in soggetto politico sulla scena mondiale un aspetto centrale nella storia del XX secolo.
Questa costatazione rinvia allo scarto sopra rilevato tra due Hobsbawm: da un lato, lo storico sociale che si interessa di quelli “in basso” restituendo loro voce e, dall’altro lato, l’autore delle grandi sintesi storiche, dove le classi subalterne ridiventano una massa anonima. Eppure, l’autore de Il secolo breve è lo stesso che ha scritto Primitive Rebels e The Bandits, per il quale l’acquisizione di una coscienza politica fra i contadini del mondo coloniale “ha fatto del nostro secolo il più rivoluzionario della storia”.12
Gli esponenti di Subalterne Studies, in particolare Ranajit Guha, hanno rimproverato al loro collega britannico di considerare le lotte contadine come essenzialmente “prepolitiche” in ragione della loro natura “improvvisata, primitiva e spontanea”, e di non essere in grado di coglierne la dimensione profondamente politica, ancorché irriducibile ai codici ideologici del mondo occidentale.13 Questa critica vale certamente più per la tetralogia che per i saggi di storia sociale. Secondo Edward Said, la rappresentazione delle società non occidentali come luoghi di una storia “derivata, non originale” costituisce un “punto di vista cieco” (blinspot), assolutamente sorprendente in un ricercatore che si è distinto per aver criticato l’eurocentrismo della storiografia tradizionale ed avere studiato le “tradizioni inventate”.14
In una risposta ai suoi critici, Hobsbawm ha ammesso l’approccio eurocentrico del suo libro, pur sostenendo che il tentativo di “rappresentare un secolo complicato” non è incompatibile con altre interpretazioni e altre suddivisioni storiche.15 Gli esempi non mancano. Nel 1994, Giovanni Arrighi pubblicava The Long Twentieth Century, un lavoro che, ispirandosi a un tempo a Marx e a Braudel, propone una nuova periodizzazione della storia del capitalismo.16 Egli individua quattro secoli “lunghi” nell’arco di seicento anni e corrispondenti a differenti “cicli sistemici di accumulazione”, ancorché suscettibili di sovrapporsi gli uni agli altri: un secolo genovese (1340-1630), un secolo olandese (1560-1780), un secolo britannico (1740-1930) e, infine, un secolo americano (1870-1990). Delineatosi all’indomani della guerra civile, quest’ultimo conosce la sua ascesa con l’industrializzazione del Nuovo Mondo e perde fiato intorno agli anni Novanta del secolo scorso, quando il fordismo viene sostituito da un’economia globalizzata e finanziarizzata. Secondo Arrighi, siamo entrati oggi in un XXI secolo “cinese”, vale a dire in un nuovo ciclo sistemico di accumulazione, il cui centro di gravità si colloca tendenzialmente in estremo Oriente.
Michel Hardt e Toni Negri, quanto a loro, teorizzano l’avvento dell’“Impero”: un nuovo sistema di potere senza centro territoriale, qualitativamente diverso dai vecchi imperialismi basati sull’espansionismo degli Stati oltre i loro confini. Come l’imperialismo classico aveva radici in un capitalismo fordista (la produzione industriale) e caldeggiava forme di dominazione di tipo autoritario (la prigione, il campo, la fabbrica), l’Impero sviluppa reti di comunicazione cui corrisponde una “società di controllo”, vale a dire una forma di “biopotere”, nel senso foucaldiano, perfettamente compatibile con l’ideologia dei diritti dell’Uomo e con le forme esteriori della democrazia rappresentativa. Resta da sapere se questo “Impero” sia una tendenza, o un sistema già consolidato che avrebbe trasformato gli Stati nazionali in pezzi da museo. Diversi autori sembrano dubitarne e il dibattito è ben lungi dall’essersi risolto.17
Nella sua ultima opera, L’Impero, la democrazia, il terrorismo, Hobsbawm ritorna sulla storia degli imperi, per concludere che la loro era è definitivamente superata. Gli Stati Uniti dispongono di una crescente forza militare, ma non sono in grado di imporre la propria dominazione sul resto del pianeta. Non costituiscono il nocciolo di un nuovo ordine mondiale paragonabile alla “Pax britannica” del XIX secolo, e siamo entrati in “una forma profondamente instabile di disordine globale, sia su scala internazionale, sia all’interno degli Stati”.18

Assumendo una prospettiva contemporanea, il XX secolo potrebbe anche apparire un “secolo-mondo”. Lo storico Marcello Flores ne data l’inizio al 1900, anno che segna simbolicamente un triplice cambiamento. A Vienna, Freud pubblica L’interpretazione dei sogni, opera inaugurale della psicanalisi: all’alba del capitalismo fordista, il mondo borghese effettua un ripiegamento sulla propria interiorità analogo all’“ascesi intramondana” che, secondo Weber, la Riforma protestante aveva posto al servizio del nascente capitalismo

In Sud Africa, la rivolta dei Boeri genera le prime forme di campi di concentramento, con tanto di filo spinato e baracche per l’internamento dei civili. Questo dispositivo di organizzazione e gestione della violenza avrebbe proiettato la sua ombra sull’intero XX secolo.

In Cina, per finire, la rivolta dei Boxers è massacrata dal primo intervento internazionale delle grandi potenze coalizzate (Germania, Gran Bretagna, Francia,Italia, Austria-Ungheria, Russia, Stati Uniti e Giappone). Seguiranno ben altre spedizioni (punitive, “umanitarie”, “pacificatrici”, ecc.). Secondo Flores, il XX secolo è l’era dell’occidentalismo, che vede l’estendersi su scala planetaria del sistema di valori, dei codici culturali e dei modelli di vita occidentali. Da questo punto di vista, il XX secolo non è morto, anche se si trova oggi di fronte a nuove sfide.

In un passo sorprendente de Il secolo breve Hobsbawm scrive che, per l’80% dell’umanità, il Medio Evo si è improvvisamente fermato negli anni Cinquanta del secolo scorso (p. 380).A partire da quella svolta, viviamo in un mondo in cui lo sviluppo dei mezzi di comunicazione ha eliminato le distanze, l’agricoltura non è più la principale fonte di ricchezza e la maggioranza della popolazione è ormai inurbata. Ciò costituisce una vera e propria rivoluzione – scrive – che ha chiuso d’un tratto diecimila anni di storia: il ciclo apertosi con l’avvento dell’agricoltura stanziale.19
Traducendo questa constatazione in termini storiografici, significa che, scegliendo la storia del consumo in luogo di quella politica come spartiacque fondamentale, il XX secolo potrebbe assumere una ben diversa coloritura. Tra il 1910 e il 1950, le condizioni di vita degli europei rimasero sostanzialmente immutate. Per la stragrande maggioranza, vivevano in abitazioni che non disponevano di gabinetto e spendevano il grosso del loro reddito per nutrirsi. Nel 1970, invece, era diventato normale vivere in un appartamento dotato di riscaldamento centrale, di telefono, di frigorifero, di lavatrice e di televisore, senza dimenticare l’auto nel garage (cosa che costituiva la sorte comune degli operai delle officine Ford di Detroit fin dagli anni Trenta). 20

Per farla breve, altri spartiacque storici sono possibili. Questo non mette in questione la prospettiva scelta da Hobsbawm, ma indica come la sua periodizzazione non abbia niente di tassativo.

 

Comunismo

 

Poiché il filo rosso che attraversa Il secolo breve è la traiettoria del comunismo, è praticamente inevitabile la comparazione con Il passato di un’illusione (1995). Hobsbawm non ha mai visto in François Furet un grande storico, considerandolo un epigono del conservatore Alfred Cobban. In realtà, il vero bersaglio dell’interpretazione liberale del 1789 è sempre stato il 1917. Furet lo aveva dimostrato in un opuscolo di rara virulenza polemica, Pensare la Rivoluzione francese (1978), e il suo ultimo bilancio della storia del comunismo era solo, per Hobsbawm, il “frutto tardivo della guerra fredda”.

Il passato di un’illusione tradisce la spocchia del vincitore; Il secolo breve è scritto da un vinto che non rinnega la propria lotta. Contrariamente all’opinione di più di un commentatore, la melanconia, retaggio di un secolo di battaglie perse, tinge le pagine di Hobsbawm, non quelle di Furet, così come, fatte salve le debite proporzioni, Benjamin l’aveva colta nel vecchio Blanqui, non in Tocqueville. Furet ha consacrato la sua opera all’evento, l’ascesa e il crollo del comunismo; Hobsbawm ha studiato anche la crisi e la rinascita del capitalismo. Dopo il crollo dell’Europa liberale nel 1914, il capitalismo ha conosciuto la sfida della rivoluzione d’Ottobre e una crisi planetaria nel 1929. Negli anni fra le due guerre, il suo futuro sembrava assai incerto. Keynes, il più brillante e originale dei suoi terapeuti, lo considerava storicamente condannato, eppure il capitalismo ha conosciuto una spettacolare ripresa dopo il 1945, fino alla sua vittoria nel 1991.

Comparando i libri di Furet e di Hobsbawm, il politologo norvegese Torbjørn L. Knutsen li ha ricondotti a due strutture narrative classiche: la commedia e la tragedia.21 Entrambi raccontano la stessa storia, con gli stessi attori, ma la distribuzione dei ruoli e la tonalità del racconto sono sensibilmente diverse. Il passato di un’illusione segue le regole della commedia. Mette in scena le disavventure di una famiglia liberale che vive in perfetta armonia, ma la cui esistenza è turbata da una malaugurata serie di imprevisti, equivoci e catastrofi. Per un istante, tutto sembra rimesso in discussione. Fanno la loro comparsa figure malvagie, dai tratti del fascista e del comunista, che esercitano un’influenza corruttrice su giovani anime innocenti. Ma i malvagi alla fine vengono smascherati e la loro seduzione totalitaria è ridotta a mal partito. Una volta dissipato l’equivoco, tutto ritorna in ordine e la commedia si conclude con un happy end rassicurante. Lungi dall’indicare una “destinazione provvidenziale dell’umanità”, scrive Furet, il fascismo e il comunismo sono stati solamente “brevi episodi, nel quadro di ciò che hanno voluto distruggere”: la democrazia liberale.22
A conclusione del libro,  Furet ci vede “condannati a vivere nel mondo in cui viviamo, il mondo del capitalismo liberista, i cui confini sono tracciati dai “diritti dell’uomo e dal mercato”.23 È proprio questa “condanna” a sembrare ai suoi occhi un destino provvidenziale ed egli colora il suo lavoro di una tonalità apologetica e teleologica a un tempo.
Hobsbawm ha scritto una tragedia. La speranza liberatrice recata dal comunismo ha attraversato il secolo come una meteora. Il suo scopo non era distruggere la democrazia, ma instaurare l’uguaglianza, rovesciare la piramide sociale, riprendere in mano del proprio destino da parte di coloro che sono sempre stati sottomessi e sfruttati. La rivoluzione d’Ottobre – un sogno che “in me vive ancora”, sostiene nella sua autobiografia24 - ha trasformato quella speranza liberatrice in “utopia concreta”. Incarnata dallo Stato sovietico, ha dapprima conosciuto un’ascesa spettacolare, poi un lungo declino quando si esaurita la sua forza propulsiva, fino al crollo finale.

Il socialismo sovietico è stato spaventoso, Hobsbawm lo riconosce senza esitazioni, ma non c’erano alternative. “La tragedia della Rivoluzione d’Ottobre – scrive – è precisamente quella di aver prodotto solo un socialismo autoritario, implacabile e brutale” (p. 642). Certo, il suo fallimento era inscritto nelle sue premesse, ma questa osservazione non ne fa comunque un’aberrazione della storia. Hobsbawm non condivide l’opinione di Furet secondo cui la rivoluzione d’Ottobre, come la Rivoluzione francese, è stata solo un deragliamento di cui si sarebbe potuto benissimo fare a meno. Il comunismo poteva solo fallire, ma ha svolto una funzione indispensabile. La sua era una vocazione sacrificale: “Il risultato più durevole della rivoluzione d’Ottobre, il cui obiettivo era il rovesciamento mondiale del capitalismo”, scrive ne Il secolo breve, “fu quello di salvare il suo avversario, nella guerra come nella pace, spingendolo per paura, dopo la seconda guerra mondiale, a riformarsi” (p. 27). Lo ha salvato a Stalingrado, pagando il prezzo più alto nella resistenza contro il nazismo. Lo ha poi costretto a trasformarsi, giacché non è sicuro che, senza la sfida rappresentata dall’URSS, il capitalismo avrebbe conosciuto il New Deal e lo Stato-provvidenza, né che alla fine il liberalismo avrebbe accettato il suffragio universale e la democrazia (con quest’ultima che non è affatto “identica” al liberalismo, sul piano filosofico come su quello storico, al contrario di  quel che sostiene l’assioma di Furet). Tuttavia, la vittoria del capitale non spinge certo all’ottimismo; essa sembra piuttosto evocare l’Angelo della storia di Benjamin, citato di passata da Hobsbawm, che vede il passato come una montagna di rifiuti.

Furet ha scritto un apologo soddisfatto del capitalismo liberale; Hobsbawm, un’apologia malinconica del comunismo. Da questo punto di vista, sono entrambi discutibili. Il bilancio del socialismo reale ricavato da Hobsbawm è, per tanti aspetti, impietoso. Egli considera un grave errore la fondazione del Comintern, nel 1919, che ha a lungo diviso il movimento operaio internazionale (p. 103). Ammette inoltre, a posteriori, la chiaroveggenza del filosofo menscevico Plechanov per il quale, nella Russia degli Zar, una rivoluzione comunista avrebbe potuto dar vita solamente a un “impero cinese verniciato di rosso” (p. 641). Abbozza un ritratto di Stalin piuttosto severo: “un autocrate di una ferocia, crudeltà e mancanza di scrupoli eccezionali, per non dire uniche” (p. 493). Si affretta però ad aggiungere che, nelle condizioni dell’URSS degli anni Venti e Trenta, non si sarebbe potuta portare avanti alcuna politica di industrializzazione e di ammodernamento senza violenza e coercizione. Lo stalinismo era dunque inevitabile. Il popolo sovietico ne pagò le spese, ma accettò Stalin come guida legittima, così come Churchill che, nel 1940, aveva il sostegno dei britannici quando prometteva loro “lacrime e sangue” (p. 445).

Lo stalinismo è stato il frutto del ripiegamento su se stessa della Rivoluzione russa, isolata dopo la sconfitta dei tentativi rivoluzionari in Europa centrale, accerchiata da un mondo capitalista ostile e soprattutto a confronto, a partire dal 1933, con la minaccia nazista. Hobsbawm paragona l’universalismo della rivoluzione d’Ottobre a quello della Rivoluzione francese. Ne descrive l’influenza e la diffusione come la forza magnetica di una “religione secolare”, che gli ricorda l’Islam delle origini, dei secoli VII e VIII.25 Di questa “religione secolare” Hobsbawm non è mai stato un credente ingenuo e accecato, ma sicuramente un discepolo fedele, incluso quando i suoi dogmi sono risultati menzogneri. Egli fu uno dei rari esponenti della storiografia marxista britannica a non lasciare il Partito comunista nel 1956.26 Il suo sguardo compiacente nei confronti dello stalinismo richiama il ricordo di un altro grande storico, Isaac Deutscher, che aveva visto in Stalin un misto di Lenin e di Ivan il Terribile, alla maniera di Napoleone che riassumeva in sé la Rivoluzione francese e l’assolutismo del Re Sole.27 Deutscher nutriva l’illusione di una possibile autoriforma del sistema sovietico, mentre Hobsbawm lo giustifica dopo il suo crollo. Non poteva che fallire, ma bisognava crederci. Nel novembre 2006 Hobsbawm si lasciava ancora andare alla giustificazione della repressione sovietica del 1956 in Ungheria, ed anche all’apologia di János Kádár.28 Ben più del vantaggio epistemologico inerente allo sguardo del vinto, per riprendere l’espressione di Reinhart Koselleck, questo bilancio ne rivela, come segnala Perry Anderson, la dimensione consolatoria.29

 

Barbarie

 

Il XX secolo dipinto da Hobsbawm è in realtà un dittico di cui la seconda guerra mondiale segna lo spartiacque. Lo presenta come una “guerra civile ideologica internazionale” in cui, al di là degli Stati e degli eserciti, si scontravano ideologie, visioni del mondo, modelli di civiltà (p. 197). In un saggio parallelo a Il secolo breve, egli coglie il nocciolo profondo di quella guerra nella contrapposizione di Illuminismi ed anti-Illuminismi, gli uni incarnati nella coalizione delle democrazie occidentali e nel comunismo sovietico, gli altri nel nazismo e negli alleati di questo. Fu l’insieme dei “valori ereditati dal XVIII secolo “ad impedire al mondo di “sprofondare nelle tenebre”.30
Al contrario dei filosofi della scuola di Francoforte, Hobsbawm non si spinge fino a cogliere le radici della barbarie nella stessa civiltà, una civiltà che avrebbe indotto la metamorfosi del razionalismo emancipatore dell’Illuminismo nella razionalità strumentale cieca e dominatrice del totalitarismo Questa assoluta antinomia tra civiltà e barbarie – non priva di richiamo a La distruzione della ragione di Georg Lukács – lo porta piuttosto a respingere il concetto di totalitarismo.  Lungi dallo svelare la realtà del nazismo e del comunismo, il patto di non aggressione tedesco-sovietico dell’estate 1939 fu solo un’effimera parentesi, opportunista e contro-natura. “Se le similitudini tra i sistemi di Hitler e Stalin sono innegabili”, scrive Hobsbawm criticando Furet, il loro riavvicinamento “avveniva a partire da radici ideologiche profondamente diverse e ampiamente separate”.31 La loro era una convergenza superficiale, sufficiente a stabilire analogie formali, non a individuare una natura comune. Il XX secolo ha contrapposto la libertà e l’uguaglianza, due ideologie sorte dalla rivoluzione illuminista, mentre il nazismo costituiva la variante moderna degli anti-Illuminismi, basata sul razzismo biologico.32

Il ricorso al concetto di “guerra civile” suscita inevitabilmente un'altra comparazione, questa volta con lo storico conservatore Ernst Nolte. Un odore di noltismo impregna in effetti Il secolo breve, anche se, beninteso, si tratta di un noltismo al rovescio. Nessuna convergenza ideologica, nessuna complicità unisce Nolte e Hobsbawm, ma entrambi partono dalla medesima constatazione – lo scontro titanico tra nazismo e comunismo come momentum del XX secolo – per ricavarne letture simmetriche e sostanzialmente apologetiche dell’uno o dell’altro.

Nolte ammette i crimini nazisti, ma li interpreta come un eccesso spiacevole di una legittima reazione di autodifesa della Germania, minacciata dal comunismo. Le camere a gas, suona così la sua ben nota tesi, furono solo un’imitazione della violenza bolscevica, il vero “prius logico e fattuale” degli orrori totalitari del XX secolo.33 Hobsbawm non nega i crimini dello stalinismo, ma li considera inevitabili, per quanto spiacevoli, inserendoli in un contesto oggettivo che non lasciava alternative. Due ombre massicce si profilano dietro entrambe le interpretazioni: dietro Nolte, l’ombra di Heidegger, di cui fu discepolo, che aveva accolto Hitler come un’autentica manifestazione del Dasein tedesco; dietro Hobsbawm, l’ombra di Hegel, che aveva giustificato il Terrore giacobino nella sua Fenomenologia dello Spirito. O meglio, per essere più precisi, l’ombra di Alexandre Kojève che, come Hegel vedendo Napoleone a Jena, aveva creduto di aver percepito in Stalin lo “Spirito del mondo”.34
Certamente, Hobsbawm riconosce l’importanza dell’antifascismo per una generazione – la sua – che ha attraversato la guerra civile spagnola e la Resistenza. In modo piuttosto strano, tuttavia, non valorizza la straordinaria spinta che ha dato l’URSS, con la sua sola esistenza, alle sollevazioni dei popoli colonizzati contro l’imperialismo. Rimane cauto anche sul ruolo che svolsero alcuni partiti comunisti nel mondo occidentale dove, a dispetto della loro natura di “contro-società”, chiesa e caserma a un tempo, seppero dare una rappresentanza politica e un senso di dignità sociale alle classi lavoratrici. Fra i tanti volti del comunismo nel corso del XX secolo, Hobsbawm sceglie di legittimare il peggiore, quello più oppressivo e coercitivo, quello dello stalinismo. Nato nel pieno della guerra civile europea, il suo comunismo non è mai stato libertario. In fondo, è sempre stato un uomo d’ordine, una sorta di “comunista tory”.35

 

Approccio braudeliano

 

Nella sua autobiografia, Hobsbawm riconosceva l’influenza su di lui dell’’École des Annales. Ricorda l’impatto de Il Mediterraneo di Braudel36 sui giovani storici degli anni Cinquanta; poi, prendendo a prestito la formula di Carlo Ginzburg, prende atto del passaggio della storiografia, dopo il 1968, dal telescopio al microscopio: uno spostamento delle analisi dalle strutture economico-sociali allo studio delle mentalità e delle culture.37 In Il secolo breve, il XX secolo è osservato al telescopio. Hobsbawm vi adotta un approccio braudeliano, in cui la “lunga durata” fagocita l’evento. I momenti di fondo di un secolo cataclismatico vengono passati in rassegna come pezzi di un insieme, raramente colti nella loro specificità. Si tratta, tuttavia, di un’epoca segnata da rotture improvvise e impreviste, da svolte di fondo che non si possono ridurre alle loro “cause”, da biforcazioni che non rientrano logicamente in tendenze di lunga durata. Possiamo assegnare loro un posto in una sequenza ricostruita a posteriori, non presentarle come tappe necessarie di un processo.
Vari critici hanno messo in risalto il silenzio di Hobsbawm su Auschwitz e sulla Kolyma, due nomi che non figurano nell’indice del suo libro. I campi di concentramento e di sterminio spariscono dal suo racconto. Nel secolo della violenza, le vittime si riducono a quantità astratte. L’osservazione di Hobsbawm riguardo alla Shoah – “Non credo che quegli errori possano trovare un’espressione verbale che ne sia all’altezza”38 – è sicuramente vera, a dispetto di Paul Celan e Primo Levi, e certo psicologicamente comprensibile, ma non può fungere da spiegazione. Tra l’altro, è sicuramente condivisa da storici che, come Saul Friedländer, hanno dedicato la propria vita allo studio dello sterminio degli ebrei d’Europa cercando di dire qualcosa su un “avvenimento che ha mandato in pezzi il secolo, introdotto il concetto di genocidio nel nostro lessico e modificato il nostro modo di vedere sulla violenza”. Se però quest’osservazione si ergesse a presupposto metodologico, equivarrebbe ad avallare una sorta di misticismo oscurantista – l’Olocausto come entità metafisica, per definizione indicibile e inesplicabile -  ben sorprendente per la penna di un grande storico.
L’indifferenza per l’avvenimento non riguarda solo i campi nazisti e il Gulag, ma anche altri momenti chiave del XX secolo. Ad esempio, la presa del potere da parte di Hitler in Germania, nel gennaio 1933, è semplicemente inserita da Hobsbawm nella generale tendenza all’ascesa del fascismo in Europa, non analizzata in quanto specifica crisi il cui esito non era ineluttabile (Ian Kershav, uno dei migliori specialisti della storia del nazismo, vi ha visto, da parte sua, il risultato di “un errore di calcolo” delle cerchie dirigenti tedesche). Si potrebbe dire lo stesso per il Maggio ’68, la cui valutazione da parte di Hobsbawm sembra fortemente condizionata da elementi di ordine autobiografico (scrive nelle sue memorie che preferisce il Jazz alla musica rock e che non ha mai indossato jeans).39 Avalla cosi, in modo piuttosto sbrigativo, l’opinione del “conservatore illuminato” Raymond Aron, secondo il quale Maggio ’68 fu, in fondo, solo uno “psicodramma”. Le barricate del Quartiere latino, lo sciopero generale più esteso dal 1936 e la fuga a Baden-Baden del generale De Gaulle diventano un’opera da “teatro di strada”.40
L’adozione di questo approccio di “lunga durata” che cancella la peculiarità degli eventi non è una novità dell’ultimo Hobsbawm, perché era già presente nei precedenti volumi della sua tetralogia. Ne Il secolo breve, però, la lunga durata non rientra più in una visione teleologica della storia. Hobsbawm ha instaurato con Marx un rapporto critico e aperto, non dogmatico. Ha sempre respinto la visione di una successione gerarchica e ineluttabile di stadi storici della civiltà, tipica di un marxismo da lui definito “volgare”. Tuttavia, qualche decennio fa riteneva che la storia avesse una direzione e che andasse verso il socialismo.41 Ne Il secolo breve, questa certezza è scomparsa: il futuro ci è ignoto. Le ultime parole del libro – un futuro di “tenebre” – sembrano riecheggiare la diagnosi di Max Weber che, nel 1919, preannunciava “una notte polare, di un’oscurità e una durezza glaciali”.42

Hobsbawm ha preso atto del fallimento del socialismo reale: “Se l’umanità deve avere una parvenza di futuro, non potrà avvenire prolungando il passato e il presente” (p. 749). Si delinea all’orizzonte una nuova catastrofe, ma i tentativi di cambiare il mondo compiuti in passato sono falliti. Bisogna cambiare strada ma non abbiano bussola. L’inquietudine di Hobsbawm è quella dei nostri tempi.

(http://alencontre.org/)

(Traduzione dal francese di Titti Pierini)

 

1* Enzo Traverso è professore incaricato di Scienze politiche presso l’Università della Picardia. E’ autore di vari libri e articoli. Citiamo qui alcuni dei suoi testi tradotti in italiano: Il passato, istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, Bologna, Il Mulino, 2006; A ferro e fuoco. La guerra civile europea (1914-1945), Ombre corte, Verona, 2008; La violenza nazista. Una genealogia, Bologna, Il Mulino, 2010.

NOTE

 Eric Hobsbawm, Age of Extremes. The Short Twentieth Century 1914-1991, Time Inc., Londra, 1994 [tr. it.: Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano, 1995]. I rimandi di pagina delle citazioni del testo si riferiscono alle edizioni originali.

2 L’accoglienza del libro di Hobsbawm ha peraltro coinciso con l’ascesa del blairismo in Inghilterra, rispetto al quale egli ha preso le distanze, dopo esserne stato uno degli ispiratori dalle pagine della rivista Marxism Today. Sulle contraddizioni politiche di Hobsbawm, che ha appoggiato la nascita del New Labour senza accorgersi che Tony Blair rientrava in continuità con il thatcherismo, si veda Perry Anderson, “The Vanquished Left: Eric Hobsbawm”, in Spectrum: From Right to Left in the World of Ideas, Verso, Londra 2005, pp. 316-318.

3 Cfr. Pierre Nora, “Traduire: nécessité et difficultés”, in Le Débat, n. 93, 1997, p. 94.

4Cfr., ad esempio, E. Hobsbawm, “Labor History and Ideology” (1974), in World of Labour. Further Studies in the History of Labour, Weidenfeld and Nicolson, Londra 1984, cap. I.

5 K. Polanyi,  La Grande Trasformation. Aux origins politiques et économiques de notre temps, Gallimard, Parigi, 1983, cap. I [tr. It.: La grande trasformazione (1944), Einaudi, Torino 1974].

6 Arno J. Mayer, The Persistence of the Old Regime: Europe to the Great War, Taylor & Francis, 1981 [tr. it.: Il potere dell'Ancien Régime fino alla prima guerra mondiale, Roma 1999].

7 Eric Hobsbawm, The Age of Revolution, Vintage, Londra, 1996, p. 140 [tr. It.: L’età della rivoluzione, Milano, Rizzoli, 1999].

8 Id., The Age of Capital, Vintage, Londra, 1996, p. 291.

9 Cfr. Perry Anderson, art. cit., pp. 296-297.

10 Non alludo alla presentazione caricaturale di questo concetto che propone Furet nel suo celebre opuscolo Penser la Révolution Française (Gallimard, Parigi, 1978), ma piuttosto ad Ellen Meiksins-Wood, The Origins of Capitalism. A long Review, Verso, Londra, 2002, pp. 118-121.

11 Cosa alquanto paradossale per l’autore di un saggio dal titolo “All Peoples Have History” (1983), in On History, Weidenfeld and Nicolson, Londra, 1997, pp. 171-177.

12 E. Hobsbawm, Primitive Rebels, Studies in Archaic Forms of Social Movement in the 19th and 20th centuries, Norton, New York, 1959, p. 3 [tr. It.: I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Einaudi, Torino, 1965] p. 3; Id., The Bandits, 1969 [tr. it.: I banditi. Il banditismo sociale nell'età moderna, Einaudi, Torino, 1969). Si veda in proposito Michael Löwy, “Du capitaine Swing à Pancho Villa. Résistence paysanne dans l’historiographie d’Eric Hobsbawm”, in Diogène, n. 189, 2000.

13Ranajit Guha, Elementary Aspects of Peasant Insurgency in Colonial India, Harvard University Press, 1983, pp. 5-13. Si veda inoltre Jackie Assayag, “Sur les échasses du temps, Histoire et anthropologie chez Eric Hobsbawm”, in Revue d’histoire moderne et contemporaine, nn. 53-54, 2006, p.110.

14 Edward Said, “Contra Mundum”, in Reflections on Exile, Granta, Londra, 2001, p. 481. Edward Said si riferisce a Eric Hobsbawm, Terence Ranger (a cura di), L’invention de la tradition, Editions Amsterdam, Parigi, 2006.

15 Eric Hobsbawm, “Conclusioni”, in Silvio Pons (a cura di), L’età degli estremi. Discutendo con Hobsbawm del Secolo breve, Carocci, Roma. 1998, p. 33.

16 G. Arrighi, The Long Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times [1994], Verso, Londra, 2010.

17 Cfr. ad esempio Ellen Meiksins-Wood, Empire of Capital, Verso, Londra, 2003, p. 6: Daniel Bensaid, Eloge de la politique profane, Albin Michel, Parigi, 2008, pp. 238-245.

18 Eric Hobsbawm, On Empire, America, War and Global Supremacy, Pantheon Books, New York, 2008, p. 5.

19 Ivi, p. 35 ed Eric Hobsbawm, Age of Extremes… cit., p. 382.

20 Si veda al riguardo Victoria de Grazia, Irresistible Empire. America’s Avance Through Twentieth-Century Europe, Belknap Press, Cambridge, 2005.

21 Torbjøn L. Knutsen, “Twentieth-Century Stories”, in Journal of Peace Research, n. 1, 2002, p. 120.

22François Furet, Le Passé d’une illusion. Essai sur l’idée communiste au XXe siècle, Laffont/Calmann-Lévy, Parigi, 1995, p. 18 [tr. It.: Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, Arnoldo Mondadori, Milano, 1995].

23 Ivi, p. 572.

24 Eric Hobsbawm, Intersting Times. A Twntieth-Century Life, Allen Lane, Londra, 2002, p. 56 [tr. It.: Anni interessanti. Autobiografia di uno storico, Rizzoli, Milano, 2002].

25 Ivi, p. 128 ed E. Hobsbawm, Age of Extremes… cit., p. 502.

26Intersting Times… cit., pp. 141, 211, 218.

27 Isaac Deutscher, “Two Revolutions”, in Marxism, War & Revolutions, Verso, Londra, 1984, p. 35. Hobsbawm scrive che, nel 1957, Deutscher gli aveva consigliato di non uscire dal Partito comunista (Intersting Times… cit., p. 202).

28 Eric Hobsbawm, “Could it have been different?”, in London Review of Books, 16 novembre 2006.

29 Perry Anderson, art. cit,, pp. 315-316.

30 Eric Hobsbawm, “Barbarism: A User Guide” (1994), in On History… cit., p. 254.

31 Eric Hobsbawm, “Histoire et illusion“, art. cit., p. 129.

32 Su questo punto, Hobsbawm converge con Dan Diner, Das Jahrundert verstehen. Ein universalhistorische Deutung, Luchterhand, Monaco, 1999, pp. 54, 68.

33 Ernest Nolte, “Vergangenheit, die nicht verghe will” in Historikerstreit, Piper, Monaco, 1987, p. 45.

34 Questa lettura di Hegel è esplicita in uno storico del pensiero politico la cui interpretazione dello stalinismo è molto vicina a quella di Hobsbawm: Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci, Roma, 2008, pp. 12, 113-123. Su Hegel e Stalin, si veda Alexandre Kojève, “Tyrannie et sagesse” (1954), in Leo Strauss, De la tyrannie, Gallimard, Parigi, 1983, pp. 217-280.

35 Dopotutto, Hobsbawm è sempre stato un uomo d’ordine, come sottolinea Tomy Judt, “Eric Hobsbawm and the Romance of Communism”, in Reappraisals. Reflections on the Forgotten Twntieth Century, The Penguin Press, New York, 2008, pp. 116-128.

36 [Tr. it.: F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, Torino, Einaudi, 1953].

37Eric Hobsbawm, Intersting Times… cit., p. 294.

38 Eric Hobsbawm, “Commentaires”, in Le Dèbat, n. 93, p. 88. Il silenzio di Hobsbawm su Auschwitz e la Kilyma è sottolineato da Krzstof Pomian, “Quel XXe siècle?”, nello stesso numero, alle pp. 47 e 74.

39Eric Hobsbawm, Intersting Times… cit., pp. 252, 262.

40 Ivi, p. 249 e E. Hobsbawm, Age of Extremes… cit., p. 580.

41 Eric Hobsbawm, “What do Historians owe to Karl Marx?” (1969), in On History, cit., pp. 152-153.

42Max Weber, Le Savant et la politique, La Découverte, Parigi, 2003, p. 205 [tr. It.: La scienza come professione, la politica come professione, Einaudi, Torino, 2004].